Il lampionaio

Part 14

Chapter 143,819 wordsPublic domain

Il signor Graham s'occupava con passione d'orticoltura; tuttavia le sue abitudini e i suoi interessi lo tenevano attaccato a Boston. Emilia, non essendo in istato di far vita mondana, non riceveva che i vicini, nelle occasioni di prammatica, e pochi intimi, come il pastore Arnold, il quale faceva spesso verso sera una giterella per vederla e mangiare un po' di frutta.

L'estate trascorreva in una quiete felice. Gertrude trovava nella compagnia della sua benefica amica e nella coscienza d'esserle utile in molte maniere, una viva sorgente di sodisfazione e di gioia, quando d'improvviso ogni suo piacere fu troncato.

Emilia venne còlta da una febbre assai forte, e la prima volta che la fanciulla si presentò alla sua porta desiderosa d'assisterla, la signora Ellis, che intendeva d'esser l'unica infermiera, la respinse rudemente. Alle sue calde istanze replicò che quella febbre era contagiosa, e che la signorina non aveva bisogno di lei, e d'altronde quando stava male non voleva dattorno altri che la sua fida governante.

Da tre o quattro giorni Gertrude errava per la casa, inconsolabile. La mattina del quinto, dopo il suo bando dalla camera della malata, vide la cuoca salire al primo piano con una minestrina: e, mettendole in mano alcuni bellissimi bocciuoli di rose, còlti allora, la pregò di darli ad Emilia e di domandarle se non le poteva permettere d'entrare e vederla un momento.

Aspettò ansiosamente, in cucina, il ritorno della signora Prime nella speranza che le recasse almeno qualche affettuosa parola. Ma la buona donna ridiscese coi fiori, che gettò sulla tavola, sfogando così i suoi sentimenti:

— Cospetto! Si dice che le brave cuoche e le brave infermiere sono garbate come orsi! Non tocca a me dire se sia vero rispetto alle cuoche, ma rispetto alle infermiere, non c'è dubbio! S'io fossi voi, signorina Gertrude, non m'arrischierei d'andarci.... Ho gran paura, sapete, che vi morda!

— E la signorina Emilia non ha accettato le rose? — domandò la giovanetta, profondamente accorata.

— Lei, poverina, non c'entra per nulla. Capirete, non le ha mica vedute.... La signora Ellis le ha scaraventate fuori dell'uscio protestando che tanto valeva portare un veleno a una malata con la febbre, che quei fiori. Ho tentato di parlare io alla signorina, ma quella cara signora m'ha interrotta con un tale «ss-ss-st» da farmi pensare che la fosse per pigliar sonno, sicchè non ho più osato e me ne sono andata pian piano.... Uf! Diventa mai ringhiosa quando per disgrazia c'è qualcuno di malato in casa?... —

Gertrude uscì in giardino e andò vagando come un'anima in pena. Temeva che Emilia fosse molto aggravata, nè poteva pensare ad altro. I suoi libri, il suo lavoro, erano nella camera di questa, dove li teneva usualmente; la biblioteca, che le avrebbe offerto qualche distrazione, era chiusa. Non le rimaneva dunque che quel rifugio, e là passò il resto della mattinata. Così fu non quella mattina soltanto, ma parecchie delle seguenti, perchè Emilia continuava a peggiorare. In capo a due settimane Gertrude non aveva ancora ottenuto di vederla, e non sapeva della sua salute se non quanto ne sentiva dire dalla governante al signor Graham. Questi però parlava ogni giorno col medico, e faceva frequenti visite alla figliuola, sicchè non richiedeva da lei quelle minuziose informazioni che la fanciulla avrebbe tanto desiderato. Una volta ella ardì interrogare direttamente la signora Ellis, ma l'arcigna matrona le rispose:

— Non mi seccate con le vostre domande. Che potete intendere voi di malattie? —

Un pomeriggio, seduta in un grande chiosco in fondo al giardino, presso le aiuole ch'ella coltivava ed erano allora tutte fiorite di reseda e di verbene, Gertrude stava legando e segnando gl'involtini dei semi che aveva raccolti da varie piante. Ella era tutta assorta nel suo lavoro, quando il suono d'un passo vicinissimo la fece sobbalzare. Alzò gli occhi e vide il dottor Jeremy, medico della famiglia, entrare nel chiosco.

