Il lampionaio

Part 1

Chapter 13,832 wordsPublic domain

_Cummins_

_Il Lampionaio_

_Firenze_ _Adriano Salani, Editore_ _Viale dei Mille._

_PROPRIETÀ LETTERARIA._ ** _RISERVATI TUTTI I DIRITTI_ Tip. Adriano Salani, 1920.

IL LAMPIONAIO

I.

Oh pensare ad un povero Bimbo che giorni infantili non ha, Che non ruzza e folleggia allegro, indomito, Che Dio pregare e lodare non sa!

LANDON.

In città era già quasi buio. Fuori, nell'aperta campagna, la luce doveva indugiare forse un'altra mezz'ora; ma nelle strette vie dove mi conduce la mia storia, l'ombra s'addensava.

Davanti all'uscio d'una casa bassa, nerastra, dall'aria malsana, una ragazzetta sedeva sullo scalino di legno della soglia, guardando lontano nella strada, con occhi intenti. L'uscio s'apriva accosto al marciapiede e la soglia era poco elevata, sicchè i suoi piedini scalzi posavano sul gelido ammattonato. In quella fredda sera di novembre, una lieve nevicata che faceva tutte candide, tutte nitide le piazze ampie ed allegre, circondate da case signorili, rendeva ancor più triste e più lurido l'aspetto delle stradette anguste, dei vicoli tetri, dove la bella neve, mescolandosi alla mota e alle immondizie sempre abbondanti nei luoghi in cui vive agglomerata la povera gente, aveva presto perduto la sua purezza.

Non uno fra i numerosi passanti diretti alle varie mète dei loro affari o dei loro piaceri, notava la ragazzetta lì seduta, perchè non c'era anima al mondo che si curasse di lei. Ell'era scarsamente vestita, e di cenci dei più miseri. Aveva i capelli lunghi ed assai folti, ma così scarmigliati che non le donavano punto. Invero pareva che nulla potesse donare a quel visetto di bimba esile e malaticcia, i cui lineamenti, affilato com'era, e d'un colorito scialbo, non offrivano la minima attrattiva a chi per caso l'osservasse.

Belli erano certo i suoi occhioni neri; ma a contrasto con una faccia tanto minuta e sparuta sembravano smisuratamente grandi, e ne facevano risaltare la singolarità senza conferirle bellezza. Se qualcuno le avesse voluto bene (non gliene voleva nessuno), se avesse avuto la mamma (ahimè, non l'aveva), un'affettuosa parzialità avrebbe forse trovato in lei qualche cosa da lodare. Così invece la povera piccina si sentiva ripetere dieci volte il giorno ch'ella era la più brutta creatura dell'universo; e, purtroppo, era la più maltrattata. Nessuno l'amava ed ella non amava nessuno, nessuno le diceva mai una buona parola, nessuno si dava pensiero di farla contenta e nemmeno di sapere se non fosse infelice. Toccava appena gli otto anni ed era sola sulla terra.

Non aveva che un divertimento, uno unico: le piaceva spiare l'arrivo del vecchio che accendeva il lampione davanti alla casa, veder la fiaccola lucente apparire in fondo alla strada, oscillando al vento, e poi l'uomo salire di corsa su per la sua scala portatile e con gesto rapido e sicuro far sgorgare dall'oscurità la vivida fiamma che diffondeva tutt'intorno la gaiezza del suo chiarore. Un barlume di gioia scendeva allora nel piccolo cuore desolato che ignorava la giocondità. Il vecchio lampionaio non le parlava, non mostrava neanche d'accorgersi della sua presenza, eppure spiando la sua venuta ella provava quasi il sentimento con cui avrebbe atteso un amico.

— Gertrude, — gridò dall'interno una voce aspra — sei andata per il latte? —

La bambina non rispose. Lesta lesta, scivolò dallo scalino, sgattaiolò correndo rasente il muro, e, svoltato il canto della casa, si mise fuor di veduta.

La donna che l'aveva chiamata s'affacciò all'uscio.

