Il lampionaio

Part 19

Chapter 193,656 wordsPublic domain

Gertrude prese la Bibbia, e avendola aperta al Vangelo di San Marco le cadde lo sguardo sul passo dell'agonia di Gesù nell'orto di Getsemani. Con savio criterio ella stimò che nulla poteva essere appropriato allo stato d'animo della signora Sullivan più che la commovente descrizione della lotta sostenuta dal Salvatore contro la propria umanità; nulla più atto a quetare il suo spirito, a sedare la ribellione della sua natura umana, che il visibile conflitto tra l'umano e il divino, con tanta patetica evidenza narrato dall'Apostolo; nulla più efficace che l'esempio del Figlio di Dio, il quale alla Sua preghiera, tre volte ripetuta, che venisse allontanato da Lui, se era possibile, il calice amaro, aggiungeva piamente: «Sia fatta la Tua volontà e non la mia!»

Senza esitare ella lesse, ed ebbe la sodisfazione di vedere che la lettura aveva avuto lo sperato effetto, perchè quando tacque, indovinò sulle labbra della madre di Guglielmo, giacente in un atteggiamento di calma serena, le parole del Redentore. Non volendo disturbarla nelle sue meditazioni, non le rammentò la lettera al figliuolo, e sedette presso il letto in silenzio. Mezz'ora dopo la malata dormiva d'un placido sonno. Il suo volto aveva un'espressione di pace e di letizia così soave, che la fanciulla godeva nel contemplarlo. Innanzi ch'ella si destasse, l'ombra della notte invase la stanza. Gertrude, invisibile nel buio, sussultò udendo il suo nome. Prontamente accese una candela, e s'accostò a lei.

— Oh, cara, che bel sogno ho fatto! — disse la signora Sullivan. — Siedi qui accanto a me: voglio raccontartelo. La realtà stessa non può essere più viva. Mi pareva d'attraversar l'aria a volo, librandomi sopra le nubi, in mezzo a fulgide stelle. Benchè rapido, il moto era tanto dolce che non mi stancava. Ed io viaggiavo, viaggiavo, passando in alto su terre e su mari. Infine vidi sotto di me una città bellissima, con chiese, torri, monumenti e un visibilio di gente che andava e veniva in tutte le direzioni. Avvicinatami, potei distinguere le facce di quegli uomini e quelle donne, e in una strada affollata notai un giovane che mi ricordava Guglielmo. Gli tenni dietro, e tosto mi sentii sicura ch'era lui stesso. Egli naturalmente mostrava un'età maggiore di quando ci lasciò, e il suo aspetto era proprio quale me lo sono sempre figurata, secondo le descrizioni che ci ha date nelle sue lettere dei cambiamenti fatti in questi anni. Lo seguii attraverso parecchie strade, finchè egli entrò in un vasto e bell'edifizio che sorgeva nel centro della città. Entrai anch'io. Passammo per ampie sale e altre stanze, tutte riccamente mobiliate, e ci fermammo in un salotto da pranzo. Nel mezzo c'era una tavola coperta di bottiglie, di bicchieri, e d'un magnifico servito ove restavano ancora dolci e frutta quali mai non ne vidi in vita mia. Vi sedeva intorno una brigata di giovanotti, molto ben vestiti, ed alcuni di così attraente apparenza, ch'io ne sarei rimasta incantata se non avessi avuto lo strano potere di leggere nei loro cuori e scoprire il male che vi s'annidava.

«Uno aveva un viso piacentissimo in cui brillava l'intelligenza; era infatti dotato di non comuni facoltà mentali; ma io, vedendo più addentro che non si vegga d'ordinario, m'accorgevo, grazie a una specie d'istinto, che tutto il suo acume, tutta la sua genialità, non erano per lui se non mezzi d'ingannare gli uomini abbastanza folli od ingenui da lasciarsi cogliere a' suoi lacci; e portava in tasca, io lo sapevo, un paio di dadi falsati.

«Un altro era la delizia della compagnia per il suo spirito arguto e faceto; ma a me non sfuggivano i primi indizi dell'ebbrezza, e non dubitavo che di lì a un'ora non sarebbe più stato padrone dei propri atti.

