Part 18
— Ci sarebbe quella della nostra Giannina; anzi, lei, da figliuola di buon cuore com'è, s'era subito offerta di cederla alla povera zia Annetta, e andar a dormire coi piccoli; ma noi non s'ha mica la possibilità di mantenere due fuochi; e però io ho pensato di farle intanto alla meglio un letto in cucina e star un po' a vedere.... Purtroppo oggi è assai peggiorata, e ora dalle sue stranezze capisco che vagella.
— Ha bisogno di quiete. Vogliate riscaldare la camera di Giannina a mie spese, e accomodarvi la malata. Io procurerò di mandare domani un medico a visitarla. —
La moglie del muratore cominciò a profondersi in ringraziamenti. Gertrude l'interruppe:
— Non mi ringraziate, signora Miller. Annetta non è un'estranea per me. La conobbi in passato, e forse mi preme più che a voi stessa. —
L'altra la guardò con maraviglia, ma ella non aveva tempo da perdere in spiegazioni. Desiderosa di parlare con la vecchia Grant e assicurarla dei suoi sentimenti benevoli, s'accostò franca e risoluta al suo lettuccio sfidando l'ira selvaggia che ardeva negli occhi della delirante, fissi su lei.
— Annetta, — le disse — mi ravvisate?
— Sì, sì, — mormorò quella, rapidamente, ansimando. — Che siete venuta a fare?
— Ad aiutarvi, spero. —
Ma Annetta pareva piuttosto incredula. Nello stesso tono soffocato e ansioso domandò:
— E Gertrude dov'è?... l'avete veduta?
— Sta bene, — rispose la fanciulla, stupita, perchè non aveva fino allora dubitato che la riconoscesse.
— Che dice di me?
— Dice che vi perdona e vi compiange, e che si confida di potervi soccorrere, di farvi guarire.
— Davvero? Dunque non volete uccidermi?
— Uccidervi? Ma tutt'al contrario. Vi dico che speriamo di confortarvi e vedervi rimessa in salute. —
La signora Miller s'avvicinò con una tazza di tè che aveva intanto preparata. Gertrude la prese e la porse alla vecchia, la quale avidamente bevve, continuando tuttavia a fissarle gli occhi in viso di sopra l'orlo della tazza. Bevuto ch'ebbe, lasciò ricader la testa sul guanciale, e si mise a borbottare frasi sconnesse in cui non si distinguevano le parole, eccettuato il nome di suo figlio Stefano. Visto che i suoi pensieri sembravano rivolti altrove, la fanciulla, cui premeva di ritornar a casa per non abusare della cortesia del dottor Jeremy, rimasto con la signora Sullivan, si scostò dal letto, dicendo:
— Arrivederci. Verrò presto a trovarvi.
— E non mi farete male? — gridò Annetta rizzandosi di nuovo.
— Oh, no, davvero! Anzi vi porterò qualche cosa che vi piacerà.
— Non conducete qui Gertrude! Non voglio vederla!
— Sarò sola. —
La vecchia Grant si ripose a giacere, e non parlò più, ma non cessò dal seguitare con gli occhi la visitatrice, spiando attenta ogni sua mossa, finchè non fu uscita dalla stanza. Il signor Cooper tenne docilmente dietro alla sua giovane guida, e arrivarono a casa tutti ammollati, ma senz'altri guai.
La spedizione di Gertrude era durata circa un'ora.
Il dottor Jeremy, seduto presso alla stufa di ferro, coi piedi sul parafuoco, aveva l'aria contenta d'un uomo che si trovi a casa propria con tutti i suoi comodi. Sembrava ch'egli fosse lì per compiacere a sè stesso anzichè a un assente il cui ritorno doveva rimetterlo in libertà. Egli s'era intrattenuto con la signora Sullivan in amichevoli discorsi, ricordando la gente d'una cittadetta rurale dove tutt'e due avevano passato qualche anno della loro infanzia, e le sue maniere cordiali, la sua piacevole conversazione erano così bene riuscite a vincere la ritrosia della timida e schiva donnina, che quantunque gli fosse inavvertitamente accaduto di palesarsi, ella si lasciò interrogare sullo stato della sua salute senza ombra di quell'angoscia che s'immaginava, nella sua eccitazione nervosa, di dover provare alla sola vista d'un medico. Quando Gertrude ritornò, il dottore s'era già fatto una chiara idea del caso, e tosto che si trovò solo con lei, essendo l'altra andata a provvedere il vecchio di roba asciutta da mutarsi, le comunicò la sua opinione.