— O dove sia quella figliolaccia? —

Passava un ragazzo che aveva visto la fuga di Gertrude, un ragazzo che sull'esempio dell'intero vicinato ostentava di considerare la piccina come una specie di folletto o spirito maligno. Rise forte, additò il canto dietro a cui ella si nascondeva, e, curioso di ciò che sarebbe seguito, continuò il suo cammino con la testa voltata sulla spalla, esclamando:

— Ora sì che ne busca!... Annetta Grant la concia per il dì delle feste! —

In meno che non si dica, Gertrude fu tratta dal suo nascondiglio, gratificata con un ceffone per la sua bruttezza e un altro per la sua impertinenza, poichè prodigava ad Annetta Grant sberleffi a tutta possa, e spedita in un viale vicino col bricco del latte. Ella correva a perdifiato, temendo che il lampionaio potesse venire e andarsene durante la sua assenza. Con grande allegrezza, al ritorno lo scòrse davanti alla casa, appunto nell'atto che saliva sulla sua scala. Si piantò appiè di questa, e rimase così assorta nella contemplazione della fiamma risplendente, che quando l'uomo cominciò a scendere non se n'avvide. Ne seguì che trovandosi ella in dirittura del suo slancio, egli, nel balzare a terra venne ad urtarla e la mandò ruzzoloni.

— Ohe, bimba! — esclamò, chinandosi a rialzarla. — Com'è successo? —

Gertrude si rizzò in un baleno. Era avvezza alle picchiate sode, e non si sgomentava per qualche ammaccatura. Ma il latte?... Ah, il latte s'era versato fino all'ultima gocciola!

— Uhm! Cotesto è un guaio! — riprese egli. — Che dirà la mamma? —

La guardò in viso per la prima volta, e s'interruppe.

— Affemmia, strano tipo, questa figliuola! Sembra una piccola strega!... —

Poi, vedendola mirare con apprensione il latte sparso e volgere uno sguardo ansioso verso la casa, soggiunse amorevolmente:

— Via, non vorrà mica infuriarsi contro uno scricciolo come te! Su, coraggio, mimmina! Se ti sgrida un po', abbi pazienza... Domani ti porterò qualche cosa che ti piacerà, credo.... M'hai l'aria d'esser tanto sola, poverina.... E se la tua vecchia strepita, dille pure che sono stato io.... Ma non t'ho mica fatto male, eh?... O che ci stavi a fare sotto la mia scala, tu?

— Vi guardavo accendere il lampione, — rispose Gertrude. — No, male non me ne sono fatta punto, ma vorrei non aver versato il latte.... —

In quella, Annetta Grant apparve sulla soglia, vide ciò ch'era accaduto, e principiò dal cacciare in casa la bambina, a spintoni, con accompagnamento di bòtte, minacce ed imprecazioni brutali e sacrileghe. Il lampionaio tentò di placarla, ma ella gli sbattè l'uscio in faccia. Gertrude, caricata di rimproveri e di busse, privata del tozzo di pane che soleva esser la sua cena, fu rinchiusa per la notte nella buia soffitta ove dormiva.

Povera creatura! Sua madre era morta in quella casa, cinque anni addietro, e da allora essa era quivi tollerata, non tanto perchè Ben Grant imbarcandosi aveva ordinato alla moglie di custodirla fino al suo ritorno (egli era partito da sì lungo tempo che nessuno l'aspettava più), quanto per certe ragioni particolari della stessa Annetta, la quale, sebbene la considerasse come un peso rimastole sulle braccia, non desiderava provocare inchieste cercando di collocarla altrove.

Gertrude aveva orrore e terrore delle tenebre. Quando si trovò sola, senza lume, chiusa sotto chiave in quel nero stambugio, stette un momento immobile e muta: poi, d'un tratto, cominciò a strillare, a pestare i piedi, a menar colpi furiosi contro l'uscio sforzandosi d'aprirlo.

— Vi odio, Annetta Grant! — urlava. — Vecchia Annetta, vi odio! —

Ma non venne nessuno. Dopo un poco la sua ira sbollì. Ella andò a buttarsi sul suo misero lettuccio, si coprì il viso con le scarne manine, e pianse e singhiozzò che pareva le si dovesse spezzare il cuore. Alfine, esausta, dopo alcuni singhiozzi ancora, sempre più sommessi e interrotti da profondi sospiri, a grado a grado si chetò. Rimosse le mani dal viso, e, torcendole convulsamente, alzò gli occhi alla finestrella, a lato del letto, solo adito che la luce avesse nella stanza: una finestrella con una vetrata di tre piccoli vetri disuguali, connessi rozzamente da un contorno di stucco. Non c'era la luna, però guardando in alto Gertrude vedeva, attraverso la vetrata, splendere incontro a lei un'_unica_ fulgidissima stella, che, ella pensava, vinceva in bellezza ogni cosa al mondo. Spesso ell'era stata fuori la sera sotto un cielo tutto stellato senza riceverne alcuna particolare impressione; ma quella stella solitaria, così grande e sfolgorante, e pur d'aspetto così mite, così soave, sembrava sorriderle, sembrava dirle: «Gertrude, Gertrude, _povera_ Gertrudina!» Non forse somigliava un volto benigno da lei veduto o sognato in un tempo lontano? D'improvviso le balenò un'idea.

