Il Lago di Como e il Pian d'Erba: Escursioni autunnali

volume di circa cinquanta metri cubi, che sembrerebbe rovinare ad ogni

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più lieve scossa, ma che è sorretto invece da tre pietre della medesima natura. Su questo trovante si leggono scolpite le lettere:

P. L. D. B.

che il chiarissimo archeologo cavaliere Bernardino Biondelli, interpretò per _Pietra Luna di Bellagio_. Infatti si denomina _Pietra Luna_ un tale trovante e lo si pretende una reliquia del culto celtico, come qui dal linguaggio celtico si hanno più vestigia in molti nomi di paesi e monti, come Grianta e Grosgalli. Completerò le notizie intorno a questa minima terra, ricordando le cave di gesso che son proprio a lido, e quelle di marmo nero sul fianco del monte; onde gli scoppi delle mine destano frequentemente gli echi di quest’ultimo contrafforto delle Alpi; e per coloro che sono alquanto più epicurei, ricordando che il luogo è celebre pe’ suoi saporiti marroni. Anche la vicina terra di Civenna divide una tale gustosa particolarità, che un giorno era tutto a profitto dei detti monaci di Sant’Ambrogio. Qual gaudente non si sarebbe fatto monaco allora? Le più belle ville, le leccornie migliori, privilegi d’ogni sorta, immunità, tutto era per essi.

La citazione del Grossi rammenta Lierna che sta in faccia a Limonta, ed è paese su’ cui greppi soprastanti si fanno vini che dicono buoni per chi patisce di gotta e di calcoli, mali oramai resi troppo comuni.

Più in alto è Perledo, da dove si ha una magnifica vista. Lassù, dicesi dalla tradizione che la Regina Teodolinda — la quale in tutta questa parte di Lombardia si ha tutti i momenti e per tutte le occasioni alla mano —, dopo d’avere abdicato in favore del figlio Adaloaldo, s’avesse a ritirare per ivi passare nella quiete i vecchi giorni[27].

Su questa riva orientale, dopo Lierna, si incontra Olcio, ove si scava pure marmo nero, del quale parte va alla fabbrica del duomo di Como; quindi si arriva a Mandello, grosso paese, dove il palazzo Airoldi, ora Pini, contavasi fra i più suntuosi del lago.

Oltre Mandello è l’Abbadia, così chiamata per una antica badia che fu prima de’ Benedettini, e quindi de’ Servi di Maria, e vi son case di villeggiatura. Più avanti, verso Lecco, è la Gessima, luogo brullo e sassoso, che trae forse il suo nome dalla roccia propria a far gesso, e va ricordato da Paolo Giovio pel fatto miserando intervenuto a Lodovico Savelli, che, essendosi inerpicato per questa scogliera, scivolatogli il piè, e giù rovinando, potè nella caduta avvinghiarsi ad un ramo sporgente e colà vi stette, colla forza dell’istinto che ognuno ha della propria conservazione, per ben cinque ore; finchè, più non potendovisi sostenere e mancategli le forze, stremate vieppiù dalla sferza del sole, malgrado che que’ terrieri, inorriditi spettatori di quella scena, gli avessero disposto sotto letti di felci, di strame e di materassi, giù lasciandosi andare, prima di toccar terra s’era già reso cadavere. — Seguono le Caviate e poi la Maddalena, casali ultimi che rompono l’uniformità della strada militare, la quale da Lecco dirigesi a Colico e che corre tra il lago e la montagna brulla, cui di tratto in tratto ha squarciate, per aprirsi il varco, le pendici.

Sull’opposta riva, rimpetto a Mandello, sorge il paesello di Onno, dove a notte le ardenti fornaci ti dicono che vi si produce calce; poscia Parè, sovra cui spuntano que’ picchi che si chiamano i _Corni di Canzo_, perchè dall’opposto versante sogguardano la grossa borgata di Canzo, e che stando sui bastioni di Milano, in una limpida giornata, si veggono a incitamento de’ molti che vi traggono a passare alle lietissime falde le autunnali vacanze.

Ma ritraversiamo lo sguardo: Lecco c’è in faccia; la campanella del piroscafo ci annunzia che ci accostiamo al lido.

Entrati in questo bel bacino tutto recinto di monti, non è possibile non ripetere mentalmente il saluto a questi luoghi, che leggemmo nel capitolo VIII dei _Promessi Sposi_: “Addio, montagne sorgenti dalle acque ed erette al cielo; cime ineguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più famigliari; torrenti, de’ quali egli distingue lo scroscio come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branco di pecore pascenti; addio!„

Con questa soave reminiscenza di Manzoni vi ho invitato a guardare tutto l’ameno territorio, che sembra, pei tanti paesi che si succedono senza interruzione, una sola città, fin su a Laorca, da dove per un risvolto di via si entra nella Valsássina.

