Il Lago di Como e il Pian d'Erba: Escursioni autunnali

canto XXXI dell’_Inferno_.

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Segna essa la dimora de’ Parravicini, che, sbandeggiati dai Rusconi di Como, qui venuti, diedero origine al villaggio.

Di Casiglio non vale far cenno, che per dire essere nella sua chiesa il sepolcro di Beltramino Parravicino, il qual fu vescovo di Como e poi di Bologna.

Fuor della strada, è Carcano, che fu già castello forte e sostenne più assedî, e diè origine alla patrizia famiglia de’ Carcano. In queste campagne fra Carcano, Orsenigo e Tassera, nel nove agosto 1160 fu combattuta una fiera battaglia fra gli aderenti di Federico Barbarossa e quelli de’ Milanesi, e che altri chiamano di Tassera, altri di Carcano, altri di Orsenigo; ma non importa il nome, mentre giovi invece conoscere come ne fosse felicissimo risultamento la sconfitta del Barbarossa e il pieno trionfo de’ Milanesi, determinato dall’improvviso intervento di quei di Orsenigo ed Erba, ai quali fu in guiderdone concesso di poi il diritto di cittadinanza. In mezzo a questi campi, l’arcivescovo Uberto da Pirovano, cantato aveva allora sul carroccio milanese la messa e tenuta una sacra arringa a’ soldati onde eccitarli alla pugna contro l’invasore straniero. Nel primo scontro, che fu terribile, quel sacro carro caduto nelle mani nemiche, veniva distrutto nel luogo detto il Carudo; ma poi, per l’insperato soccorso, ristorate d’un tratto le sorti della battaglia, i Milanesi s’erano presa la rivincita gloriosa.

L’oste nemica si era spinta fino al lago d’Alserio, breve bacino di un miglio e un quarto di lunghezza e di mezzo di larghezza, sulla cui sponda è Alserio piccol paese che gli dà il nome. Era nel pantano delle Lische Amare che vuolsi s’impigliasse il corsiero del Barbarossa, onde il tempo perduto a districarsene gli avesse a riuscire fatale. — Castellazzo, paesello, su d’una facile eminenza, fu così detto da un forte che i Milanesi vi costrussero nel luglio del 1162 per contrapporre a quello di Carcano, ove si erano rifugiati, pronti a rinnovare le offese, i fautori dell’Enobarbo.

Al piede di questa bella eminenza evvi un casale ed un’osteria, detta la _Ca’ de’ ladri_: è facile indovinare come la brutta denominazione le venisse dall’essere il luogo isolato e proprio, massime in addietro, a ricoverarvi siffatta genìa.

Tutti questi paesi or sono animati da ville ed opificî, e nella parte più elevata di questo punto, vicino al lago, evvi la _Retusa_, fonte limpida, salubre e perenne, usufruttata a muovere macine, e ad animare stabilimenti di serica industria.

Affrettiamoci invece a visitare la villa Adelaide, che sorge a Tassera e presso alla riva del lago d’Alserio.

Dapprima l’ebbe la famiglia Imbonati, della quale fu ultimo rampollo quel marchese Carlo, alla cui memoria consacrò Manzoni splendidissimi versi sciolti, che ora ha il torto di respingere dalle edizioni fatte sotto gli auspicî suoi; poi l’ereditò il barone Patroni, che, fattala dall’architetto Clerichetti di Milano ultimare, riducendola a stile nordico, forse scozzese, diventò fra le più splendide che si conoscano anche per ricchezza degli interni adornamenti. I giardini sono egregiamente ordinati; getti d’acque perenni la ravvivano, comunque non sia tutto ciò giunto, per sentimento degli schifiltosi, a togliere quell’aria poco allegra che quel seno del lago vi dà. Morto il Patroni e legata ai Calvi la villa, questi la tennero per poco, vendendola a un commerciante genovese che volle lucrare togliendovi molti alberi; ma essa fortunatamente, fin allora chiamata Patroni, dal suo più generoso proprietario, venne di recente alle mani del cav. Domenico Basevi, che, profondendovi egregie somme, non solo la restituì al primitivo splendore, ma ne lo aumentò d’assai.

Figuri quindi il lettore se non avessi allora ragione di dedicarle una speciale escursione.

Oggi essa ha nuovo battesimo, e dal nome della sposa dell’attuale proprietario, si intitola _Villa Adelaide_.

ESCURSIONE TRENTESIMOTTAVA.

MONGUZZO.

Pontenuovo. — Merone, Mojana, Rogeno, Casletto e Garbagnate Rota. — Nobero. — Le sue pesche. — Il Cavolto. — Le fornaci. — Monguzzo. — Il suo castello e la sua storia. — I marchesi Rosales. — Villeggiatura Mondolfo.

Tanto da questa parte ove ci troviamo, quanto dall’altra parte del lago d’Alserio, per la via che dalla Vallassina si va ad Inverigo, si può ascendere sulla vetta del colle su cui signoreggia Monguzzo: noi attendendo di continuare per la via di Parravicino nella ventura escursione, scegliamo adesso la seconda.

Esciti da Vill’Incino, che già vedemmo, ci troviamo, dopo avere attraversato una strada che si chiude fra i campi, alla via provinciale della Malpensata, e, volgendo a ritroso di essa, cioè a destra, in poco tratto di cammino ci troviamo a Pontenuovo, da dove una via riesce a Merone, quindi a Moiana, Rogeno, Casletto e Garbagnate Rota, paesi tutti rallegrati da signorili villeggiature, che di poco discosti da Bosisio chiudono da una parte, all’intorno al lago di Pusiano, quel territorio che abbiam percorso del Pian d’Erba. Proseguendo poi per quella onde siam venuti, ci vediamo a Nobero, o Nobile, come altri chiama questo quadrato di caseggiati aperto da un lato, che, tinto per la più parte in roseo, ti accenna com’esso appartenga ad un solo proprietario, al signor dottor Domenico Porro, che personalmente attendendo alla sapiente direzione dei suoi fondi, ne ottiene i più fecondi risultamenti. Particolarità di questo villaggio sono le più eccellenti pesche, sulle quali conta il colono fra i prodotti a sè dovuti: diritto cotesto limitato a questi terrieri, onde moltiplicate se ne veggano le piante.

Prima però d’entrare in Nobero, non sarà inopportuno dare uno sguardo al _Cavolto_, specie di serbatoio del Lambro, da cui si deduce l’acqua che va ad irrigare il real parco di Monza, dopo avere percorso una quindicina di miglia.

Alle fornaci presso Nobile si fanno mattoni marmorati, valendosi di un’argilla che si cava dal pendío orientale d’un poggio, che ha un color plumbeo, e mescendola con altra ordinaria gialla.

Per una strada praticata nel colle, si monta a Monguzzo.

Il paese è in felicissima postura, perchè a mattino vede il Pian d’Erba, a mezzogiorno domina il bacino dell’Éupili, a ponente la Brianza, e a sera la villa del Soldo, Fabbrica e infiniti altri paeselli, tutto recinto poi l’orizzonte da una corona azzurra di montagne, colle onde del lago d’Alserio che gli baciano le pendici del colle su cui posa.

In antico fu paese nella podestà dell’arciprete di Monza, che vi esercitava giurisdizione feudale, come su molte altre terre; quindi parve luogo a fortilizî, e vi fu fabbricato un acconcio castello, e Francesco II Sforza lo concedeva in feudo ad Alessando Bentivoglio, spodestato signore di Bologna e governatore del Milanese, della cui famiglia è la cappella che in Milano si vede nella chiesa di San Maurizio del Monastero Maggiore sul corso di porta Magenta.