— Chi l'accese?... Qualcuno di certo.... qualcuno che dev'essere molto buono, m'immagino.... O come avrà fatto per salire fin lassù? —

E Gertrude s'addormentò volgendo in mente questo problema: «Chi aveva acceso la stella?»

Povera animetta oscurata dall'ignoranza! Chi t'illuminerà? Tu sei una creatura di Dio, bambina! Cristo morì per te. Non manderà Egli qualcuno, uomo od angelo, a dissipare le tenebre che t'avvolgono, ad accendere in te la luce che mai non s'estingue, la luce che risplende in eterno?

II.

Chi lenirà i tuoi dolori o «scossa dalla tempesta»? Parole chi avrà di conforto, o «sconsolata» per te?

EMILIA TAYLOR.

La mattina seguente Gertrude non fu svegliata da un gaio cinguettìo di fratellini e sorelline, o dal bacio della mamma, come i bimbi felici, i bimbi che mani amorose aiutano a vestirsi e che sanno che una buona colazione li aspetta. Ma un suono di voci rudi, giungendole dal piano di sotto, l'avvertì che gli uomini d'Annetta Grant, cioè suo figlio e due o tre dozzinanti, si mettevano a tavola per il pasto mattutino, del quale ella non poteva sperare una qualche parte se non trovandosi presente quando essi avevano finito, per prendere quella porzione d'avanzi che alla padrona piacesse di gettarle o spingerle davanti. Scese furtivamente, e si tenne nascosta, finchè non sentì l'odore delle pipe ed i passi degli uomini nel corridoio. Tosto che tutti se ne furono andati, schiamazzando, ella entrò quatta quatta nella stanza, volgendo in giro uno sguardo pieno di paura e di sospetto. Annetta Grant l'accolse male:

— Ah, sei qui?... Faresti meglio a non mostrarla, quella brutta faccia agra.... Se hai fame, mangia un boccone, e poi levati di tra i piedi. Bada bene di non venir a gironzare intorno al fuoco e a seccarmi mentre lavoro, se non vuoi toccarne di nuovo, e peggio di iersera.... —

Gertrude non s'aspettava un'accoglienza migliore, sicchè non ebbe a soffrire un disinganno. Contenta di trovare il meschino cibo lasciato sulla tavola per lei, lo trangugiò avidamente, e senza provocar una seconda intimazione di tenersi al largo, prese il suo vecchio cappuccetto, s'avvolse in uno scialle sbrindellato, già di sua madre, il quale da anni era l'unico indumento che servisse a ripararla dal freddo, e quantunque l'aria frizzante del mattino le gelasse le manine e i piedini nudi, scappò di corsa per la strada.

Dietro la casa dove abitava Annetta Grant c'era un cantiere di legname e carbone, e di là da questo uno scalo, e l'acqua densa e melmosa d'un bacino. In quei paraggi la piccola Gertrude avrebbe potuto trovare numerosi compagni per fare il chiasso. Qualche volta infatti si mescolava ai branchi di monelli dei due sessi, cenciosi come lei, che si trastullavano nel cantiere; ma di rado, perchè fra i ragazzi del vicinato c'era una lega contro la disgraziata creatura. Poveri essi pure, e, la maggior parte, tenuti male, la sapevano però più negletta ancora, e assai più maltrattata che qualunque di loro. Spesso avevano veduto menarle bòtte spietate, spesso avevano udito chiamarla brutta e maligna, e dirle ch'ella non apparteneva a nessuno, che nessuna casa era la sua. Bambini com'erano, sentivano nondimeno il proprio vantaggio, e disprezzavano la reietta. Forse non sarebbe stato così se Gertrude si fosse messa fra loro francamente e avesse cercato di farseli amici. Ma sua madre nel breve tempo ch'era vissuta in casa d'Annetta Grant aveva avuto cura di tenerla lontana da quella marmaglia; e, morta lei, la bimba resa schiava, forse un po' dall'abitudine ma più dalla sua stessa natura, continuava ad astenersi dal partecipare ai rozzi loro spassi, benchè nulla glielo impedisse. Non aveva dunque dimestichezza co' suoi coetanei. Nè essi s'arrischiavano a dimostrarle la loro ostilità se non a parole, perchè non uno avrebbe osato affrontare da solo la piccola Gertrude che, animosa, impulsiva, violenta, si faceva temere quanto odiare. Una volta, tutta una banda di maschi e femmine s'era accordata per darle noia e soverchiarla; ma appunto nell'atto che una delle ragazzette lanciava nel bacino le scarpe tratte a forza dai piedi della vittima, era sopraggiunta Annetta Grant, la quale aveva picchiato di santa ragione la monella e posto in fuga i suoi compagni. Da quel giorno Gertrude andava scalza; però, caso unico, doveva alla megera un benefizio: la ragazzaglia la lasciava in pace.