«Un terzo si sforzava invano di sembrare felice; al mio sguardo scrutatore la sua anima appariva a nudo, e io non ignoravo ch'egli era torturato dall'angoscia d'aver perduto il giorno innanzi, al giuoco, tutto il suo denaro e parte di quello del suo principale, e dalla paura di non aver tanta fortuna da rivincere quella sera l'ingente somma.

«E come questi tre, tutti i presenti erano sulla china d'una vita viziosa, e più o meno prossimi alla rovina. Nondimeno avevano un'aria piacevole e gaia, da cui Guglielmo, gli occhi del quale andavano dall'uno all'altro, pareva attirato e sedotto.

«Uno di loro gli offerse un posto alla tavola, che tutti lo sollecitarono a prendere. Sedette, e il giovanotto che stava alla sua destra colmò un bicchiere di vino limpido e generoso invitandolo a bere. Egli esitò un momento, poi lo accostò alle labbra. In quella io gli toccai una spalla. Si volse, mi vide, e subito il bicchiere gli cadde di mano, e il vino si sparse a terra in mezzo ai frantumi del cristallo. Gli feci un cenno. Egli si rizzò e mi seguì. L'allegra compagnia lo richiamava a gran voce; anzi, uno dei commensali gli afferrò un braccio e tentò di trattenerlo, ma egli si liberò con una scossa nè volle ascoltare le loro proteste. Non eravamo però ancora usciti dal palazzo, quando colui ch'io avevo osservato per il primo e che sapevo essere il più astuto e il più pericoloso della brigata, sbucò da una stanza vicina al portone dov'era arrivato da un'altra parte, e sussurrò qualche parola all'orecchio di Guglielmo. Il mio figliuolo titubò, si voltò indietro, e forse avrebbe ceduto alla tentazione, s'io non mi fossi piantata di fronte a lui, alzando l'indice con un gesto di minaccia, e scotendo il capo. Allora egli respinse risolutamente il tentatore, si slanciò fuori, e scese a precipizio la lunga scalinata d'ingresso, prima che potessi raggiungerlo.

«Ma io mi movevo con grande rapidità, sicchè non tardai a ritrovarmi al suo fianco, e presi a guidarlo attraverso le vie formicolanti di gente. Molte furono le avventure che incontrammo, e da ogni parte scorgevo tranelli tesi agl'incauti ed agl'inesperti. Più d'una volta il mio occhio vigile salvò lo spensierato ragazzo da qualche insidia in cui senza la sua mamma sarebbe certo caduto. Di tanto in tanto lo perdevo di vista, e dovevo ritornare sui miei passi: ora lo aveva diviso da me la folla, ora s'era volontariamente indugiato dove il popolino si divertiva, per assistere da spettatore a' suoi sollazzi o mescolarvisi. Però sempre obbediva al mio ammonimento e proseguivamo insieme il cammino. Intanto calava la sera.

«A un tratto, passando per una via rischiarata da numerosi lampioni, m'avvidi che Guglielmo non mi accompagnava più. Lo cercai di qua e di là, ma non riuscii a trovarlo. Ansiosa, corsi un'ora di strada in strada chiamandolo a nome: nessuna risposta. Alfine, spiegate le mie ali, m'inalzai sopra la città popolosa e l'esplorai con lo sguardo nella speranza di scoprirvi il mio figliuolo come già appena arrivata.