Ma quel famigerato prepotente del Gian Giacomo De’ Medici, detto il Medeghino, del quale già narrai in una passata escursione le ribalde gesta, lo lasciò per poco godere degli ozî di Monguzzo; perocchè, parendogliene la rôcca assai propria a’ suoi disegni, un dì, nel 1533, assalitola alla sprovvista, ne cacciò quelli che la presidiavano pel Bentivoglio, e se ne installò padrone, spargendo d’ogni intorno per le terre della Brianza, e massime per la Valsorda, il terrore. E taglieggiava da qui non i massai soltanto, ma anche i signori, che cercava di imprigionare e non rilasciare che contro enormi riscatti e teneva in allarme la fortezza di Brivio e massime di Trezzo di più grande importanza.

Il Missaglia, amico di questo fiero capitano di ventura e storico di sue gesta, lo scagiona dall’aver tolto al Bentivoglio il castello, narrando come all’occupazione di esso fosse stato dallo Sforza medesimo ordinato, e fornendone le ragioni. “Possedeva, scrive egli, in quel tempo il castello di Monguzzo come suo proprio Alessandro Bentivoglio, figliuolo di Giovanni, già signore di Bologna, parente del duca e di molta autorità appresso lui, uomo di gran sincerità, ma poco inclinato all’armi. Il castellano, visto con che poca cura e guardia era tenuto quel luogo dal Bentivoglio, per sue lettere e col mezzo d’amici suoi, fece intendere al duca con quanta facilità e con quanto suo danno quel luogo, mal guardato, poteva capitare in mano degli imperiali (gli Spagnuoli di Carlo V comandati da Antonio De Leyva), offrendosi quando fosse rimesso alla sua custodia non solo di ben guardarlo, ma eziandio con la comodità di quello, danneggiare molto i nemici, ed assicurare quella parte del ducato dalle invasioni degli Spagnuoli; il che sarebbe stato come un freno a Lecco, tenuto da essi. Il duca, che, reso il castello di Milano, si trovava in Lodi, tolto dalle mani degli imperiali e dato alla lega da Lodovico Vistarino, benchè dopo la prigionia del Morone gli mostrasse poca inclinazione e poco fidasse di lui, pur conoscendo vere le sue ragioni e dubitando di peggio, e anco come quel ch’era posto in gran necessità di denari, sentiva volentieri che quel castello si avesse a guardare senza suo costo. Scrisse al Bentivoglio che rimettesse il castello alla guardia del Medici, e le lettere furono inviate a lui stesso, perchè le presentasse al Bentivoglio. Il Medici accortissimo, conoscendo quanto fosse per spiacere questo al Bentivoglio, e quanto egli potesse appresso il duca, dubitò, e ragionevolmente, che se gli mandava le lettere fosse per riuscire vano il suo disegno; onde con l’aiuto di molti principali del paese suoi amici fatta una buona raccolta di gente, accostastosi una notte a Monguzzo, e scalatolo, si appresentò alla rocchetta ove era il Bentivoglio con la sua famiglia e con le lettere ducali, e con la forza strinselo ad uscire dal castello[41].„

Quando il De Leyva ebbe contezza della caduta di Monguzzo nelle mani del Medeghino, così se ne dolse, perchè da lui si attendesse maggior travaglio che non dal Bentivoglio, vi spacciò il conte Lodovico Belgioioso con buon nerbo di forze onde ritorglielo; ma questi, dopo varî assalti e perdita d’un centinaio d’uomini, disperando venire a capo del suo proposito, si levò di là.

Certo Martino da Mondonico, animoso, ma avido di ricchezza, aveva saputo entrar nelle grazie del Medici ed ottenuto aveva da lui il commissariato di alcune tasse e contribuzioni che con durezza esigeva. Parve al De Leyva di poter guadagnar coll’oro il Mondonico, onde agevolarsi il conquisto di Monguzzo che gli intercettava la strada da Lecco a Milano, ed infatti se l’ebbe facilmente a’ suoi interessi. Ma l’ingordo traditore volle dapprima di compiere il tradimento arricchirsi, ed abusando del nome del Medici, si impadroniva un bel dì del castel di Perego. Poichè vi fu penetrato, buttata la maschera, vi prosciolse i prigionieri e si chiarì al servizio del De Leyva. Il Medici mandò subito il capitano Pellicione a riprendere il castello, e l’ebbe coi traditori, i quali condotti a Monguzzo vi vennero appiccati per la gola, e il Mondonico, posto prima a’ tormenti, fu poi vivo, siccome si meritava, inruotato.

Poneva allora il Medeghino in suo luogo castellano di Monguzzo il fratello Battista; ma poi, quando gli parve trasferirlo a comandare la più importante fortezza di Lecco della quale s’era insignorito, vi sostituì il suddetto capitano Pellicione.

Non mi so che il castello di Monguzzo fosse teatro a ulteriori fatti di guerra; perocchè buttata, a questo cerbero dalle tre gole, intendo dire del Medeghino, l’offa da Carlo V, col crearlo marchese di Marignano e coll’inviarlo altrove a portar guerra, spulezzò il Medeghino pur da questi luoghi.

Più tardi il castello apparve tramutato in amenissima villeggiatura, mercè le cure dei marchesi Rosales alle cui mani pervenne; ma l’ultimo di essi, che molto di sua fortuna adoperò a pro dell’italiana indipendenza, nel 1853 la vendette al conte e banchiere Sebastiano Mondolfo, delle cui sapienti liberalità m’avvenne già di intrattenere, quando m’ebbi ad occupare dell’altra sua villa in Borgo Vico a Como.

E liberalità sapienti operò anche qui in questa sua villeggiatura di Monguzzo, perocchè aprisse a sue spese una scuola, e nel cascinale che fe’ erigere introducesse molte comodità, per le quali mostrò come pur i poveri coloni chiamar si debbano, per migliorarli, a partecipare alle inevitabili esigenze del vivere sociale moderno.

È una consolazione quando si vede alcuno de’ privilegiati dalla fortuna, in mezzo agli agî, rammentarsi che v’ha chi soffre e penuria e gli stende misericorde la mano. Sebastiano Mondolfo ha provato in tante occasioni d’essere uno di costoro.

ESCURSIONE TRENTESIMANONA.

IL SOLDO.

Il casolare del Monastero di Sant’Ambrogio di Cantù. — Il Soldo degli Appiani. — Villa Turati. — La casa, il giardino e il parco. — Gli acquedotti. — Casino rustico. — Orsenigo. — Casa Carcano. — Anzano. — Villa del marchese Carcano. — Piccolo albergo. — Alzate. — Vecchio castello. — Palazzo Clerici. — Fabbrica. — Brenna e don Antonio Daverio.

A stretto rigore, il colle di Monguzzo, a parer mio, chiuder dovrebbe il bacino del vecchio Éupili, o, come suolsi oggi dire, del Pian d’Erba; ma siccome è assai indeterminato anche nella mente di que’ del paese il confine di questa ridentissima porzione di territorio che designasi sotto la denominazione di Pian d’Erba, io credo non uscir da’ limiti che s’è prefisso il mio libro spingendo questa volta la nostra escursione da questa parte insino alla stupenda villeggiatura del Soldo.

E d’altronde fosse anche fuori affatto della cerchia de’ paesi che dall’universale si assegna approssimativamente al Pian d’Erba, siccome al Soldo ci va ognuno che venga al Pian d’Erba; così anch’io non posso a meno che condurvi il mio lettore.

Vi arriveremo dalla via di Parravicino, alla quale facciamo ritorno, oltre la _Ca’ de’ ladri_, che abbiamo veduta.

Lo si scorge presto, perchè esso s’alza tronfio sulla cima della più lieta eminenza e di là sembra accivettare quanti necessariamente percorrendo la via che mena alla Valsorda, vi rivolgono lo sguardo. Altri poggi vi stanno presso, tutti diligentemente coltivati, e di pertinenza del medesimo signore, del conte Turati, salito per operosi commerci in filati di cotone a sterminata ricchezza e al patriziato italiano.