— Cara Gertrude, — disse — quella è una donna molto malata.
— Davvero? — mormorò la giovanetta, inquietissima, lasciandosi cadere sopra una seggiola.
— Sì, — rispose egli con aria pensosa. — Vorrei averla veduta sei mesi prima!
— Come, dottore? La sua malattia risale a tanto tempo addietro?
— A ben più addietro, anzi. È una malattia grave che s'è andata sviluppando a grado a grado, e temo che oramai la scienza medica sia impotente a combatterla.
— Dottor Jeremy, — disse Gertrude angosciata — non intendete mica dirmi che la mia zietta morrà senza rivedere Guglielmo, e ci lascerà soli, me e il suo povero vecchio padre? Oh, non mi figuravo che si trattasse d'una cosa tanto seria!
— Calmatevi, figliuola mia, — fece amorevolmente il dottore — io non volevo spaventarvi. Può vivere ancora qualche tempo. Giudicherò meglio il suo caso dopo averla osservata altri due o tre giorni. Ma è una _pericolosa imprudenza_ il rimaner qui sola con questi due vostri amici infermi: anche non considerando che rischiate d'ammalarvi voi pure se abusate così delle vostre forze. Manca alla signora Sullivan la possibilità di tenere un'infermiera o almeno una persona di servizio? Mi diceva che non ha nessuno....
— Oh, no, il suo figliuolo provvede largamente ai suoi bisogni! So che non spende mai tutto l'assegno ch'egli le manda pregandola di non risparmiare.
— Allora dovete senz'indugio persuaderla a prendere qualcuno che v'aiuti; e se non lo fate voi lo farò io.
— Sì, gliene parlerò; è un pezzo che vedo quanto sia necessario; ma le fa tanta paura l'idea di mettersi in casa una donna estranea, che non ho osato mai toccare questo tasto.
— Sciocchezze! Mèra immaginazione! State pur sicura che s'avvezzerà presto a essere servita. —
La signora Sullivan rientrò. Gertrude raccontò allora il suo inaspettato incontro con Annetta Grant, e pregò caldamente il dottor Jeremy, che conosceva la storia della sua dolorosa infanzia, di voler visitare la malata.
— Sarà una visita di pura carità, — ella soggiunse — perchè Annetta è di certo senza quattrini, e sebbene i Miller, vostri antichi clienti, l'abbiano ricoverata, non vi sono tra loro vincoli di parentela tanto stretti da obbligarli a pagare per lei. Ma questo a voi non importa, lo so bene.
— Punto, punto, — rispose il medico. — Ci andrò stasera stessa, giacchè il suo stato lo richiede, e domattina passerò qui per darvi notizie e sentire quel che la signora Sullivan ha ancora da dirmi circa le sue notti insonni. Ma voi, Gertrude, non tardate più a mutarvi le scarpe e le calze. O volete che uno di questi giorni io conti fra i miei pazienti anche voi? —
Il buon dottore aveva conquistato la vedova Sullivan. Quando fu partito ella intonò le sue lodi:
— Che differenza dal comune dei medici! — (tutta la classe le destava una inesplicabile avversione). — Così socievole, così amabile! Davvero, Gertrude, con lui mi pareva di poter parlare liberamente del mio male come con te stessa. —
La fanciulla fece anch'ella i più caldi elogi dell'ottimo suo amico, e venne l'ora del tè prima che avessero mutato il soggetto dei loro discorsi. Preso il tè, il vecchio Cooper, stanco delle insolite fatiche di quella giornata, si lasciò agevolmente persuadere a coricarsi, e la signora Sullivan s'adagiò sul sofà. Era, com'ella soleva dire, il suo momento più felice. Gertrude arrischiò allora la proposta di prendere una persona di servizio, secondo che il dottor Jeremy le aveva raccomandato. Con sua maraviglia la malata non oppose alcuna obiezione. Infatti ella riconosceva di non poter più sbrigare da sè le faccende domestiche, nè permettere che Gertrude, già tanto occupata, ne sopportasse tutto il peso come la settimana scorsa. Questa la consigliò di prendere la Giannina Miller, una ragazza che faceva proprio al caso loro; e fu convenuto di mandarla a chiamare la mattina seguente.