— Che fate di bello? — egli domandò, nella rapida e brusca maniera che gli era abituale. — Un assortimento di semi, eh?

— Sì, signore, — rispose ella arrossendo nel vedere i penetranti occhi neri del dottore scrutarla in faccia.

— O dove fu che c'imbattemmo la prima volta? — disse egli con lo stesso fare.

— In casa del signor Flint.

— True Flint! Già.... mi rammento. Voi siete la sua ragazzina. Una brava figliuola. E il povero True, è morto. Peccato, è una perdita per tutti. Questa è dunque la piccola infermiera che vedevo là.... Dio buono, come crescono in furia i bambini!

— Dottor Jeremy, — chiese Gertrude con accento supplichevole — ditemi, ve ne prego, come sta la signorina Emilia?

— Emilia? Non troppo bene in questo momento.

— Oh! Temete forse che abbia a morire?

— Ma no, ma no! Perchè dovrebbe morire? Io non la lascerò morire se voi mi aiutate a tenerla in vita. Come mai non siete in casa ad assisterla?

— Ah, se potessi! — ella esclamò balzando in piedi. — Se potessi!

— E chi ve lo impedisce?

— La signora Ellis. Non mi lascia neanche entrare, dottore; dice che la signorina non vuole altri che lei.

— La signora Ellis non ha voce in capitolo, ed Emilia neppure: quest'è affar mio, ed io voglio voi. Affiderei più volentieri i miei pazienti a voi che a tutte le signore Ellis del mondo. Quella lì non se n'intende d'assistere malati; rimandatela alle sue conserve di coccole rosse, e a' suoi pasticci di zucca. Dunque, è fissato; domani prendete il vostro posto.

— Grazie, dottore, grazie!

— Non mi ringraziate ancora; aspettate di esservici provata. È opera faticosa prestar le cure necessarie agl'infermi. Di chi è l'orto attiguo?

— Della signora Bruce.

— E cotesto pero è suo?

— Sì, signore.

— Per san Giorgio, signora Bruce, farò onore alle vostre pere! —

Così dicendo il dottor Jeremy, uomo sui sessantacinque, ma robusto ed agile, scavalcò il muretto di pietra che divideva il giardino dall'orto, lanciandosi con tale impeto, da arrivare d'un balzo appiè dell'albero.

Gertrude, la quale, esilarata, osservava le sue gesta, lo vide inciampare in un ostacolo e salvarsi dal cader bocconi stendendo le mani e reggendosi al grosso tronco del vecchio e bellissimo pero. In quella una testa ornata d'uno zucchettino di velluto si levò lentamente di tra le alte erbe, e apparvero la faccia e il busto d'un giovanetto di sedici in diciassett'anni che, appoggiato a un gomito, mirava con stupore l'intruso.

Ma questi, punto intimidito, prese immediatamente l'offensiva contro il primo occupante, gridando:

— Rizzati, poltrone! A che stai costì sdraiato facendo gambetta alle persone per bene?

— Chi chiamate voi persone per bene? — domandò il giovane senza risentirsi nè dell'epiteto nè dell'interrogazione.

— Me e la mia piccola amica qui presente, — replicò il dottor Jeremy ammiccando verso Gertrude che affacciata al muretto rideva di cuore del modo in cui egli era stato còlto sul fatto.

Gli occhi dell'altro seguirono la direzione de' suoi e si fissarono sul viso della fanciulla che brillava tutto di gaiezza.

— Posso fare qualche cosa per servirvi, signore? — disse egli poi, rivolgendosi a lui.

— Sicuro! — rispose il dottore. — Io sono venuto qui per cogliere di coteste belle pere; ma voi siete più alto di me, a con l'aiuto della vostra mazza che ha la gruccia ricurva, arriverete meglio al ramo più carico.

— Onorevole ed onesto proposito, — mormorò il giovane. — Sarò lieto di prestarmi per una così buona causa. —

Sollevò la mazza che giaceva accanto a lui, abbassò con essa un ramo fino a portata del suo braccio, e lo scosse vigorosamente. Le frutta mature si sparsero sull'erba. Il dottor Jeremy se ne empì le tasche e le mani, e mosse verso il muro divisorio.

— Ne avete abbastanza? — gli domandò il giovane con voce lenta e strascicata.

— A iosa, a iosa! — rispose egli.

— Tanto piacere! — fece l'altro, buttandosi di nuovo giù, indolentemente, senza cessare di fissar Gertrude.