Era freddo ma splendeva il sole, quando la bambina, cacciata, corse a cercare un ricovero nel cantiere. In un angolo che dalle case vicine rimaneva quasi fuori della visuale, s'inalzava un'enorme catasta di legname da costruzione. Le assi, di lunghezze diverse ed irregolarmente collocate, offrivano da una parte una serie di scalini grazie ai quali riusciva agevole arrampicarsi fino su in cima, dove alcune delle più lunghe sporgevano in guisa da formare una specie di nicchia ben riparata, che dal lato aperto dominava il bacino.

Quel recesso era per Gertrude il porto di sicurezza, l'asilo di pace, il solo luogo donde non venisse mai espulsa. Là, durante le giornate estive la povera creatura solitaria sedeva meditando sulle sue afflizioni, le sue malefatte, la sua bruttezza, e talvolta piangendo ore ed ore. Quando, di tanto in tanto, accadeva che per alcuni giorni consecutivi avesse avuto la fortuna di non irritare nessuno, di non attirarsi gravi castighi come l'essere picchiata o rinchiusa al buio, l'animo suo in quella tregua si rasserenava alquanto, ed ella si divertiva a guardare gli uomini d'una goletta ancorata lì presso, mentre lavoravano a bordo, o vogavano di qua e di là, in una barchetta. La calda luce del sole infondeva nelle vene un tale benessere, le voci dei marinari erano tanto allegre, che la piccola derelitta obliava per un poco i suoi dolori.

Ma l'estate se n'era ita; la goletta col suo equipaggio che serviva a Gertrude di così piacevole compagnia, se n'era ita anch'essa. Era venuta la cattiva stagione, e ultimamente il tempo burrascoso aveva costretto la bimba a rimanersene tappata in casa. Non le pareva dunque vero quella mattina di poter tornare al suo caro nascondiglio. Con viva gioia trovò che il sole c'era arrivato prima di lei e aveva asciugato le travi per modo ch'ella se le sentiva tutte calde sotto i piedini nudi, il sole che splendeva sempre fulgido e gaio anche nel cielo di novembre e le faceva dimenticare Annetta Grant, e il freddo sofferto, e il terrore del lungo inverno!

I suoi pensieri vagarono un po' senza mèta, poi si raccolsero sullo sguardo benevolo e sulla voce del vecchio lampionaio; infine le si affacciò, per la prima volta, alla mente la promessa da lui fatta di portarle qualche cosa quando sarebbe venuto la sera prossima. Se ne ricorderebbe? Ella non credeva.... Eppure, forse sì, perchè quell'uomo aveva l'aria d'esser tanto buono, e tanto s'era rammaricato della sua caduta....

Che mai le porterebbe allora? Qualche cosa da mangiare? Oh, fosse piuttosto un paio di scarpe! Ma no, egli non poteva aver pensato a questo.... Forse non s'era nemmeno accorto che ella non ne aveva....

Gertrude risolse d'andare in ogni caso per il latte prima dell'ora d'accendere il lampione, al fine d'esser di ritorno in tempo, senza che nulla dovesse impedirle di vederlo.

La giornata le sembrò lunghissima; ma, quando Dio volle, la notte venne, e con la notte, True, o meglio, Trueman Flint: così si chiamava il lampionaio.