«Non fui delusa. Egli m'apparve in una sontuosa sala, illuminata a giorno, tra un'accolta di gaudenti del gran mondo. Una splendida giovane s'appoggiava al suo braccio, e io le vedevo nel cuore che la virile bellezza e le attrattive dello spirito di lui non la lasciavano indifferente. Allora tremai per Guglielmo! Ella era avvenentissima e ricca, ed anche molto elegante e corteggiata, come mostravano la ricercatezza del suo abbigliamento e l'ammirazione che destava intorno a sè. Ma io penetravo l'anima sua, e sapevo quanto ella fosse vana, superba, frivola, gelidamente egoista; sapevo che se amava Guglielmo era perchè la seducevano i suoi pregi esteriori, le sue piacevoli maniere, il suo radioso sorriso, e non per la nobiltà della sua natura, che non poteva apprezzare. Mentre essi passeggiavano nella sala e quella ch'era decantata come la regina della festa dava a lui solo il suo tempo e i suoi pensieri, io scesi invisibile accanto a mio figlio e di nuovo gli toccai una spalla. Egli guardò in giro, ma prima che avesse scorto il volto materno, la voce della sirena cattivò tutta la sua attenzione, ed ogni mio sforzo per staccarlo da lei fu inutile, poichè non mi udiva nemmeno. Infine ella disse alcune parole che svelarono all'alta mente del mio Guglielmo la follia e l'egoismo di quell'anima mondana. Allora, io, cogliendo il momento in cui ella stessa aveva indebolito il suo fascino su di lui, me lo strinsi tra le braccia, e, aperte le ali, volai lontano lontano, portando meco il premio conquistato. Salendo così nell'aria sentivo il mio figliuolo abbandonarsi sul mio petto, e il giovane nel fiore della virilità ridivenire il bambino che soleva posarvi come in un caldo nido la bionda testolina ricciuta. A rapido volo ritornavamo al luogo natio, passando su terre e su mari. E non sostammo finchè io non vidi la mia diletta Gertrude che ci aspettava in un verde prato, sul pendio d'una collina, all'ombra di grandi alberi. Volavo verso di lei per deporre a' suoi piedi la preziosa mia creatura, quando mi destai pronunziando il tuo nome....

«Ah, cara, l'amarezza del calice che debbo vuotare è oramai svanita! Un angelo del Cielo me lo porge. Io non desidero più di rivedere mio figlio in questo mondo, perchè sono persuasa che la mia dipartita s'accorda coi disegni d'una misericordiosa Provvidenza. Adesso credo che nella mia veste mortale sarei forse impotente a salvare Guglielmo dalle tentazioni, a distorlo dal peccato; ma il puro spirito materno avrà maggiore virtù. Nella certezza che la mamma veglia su lui dalla sua dimora celeste, che s'adopra a mantenerlo nel retto sentiero, egli troverà una più valida difesa contro il pericolo, un più sicuro rifugio per l'anima insidiata, ch'ella non potrebbe offrirgli se fosse sulla terra. Adesso, o Padre, io posso dire dal profondo del cuore: «Sia fatta la Tua volontà e non la mia!» —

Da quell'ora fino alla sua morte, che seguì circa un mese dopo, la signora Sullivan conservò la stessa tranquillità d'animo, la stessa perfetta rassegnazione. Come ella diceva, il suo dolore aveva perduto ogni amarezza. La lettera che dettò per Guglielmo esprimeva la sua piena fede nella bontà e nella saggezza della Provvidenza divina, e lo esortava a sottomettersi con reverenza ed amore ai decreti dell'Onnisciente. Gli ricordava le prime lezioni ch'ella gli aveva date, la pietà e la padronanza di sè inculcategli fin dai più teneri anni, e gli rivolgeva come estrema sua preghiera la raccomandazione che il suo influsso su di lui venisse aumentato anzichè diminuito dalla morte, che la sua presenza fosse da lui sentita come reale e continua. Infine ella che fedelmente aveva lottato contro le avversità, lo ammoniva di guardarsi dai pericoli e dalle insidie che accompagnano la prospera fortuna, e di non smentire mai, nè screditare l'educazione ricevuta.

Gertrude piegò la lettera credendola finita, poi uscì per recarsi alla scuola dove insegnava. Ma tosto che si fu allontanata, la signora Sullivan la riaperse, e con la sua mano debole e tremante aggiunse sul foglio già quasi riempito alcune righe che dicevano la disinteressata, paziente, amorosa devozione della fanciulla, chiudendo con queste parole: «Figliuolo mio, finchè avrai cara la memoria del tuo nonno e della tua mamma, non cessar di mostrare tutta la gratitudine di cui il tuo cuore è capace a colei che le mie forze non mi consentono di lodarti quanto merita.»