— Dovete esser molto stanco, — disse Jeremy tornando indietro di due passi. — Io sono medico, e vi consiglierei un pisolino.

— Ah, siete medico? — riprese il pigrone nello stesso tono tra languido ed ironico in cui aveva parlato fino allora. — Seguirò dunque il vostro consiglio. —

E adagiatosi nell'erba, resupino, chiuse gli occhi.

Il dottore vuotò le tasche sulla panchetta del chiosco e invitò Gertrude a pigliarsi la sua parte del bottino. Egli addentava le belle pere sugose, ridendo così forte di quella sua allegra monellata, che quasi i bocconi gli andavano di traverso. A un tratto gli venne in mente di guardar l'orologio.

— Le quattro e mezzo! — esclamò. — Il treno parte tra dieci minuti. Chi mi condurrà alla stazione?

— Non so, signore, — rispose la fanciulla pensando che la domanda fosse diretta a lei.

— Dov'è Giorgio?

— E andato sul prato a prendere il fieno, ma ha lasciato Carlotto, il cavallo bianco, nella corte, con i finimenti e tutto. Ho visto che l'attaccava alla catena dopo avervi portato qui dalla ferrovia.

— Ah! Ebbene, allora, conducetemi voi.

— Impossibile, signor dottore, io non so guidare.

— Bisogna che impariate: v'insegnerò io. Non avete mica paura?

— Oh, no! Ma il signor Graham....

— Non v'occupate del signor Graham. Date retta a me. Rispondo io che ritornerete a casa sana e salva. —

Gertrude era per sua natura coraggiosa. Non aveva mai guidato un cavallo, ma essendocisi messa senza timori, vinse la prova a maraviglia: e poichè il dottor Jeremy continuò a farsi condurre da lei, ella acquistò presto molta perizia nell'uso delle redini. Non è forse questa una bravura particolarmente desiderabile in una donna: a Gertrude tuttavia fu assai utile.

Il medico mantenne la promessa di stabilirla al capezzale della malata. La prima volta che dopo quel loro colloquio visitò Emilia, parlò a questa della fanciulla in termini di grande encomio per la devozione al vecchio True e le qualità di buona infermiera da lei mostrate; poi le domandò per qual ragione fosse stata espulsa dalla sua camera.

— È tanto apprensiva, — ella rispose — teme che la febbre le s'attacchi.

— Non dovete crederlo. È troppo contrario al suo carattere.

— Vi pare? — fece vivamente la cieca. — Ma la signora Ellis....

— V'ha detto una bugia, — l'interruppe egli. — Gertrude invece si strugge di venire ad assistervi. E n'è capace quanto la signora Ellis, anzi meglio, perchè la cosa più necessaria per voi è la quiete, e proprio questa non la potete avere con quel donnone loquace dattorno. Pertanto, io, la signora Ellis la mando a Gerico, fin da oggi, e vi porto qui la mia piccola Gertrude, che non è più rumorosa d'un topolino e ha una buona testa sulle spalle. —

Certo, non era possibile che la fanciulla fosse in grado di provvedere a tutti i bisogni d'Emilia meglio della governante, e neppure altrettanto bene, ed Emilia che lo sapeva non permise che questa venisse mandata a Gerico, perchè quantunque il dottor Jeremy non la potesse soffrire, ella disimpegnava ottimamente le proprie mansioni e sarebbe stato difficile privarsi de' suoi servigi; ma anche in caso diverso non avrebbe voluto umiliarla.

Quindi, per quanto l'ammissione di Gertrude all'ufficio d'infermiera seguisse con gran gioia sua, della paziente, e del medico, fu risparmiata alla signora Ellis la vergogna di sapere che la slealtà della sua condotta nell'averla tenuta lontana da Emilia dando una falsa ragione di quell'assenza, era stata scoperta.

Gertrude assisteva la malata con la vigile e tenera cura che solo un profondo affetto può insegnare.

Quando, la notte, la cieca si destava da un sonno agitato, una bevanda refrigerante s'offriva alle sue labbra, e udendo la signora Ellis russare sonoramente, ella sapeva che non le era porta da lei; durante il giorno non una mosca la molestava ronzando intorno al suo capezzale; il suo tormentoso mal di capo era lenito dalle applicazioni d'acqua fredda sulla fronte ardente, ripetute con pazienza per ore; e i passi dei piccoli piedi instancabili che andavano e venivano erano leggeri e piani.... Notando tutte queste cose, ella comprendeva quale prezioso rimedio le avesse portato il buon dottore.