Allorquando si è sotto la collina del Soldo, vi pare di avere davanti una scena teatrale: mulino a vento, chioschi e padiglioni, _chalets_ e _cottages_, introduzioni leggiadre di cose forestiere, viali, telegrafo, una ben ordinata e splendida vegetazione, il tutto incoronato dal palazzo che sta in cima. La prima impressione ci avverte subito che la villa gode di meritata fama.

Molti rammentano ancora come quivi non fossero prima che una meschina sodaglia, borri profondi e frane, rovi ed arbusti inutili: non vi aveva infatti alla sommità del colle che un casolare di ragione del monastero di Sant’Ambrogio di Cantù. Chi mai avrebbe detto allora che si sarebbe tramutato tanto squallore nella più gioconda plaga? Questa metamorfosi prodigiosa, iniziata da don Giacomo Appiani d’Aragona, che ridusse quell’aspro colle a villa su disegno dell’egregio architetto Moraglia, del senno del quale già ammirammo in queste nostre escursioni non poche opere, fu perfezionata dal conte Turati.

E veramente scrissero i signori Zoncada e Garovaglio nella loro opera _I giardini dell’alto Milanese e del Comasco_, levando a cielo il Soldo[42]. Sarebbe difficile, sentenziaron essi, trovare altrove più stupenda varietà di scene, più ampie vedute, più diverse, e nel tempo stesso, e qui è il merito dell’uomo, una struttura, un disegno meglio ideati, più acconci alla qualità del sito, più rispondenti agli ultimi progressi dell’arte de’ giardini, una coltivazione più ricca, più lussureggiante, e per certe parti più degna che si pigli ad esempio. Sono pregi e bellezze che a comprenderle non arriva che la vista; per la parola è molto ancora se le riesca di lasciarle indovinare. Que’ viali, que’ passeggi, che larghi, agevoli, spazzati, girano il poggio serpeggiando con sì dolce movenza e dominando sempre l’immenso orizzonte; quelle costiere che verdi, fiorite, sparse d’ogni maniera di piante, si prolungano di qua, di là sì pittoresche fin giù nella valle; que’ prati, que’ piani ameni dove l’occhio si riposa sì tranquillo e beato; quel contrasto tra il semplice e il grandioso, il ridente e l’austero, tra l’arte e la natura, per cui passi dalla rigida vegetazione delle Alpi alla sfoggiata delle zone più favorite dal sole; che li vedi affratellarsi, dal vivace padiglione Chinese al chiosco orientale e al positivo casolare dello svizzero o dell’olandese, dal ponte di legno che ricorda la primitiva età de’ pastori alle fontane marmoree, alle statue, opera di famosi scalpelli e documenti della più alta civiltà; bisogna vederli chi voglia farsene il giusto concetto: noi non possiamo che rammentare così a sbalzi, come la memoria ci soccorre, di tante meraviglie quelle pochissime delle quali ci è rimasta una impressione più profonda, e che per la qualità delle cose torna meno difficile a comunicarsi altrui.

Così, per esempio, potrà di leggieri, pare a noi, anche chi mai non la vide, imaginare quale debba essere il magico effetto di quella serie di stufe tutte eleganti, tutte magnifiche, che giù giù pel dosso della collina discendono a gradinata, quasi emiciclo di vasto anfiteatro. Vi aggiunga colla fantasia i grandi balaustrati che la riparano per davanti con vasi di classica forma, con piante di rara bellezza; vi aggiunga grandi e piccole fontane in marmo ai diversi ripiani, belle tutte, bellissima qualcuna, quella vogliamo dire che raffigura le tre Grazie, opera di egregio scalpello, che ritrae quanto di più puro seppe mai creare il cinquecento; vi aggiunga appiè di quel dosso a disuguali distanze le spelonche, le grotte di vario genere, alte, spaziose, tortuose, foggiate a galleria, a labirinto, fornite a dovizie d’ogni comodità, con polle, zampilli, giuochi d’acqua d’ogni sorta, con istipi a tarsia, busti, are, idoletti, medaglioni, con seggiole, scannelli, divani, lettucci, tavoli e tavolini d’ottimo gusto; e tutto questo sotto il più bel cielo che occhio d’uomo possa vedere, e dovrà farsi certamente un concetto grande di questo luogo incantato. E sempre maggiore si farà chi consideri le difficoltà senza numero che bisognò superare per tramutarlo, di selvaggio che era, nella forma e stato presente. Una sola vogliamo qui accennare che valga per molte, tanto è grave; vedete quella copia d’acqua volta dall’un capo all’altro de’ giardini a sì diversi usi in forma qui di fontana, là di ruscello o di torrente, più giù di lago solcato da gai navicelli? Sul luogo in origine non se ne avea pur stilla; tutta, tutta quanta si derivò da lontani monti, e per magnifici acquedotti si condusse per mezzo a queste terre riarse dal sole con ingente dispendio.

Essa infatti si condusse con ingente spesa fin dai monti d’Albese, facendola viaggiare per 9000 metri di tubi di ghisa.

Lascio agli intelligenti di botanica il tener conto delle ricchezze d’alberi e fiori d’ogni clima e paese che qui son disseminati, e di estasiarsi davanti alle loro peregrine specie; io m’accontento di ammirare i leggiadri colori, di aspirare i soavissimi profumi: accetto i soli risultamenti e sarà meglio anche pel lettore, che certo non cercherà al mio libro un trattato di quella scienza.

Piuttosto non lascerò di accennare che il palazzo, se non è forse corrispondente in vastità al giardino e parco, ha tuttavia da ospitare una cinquantina di persone. Il casino rustico che gli sta accanto è forse migliore nella sua semplicità; presso al casino svizzero vi è poi uno steccato che racchiude alcuni dei più rari animali indigeni e forestieri, fra cui primeggiano bellissimi merinos.

Ah veramente aveva dunque ragione il nostro povero Raiberti, quando diceva di questa villa essere un _Sold che var un milion_!

Fra le terre circostanti ho già nella precedente escursione nominato Orsenigo, quella terra che con Erba trasse in aiuto dell’armi milanesi contro quelle del Barbarossa: quivi adesso ricorderò la bella casa Carcano, architettata dal bravo Moraglia.

Tirando dritto sulla via per la quale siamo venuti, tocchiamo Anzano, bello per la sua elevata postura e per la villa e grandioso parco del marchese Carcano; a man destra poi di questo paese, v’è la via che conduce ad Alzate al principiar della quale or si eresse un piccolo albergo. In Alzate poi, oltre qualche ricca casa, meritano osservazione un vecchio castello che si volle reliquia di romana potenza ed il palazzo Clerici.

Ma, come che l’escursione nostra fosse bastevolmente lunga per le tante cose ammirate al _Soldo_, chiudiamola a Fabbrica, dove sulla eminenza sorge la villa dei conti Durini, che fruisce di bellissima vista e dalla, quale, vedendo a destra sul ciglio della collina che per l’opposto versante sogguarda al lago di Montorfano il paese di Brenna, ivi sapendo come vi sia stato dimenticato parroco quel fior di dottrina, di patriottismo e di bontà che è Antonio Daverio, mio maestro di latine ed italiane lettere, mi felicito della diversa e libera carriera da me poscia nella adolescenza abbracciata.

ESCURSIONE QUARANTESIMA.

INVERIGO.

Lurago. — Villa Sormani-Andreani. — Lambrugo. — Ville Galli e Venini. — Inverigo. — L’arcivescovo Ariberto. — Bacco di Brianza. — L’albergo. — La Rotonda. — Il castello e la villa Crivelli. — Il Gigante. — L’Orrido. — S. Maria della Noce. — Cremnago. — Villa Perego. — Il Cimitero.

Se ci siamo alquanto spinti al di fuori del Pian d’Erba dalla parte di Parravicino per vedere il Soldo de’ Turati, perchè non ci spingeremo ora oltre Nobero per ammirare la famosa Rotonda d’Inverigo e l’Orrido dello stesso paese, che chiamano da ogni dove dalla Brianza brigate di villeggianti e di curiosi; e la villa Perego di Cremnago?