Ma che è codesto cupo e cadenzato rumore — potrà chiedere il lettore che mai non fu a Lecco — che s’intende lontano? — Gli risponderò coi superbi versi di Foscolo, che fu in questi luoghi ad ispirarsi, e ch’io spicco al _Carme delle Grazie_, e il quale tutto spira attica fragranza e venustà:

Come quando più gajo Euro provóca Sull’alba il queto Lario e a quel sussurro Canta il nocchiero, allegransi i propinqui Lïuti e molle il flauto si duole D’innamorati giovani e di ninfe Sulle gondole erranti; e dalla sponda Risponde il pastorel colla sua piva. Per entro i colli rintronano i corni Terror del capriol, mentre in cadenza Di Lecco il maglio, domator del bronzo, Fuma dagli antri ardenti; stupefatto Pende le reti il pescatore, ed ode.

È dunque il maglio delle officine di ferro di Castello e San Giovanni, il cui martellare mi svegliava nel religioso efebeo a’ giorni della mia adolescenza.

È, fra tutti i paesi che vedete sparpagliati in questo bel pendio fiancheggiato dal monte di San Martino e dal Resegone, che stanno Acquate all’insù, a lido Pescarenico, ove seguirono tante interessanti scene del romanzo del sommo nostro Manzoni, fatto così popolare che non v’abbia persona che, giungendo a Lecco, non s’informi d’ogni luogo in quel libro mentovato. E così pure domanda ognuno dove sia il _Galeotto_, bella palazzina dove il Manzoni appunto dimorò tanto tempo quando attendeva a scrivere questa sua opera d’oro, e che sta a mano destra di Lecco, a poco più d’un quarto di miglia.

Ma via, scendiamo dal battello che è approdato, tocchiamo la terra che ha tenuto parola al vaticinio di questo illustre scrittore, affrettandosi a diventare città; e la è infatti per attività di commerci, se non per ampiezza, e mettiamoci nel mercato, che già ferve da più ore.

Gentili signore e molte nostre cittadine conoscenze lo percorrono su e giù. A che mai son venuti? Quale attrattiva li ha chiamati? Non è già la brama di ammirarne le derrate e le merci esposte; chi mai ad esse ha pensato? Per quanto siano peregrine le _robiole_ o cacini di Introbbio, che Valsássina vi spedisce, non son esse di certo per cui sono accorse. Ma per che dunque? La voga. È detto che il mercato di Lecco sia una gran cosa, massime a’ sabati d’ottobre, e ognun vi corre che stia in villa, o lungo il lago, o nel vicino Pian d’Erba, o nella restante Brianza superiore. Gli è che ognuno serve di spettacolo all’altro: giugne una carrozza, ne giugne un’altra; gli uni attendono a vederne scendere gli altri; son persone che si conoscono, che si salutano, che si stringono la mano, si baciano, si scambiano notizie e complimenti; poi a braccetto si passeggia a veder altri, poi si parla e si sparla di tutto; si ingombra il caffè; si impegna a fermarsi per la sera al teatro, che per consueto ha in autunno buona compagnia di canto; poi, se sì, si va all’albergo, il _Leon d’Oro_ o la _Croce di Malta_, forniti d’ogni comodità; se no, dopo un pajo d’ore, chi rimonta in carrozza, chi riascende il vapore; gli uni vanno di qua, gli altri di là, tutti ritornano alle loro ville a diffondere alla loro volta le notizie e i pettegolezzi uditi, e a domandarsi spesso: ma infine, che cosa v’era a Lecco? Perchè vi ci si va? — e malgrado che la risposta che ognuno si dà a sè stesso non contenga grande costrutto, pure il sabato successivo vi si ritorna. Andatevi dunque anche voi, o miei cortesi lettori.

ESCURSIONE VENTESIMAQUARTA.

VALMADRERA.

Malgrate. — Gli etimologisti. — Casa Agudio e i suoi ospiti illustri. — La chiesa parrocchiale e il pittore Cornienti. — Valmadrera. — La Chiesa. — Il trovante utilizzato. — Le Cappelle della _Via Crucis_. — La villa del signor Egidio Gavazzi. — La villa del signor Pietro Gavazzi.