In capo a due settimane era migliorata a segno da passare la giornata intera fuori del letto, sebbene non potesse ancora lasciar la camera. Quando fu in condizione d'uscire, il medico prescrisse aria e moto.

— Fate una trottatina in carrozza, due o tre volte il giorno, — egli ordinò.

— Ma come sarebbe possibile? — rispose Emilia. — Giorgio è tanto occupato, e chi lo sostituirebbe?

— Vi condurrà Gertrude, — insistette il dottor Jeremy. — È bravissima, sapete. —

Emilia sorrise.

— Gertrude, — ella disse — vedo che il dottore fa gran capitale di te. Crede che tu possa fare qualunque cosa. Ma guidato, tu non hai certo in vita tua, di'?

— O se mi conduce lei tutti i giorni alla stazione, da sei settimane in qua! — replicò egli.

— Dite davvero? — esclamò la signorina Graham alla quale riesciva strana l'idea che un cavallo fosse governato da mano femminile.

E poichè il dottore le assicurava ch'era proprio così, e che non aveva da temere alcun pericolo, Carlotto fu attaccato al legno, ed ella fece la sua trottatina accompagnata dalla signora Ellis e condotta da Gertrude. L'esperimento ebbe esito felicissimo. Queste giterelle, spesso ripetute, giovarono molto alla convalescente, e furono piacevolissime per tutte e tre.

Sul principio d'autunno la salute d'Emilia era rifiorita. Il vecchio Carlotto veniva requisito ogni giorno: ed essendo di solito la governante trattenuta dai suoi doveri di massaia, Emilia e Gertrude andavano sole in un gran _buggy_ di forma antiquata. Così la perizia acquistata dalla fanciulla nel guidare divenne per la cieca, come questa diceva, la sorgente del maggior piacere ch'ella avesse gustato da anni.

Gertrude rivide due o tre volte il pigro giovanottino in cui il dottor Jeremy era andato ad inciampare saltando nell'orto della signora Bruce per rubarvi pere.

Una mattina egli venne a sedersi sul muretto mentre ella era al lavoro tra le sue aiuole, e dopo avere espresso la propria maraviglia per la sua diligenza, e parlato un po' con lei di fiori, le rivolse alcune domande intorno al dottor Jeremy, e finì col chiederle come ella si chiamasse.

Gertrude arrossì. Era molto sensibile su questo punto. Benchè tutti le dessero il cognome di Flint, ed ella solesse portarlo senza pensarci, pure, quando veniva interrogata direttamente, non poteva non rammentarsi che nè quello nè alcun altro le apparteneva.

Emilia aveva fatto cercare Annetta Grant per cavarne qualche cosa sulle origini della bambina; ma costei non abitava più da anni nella sua casa d'allora, e nessuno del vicinato sapeva dove si trovasse nè che fosse avvenuto di lei.

Gertrude, dunque, arrossì alla domanda del giovanetto; nondimeno rispose con dignità che se egli voleva conoscere il suo nome, doveva prima dire il proprio.

— Non ve lo dirò punto! — replicò questi sfrontatamente. — E se non volete dirmi il vostro non me ne importa. —

Ciò dichiarato, se ne andò spingendosi davanti a calci una mela che giaceva sull'erba.

Ed ella rimase dell'opinione che non poteva esserci un ragazzaccio più maleducato.

XX.

Per sua nobil natura una perfetta Donna che consigliar sa e comandare, Eppur nel mite spirito sereno Dell'angelica luce un raggio splende.

WORDSWORTH.

Era il crepuscolo di un'afosa giornata di settembre. Emilia, illanguidita da molte ore d'un caldo insolitamente eccessivo per la stagione, sedeva sotto il portico davanti alla casa, godendo il refrigerio d'una deliziosa brezzolina levatasi al cader del sole. A ponente gli ultimi splendori d'un maraviglioso tramonto s'indugiavano nel cielo listato di porpora, mentre la luna, quasi piena, già saliva trionfante nel vespro, cominciando il suo regno notturno. Sempre più vivi, i suoi raggi illuminavano la bianca veste d'Emilia, e davano l'apparenza d'un marmo polito alle mani e alle braccia bellissime, uscenti nude dai drappeggi delle ampie maniche, e posate sui bracciuoli d'una poltrona rustica.