Ella si trovava sul posto ad aspettarlo, badando però di non dar nell'occhio ad Annetta Grant.

True era in ritardo quella sera, e aveva gran fretta. Potè appena dire alla bambina poche parole, nel suo linguaggio semplice e rozzo, ma erano parole che venivano dall'intimo del cuore più generoso ed onesto che mai palpitasse nel petto d'un uomo. Le ripetè, posandole sul capo con atto benevolo la mano grande e tutta nera di fumo, che gli dispiaceva assai ch'ella si fosse fatta male, poi soggiunse:

— E per soprassalto ne buscasti, poverina.... Vergognaccia! Gran danno, un po' di latte versato! Era una disgrazia, mica un delitto.... —

Levò la mano dal capo di Gertrude, per isprofondarla in una delle vastissime sue tasche.

— Ma eccoti — proseguì — la creaturina che ti promisi ieri. Abbine cura e non tormentarlo.... Scommetto che se è come la sua mamma che ho io a casa, ti piacerà, e presto presto gli vorrai bene. Addio, mimma! —

E presa in ispalla la sua scala portatile, se n'andò lasciando nelle mani della ragazzina un gattino bianco e grigio.

Ella fu così sbalordita nel trovarsi tra le braccia quella cosa viva, tanto diversa da tutte le cose da lei immaginate, che per un minuto rimase irresoluta, non sapendo che avesse a farne.

C'erano molti gatti, d'ogni grandezza e d'ogni colore, là nel vicinato, sia appartenenti ad inquilini delle case, sia rifugiati nel cantiere: povere bestie spaurite le quali, come Gertrude, solevano andare attorno a passi furtivi o scappando, a gambe levate, e spesso si nascondevano tra il legname e il carbone, quasi si sentissero al pari di lei malsicuri del diritto di stare in un qualche luogo. Ed ella aveva anche provato più volte una certa simpatia per loro, ma non le era mai venuta la voglia di pigliarne uno, portarselo a casa e addomesticarlo, perchè essendo il nutrimento e il ricovero tanto avaramente concessi a lei stessa, ben sapeva di non poterli ottenere per un suo beniamino a quattro zampe.

La sua prima idea fu pertanto di deporre il gattino a terra, e lasciarlo andare. Ma la bestiola si raccomandò in maniera tale, che ella non fu capace di resistere. Dalle braccia le salì fino al collo, vi si aggrappò, e spaventato com'era dall'imprigionamento e dal lungo viaggio nella tasca del lampionaio, prese a miagolare con una voce sommessa e flebile che sembrava implorare la compassione. L'eloquenza di quella vocina vinse la paura della collera d'Annetta Grant. E Gertrude; stringendosi al seno il micio, risolse, nel suo cuore di bimba, d'amarlo, di nutrirlo, e di tenerlo ben lontano dagli occhi della vecchia.

A qual punto giungesse in breve il suo amore per quell'animaletto le parole non potrebbero dire. La sua natura fiera, indomita, impetuosa, non aveva fino allora avuto occasione di manifestarsi che in accessi di risentimento appassionato, di torva ostinazione, d'odio perfino. Ma v'erano in quella piccola anima sorgenti di caldi affetti ancor chiuse, una profondità di tenerezza mai evocata, un ardore di devozione al quale non mancava che un oggetto su cui espandersi.

Ella prodigò quindi alla creaturina che dipendeva da lei per il suo sostentamento tutta la dovizia d'amore accumulata nel suo povero coricino desolato. E tanto più l'amava quanto più era obbligata a darsene pensiero, quanto più grandi, erano i disturbi e le ansie che le cagionava. Teneva la bestiola quasi sempre fuori, fra il legname del cantiere, nel suo rifugio favorito. Trovò un vecchio cappello nel quale mise il proprio cappuccetto, e fece così una cuccettina per il micio. Gli portava una parte, degli scarsi suoi pasti, osava per lui ciò che non avrebbe osato per sè medesima, procacciandogli la cena col sottrarre tutti i giorni dal bricco un po' del latte che Annetta Grant la mandava a prendere, ed esponendosi al rischio d'essere scoperta e punita: solo rischio, solo danno, di cui il furto e la frode potessero destare il timore nell'animo della misera bambina ignorante, perchè nessuno s'occupava di sviluppare le sue idee del bene e del male in senso astratto. Ella si divertiva ore intere a trastullarsi col suo gattino fra le cataste di legname, a parlargli, a dirgli quanto le fosse caro. Ma nelle giornate più rigide, non avendo modo di ripararsi dal freddo all'aperto, ed essendo assai pericoloso portare il suo protetto in casa, si trovava in un serio impiccio. Nondimeno, coraggiosamente nascondeva il micino in seno, e correva a rifugiarsi con lui nella soffittuccia ch'era la sua camera. Là, badando di tener l'uscio chiuso, riesciva a far sì che la presenza del suo compagno sfuggisse agli occhi ed agli orecchi della terribile Annetta. Due o tre volte invero, per sua momentanea distrazione, accadde che la vispa bestiola scappasse al piano di sotto, nel corridoio e nella cucina, anzi una volta la donna lo vide e lo cacciò con la granata; ma in quel popoloso quartiere dove i gatti vagabondi erano tutt'altro che rari, il caso non poteva parere così straordinario da provocare un'inchiesta.