Centro Inverigo di tutta la Brianza, sarà per noi il limite ultimo delle escursioni che ci siam proposti di fare durante gli ozî autunnali.

Da Nobero, che abbiam già visitato, per una bella strada si arriva a Lurago. Quivi è la villa del conte Sormani-Andreani, con bel giardino a pineti. Dapprima spettava alla patrizia famiglia Crivelli, che vi risiedeva ed era feudataria d’Inverigo. Posta nella parte alta del paese, la villa vi pompeggia e chiama lo sguardo di ognuno che passi.

Poco fuori di Lurago, la via intristisce e si fa fangosa e trascurata fin oltre Inverigo e puossi dire fino ad Arosio, onde infiniti e generali i reclami dai moltissimi obbligati a percorrere questo stradale importante. E se ne riscossero finalmente i comuni limitrofi e l’autorità, e una nuova strada e più diretta fu ordinata ed appaltata, e comunque le opere ne procedano lentamente, fra breve sarà tuttavia un fatto compiuto. A sinistra di Lurago, prima d’arrivare ad Inverigo e sul ciglio della valle del Lambro, è Lambrugo, ov’era prima un chiostro di monache, tramutato poi in villa dalla famiglia Galli. Vi villeggia anche la famiglia Venini.

Eccoci ad Inverigo. I soliti antiquarî vorrebbero originato il nome dalle due parole latine in aprico, come a dire un luogo situato all’aperto ed al sole; ma altri invece pretendono sia nome celtico: non ci frapponiamo noi a dir la nostra opinione, meglio sembrandoci d’accettarlo qual è. Piuttosto non sarà privo d’interesse il sapere come qui nel 1023 l’arcivescovo di Milano, Ariberto d’Intimiano, celebre nelle nostre storie per la parte presa nelle accanite contese surte pel celibato de’ preti, possedesse beni, ch’egli poi assegnò al rinomato monastero di San Dionigi da lui fondato in Milano.

I colti gaudenti rammentano con maggior piacere che il vino d’Inverigo godeva fino in antico una tal quale riputazione fra i migliori, e appoggiano l’erudizione loro coll’autorità d’un poeta di nome Bertucci, che, arieggiando il Ditirambo del Redi, che ognun comosce, del _Bacco in Toscana_, scrisse alla sua volta un _Bacco di Brianza_, nel quale si leggono i seguenti versi, che pone in bocca allo stesso Nume:

Il terzo infine colma d’Inyerigo Valentissimo vin, la cui mercede Al par di Siracusa Vanta Milano ancora il suo Archimede[43].

Ma per associazione di idee, dal buon vino ricorre il pensiero all’albergo d’Inverigo. Quest’albergo, se non presenta i conforti tutti dell’eleganza e dell’esigenza forastiera, è nondimeno il migliore di tutta questa parte della Brianza, onde l’autunno vegga più famiglie di conto prendervi stanza ed esservi arcicontente. Sostiamoci quindi, amico lettore, e dopo esserci rifocillati, potremo pigliare le mosse per ascendere alla Rotonda.

S’innalza essa sulla parte più elevata della collina, sotto cui si distende bellissima una valle, come tale pur ricordata nelle sue opere da Sant’Agostino, disseminata di paesi; la sua facciata, che giustamente fu detto rassomigliare a’ propilei d’Atene, è però rivolta a tramontana.

La fabbricò il marchese e architetto Luigi Cagnola di Milano nell’anno 1813, — quegli cui è dovuta l’architettura dell’Arco del Sempione di Milano, — e vi spiegò tutta la grandiosità e il gusto classici, profondendovi egregie somme, a smentita di que’ cialtroni ch’erano venuti accusandolo d’architettar sempre grandiosamente quando si fosse trattato di non ispendere danari proprî.

Il fabbricato ha nel mezzo un’ampia sala circolare, che s’alza gigante con cupola che costituisce la Rotonda; quindi tutto l’edifizio è esteriormente riquadrato, poste essendosi agli angoli le camere della restante abitazione. Il concetto d’una rotonda maestosa fece sì che gli altri locali fossero ad essa sagrificati. Fu compiuta così un’opera del più perfetto classicismo, se si vuole; ma dopo ciò, si domandano molti, cosa vuole, a che serve, perchè qui collocato questo gigantesco edificio? Come villa ha l’esteriore principesco; ma l’interno, a parte la sala principale della Rotonda, non vi corrisponde.

Come nella facciata, così pure nella parte postica, a mezzogiorno, e che sogguarda la superba valle, vi sono ampie scalee; quella della facciata poggia sopra un sotterraneo; l’altra su d’un terrazzo recinto di balaustrata e sorretto da sei gigantesche cariatidi, che sono dello scalpello di Pompeo Marchesi.

Fu da esso che il re di Napoli, Ferdinando II, padre dello spodestato, venuto tra noi, ammirando la sottoposta valle, di non so quante miglia di circuito, così ben coltivata e ordinata quasi ad aiuole di fiori, ebbe a chiedere bonariamente al marchese Cagnola, se tutto quel che si vedeva fosse giardino della sua villa.

[Illustrazione: Orrido d’Inverigo.]

Se la collina su cui posa la Rotonda si digrada al paese, dall’opposto lato risorge ad eminenza, sovra cui è il castello, ora palazzo e giardino del marchese Luigi Crivelli, che ognun desidera veder meglio curati, perchè abbian tutte le forme per costituire una delle più grandiose ville. Ha molti ed annosi cipressi, e su d’un altipiano a sinistra del palazzo vedesi una colossale statua di Ercole, alquanto offesa dagli anni, che da’ terrieri si designa col nome di _Gigante_.

Discendendo la collina de’ Crivelli, pei loro campi si va al bosco, dove la natura e i cataclismi hanno prodotto siffatte spaccature di roccia, per dove filtrano e scorrono limpide e fresche acque, che formano un Orrido dell’effetto il più pittoresco.

E meglio ancora il produrrebbero, se l’acque più riunite scorressero; ma come l’età piega al positivo, così parte furono deviate a mettere in movimento mulini.

Con tutto ciò all’Orrido d’Inverigo, di proprietà del marchese Luigi Crivelli suddetto, non v’ha chi venga al paese e che non tragga a vederlo, sovente convegno ad amiche brigatelle che lo eleggono a luogo di refezioni e riposo.

A ponente della villa Crivelli si discende per uno stradone alla Madonna della Noce, luogo piacevole assai e al quale convengono a settimanale mercato da tutti i circonvicini paesi.

Chi ama conoscere le migliori villeggiature e farsi adeguato concetto della ricchezza de’ loro proprietarî, essendo in Inverigo, non lascia di fare una scarrozzata a Cremnago, dove sorge il magnifico palazzo della famiglia Perego. Se gliene è dato l’accesso, potrà il lettore ammirarlo nelle sue parti tutte; e se nelle ampie scuderie vedrà molti cavalli e taluni anche pensionati a riposo perpetuo, sorretti persino da cinghie, potrà cavar argomento del cuore del ricchissimo padrone, il quale del resto non restrinse alle bestie sole gli effetti della sua bontà, prima avendola addimostrata nel dotare i suoi coloni di belle e comode case.

Il cimitero del paese merita pure di essere veduto. È buona architettura di Giuseppe Chierichetti, e in esso è il sepolcreto della famiglia Perego. È questo un’edicola di forma quadrangolare e cilindrica, e alla parte superiore con gradinata e cupola d’ordine dorico, colle pareti laterali fregiate di colonne, quattro delle quali formano il pronao con cornice, architrave e frontone, entro cui leggesi scolpito _Hypogeum_, e tutto condotto in miarolo rosso. Le pareti interne sono a stucco lucido, la luce piove dal lucernario della cupola, e nel fondo è l’altare marmoreo, con un bel gruppo in marmo di Carrara, rappresentante la Maddalena a’ piedi della Croce, lodevole opera dello scultore Labus.