Ella si spense così lentamente, a grado a grado, che la catastrofe quasi fu un colpo inaspettato per Gertrude, la quale, pur vedendo l'opera distruttrice della malattia, non poteva risolversi a credere che sarebbe una volta compiuta.

E fu nel silenzio della notte, senza nessuno fuor della giovane Giannina tutta sgomenta, per aiutarla e sostenerla, ch'ella assistette alla dipartita di quell'anima a lei tanto cara.

— Ti fa paura vedermi morire? — le domandò la signora Sullivan circa un'ora innanzi la sua fine.

— No, — ella rispose.

— Ebbene, volgimi un poco verso di te, — disse la morente — affinchè il tuo viso, figliuola mia buona, sia l'ultimo aspetto terrestre su cui si posino i miei occhi. —

Gertrude obbedì. E la madre di Guglielmo spirò, con la mano nella mano di lei, e uno sguardo di profondo affetto negli occhi che la fissavano mentre si spegneva.

XXVI.

Quale la gioia si fosse o il dolore Che in sorte avesse a lei dato il Signore, Dirittamente ognor la vera via Della virtù cristiana ella seguia.

GIOVANNA BAILLIE.

Soltanto quando la sua opera d'amore fu così terminata, Gertrude s'avvide che le continue fatiche, sostenute notte e giorno, avevano fatto soffrire il suo organismo ed esaurito le sue forze. Durante la prima settimana seguita alla morte della signora Sullivan il dottor Jeremy temette per lei una grave malattia. Ma dopo aver lottato parecchi giorni contro sintomi assai minacciosi, ella si rimise, e sebbene ancor pallida e patita potè riassumere il suo ufficio di maestra e occuparsi della ricerca d'una nuova casa.

Già più d'una famiglia amica le aveva offerto ospitalità, sollecitandola ad accettare l'invito con un calore così cordiale che rendeva difficile il ricusarlo; ma per quanto commossa profondamente dalla benevolenza manifestatale nel suo dolore e nella sua solitudine, ella volle piuttosto tenersi alla risoluzione presa di trovare addirittura una dozzina fissa. E quando le ragioni su cui la fondava furono intese dagli amici cortesi, essi non poterono che approvare la sua condotta e cessando d'importunarla le prestarono invece con gran premura, il loro aiuto per attuare il suo proposito.

La signora Jeremy sulle prime era rimasta male e si sentiva quasi offesa dal rifiuto della giovanetta di stabilirsi subito in casa sua e rimanerci finchè volesse, magari sempre; e anche il dottore insisteva con un così perentorio «Su, Gertrude, vieni da noi immediatamente e zitta!» ch'ella aveva paura, date le sue condizioni di salute, d'essere portata via senza _poter protestare_. Ma dopo aver di propria autorità ordinato a Giannina d'impaccare la roba della signorina Flint, chiudere la casa, e ritornarsene dai suoi genitori, egli acconsentì a sentir che cosa Gertrude sapesse dire a giustificazione della sua ritrosia. I ragionamenti su principî generali con cui ella spiegò perchè credesse di non dover accettare la generosa profferta, non valsero per altro a persuadere quell'ottima coppia.

— Voleva, per la sua dignità, uno stato indipendente? Scusa che non si reggeva ritta! O non sarebbe indipendente lo stesso, stando con loro? La sua compagnia era tanto gradita a tutt'e due, ch'ella poteva esser sicura di fare anzichè ricevere un favore, sicchè le obbligazioni non le avrebbe lei, ma viceversa. —

Allora si trovò costretta ad usare l'argomento che veramente aveva avuto il maggior peso sull'animo suo, e che, ella non ne dubitava, doveva parere decisivo anche al dottor Jeremy.