Essendomi proposto di condurre il mio lettore dal lago di Como al Pian d’Erba, dopo il mercato di Lecco non l’obbligherò a rifar la via del lago; ma traversatolo in carrozza sul bel ponte di sotto il quale esce l’Adda, volgiam verso Malgrate che fronteggia Lecco, dove sono belle ville, e il colle o promontorio che si spinge nel lago, il qual si mostra tutto verdeggiante pei giardini che vi si adagiano. Sul vertice di esso si signoreggia tutto il vaghissimo territorio; e presso vi sono sparse altre case signorili e ville, e il tenere de’ Fate-bene-fratelli di Milano, che qui, come a Valmadrera, vi ereditarono dai Mandelli.

Sempre quegli eterni etimologisti pretendono far credere che Grato si chiamasse prima questa terra, ma che per una immane strage che vi fecero i Comaschi nel 1126, mutasse in quello di Malgrate il nome; non altrimenti, per l’opposto, era accaduto a Malevento ne’ primi tempi della romana repubblica che una fortunata battaglia facesse alla città cangiare il nome in Benevento, che serba tuttavia.

In Malgrate han casa gli Agudio, ed era in essa che Giuseppe Parini, ospite del canonico Candido Agudio, scriveva gran parte del suo poema _Il Giorno_. Anche il poeta vernacolo Balestrieri, vi fu ospite festeggiato e vi conduceva la traduzione in versi milanesi della _Gerusalemme_ del Tasso; nè certo vi sarà rimasta muta la musa del fecondissimo abate Passeroni, che pur vi conveniva.

Nella chiesa parrocchiale, che sta nella parte più alta del paese, cerchiamovi i due bei dipinti di Cherubino Cornienti, rappresentanti l’Annunciazione della Vergine e la Natività, e vedendoli, si sente maggiore il rammarico che sì giovane ne sia stato il loro autore rapito da morte.

Lasciato Malgrate, poco avanti si vede a man destra, ed adagiata sulle pendici boscose del monte, Valmadrera. È un grosso borgo industrioso per fiorenti setificî, massime quello de’ fratelli Gavazzi, e per ottima calce che vi si cava; e l’attenzione e curiosità vi son deste per una bella chiesa, sacra a Sant’Antonio, architettata nel 1814 da Simone Cantoni, con modificazioni dell’ingegnere Bovara di Lecco, e nella quale sono affreschi pregevolissimi di Luigi Sabatelli da Firenze, che vi dipinse la visione dell’Apocalisse, ed un quadro antico del Lomazzo; un Cristo e Sant’Antonio, scolture di B. Cacciatori; e per le magnifiche villeggiature del signor Egidio e del signor Pietro Gavazzi, a non dir di qualche altra del pari interessante. Nè van dimenticate le cappelle della _Via Crucis_, di cui due condotte pure a buon fresco dall’egregio pittore Vitale Sala da Cernusco Lombardone, che in queste parti lasciò altre memorie del suo vigoroso pennello.

Nella chiesa, oltre i suddetti affreschi del Sabatelli, merita essere ricordato che le quattro colonne di granito, del diametro ciascuna di metri due e mezzo e dell’altezza di metri ventisette, che sorreggono il cornicione e la vôlta a mo’ di cupola o lucernario, si sono tratte da un trovante ch’era sul monte di Valmadrera, a 1200 piedi sul livello del lago, che equivale a 1854 su quello del mare.

Nella villa dei signori fratelli Gavazzi poi molte altre ragioni vi sono di curioso interesse.

A parte la bella posizione sua, che dovette indubbiamente costare assai al suo proprietario, per superare le difficoltà della roccia e l’ineguaglianza del terreno; tanto la casa, o grandioso palazzo che dir si dovrebbe, quanto il giardino, sono d’una vaghezza incomparabile. E siccome non tutto boscoso è il monte che serve di sfondo, ma v’è anche molta scogliera nuda; così tutta questa delizia si direbbe suscitata dalla magica bacchetta d’una benefica fata, e il vario genere vi crea il più grazioso contrasto.

L’arte addita nell’unito oratorio, che è una rotonda d’ordine corintio, un monumento eretto alla memoria di Giuseppe Maria Gavazzi, lodevole opera di Benedetto Cacciatori, e un quadro pure lodevolissimo di Giuseppe Sabatelli.

Nel giardino è un bel laghetto, perocchè l’acqua vi accresca vita e bellezza: vi sono profonde e spaziose grotte, chioschi eleganti e capanne da pastore, macchie d’alberelli, sabbiosi sentieri, tappeti erbosi, piante peregrine e fiori; tutto insomma disposto con meravigliosa sagacità e buon gusto.