Per ritornare ora al nostro Pian d’Erba, rifacciam la medesima via di Lurago e Nobero: è più agiata e vi giungeremo più presto.

CONCLUSIONE.

Altri paesi, altre ville, altre meraviglie di natura e d’arte ci solleticherebbero ad altre escursioni; ma invaderei la Brianza, della quale già qualche lembo abbiam tocco, e allora mi ci vorrebbe un altro volume; perocchè per essa a buon dritto potrebbesi citare del pari quanto l’Ariosto cantò de’ dintorni di Firenze:

A veder pien di tante ville i colli Par che il terren ve le germogli, come Vermene germogliar suole e rampolli:

Se dentro a un mur sotto un medesmo nome Fosser raccolti i tuoi palagi sparsi, Non ti sarian da pareggiar due Rome.

E Baretti, proprio del suolo della nostra Brianza parlando, lo chiamava “il più delizioso paese di tutta Italia per la varietà delle sue vedute, per la placidezza de’ suoi fiumi, per la moltitudine de’ suoi laghi, ed offre il rezzo dei boschi, la verdura dei prati, il mormorio delle acque, e quella felice stravaganza che mette la natura ne’ suoi assortimenti; insomma in questo vaghissimo paese, ovunque si porti lo sguardo, non si scorgono che paesaggi ornati di tutte le grazie campestri, la cui contemplazione produce quei momenti di dolce meditazione, che tengono l’animo in grato riposo.„

Io ho promesso condurre il lettore con me lungo le rive del Lario e al Pian d’Erba; credo avergli attenuta la promessa, mostrandogli quanto di meglio mi è sembrato. Che se alcuna cosa ho lasciato, se passai avanti qualche villa, senza farvi entrare il lettore, o, fors’anco senza pur nominarla, consideri che nell’imbarazzo di ricchezza di luoghi e di meraviglie in cui ci trovavamo, l’ommissione era agevole a commettersi, molto più che v’abbian di molti che si ricusin perfino a rivelar le più semplici cose, quasi che si tratti di violar, parlando, i loro domestici lari; epperò non mi resta che invocarne la sua indulgenza.

Ho avuto il pensiero, unendo il mio dire intorno al Pian d’Erba a quello intorno al lago di Como, di chiamare più specialmente la curiosità del forastiero sul primo e d’invogliarlo a farne soggetto delle proprie escursioni; perocchè mi fosse sembrata non troppo nota questa parte sì bella di nostra Lombardia; e se avrò raggiunto in qualche modo l’intento, io mi chiamerò soddisfatto.

FINE

INDICE.

Introduzione Pag. 5

Escursione prima. — IL BARADELLO » 9

Il Castello. — Uno sproposito di geografia. — Etimologia del Baradello. — Un cenno geologico. — La storia del castello. — Liutprando. — Barbarossa. — Camerlata. — Scopo del Baradello. — Napo della Torre. — La chiesa di San Carpoforo. — Lapide. — Villa Venini ora Castellini. — Il collegio alla Camerlata. — Opificî industriali. — Ville Larderia, Martignoni, Prudenziana e Carloni.

Escursione seconda. — IL GENEROSO » 21

La città di Como. — La chiesa di S. Fedele. — La basilica di S. Abbondio. — Il Teatro. — Il Camposanto. — L’albergo Volta. — Chiasso. — Il Crotto e le _polpette_ della Giovannina. — L’albergo di Mendrisio. — Dottore e albergatore. — Il Monte Generoso. — Salita. — L’albergo del dottor Pasta. — La cura dell’aria. — Geologia, fiora e fauna. — Il dottor Pasta. — L’albergo del Generoso. — Il tramonto. — Il Dosso-Bello. — La vetta. — Panorama. — Ancora l’albergo di Mendrisio. — Le Cantine di Mendrisio. — L’Ospizio. — Vincenzo Vela. — Ligornetto. — Le cave di Arzo. — Le acque solforose di Stabio. — San Pietro di Castello. — Romanzo storico.

Escursione terza. — IL NINO » 45

Brunate e la leggenda di Guglielmina. — La Grotta del Mago. — Le ville Castiglioni, Sessa, Pertusati e Cornaggia. — Villa Angiolini. — Villa Rattazzi. — U. Rattazzi e Maria Bonaparte Wyse. — Villa Pedraglio. — Le ville Trubetzkoi, Ricordi e Artaria. — La villa Carena inabissata. — Blevio. — La villa Bocarmé e la Comton, ora Lattuada. — Il Pertugio di Blevio. — Il Buco del Nasone. — Le ville Taglioni, Schuwaloff, Vigoni e Sparks. — La Roda e Giuditta Pasta. — Adele Curti. — Il Nino.

Escursione quarta. — L’OLMO » 53

San Fermo e i volontarî di Garibaldi. — Borgo Vico. — Villa Barbò. — Il Museo di monsignor Giovio e la villa Gallia. — Villa Saporiti, già Villani. — Bonaparte e i deputati di Como. — Palazzo Resta. — Ville Salazar, Bellotti, Mancini, Brivio, Belgiojoso, D’Adda e Pisa. — Villa Mondolfo. — L’Olmo del marchese Raimondi. — Caninio Rufo e Plinio il Giovane.

Escursione quinta. — IL PERTUGIO DELLA VOLPE » 59

Gite montane. — Il trovante dell’Alpe di S. Primo. — Il Sarizzo. — Grotte e Caverne. — Grumello. — Villa Celesia. — La Zuccotta e _I Tre Simili_. — Il signor G. B. Brambilla. — Villa Caprera del signor Loria. — La Tavernola e l’Albergo. — Villa Gonzales. — Il capitano De Cristoforis. — La Villa Bignami. — La Villa Blasis. — A Carlo Blasis. Versi. — Il Bisbino. — Il Pertugio della Volpe. — Marmi e pietre.

Escursione sesta. — LA VILLA D’ESTE » 69

Cernobbio. — Debitori e Monache. — Villa Bolognini. — Villa Lejnati. — Villa Belinzaghi. — Garrovo. — Il general Pino. — La villa d’Este. — Giorgio IV d’Inghilterra. — La principessa di Galles. — Suo processo. — Sua morte. — Sue opere alla villa d’Este. — L’Albergo della Regina d’Inghilterra. — L’acqua della Coletta.

Escursione settima. — IL PIZZO » 89

Madama Musard. — La villa il Pizzo. — G. B. Speziano la fabbrica. — I conti Muggiasca. — Il Vicerè del Regno Lombardo-Veneto. — Migliorie. — La villa Curié.

Escursione ottava. — LA CASCATA DI MOLTRASIO » 93

Il bacino di Moltrasio. — L’osteria del Caramazza. — Un mio episodio. — Villa dei signori Nulli. — La leggenda della Ghita. — Perchè si nomi Moltrasio. — La Vignola dei Passalacqua. — E la villa Durini? — Geologia. — La cascata.

Escursione nona. — MOMPIATTO » 105

Perlasca. — Tradizione. — Villa Tanzi ora Taverna. — Torno. — Storia. — Gli sposi annegati. — Ville Croff, Righini, Antonelli. — La chiesa di S. Giovanni e pia leggenda. — Mompiatto. — Le sue monache. — La Pietra pendula e la Nariola.

Escursione decima. — LA PLINIANA » 111

Le vittime del lago. — La villa Matilde dei signori Juva. — Villa Canzi. — La Pliniana. — Plinio il Giovane e il flusso e riflusso. — Spiegazione del fenomeno. — La Breva e il Tivano. — L’assassinio di Pier Luigi Farnese. — Giovanni Anguissola. — La villa e l’attuale proprietaria.