Dieci anni erano trascorsi da quando ella s'era incontrata la prima volta con Gertrude nella chiesa del signor Arnold, eppure sembrava appena meno giovane d'allora tanto lievemente il tempo aveva sfiorato il suo volto e la sua persona.

Ma anche allora ella conosceva le dure prove della vita, e aveva già imparato a distillare dall'amara feccia del dolore il balsamo che lenisce ogni male. Anche allora quest'esperienza e la sapienza derivatane, erano del pari impresse nella sua fisonomia: l'una in un'espressione grave e sommessa, propria di un'età più matura, l'altra nel dolce e calmo sorriso di fiducia e di speranza che rivela i fedeli di Dio.

Perciò il tempo non poteva molto su di lei, ed ella era sempre la stessa: amabile nel suo aspetto esteriore, più amabile ancora nel cuore e nei costumi. Un osservatore attento avrebbe tuttavia potuto scorgere in Emilia una maggior briosità di spirito, una più viva partecipazione alle cose che avvenivano intorno a lei, infine un godimento della vita ch'ella non aveva mai manifestato per l'innanzi. E questi mutamenti erano dovuti, com'ella sentiva e riconosceva, all'intima sua convivenza con una compagna a cui la legava un profondo affetto, e che con la sua calda simpatia, la sua devozione costante, l'acuto suo senso tanto del comico e dell'ameno, quanto del bello e del vero, l'ardore inesauribile dei suoi sforzi per far gustare all'amica diletta i piaceri che gustava ella stessa, aveva ridestato in lei facoltà quasi sopite nelle tenebre ond'era avvolta. Così Gertrude era divenuta veramente, come lo zio True le aveva raccomandato d'essere, «gli occhi della sua benefattrice».

Quella sera però Emilia pareva mesta mentre sedeva sola sotto il portico, esclusa dall'incantevole spettacolo del tramonto, inconscia dei giuochi d'ombra e di luce che faceva sulla sua bianca figura la luna saliente nel cielo. Ella reclinava un poco la testa da un lato, nell'atteggiamento di chi tende l'orecchio a un suono lontano, e ogni volta che il cancello cigolava, investito dalla brezza, dava un sobbalzo, e un'ansietà quasi dolorosa appariva nel suo viso.

Alfine qualcuno spunta di dietro l'alto riparo di legno che sottrae il giardino agli sguardi dei passanti. Solo il raffinato udito della cieca poteva aver distinto quel passo leggero. Ed ella si leva dalla poltrona, e muove incontro alla giovanetta ch'è entrata: una giovanetta in cui sarebbe difficile ravvisare la piccola Gertrude di dieci anni addietro perchè su _lei_ il tempo non è sorvolato senza mutarla.

La Gertrude presente è oramai una signorina, più alta d'Emilia. Ha una bella persona, snella, fine, e carnagione brunetta, ma nitidissima e soffusa alle gote di un color di rosa che le conferisce grande splendore: questo però potrebb'essere l'effetto della rapida camminata dalla stazione alla villa. S'è tolta il cappello, e lo porta in mano dondolandolo per i nastri: abitudine che aveva già da bambina, sicchè non bisogna vederci l'intenzione vanitosa o civettuola di mettere in mostra la rara opulenza della capigliatura.

I suoi occhioni neri sono sempre fulgidi, ma non più di grandezza sproporzionata con la faccia, e se la bocca non è rigorosamente conforme ai cànoni classici, se lo fa perdonare grazie a due file di denti piccoli, regolari, d'un puro candore di perla.

Ella veste un lindo abitino di mussolina operata, molto accollato, e una semplice mantellina nera che non nasconde la rotondità della sua vita sottile.

Ebbene? È Gertrude una bellezza?

No. I suoi lineamenti, le sue forme, possono provocare giudizi assai diversi, ma pochi la proclamerebbero veramente bella. V'hanno però certi visi piacevoli a osservarsi per la loro variabile espressione, visi eloquenti, che dicono la verità e palesano l'intimo sentimento; visi ora illuminati dall'intelligenza, ora sfavillanti d'allegrezza, ora velati di mestizia dinanzi a un caso pietoso, ora accesi di nobile indignazione contro ciò che l'anima aborre, ora santificati dalla presenza divina, quando il cuore si distoglie dal mondo e da sè medesimo, e s'inalza devotamente a Dio. Tale è il viso di Gertrude.