Sono le dieci. Tutto è silenzio e quiete nella casa. Gertrude sola veglia ancora. Ha teso l'orecchio all'uscio del signor Cooper, e il rumoroso respiro del vecchio l'ha accertata ch'egli dorme profondamente. La signora Sullivan, grazie all'effetto d'una pozione calmante ordinatale dal dottor Jeremy, è caduta in un sonno tranquillo, benefizio che non godeva da tempo. I dieci uccellini di Calcutta dormono anch'essi tutti in fila serrata, sul medesimo sottile ballatoio, nella spaziosa loro gabbia appesa davanti alla finestra e coperta da un panno di lana a fine di ripararli dall'aria fredda della notte. La giovanetta ha chiuso gli usci, preparato ogni cosa per la mattina appresso, spento i lumi. La casa è in ordine e sicura. Ed ora ella s'è ritirata nella sua camera, a leggere, a meditare, a pregare. Le sue cure si moltiplicano, le prove cui è sottoposta sono sempre più severe. Ella si vede di fronte un grande dolore e una grande responsabilità, ma non rifugge nè dall'uno nè dall'altra. Anzi, ringrazia Dio d'averle dato la forza di rinunziare agli agi ed ai piaceri, nonostante la propria fralezza e l'ira d'un uomo che non avrebbe voluto offendere, per trovarsi là al suo posto, a combattere la battaglia della vita e aspettarne coraggiosamente l'esito. Ringrazia Dio di sapere a chi ricorrere, poichè fra le amare tristezze della sua infanzia e della sua prima giovinezza non le è mai venuto meno il soccorso dell'amore di Colui che muta le tenebre in luce. Nessuna sventura, quantunque grave, potrà più gettare un'ombra in quell'anima che illuminano i raggi emanati dal trono divino. Ma per salda che sia la sua fede, per valoroso che sia il suo cuore, Gertrude è una tenera natura femminile: ed ella piange, mentre siede soletta nella sua camera, piange sopra sè stessa e sopra il giovane che, lontano in paese straniero, conta i giorni e i mesi e gli anni fra cui si confida di ritornare a sua madre ch'egli invece non rivedrà mai più!... Ma col ricordo della sua promessa di tener ella presso quella madre il luogo d'una figliuola la cui mano amorosa deve ora assisterla e servirla nella malattia che la travaglia, le si riaffaccia la necessità di dominare i propri sentimenti; ferrea necessità, alla quale ella ha imparato per tempo a sottomettersi. Raccoglie allora tutta la sua energia, si calma, asciuga le lacrime che le offuscano la vista, e si raccomanda a Quegli ch'è la fortezza dei deboli e la consolazione degli afflitti: poi, confortata dalla comunione del suo spirito col Padre celeste, va a coricarsi anch'ella, e vinta dalla stanchezza, dopo una giornata fisicamente e moralmente faticosa per lei, non tarda a seguire gli altri inquilini della casa nel regno dei sogni.
XXV.
.... V'ha chi dice Che barlumi d'un mondo più remoto Da noi, visitan l'anima nel sonno.
SHELLEY.
Fu una vera fortuna per Gertrude che ricorresse appunto la settimana del Rendimento di Grazie, tempo di vacanza nella scuola del signor W., perchè così ebbe agio d'attendere alle molteplici sue faccende. Un'altra fortuna ella stimava l'aver ottenuto Giannina, la quale, lieta di compiacerla, accettò volentieri la sua proposta, quantunque, ella diceva, l'idea d'andar a servire fuor della sua famiglia non le fosse mai garbata; ma come rifiutarsi d'aiutare la cara signorina Flint ch'era stata tanto buona con lei e co' suoi? C'era piuttosto da temere che la signora Miller, avendo in casa Annetta Grant malata gravemente, non potesse privarsi della sua figliuola maggiore; anche questa difficoltà però fu tolta dal ritorno inaspettato di Maria, la secondogenita.
Dopo alcuni giorni di tirocinio sotto la direzione di Gertrude, Giannina, ragazza molto accurata e capace, si trovò in grado di sollevare la signora Sullivan de' suoi più faticosi doveri di massaia, e prestarle i servizi personali che il suo stato richiedeva. Gertrude quindi fu libera di fare frequenti visite alla vecchia Grant, la quale era nel colmo della febbre e aveva gran bisogno d'assistenza.