Escursione undecima. — DA MOLTRASIO A TORRIGIA » 123

Orrido di Molina. — Lemna e la Colonia greca. — Una sventura nel 1163. — La villa Buttafava. — Pognana e Palazzo. — Premenù. — Ancora a Moltrasio. — Ville Salterio, Invernizzi, Tarchini-Bonfanti, De Plaisance. — Pensiero. — Rosiera. — Villa Pavia. — La Partenope. — Igea. — Villa Savoja. — La Minerva, ora villa Elena. — Villa Ostinelli-Turati. — Urio. — Ville Melzi, Jenny, Calcagnini, Taroni. — Sofia Fuoco. — G. B. Lampugnani. — Sonetto a Katinka Evers. — Ville Rocca, Tarantola, Ottolini, Battaglia, Viglezzi. — Villa Sangiuliani. — Ville Lavizzari, Porro e Longoni. — Cantiere dei fratelli Taroni. — Laglio. — Monumento a Giuseppe Franck. — Villa Galbiati. — Torrigia. — Villa Cetti. — La punta.

Escursione duodecima. — IL BUCO DELL’ORSO » 131

Il dottor Casella di Laglio. — La brigatella. — La vista. — Il cammino. — Il Buco dell’Orso. — Sua scoperta. — Descrizione. — Visite di dotti. — Le scarpe di S. Pietro. — Questioni geologiche. — Paleontologia. — Gallerie o pozzi scoperti dopo. — La discesa.

Escursione decimaterza. — IL PIANO DEL TIVANO » 155

La Cavagnola. — Careno e Quarsano. — La Grotta della Masera. — Nesso. — Erno, Veleso, Gerbio. — Il Piano del Tivano. — La brigata del Pian d’Erba. — Il Buco della Nicolina. — Vallombria. — Il palazzo di Andefleda. — La marcia della partenza.

Escursione decimaquarta. — LA VALL’INTELVI » 161

Brienno. — Archigene fonda Argegno. — La Vall’Intelvi. — Sua parte nella guerra decenne. — Diventa feudo. — La rivolta del 1806. — Cospirazione del 1833. — Insurrezione nel 1848. — Andrea Brenta. — I cospiratori del 1854. — L’insurrezione e i volontarî del 1859.

Escursione decimaquinta. — L’ISOLA COMACINA » 177

Le cascate di Camoggia. — Colono. — Sala. — Villa Beccaria. — Zocca dell’Olio. — Isola Comacina. — La sua storia. — La processione e la _Scorobiessa_. — Isola. — La torre del Soccorso. — Campo. — La villa Delmati. — Dosso di Lavedo. — Balbianello e la villa Arconati. — Il torrente Perlana. — La Madonna del Soccorso.

Escursione decimasesta. — LA TREMEZZINA » 185

Le bellezze della Tremezzina. — Versi. — Villa. — Villeggiatura Carove e la _Commedia_ di Plinio. — Ville Torri e Vacani. — Lenno. — Lapidi antiche. — L’abbazia dell’Acquafredda. — Il chiostro di S. Benedetto. — Ville Litta, Barbavara, Carmagnola e Carcano. — Bolvedro. — Villa Busca. — Le ville Spreafico, Scorpioni, Kramer, Gerli, Della Tela, De Orchi, Campagnani, Sala, Mainoni, Guy, Giulini. — Il caffè di Tremezzo. — Albergo Bazzoni. — _Hôtel garni_. — Grianta. — La grotta.

Escursione decimasettima. — LA VILLA SOMMARIVA » 193

La villa Sommariva. — Suo primo proprietario. — Opere d’arte. — Giardino. — Carlotta di Prussia e il principe di Sax-Meiningen. — La Cadenabbia. — Albergo di Belvedere. — Ville Brentano, Noseda, Piatti, duca di Sangro e Seufferheld. — La Majolica. — L’albergo Righini. — Villa Ricordi. — _Maxime Lari._ — Questione filologica.

Escursione decimottava. — LA BELLAGINA » 201

Lézzeno. — Villa Vigoni. — Villa e Cappelletta. — I Sassi Grosgalli. — Il Buco de’ Carpi. — Pietosa istoria. — Villa Besana. — S. Giovanni. — Ville Ciceri, Trotti e Poldi-Pezzoli. — Villa Luppia. — Villa Melzi. — Bellagio. — La _Tragedia_, villa di Plinio. — Il castello di Bellagio. — Marchesino Stanga vi edifica la villa e que’ della Cavargna la distruggono. — Ercole Sfondrati la riedifica. — La Sfondrata. — La Contessa di Borgomanero, tradizione. — La villa passa ai Serbelloni. — Parini vi ospita. — Ora mutata in albergo. — La Crella dei Frizzoni. — Pescaù. — La villa Giulia, ora albergo.

Escursione decimanona. — IL SASSO RANCIO » 211

Il Monte degli Stampi e l’Arca di Noè. — Ville di Menaggio. — Loveno. — Ville Pensa, Garovaglio, Alberti, Azeglio, Mylius-Vigoni. — Cardano. — Villa Galbiati. — La Val Cavargna. — Porlezza. — Fabbrica di vetro. — Il Castello di Menaggio. — La Sanagra. — Lapide romana. — Nobiallo. — Ligomana, Plesio e Naggio. — Il Sasso Rancio. — I cosacchi al Sasso Rancio.

Escursione ventesima. — LE FERRIERE DI DONGO » 217

Rezzonico e il suo Castello. — Il Castello di Musso. — Il Medeghino. — Le Tre Pievi. — Villa Manzi. — Dongo. — Casa Polti. — Villa del vescovo di Como. — Chiese di S. Stefano e S. Maria. — Valle dell’Albano. — Le miniere di ferro. — I forni fusori. — Garzeno. — Brenzio. — Le _Frate_.

Escursione ventesimaprima. — GRAVEDONA » 223

Consiglio di Rumo e San Gregorio. — Pizzo di Gino. — Valle di Lesio. — Gravedona e la sua storia. — La chiesa di San Vincenzo. — S. Maria del Tiglio. — La Madonna sfolgorante. — Peglio. — Liro e i tre laghetti. — Il Sasso acuto. — Domaso. — Gera. — Sórico.

Escursione ventesimaseconda. — REGOLEDO » 229

Olgiasca. — Piona e il suo lago. — Colico e i suoi padroni. — Dorio, Carenno e Dervio. — Bellano. — Grossi e Boldoni. — L’Orrido. — Il Sasso di Morcate. — Riva di Gittana. — Varenna. — Albergo e villa Venini. — L’Uga e la Capuana. — Il Fiume Latte. — Regoledo.

Escursione ventesimaterza. — IL MERCATO DI LECCO » 235

Vassena. — Limonta. — La Pietra Luna. — Civenna. — I Marroni. — Perledo e la Regina Teodolinda. — Lierna. — Olcio. — Villa Pini. — Mandello. — Abbadia. — La Gessima. — Lodovico Savelli. — Le Caviate e la Maddalena. — La strada militare. — Onno. — Parè. — Lecco. — Il Maglio. — Acquate e Pescarenico. — Il Galeotto. — Il Mercato di Lecco. — Le _robiole_. — Gli alberghi del _Leon d’Oro_ e della _Croce di Malta_.

Escursione ventesimaquarta. — VALMADRERA » 243

Malgrate. — Gli etimologisti. — Casa Agudio e i suoi ospiti illustri. — La chiesa parrocchiale e il pittore Cornienti. — Valmadrera. — La Chiesa. — Il trovante utilizzato. — Le Cappelle della _Via Crucis_. — La villa del signor Egidio Gavazzi. — La villa del signor Pietro Gavazzi.

Escursione ventesimaquinta. — IL MONTE BARO » 247

Bartesate, Villavergano, Figina. — La casa degli Umiliati. — Ello. — Ville Prinetti, Annoni, De’ Vecchi. — La villa Paolina. — La _Bellavista_ del signor Cereda. — Galbiate. — Palazzi Brioschi e Ballabio. — La villa Sanchioli e l’eco polisillabo. — Case Curti e Riva. — La chiesa di S. Michele. — La lapide di piazza. — Il Monte Baro. — Fiabe archeologiche. — L’effigie immobile. — La Rocca di Re Desiderio. — La fanciulla nel pozzo. — Il Monte delle Crocette.