— Dottore, — ella disse — voi, spero, non condannerete in me un sentimento che, lo confesso, ha molto corroborata la mia risoluzione. Io vi menzionerei malvolentieri questo motivo che più d'ogni altro mi ha indotta a prenderla, se già non conosceste lo stato delle cose tra me e il signor Graham, abbastanza a fondo da potermi comprendere e, almeno fino a un certo punto, approvare. Sapete ch'egli era contrario alla mia determinazione di non accompagnarli nel loro viaggio, quest'inverno, e di stabilirmi a Boston; quindi sospetterete che lui ed io non ci siamo lasciati in buona armonia. Egli mi disse che io non sarei certo capace di guadagnarmi la vita e mi troverei ridotta a dipendere da estranei. Ora, giacchè lo stipendio che ricevo dal signor W. è sufficiente a tutti i miei bisogni, sono ardentemente desiderosa di collocarmi in modo da mostrargli al suo ritorno che affermando, o, se si vuole, vantandomi d'essere in grado di bastare a me stessa, non presumevo troppo delle mie forze!

— Dunque, Graham supponeva che senza il suo potente appoggio voi sareste ridotta alla mendicità? — fece il dottore. — Col vostro ingegno e la vostra cultura? L'è da par suo!

— Oh, no, no, non volevo dir questo! — esclamò la fanciulla. — Mi considerava semplicemente come una bambina, e non comprendeva che facendomi educare ed istruire, aveva provveduto al mio sostentamento in anticipazione. Era naturalissimo che non avesse troppa fede nella mia capacità di lavorare: non m'ha veduta mai alla prova.

— Capisco, capisco. Pensava che dovreste un giorno chiamarvi ben contenta di ritornare in casa Graham.... Da par suo, sì, da par suo!

— Via, non credo poi che arrivasse a cotesto segno! — osservò la signora Jeremy. — Era adirato e non badava a quel che diceva. Scommetterei dieci contro uno che non se ne rammenta più nemmeno, e a me pare una specie d'orgoglio da parte di Gertrude il darvi tanta importanza.

— Non saprei, signora Jerry, — obiettò suo marito. — Se è orgoglio, è però un orgoglio onorevole ch'io lodo, e non giuro che se mi trovassi ne' panni di lei, i miei sentimenti non sarebbero identici. Perciò io non insisto più per distorla dal suo proposito. Può stare a dozzina, e tuttavia passar una buona parte del suo tempo con noi, sia ore, sia giornate; e non occorre dirle che caso mai s'ammalasse o fosse altrimenti disturbata, la nostra porta è sempre aperta.

— Ma sicuro! — disse la signora. — Se proprio sei risoluta, cara Gertrude, fa' dunque come credi meglio; soltanto in una cosa tu devi assolutamente compiacermi. Lascia questa casa vuota e triste; vieni via con me, oggi stesso, e rimani da noi finchè tu abbia trovato una dozzina conveniente. —

Per un breve soggiorno, Gertrude accettò la cordiale ospitalità ben volentieri; quindi seguì i suoi amici, senz'indugio. E fu soprattutto grazie alle assidue cure del valentissimo medico, e all'assistenza della signora Jeremy, la quale vegliò su lei con materna sollecitudine, ch'ella potè sfuggire alla malattia che seriamente la minacciava.

Il signor W. e sua moglie conoscevano le dure prove sostenute dalla fanciulla quell'inverno, ed erano per lei pieni di benevolenza e di simpatia. Essi pure le offersero la loro casa fino al ritorno del signor Graham e d'Emilia, facendole vive istanze perchè accettasse; ma quando ella ebbe spiegato che non sapeva quanto durerebbe l'assenza loro, e che del resto probabilmente non avrebbe più vissuto coi signori Graham in avvenire, convennero ch'ella si regolava con saviezza provvedendo a stabilirsi addirittura da sè.

Così i coniugi Arnold, i quali avevano costantemente usato affettuose attenzioni alla signora Sullivan e a Gertrude, ed erano stati le sole persone ammesse oltre il dottore nella camera dell'inferma, volevano ad ogni costo che la giovanetta, due volte orfana, su cui credevano d'avere quasi un diritto di tutela, stesse con loro, sotto la loro protezione, fino ch'Emilia non fosse ritornata dal suo viaggio: perchè come i W. limitavano a questo termine il loro invito. Ma la famiglia del pastore essendo numerosa, e la sua casa relativamente piccola, come la sua paga, l'offerta era mossa da un puro sentimento benevolo: pertanto egli, e la prudente ed economa sua consorte, udito da Gertrude ch'ella guadagnava abbastanza da potersi mantenere con decoro, e aveva risolto di conservare la propria indipendenza, l'approvarono entrambi vivamente; anzi la signora la consigliò e l'aiutò nel modo più efficace.