La memoria delle sevizie patite sotto la potestà di quella megera durava ancor viva nella fanciulla, ma scevra oramai d'ogni senso d'amarezza, d'ogni desiderio di vendetta. S'ella ricordava il passato, era soltanto per compiangere la sua persecutrice e perdonarle; se pensava al modo di contenersi verso la sua tiranna, già tanto detestata, era con l'unico fine d'esserle utile e di consolarla.
Vegliò notti e notti al capezzale della malata, che sebbene sempre in delirio, non mostrava più ombra del terrore destatole sulle prime dalla sua presenza.
Costei le parlava molto della piccola Gertrude, talvolta in modo da farle credere che l'avesse riconosciuta, ma più spesso come se fosse altrove; infine, dopo un pezzo, ella comprese che la scambiava per sua madre alla quale doveva somigliare notevolmente. Questa, invero, era stata assistita nell'ultima sua malattia dalla stessa Annetta, ma la sciagurata, assalita dagli antichi rimorsi nel vagellamento della febbre, si figurava che la morta fosse ritornata al mondo per chiederle conto della sua creatura. Solo le continue assicurazioni di benevolenza e le tenere cure prodigatele dalla giovanetta con pazienza instancabile, l'indussero da ultimo nella persuasione che la madre offesa avesse ritrovato la sua bambina in buona salute e al sicuro, ed ignorasse i torti e i crudeli trattamenti da lei sofferti.
Una notte, l'estrema della vita d'Annetta Grant, Gertrude, che non aveva lasciato la malata se non per poche ore ed era venuta a riprendere il suo posto d'infermiera, udì il proprio nome insieme coi nomi d'altre persone nelle rapide frasi sconnesse che la vecchia andava borbottando. Ella s'accostò al letto, tendendo l'orecchio, perchè sempre sperava di cogliere in mezzo a quei vaniloqui incoerenti un qualche indizio sulle proprie origini. Ma il suo nome non fu ripetuto, e il resto si perdette in un mormorio indistinto.
A un tratto la delirante si rizzò, e rivolgendosi a qualcuno ch'ella vedeva nella sua allucinazione, gridò forte:
— Stefanino! Stefanino! Rendimi l'orologio e dimmi che hai fatto degli anelli!... Ne chiederanno.... quei tali.... e io che dirò? —
Fece una pausa. Poi, tenendo gli occhi fissi verso la parete, soggiunse con voce più debole, ma vibrante d'intensa commozione:
— No, no, Stefanino, non lo dirò mai a nessuno.... _mai, mai...._ —
Aveva appena proferito queste parole, che diede un sobbalzo, si volse, e vista Gertrude accanto a lei, le domandò urlando:
— Avete udito, eh? Avete udito?... Sì, lo so.... e volete raccontarlo.... Ma _se parlate!..._ —
Ella tentò di slanciarsi fuori del letto, e ricadde esausta sui guanciali.
Gertrude corse a chiamare il Miller e sua moglie, i quali, aspettandosi d'avere a levarsi quella notte, s'erano coricati vestiti nella camera attigua; poi, per tema che la sua presenza turbasse ancor più la morente, si ritirò lasciandola affidata alle loro cure.
Circa un'ora dopo la donna venne a trovarla in cucina, dove aveva cercato la quiete di cui sentivano bisogno i suoi nervi scossi e il suo animo contristato, e le disse che Annetta s'era calmata; ma giaceva in uno stato di grande prostrazione, e pareva prossima alla sua fine. Tuttavia ella credette meglio non rientrare nella camera. Sedette presso la stufa e prese a meditare sulla strana scena di cui era stata testimone. Spuntava l'alba quando la signora Miller le annunziò che la vecchia Grant aveva reso l'ultimo sospiro.
La sua opera di misericordia, di perdono, d'amore cristiano, era dunque compita. Ed ella s'affrettò a tornarsene a casa per riposare. Doveva armarsi di nuova forza, di nuovo coraggio, a fine di sostenere le fatiche e le pene che la sorte ancora le preparava.
E forza e coraggio non comuni erano necessari alla fanciulla per attraversare una di quelle funeste sequele di malattie e di morti fra le persone più prossime, che si danno nella vita, e in cui un colpo succede all'altro con tale fulminea rapidità, che prima d'esserci riavuti già veniamo atterrati novamente.