Escursione ventesimasesta. — LA VALLE DELL’ORO » 253

I Corni di Canzo. — Civate. — Il monastero benedettino. — Il re Desiderio e Adelchi. — La tradizione del miracolo. — La Valle dell’Oro. — Barzaguta. — La cascata.

Escursione ventesimasettima. — LA CASA DEL PARINI » 259

Annone. — La Squadra dei Mauri. — Suello. — Cesana e San Fermo. — Bosisio. — La Chiesa e l’Oratorio. — Casa Banfi. — Monumento ad Appiani e Parini. — Uno stregone dei tempi antichi. — La casa del Parini. — Lapide commemorativa. — Onta lavata.

Escursione ventesimottava. — L’ISOLA DE’ CIPRESSI » 265

Il lago di Pusiano. — Il primo battello a vapore in Italia. — Un mio processo. — Armi di pietra e palafitte lacustri. — Pusiano. — Villa Conti. — Scene di superstizione. — La Processione del Venerdì Santo. — L’Isola de’ Cipressi. — Il romanzo di Bertolotti.

Escursione ventesimanona. — IL BEL DOSSO » 273

Corneno. — La _Ca’ di strii_. — Villa Besana. — Galliano. — Carella. — Mariaga. — Alpe di Carella. — Il Bel Dosso. — Villa Graziani. — Longone. — Osteria. — La Malpensata. — Penzano. — Bindella. — Villa Galimberti. — Proserpio. — Villa Baroggi. — Inarca.

Escursione trentesima. — LA VALLASSINA » 277

Il lago Segrino. — Canzo. — Il _Vespetrò_. — I Corni. — La fontana del Gajumo. — La cascata della Vallategna. — Il torcitoio Verza. — Scarenna. — La Casa dell’eremita. — Asso. — Lapide antica. — Arte. — La via al Pian del Tivano. — Pagnano, Fraino, Caglio, Gemù. — Il Ponte Oscuro. — Lasnigo. — Le donne della valle. — Le serve. — Onno. — San Carlo e la sua mula.

Escursione trentesimaprima. — CASTELMARTE » 285

Val di Giano. — Caslino e suoi cacini. — Mulino S. Marco. — Fabbrica di coltelleria. — Setificî Invernizzi, Castelletti, Prina e Mambretti. — _Ademprivo._ — Castelmarte. — Ville Bertoglio, Parravicini, Biondelli. — Fu Castelmarte capo della Martesana? — _Castrum Martis._ — Giunteria archeologica. — Reliquie antiche.

Escursione trentesimaseconda. — PONTELAMBRO » 289

Mazonio. — La sua chiesa. — Il pittor Ferrabini. — La Fusina. — Filatojo Ohli. — Zocco Romano. — Zocco Battista. — La Bistonda. — L’annegato. — Pontelambro. — Case Guaita e Carpani. — Una lapide nel Camposanto. — Filatojo Bressi. — Villa Matilde. — La Plejade de’ poeti politici moderni, sonetti. — Affresco luinesco distrutto. — Villa Carpani. — Lezza. — Carpesino. — Arcellasco. — Resica. — Filatoj Ronchetti e Mambretti. — Brugora.

Escursione trentesimaterza. — SAN SALVATORE » 301

I _Geritt_. — Mornico. — Crevenna. — Ville Bressi e Genolini. — Il torrente Bova. — La dara. — San Salvatore. — Il convento. — Il signor Boselli. — Giovanni Biffi. — Il tronco mellifero. — La villa Righetti.

Escursione trentesimaquarta. — IL BUCO DEL PIOMBO » 305

La strada. — Il Buco del Piombo. — Onde il nome? — Aneddoto. — Esterno. — Scopo. — Interno. — Iscrizione. — Concorso di gente. — I versi di Torti.

Escursione trentesimaquinta. — LA VILLA AMALIA » 309

La villa Amalia. — Guido Carpano e il convento di S. Maria degli Angeli. — L’avv. Rocco Marliani. — Il palazzo, il giardino e il bosco. — Il monumento a Parini. — Monti e Foscolo ospiti. — Episodio della Mascheroniana. — La torre.

Escursione trentesimasesta. — ERBA » 315

Erba Superiore. — Il suo panorama. — La sua storia. — Il castello e la villa Valaperta. — Pravalle. — Il torrente Bocogna. — Villa Conti. — Erba Inferiore. — Pretura, ufficio telegrafico, albergo e botteghe. — Il caffè e gli _amaretti_. — Il teatro. — Ville Clerici e Brivio. — Vill’Incino. — Mercato d’Incino. — _Liciniforum._ — Lapidi. — Ninfeo antico. — Fatti storici. — Il mercato del giovedì.

Escursione trentesimasettima. — LA VILLA ADELAIDE » 321

Villa Maria. — Bucinigo. — Pomerio. — Villalbese. — Parravicino. — Ville Parravicini, Belgioioso e Gariboldi. — La torre pendente. — Casiglio. — Carcano. — Battaglia contro il Barbarossa. — Orsenigo. — Il Carudo. — Le Lische Amare. — Alserio. — Castellazzo. — La Ca’ de’ ladri. — La Retusa. — Tassera. — La villa Adelaide.

Escursione trentesimottava. — MONGUZZO » 325

Pontenuovo. — Merone, Mojana, Rogeno, Casletto e Garbagnate Rota. — Nobero. — Le sue pesche. — Il Cavolto. — Le fornaci. — Monguzzo. — Il suo castello e la sua storia. — I marchesi Rosales. — Villeggiatura Mondolfo.

Escursione trentesimanona. — IL SOLDO » 331

Il casolare del Monastero di Sant’Ambrogio di Cantù. — Il Soldo degli Appiani. — Villa Turati. — La casa, il giardino e il parco. — Gli acquedotti. — Casino rustico. — Orsenigo. — Casa Carcano. — Anzano. — Villa del marchese Carcano. — Piccolo albergo. — Alzate. — Vecchio castello. — Palazzo Clerici. — Fabbrica. — Brenna e don Antonio Daverio.

Escursione quarantesima. — INVERIGO » 337

Lurago. — Villa Sormani-Andreani. — Lambrugo. — Ville Galli e Venini. — Inverigo. — L’arcivescovo Ariberto. — Bacco di Brianza. — L’albergo. — La Rotonda. — Il castello e la villa Crivelli. — Il Gigante. — L’Orrido. — Cremnago. — S. Maria della Noce. — Villa Perego. — Il Cimitero.

Conclusione » 343

NOTE:

[1] Questo è il mordace epigramma od epitaffio che al vescovo di Nocera preparava quell’indemoniato:

Qui giace il Giovio storicone altissimo, Che di tutto sparlò, fuor che dell’asino, Scusandosi col dir: egli è mio prossimo.

Ma il Giovio era stato primo a scrivere di lui:

Qui giace l’Aretin poeta tosco, Di tutti parlò mal, fuor che di Dio, Scusandosi col dir: non lo conosco.

[2] “Chi ricerca le sante spoglie, qui venga e le ritroverà. Questo altare le chiude in numero di sei che splendono di immensa luce. Qui sono Carpoforo, Cassio e Secondo, unitamente ad Esanto, Licinio e Severo. Costoro, dispregiando pel nome di Cristo la morte, nè temendo morire, vollero qui essere collocati. Nessuno potè mai dividerli nella tomba: santo e molto venerando essendo questo luogo, che ognuno rispetti ed anzi onori di doni. Qui da divino consiglio fu pur trasferito Felice, che pel primo predicò la divina parola; perocchè egli fu il primo patrono di Como; onde tenendo fede al nome di Felice, è meritamente felice su nei cieli.„

[3] _Promessi Sposi_, Cap. VIII.