Sembrerà strano che Gertrude fosse libera di star fuori a baloccarsi dalla mattina alla sera. I fanciulli delle classi povere sogliono imparare per tempo a rendersi utili. Sono numerose le creature di tenera età che, per le strade, davanti alle porte e nelle corti delle case, vediamo andar curve sotto il peso d'una voluminosa fascina, o d'un paniere di trucioli, o, più spesso, d'un grosso marmocchio al quale si deve badare e prestare ogni sorta di cure. E noi compiangiamo un'infanzia soggetta a cotali fatiche, e giudichiamo troppo dura la sua sorte. Eppure non è quella, alla perfine, la maggiore delle disgrazie: stava per tutti i conti assai peggio la piccola Gertrude, che non era costretta a far nulla, e ignorava la sodisfazione d'_aiutare_ qualcuno. Annetta Grant non aveva marmocchi, e stimava poco i servigi dei ragazzi. Donna attivissima, non sentiva punto il bisogno d'impiegare l'orfanella in qualche faccenda domestica; al contrario, desiderava di levarsela d'attorno. Sicchè, tolta la corsa quotidiana per il latte, Gertrude era sempre in ozio: causa feconda d'infelicità e di scontento, se anche non avesse avuto a soffrire per alcun'altra.

Annetta, una scozzese non più giovane, aveva sortito da natura un cattivo temperamento, che, con gli anni, era divenuto pessimo. Conosceva la vita dal suo lato più rude, era gran lavoratora, e godeva la reputazione di femmina sveglia, ardita, e dominatrice. Ell'aveva reso al marito così disamena la casa coniugale, che egli, lasciando il suo mestiere di falegname, era andato piuttosto per mare. Faceva la lavandaia e teneva alcuni dozzinanti. I suoi proventi sarebbero bastati a sbarcare comodamente il lunario, se non fosse stata la sregolatezza del suo figliuolo, giovinastro turbolento, guastato da lei stessa nella prima età con le intemperanze e le ineguaglianze del suo carattere. Era un valente operaio quando aveva voglia di lavorare, ma scialacquava tutti i propri guadagni e buona parte di quelli della madre. Per certe sue ragioni particolari ella seguitava a tenersi seco la bambina: non erano però tanto gravi che non pensasse talvolta a liberarsi da quel peso.

III.

Misericordia e amor sul tuo cammino T'hanno incontrata, o misera reietta.

WORDSWORTH.

Gertrude aveva il suo gattino da circa un mese, quando in conseguenza del rimanere esposta alle intemperie si buscò una fortissima infreddatura. Allora Annetta, per tema delle noie che una seria malattia della bambina avrebbe cagionato a lei, le ingiunse di non uscire all'aperto, e perfino di starsene nella stanza riscaldata dov'essa lavorava.

Certo, con quella tosse terribile, sarebbe stato buono sedere tutto il giorno accanto alla stufa, e tenersi calduccina, se non l'avesse tormentata il pensiero del micio, che innanzi ch'ella fosse in grado di ritornare nel cantiere a custodirlo poteva sperdersi, o perire d'inedia, o, pericolo non meno grave, dare una corsa nella casa in cerca della sua padrona.

Passò la giornata, senza che la bestiola si facesse vedere. Ma verso sera, proprio nel momento che gli uomini venivano a cena, capitò tra i piedi d'uno di essi, là, sulla soglia della stanza dove Gertrude si trovava con la vecchia Grant ed era preparato il grossolano loro pasto.