Meno di tre settimane dopo sepolta Annetta Grant, Paolo Cooper soccombette a una breve malattia. Quantunque nessuno di questi due casi toccasse Gertrude nei sentimenti più profondi del suo cuore, pure l'adempimento dei doveri ch'ella s'era volontariamente imposti richiedeva uno sforzo fisico e morale assai grave per una giovanetta di diciotto anni, già tormentata dalla minaccia d'una terza disgrazia, e ben più dolorosa.
Anche l'assenza d'Emilia era una dura prova, perchè nelle ore d'angoscia ella soleva ricorrere alla buona amica per consiglio e conforto, e da lei imparava la pazienza e la rassegnazione, virtù di cui le offriva un vivente esempio. Un'unica lettera, scritta dalla signora Ellis, le aveva recato notizie del suo viaggio, e queste non erano molto sodisfacenti.
I Graham soggiornavano all'Avana, dove avevano preso alloggio in una pensione tenuta da una signora loro connazionale, e affollatissima d'ospiti venuti da Boston, Nuova York e altre città settentrionali.
«Non è mica un viaggio molto piacevole, in fin dei fini!» scriveva la governante. «V'assicuro, Gertrude, ch'io vorrei piuttosto essere in pace, a casa, e non tanto per me quanto per Emilia. Già non può trovarsi bene, qui, poverina, perchè l'abitazione manca d'ogni comodo: le finestre invece di cristalli hanno grate come nelle prigioni, non c'è un tappeto in nessuna stanza, nè un caminetto, nè un braciere, sebbene qualche volta la mattina il freddo si faccia sentire. E poi c'è una vedova, con un fratello e le nipoti: la quale vedova è una donna frivola e vana e secondo me, credetemi o no, ha messo gli occhi sul signor Graham, o vuol pigliarsi giuoco di lui. Veste pomposamente, parla forte, ha modi imperiosi: a lei piace dominare, e lui è tanto grullo da seguirla come un cagnolino, e prender parte ad ogni sorta di gite, a piedi, in vettura, a cavallo.... Non è ridicolo? Un uomo di sessantacinque anni sonati! Emilia ed io non scendiamo più che di rado nel salotto, giacchè l'allegra brigata non tiene il minimo conto della nostra presenza. Essa non si lagna, non fiata nemmeno, ma io vedo che non è felice, e desidera di ritornare a Boston: lo desidererei anch'io se non ci fosse quella terribile traversata.... Ah, Gertrude, mi sembra un miracolo ch'io non sia morta dal mal di mare nel venir qui, e la sola idea di risalire a bordo d'un piroscafo mi sgomenta a segno, che non so proprio come farò a tornarmene indietro!...»
Gertrude scriveva spesso alla signorina Graham; però, non potendo questa leggere le sue lettere che mediante gli occhi della signora Ellis, non le era dato di manifestarvi i suoi pensieri e sentimenti più intimi come usava nei colloqui con l'amica piena d'indulgenza e di simpatia, perchè avrebbe dovuto esporli alla censura della governante.
Ogni corriere delle Indie orientali portava notizie di Guglielmo Sullivan, i cui affari prosperavano e ch'era contento nell'esilio pensando che i suoi cari godevano, lietamente com'egli credeva, i frutti delle sue fatiche. Egli scriveva quindi sempre nel consueto suo tono gaio e vivace.
Una domenica sera, poche settimane dopo la morte del vecchio Cooper, Gertrude sedeva accanto alla signora Sullivan, stesa sul suo letto, e teneva in mano una lettera aperta di cui le leggeva per la terza volta il contenuto. I numerosi bolli postali sulla facciata esterna del foglio ne mostravano la provenienza. Era arrivata il giorno stesso. La madre ascoltava intenta quella lettura, e così dolorosamente la colpiva il contrasto tra le proprie riflessioni e le fulgide speranze di quel figliuolo ignaro della fosca nube che s'addensava sul suo capo, ch'ella chiudeva le palpebre, abbandonandosi, oppressa da una tristezza profonda come non mai; mentre la giovanetta, ripetendo le parole con cui Guglielmo esprimeva la gioia del momento agognato in cui avrebbe potuto stringere di nuovo tra le sue braccia «la cara piccola mamma» che si struggeva di rivedere, gettava uno sguardo furtivo sul corpo consunto, sul viso emaciato della povera donna, e si sentiva gelare il cuore.