Vi sono personali di donna che senza suggerire paragoni con una regina o con una fata, posseggono una grazia, una flessuosità, una dignità che incantano, ed hanno il potere di muoversi nella loro sfera con sì aerea leggerezza, che mai non riescono d'ingombro. Tale è il personale di Gertrude.

Quali si siano le attrattive della fanciulla, (nè manca chi le pregia altamente) ella non sa d'averle, e questa sua inconsapevolezza ne raddoppia il prestigio. È ancor sempre nella persuasione d'essere brutta, radicata in lei da' suoi teneri anni, ma non se ne sente più mortificata e indispettita come una volta.

Tosto che vide Emilia venirle incontro, Gertrude affrettò il passo, e raggiuntala presso la soglia, le passò con gesto affettuoso un braccio dietro le spalle, come soleva per guidarla, adesso ch'ella era più alta di lei, e la fece svoltare a destra in un vialetto conducente nel giardino.

— Eccomi di ritorno! — disse ravvolgendo più strettamente nello sciallino la sua amica cieca. — Siete stata sempre sola, Emilia, da quando v'ho lasciata?

— Sì, cara, quasi sempre, e ho pensato con affanno che tu giravi per Boston in una giornata di caldo così eccessivo.

— Non ne ho sofferto punto, e godo ora tanto più questa fresca brezzolina, che fa un così gradevole contrasto con l'afa e la polvere della città.

— Ma, Gertrude, — fece la signorina Graham fermandosi — perchè non sei entrata in casa? Devi prendere il tè, figliuola.

— Non ne ho voglia, stasera. —

Camminarono un poco, lentamente, in silenzio; poi la cieca riprese:

— Gertrude, non hai dunque nulla da dirmi?

— Oh, sì, tante cose!... Ma....

— Ma tu sai che saranno tristi per me, e però esiti a parlare. Non è vero?

— Mi parrebbe vanità da parte mia credere che possano affliggervi molto, cara Emilia; ma iersera, quando vi comunicai quello che m'aveva detto il signor W. e quanto io avevo in animo di fare, mi sembraste così turbata al pensiero della nostra separazione, che non mi sono più sentita sicura di far bene.

— E io mi sono rimproverata d'averti lasciato scorgere il mio rammarico, a rischio di distoglierti dal tuo dovere, o di rendertelo più penoso. Sì, comprendo che tu hai ragione, Gertrude; e che invece d'oppormi a' tuoi disegni, dovrei favorirli con tutte le mie forze.

— Ah, cara Emilia! — esclamò vivamente la fanciulla. — Se vi fa pensare così ciò che vi raccontai ieri, sarete persuasa sapendo ciò che ho veduto e udito oggi....

— Come? Le cose vanno forse ancora peggio, dalla signora Sullivan?

— Assai peggio di quel che vi descrissi. Non conoscevo allora le terribili difficoltà contro cui ha da lottare la poveretta.... ma ho passato in casa sua tutta la giornata, perchè il signor W. m'ha trattenuta appena cinque minuti, e mi son potuta accertare che non è prudenza lasciar una donna timida e debole come quella, sola col signor Cooper, adesso che il vecchio si trova in uno stato di mente così spaventoso....

— Ma, sarai poi davvero in grado d'aiutarla, tu?

— Sì, Emilia; so dominarlo meglio di lei, e posso nello stesso tempo far di più per il suo benessere e la sua contentezza. È come un bambino oramai, pieno di capricci. E quando non sia materialmente impossibile, la signora Sullivan lo compiace, a costo di qualsiasi inconveniente, e fin di qualsiasi pericolo; prima di tutto perchè è suo padre e si tiene in obbligo di non contrariarlo, ma adesso, credo, anche per paura.... È tanto irritabile e violento! Mi diceva che spesso gli saltano ghiribizzi oltremodo strani, come d'uscire di notte, con suo gran rischio, o di dormire a finestre spalancate benchè la sua camera dia sulla strada al pianterreno.

— Povera donna! — sospirò Emilia. — E che fa in simili casi?

— Ve lo posso dire perchè ne ho veduto un esempio quest'oggi. Quando sono arrivata lì, il vecchio era in procinto d'accendere un gran fuoco nella stufa nonostante il caldo che in città era intensissimo.