[4] Vedi _Bullettino del Club alpino Italiano_ (che si pubblica, in Torino), N. 13 del secondo semestre 1868, in un articolo dell’ingegnere Edoardo Kramer. Nello specchio delle ordinate che si vede in fine, oltre la misura fattane dal De Welden, si dà quella di Dufour, che è di soli metri 1698; di Oriani, che è di metri 1738, e del Lavizzari, che è di metri 1739.

[5] LAVIZZARI, pag. 14.

[6] _Il Monte Generoso ed i suoi dintorni_, del dottor Luigi Lavizzari. Lugano, tipografia Veladini, 1869.

[7] Nato nel 1490, in Belluno, fu uomo erudito nelle lettere greche e latine. Secondo il costume de’ letterati di que’ tempi, si impose questo nome togliendolo dalla famiglia Da Ponte quivi illustre. Fu precettore de’ figli di Lodovico Sforza, compose molte opere in greco e latino, che ignoro se pubblicate, e si meritò che Belluno gli decretasse una statua di bronzo.

[8] Sussiste tuttavia in Lombardia una frase imaginosa, che riesce identica a questa simbolica tradizione del gomitolo di refe consegnato da Margherita al figliuolo Giorgio. _Va distante un gomitolo di refe_ significa appunto presso noi: va molto e molto lontano.

[9] C. PLINII. _Epistol._, Lib. 1-3.

[10] Ne dettai la biografia nell’_Ingegnere Architetto_, giornale che si pubblica in Milano da B. Saldini.

[11] _I Misteri del Lario_, Racconto di Giuseppe Arnaud. Milano, 1867, pubblicato nel giornale _La Lombardia_.

[12] Una lapide incastrata nel muro di cinta d’un giardino ricorda il dolorosissimo caso di Enrico Lok, annegato in cospetto de’ proprî parenti e della moglie, che nulla poterono fare per lui!

GULIELMUS LOK ANGLUS SUBMERSUS IN CONSPECTU PARENTUM ET CONJUGIS 14 SEPT. 1832 AET. 33

[13] C. PLINII CÆCILII SECUNDI. _Epistol._ Lib. IV, Cap. XXX.

[14] _Tivano_ è così detto sul lago il vento boreale o di tramontana. Ordinariamente è regolare, facendosi sentire in tempo di notte e cessando alla mattina poco prima dell’alzarsi del sole. Cessa egualmente la sua regolarità a mezzo il settembre. Lo stesso dicasi della _Breva_ che succede al _Tivano_, e che si fa sentire dopo il meriggio, aiutando le imbarcazioni che a vela spiegata ritornano da Como.

[15] AMORETTI. _Viaggio da Milano ai tre laghi_. Milano, 1817, pag. 271.

[16] MANZONI. _Adelchi_.

[17] Questa roccia è quella stessa che forma il secondo dei cinque gruppi, di cui pare si componga la zona giurese nelle Alpi Lombarde e che giace tra l’arenaria rossa di Varenna, di S. Martino e d’Introbbio che le sta sotto, e il calcare bigio azzurrognolo talvolta arenaceo con fossili (Viggiù, Arzo, Saltrio) che lo ricopre. (Dott. Emilio Cornalia: _Su alcune caverne ossifere dei monti del Lago di Como_, inserte nei _Nuovi Annali delle Scienze naturali di Bologna_, fascicolo di gennaio e febbraio 1850 e riprodotte da lui nel _Manuale della provincia di Como_ per l’anno bisestile 1852.)

[18] Le _scarpe di S. Pietro_, così appellate forse da ciò che il principe degli Apostoli, alla chiamata di Cristo, camminò sul lago di Tiberiade, non sono altro che due imbarcazioni a foggia di lunga spola da tessitore, collegate insieme, oblunghe, cioè, e strette. Chiuse tutte e reggendovisi sopra, quasi servendosi di scarpa, è impossibile che anche per bufera si affondino.

[19] Per altro il dottor Casella ci assicurò d’avere il primo laghetto passato a nuoto in una delle prime sue visite.

[20] _Ossements fossiles._ Tom. IV.

[21] _Su alcune caverne ossifere_, ecc., superiormente citate.

[22] _Argegno e la Vall’Intelvi_, negli anni 1848 e 1859 per Gaetano Ferrabini. Milano 1860. Tip. Fratelli Borroni.

[23] VIRGILIO. _Georgica II_, e si potrebbe così tradurre:

Perpetua qui la primavera ride, E la state ne’ mesi ancor non suoi.

[24] Eccone la versione:

Forse che il mar, che l’una e l’altra sponda Bagna io qui rammento? O i tanti laghi, E te, massimo Lario, e te, o Benaco, Che pari al mar, gonfi i tuoi flutti e fremi?

[25] Eccone la versione: “Minicio Esorato, figlio di Lucio, della tribù Oufentina, flamine del divo Tito Augusto Vespasiano, per consenso dei decurioni, tribuno de’ soldati, quatuorviro con podestà di edile, duumviro di giustizia, prefetto dei fabbri di Cesare e del Console, pontefice, a sè ed alla moglie Geminia Prisca figlia di Quinto ed a Minicia Bisia figlia di Lucio, vivente fece.„

[26] Io ne dettai la biografia, che fu mandata innanzi alle _Opere complete_ sue pubblicate in Milano da Ernesto Oliva ed al _Marco Visconti_, edito pure più volte in Milano da Amalia Bettoni.

[27] Di questa Regina vedi il bello ed elegante studio fattone nelle _Donne illustri_, da quel gentile e colto intelletto di donna che fu Adele Curti.

[28] “La libertà, che mal si vende per tutto l’oro, con fatica, litigio e denaro acquistata, a quella di Galbiate ed alle terre finittime arrise per regia concessione finalmente. Felice il giorno 17 giugno dell’anno 1671, nel quale, scosso il peso dell’infeudazione e d’ogni inferiore giurisdizione, questo popolo si ridusse direttamente sotto la vicaria podestà del potentissimo re delle Spagne e del Senato. La memoria di tanto riscatto, conservata privatamente negli scritti autentici di Francesco Giorgio Ottolini, notajo della Regia Camera ducale, viene pubblicamente affidata alla salda custodia di questa lapide il giorno diciotto settembre dell’anno 1671.„

[29] _Memorie storiche_ della Chiesa ed Abbazia di S. Pietro al Monte, e del Monastero di S. Calocero in Civate, raccolte dall’abate Giacinto Longoni. Milano, 1850, tip. G. B. Radaelli.

[30] Al barone De Martini. Ediz. Reina.

[31] _Frammenti d’Ode_ ad Andrea Appiani.

[32] Ode: _La Vita Rustica_.

[33] Il mio amico Cominazzi aveva tradotte pel suo giornale due mie lettere francesi ch’io aveva dettate per le _Matinées Italiennes_, che si stampavano in Firenze.

[34] Milano, Tip. Guglielmini.

[35] La Corte di Roma.

[36] _La salubrità dell’aria._ Ode.

[37] Rocco Marliani, figlio di Pietro, di Milano, ampliato il vecchio convento, eresse ed ornò la villa, che volle si chiamasse Amalia dal nome della sua carissima consorte, 1801.

[38] _Satira VI._ Lib. II. Gargallo così li traduce:

Un discreto poder, nè già sì vasto, Che avesse un orticello, e una fontana D’acqua perenne, a la magion vicina; Un po’ di bosco ancor per giunta; ed ecco Tutto qual era il voto mio. Gli dei Han fatto meglio e più: sien benedetti! . . . . . . . altro non chieggo.

[39] Canto IV. Edizione Resnati.

[40] Matidia era nipote di Trajano e suocera di Adriano; epperò qui la veggiamo divinizzata.

[41] _Vita di Gian Giacomo Medici_, di Marcantonio Missaglia. Milano, ediz. Colombo, 1854.

[42] Presso l’editore B. Saldini di Milano.

[43] Intende parlare del marchese Pietro Caravaggi, la cui famiglia molto possedeva in Inverigo, e il quale fu professore nelle matematiche presso l’università di Pavia, e morì nell’anno 1688.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.