I primi timori del dottor Jeremy non erano infondati. E l'inferma, aggravatasi ancora per l'ansietà cagionatale dalla malattia del padre e per il dolore della sua morte, declinava rapidamente verso la tomba.
Gertrude non era tuttavia riuscita a comprendere se ella ne fosse consapevole o no. Mai la signora Sullivan aveva parlato su questo soggetto, nè accennato in alcun modo a un presentimento della sua prossima fine. Anche ora, osservando la sua placida apparenza, la fanciulla propendeva a credere ch'ella s'illudesse sul proprio stato.
Ma il dubbio fu rimosso. Dopo essere rimasta qualche minuto assorta nella sua intensa meditazione, ch'era forse una preghiera, la malata riaperse gli occhi, e fissandoli in quelli della sua giovane amica, disse con voce chiara è calma:
— Gertrude, io non rivedrò più Guglielmo! —
Gertrude non rispose.
— Vorrei scrivergli e dirglielo io stessa, — ella proseguì — ma sarà meglio, se non ti spiace, di scrivere tu per me, come tante volte, ch'io ti detti ciò che devo dirgli.... Non c'è tempo da perdere; perchè sento che vo mancando, e non è probabile che mi duri a lungo la forza di farlo.... Toccherà a te, figliuola mia, dargli la notizia, quando tutto sarà finito; ne hai abbastanza di tristi doveri, tu; voglio almeno risparmiarti la pena di prepararlo al colpo che l'aspetta.... Sei disposta a cominciare la lettera oggi?
— Sicuro, zietta mia, se vi pare che sia bene così.
— Sì, cara, mi pare. Ciò che gli scrivesti l'ultima volta, concerneva soltanto la malattia e la morte del nonno, non è vero? Di me non gli dicesti nulla che lo potesse impensierire?
— Nulla affatto.
— Allora è tempo d'avvertirlo, povero ragazzo! Non c'è bisogno che il dottor Jeremy me lo dica, perchè io sappia che muoio!
— Ma ve l'ha forse detto? — domandò Gertrude, andando al tavolino e preparando l'occorrente per scrivere.
— Oh, no! È troppo prudente. Però, quando _glielo dissi io_, s'astenne dal contraddirmi. Tu lo sapevi? — ella domandò, guardando intensamente la fanciulla ch'era venuta a sedersi sulla sponda del letto e china verso di lei le lisciava i capelli.
— Da alcune settimane, — mormorò Gertrude imprimendo un bacio sulla pallida fronte della malata.
— Perchè me l'hai taciuto?
— Non era necessario ch'io parlassi, — rispose la pia giovanetta. — Sapevo che il Signore non poteva chiamarvi in un momento che la vostra lampada non fosse alimentata ed accesa.
— Arde, ma fievolmente, — disse la donna con cristiana umiltà.
— E qual fiamma sarà vivida se la vostra langue? Non siete voi stata per lunghi anni un esempio mirabile di pietà e di pazienza? Eccettuata Emilia, non conosco persona al mondo altrettanto degna del Cielo.
— No, no, Gertrude, non sono che una povera peccatrice, piena di debolezza. Per quanto fervidamente io desideri di giungere al cospetto del nostro Salvatore, il mio cuore terreno si strugge di rivedere un'ultima volta il mio figliuolo, e a tutti i miei sogni della beatitudine celeste si mescola il cocente rammarico che questa gioia, l'unica ch'io bramassi ancora quaggiù, debba essermi negata.
— Oh, zietta, siamo tutti creature umane! Finchè la vostra anima immortale è chiusa nelle spoglie mortali, come _potreste_ cessar di pensare a Guglielmo, e non bramare la sua presenza nell'ora della prova suprema? Un sentimento naturale come questo non può essere un peccato.
— Non so.... Forse anche non è. E se fosse, spero d'ottenere, innanzi di lasciar la terra, la grazia di espiare con un perfetto spirito di sottomissione le rivolte d'un cuore materno. Leggimi, cara, qualche santa parola di conforto: sembra che tu abbia il dono d'aprire sempre il buon libro alla pagina che meglio conviene al mio bisogno. Ah, sì, davvero, è un peccato in me ogni querela, assistita come sono dall'affetto e dalle cure di quella in cui Dio m'ha dato una figliuola benamata! —