Ella aveva una sorella vedova che suppliva alla deficienza della sua rendituccia tenendo a dozzina alcune signorine venute a Boston per compiere i loro studi. Gertrude non la conosceva, ma ne aveva spesso inteso parlare con molti elogi; e la sua speranza di trovare da lei una dimora gradevole e non troppo costosa, non fu delusa. La signora Warren, avendo appunto libera una bella camera sul davanti, grande e chiara, acconsentì di buon grado a darla alla giovane maestra che la sorella caldamente le raccomandava. Le condizioni erano convenientissime, e Gertrude poteva prendere subito possesso della sua nuova abitazione.

La signora Sullivan le aveva lasciato tutti i suoi mobili, parecchi dei quali comperati di recente, e scelti, secondo il desiderio di Guglielmo, tra i migliori per qualità e fattura. A fine di risparmiarle le fatiche dello sgombero, dopo i tanti strapazzi a cui s'era sottoposta, la signora Arnold e le sue due figliuole maggiori insistettero amorevolmente perchè ella non s'occupasse che della scuola e affidasse a loro l'incarico di far trasportare e disporre nella sua stanza i mobili che desiderava collocarvi, ed invigilare l'imballaggio del resto: giacchè la fanciulla non voleva che alcun oggetto fosse venduto. Fu per lei un gran sollievo l'essere dispensata dall'assistere al doloroso spettacolo dello spogliamento e dell'abbandono di quella casa ch'era stata il piacere e l'orgoglio della cara amica perduta. E quando entrò nella camera cedutale dalla signora Warren, sebbene le si stringesse il cuore alla vista di quei mobili a lei tanto familiari, ella, ammirando la cura e il buon gusto con cui ogni cosa era disposta per riceverla, pensò che avrebbe commesso un peccato desolandosi e chiamandosi sola al mondo, mentre v'erano anime così buone e mani così operose, pronte a venirle amorosamente in aiuto.

La sera, passò nel salotto da pranzo, dove s'aspettava di trovare alla tavola del tè soltanto persone sconosciute; ma con sua grata maraviglia vide tra le commensali Fanny Bruce, la quale, lasciata a Boston dalla madre e dal fratello che viaggiavano per diporto, era già da parecchie settimane nel numero delle dozzinanti della signora Warren. Fanny, ora una scolaretta dai dodici ai tredici anni, aveva spesso avuto occasione d'incontrarsi con Gertrude durante la villeggiatura estiva, ed ammirava fervidamente la sua vicina da cui sempre otteneva doni di fiori, prestiti di libri, aiuto in lavoretti di fantasia. La notizia della sua venuta data dalla padrona di casa, le aveva fatto concepire la speranza di stringere con lei più intima amicizia, e quando nei grandi occhi neri e nel sorriso della giovanetta scòrse la gioia che anch'essa provava rivedendola, si sentì incoraggiata, a segno che facendosi innanzi salutò la cara signorina Flint con una vigorosa stretta di mano, e pregò d'esserle messa accanto a tavola.

La piccola Bruce era una ragazzina di buone disposizioni e cuore affettuoso, ma negletta dalla madre che riponeva tutto il suo orgoglio nel figliuolo, il famoso Ben, egli pure ammiratore di Gertrude. Più volte quella mamma troppo amante dei divertimenti e quell'indolente fratello l'avevano così piantata in qualche dozzina mentre essi facevano un viaggio di piacere; nè sempre era capitata bene come dalla signora Warren.

La povera creatura, non incorata da alcuna simpatia negli sforzi della sua buona volontà, sentiva che i suoi progressi, il suo benessere morale, non importavano a nessuno, neppure a' suoi, e questo senso d'abbandono era per lei una sorgente d'infelicità profonda.