Presso alla sala da pranzo e da essa, mediante un’acconcia vetriata, si vede il giardino detto d’inverno, dove sono adunate piante e fiori, che sappiano anche nella stagione inclemente fare di sè bella mostra. Abbandono il pensiero di venir passando in rassegna le varie peregrine vegetazioni per tema di voler parere botanico, non lo essendo. Noto per altro e le stufe opportunamente erette a grandi vetriate col sistema dell’ingegnere Balzaretti, che nel giardinaggio è veramente maestro, e la bella fontana.

Se, in una parola, il lettore vorrà veramente pellegrinare a Valmadrera, pria d’entrare al vicino Pian d’Erba, vedrà che la villa dei signori fratelli Gavazzi sorpasserà di molto quell’aspettazione che le mie povere e disadorne parole gli avranno per avventura ispirata.

Non si diparta allora da quella borgata senza visitare anche l’altra villa del signor Pietro Gavazzi. Dal suo belvedere, che domina il grazioso palazzo, gli verrà dato di ammirare un leggiadrissimo panorama, di genere affatto diverso da quelli che, dai culmini che già abbiamo insieme ascesi, ci accadde di vedere spiegati avanti di noi.

ESCURSIONE VENTESIMAQUINTA.

IL MONTE BARO.

Bartesate, Villavergano, Figina. — La casa degli Umiliati. — Ello. — Ville Prinetti, Annoni, De’ Vecchi. — La villa Paolina. — La Bellavista del signor Cereda. — Galbiate. — Palazzi Brioschi e Ballabio. — La villa Sanchioli e l’eco polisillabo. — Case Curti e Riva. — La chiesa di S. Michele. — La lapide di piazza. — Il Monte Baro. — Fiabe archeologiche. — L’effigie immobile. — La Rôcca di Re Desiderio. — La fanciulla nel pozzo. — Il Monte delle Crocette.

Essere in questi dintorni, sentirsi di buona gamba e volontà di veder cose nuove e provar grate emozioni, e non ascendere a Monte Baro, è pressochè impossibile. Pellegriniamovi noi pure, amico lettore, più fortunati se avremo con noi, e meglio ancora se ci saranno compagne le signore, perchè allora più lieta, svariata e simpatica ci parrà la gita.

Eleggiamo la via di Galbiate, che tornerà men faticosa. E tuttavia questo bel paese è sul ciglio del monte; ma appunto per questo sarà più divertente l’escursione nostra.

Mano mano che si ascende, l’orizzonte si allarga. Il ridentissimo bacino dell’antico Éupili si distende innanzi a noi. È dall’alto che terrem conto di tutto; intanto le terre che su questo monte, o piuttosto collina si veggono, sono Bartesate e Villavergano; più sopra Figina, ove si vede una casa che apparteneva agli Umiliati, e quindi Ello, che conta diverse villeggiature amenissime de’ Prinetti, dell’Annoni, del signor Pasquale de’ Vecchi, la villa Paolina, fabbricata dal general Pino, e quella dei Riva, che ha un giardino da cui si vede da una parte l’Adda e dall’altra il Pian d’Erba, e sovratutto quella che già fu del signor Bonomi ed ora è passata all’ingegnere Cereda, che per me ha la più simpatica postura della Brianza, come quella che sorga sulla parte più alta e libera del paese e domini tutto un meraviglioso orizzonte di monti e di colli, di laghi, di paesi. L’han detta _La Bellavista_; ma siccome è un nome affibbiato troppo comunemente tra noi a qualunque luogo che appena abbia una spanna di prospetto o di sfondo, così non rende tutto l’incanto che realmente possiede. Ben architettato e comodo ne è il palazzo, e stupendamente da natura mosso e accidentato il giardino, anzi parco che le sta intorno, ricco di boschetti e rarità botaniche; insomma un vero Eden.

Giunti a Galbiate, ci accorgiamo come questo colle separi la valle dell’Adda da quella dell’Éupili; perocchè dall’opposto versante veggasi appunto quel fiume, che uscito tale di sotto del ponte di Lecco, rasenta Olginate e va giù a Brivio. Il duplice orizzonte è pertanto un pregio di poche località; godiamolo nel mentre raccogliamo il vigore per compiere la gita montana che abbiamo intrapresa. Guardando giù per la parte donde siamo venuti, vediamo tutta una serie di laghetti: quel d’Oggionno e quel d’Annone, che ne è appena diviso da una lingua di terra che chiaman Isella; quindi quel di Pusiano, poscia a mano manca quel più piccolo di Alserio. Senza molto dubitare si può essere indotti a credere che un dì fossero tutti uniti in un sol lago, che Plinio denomina l’Éupili, e dal quale esce il Lambro, ch’egli chiama il _Flumen frigidum_, fiume freddo, che ha le proprie scaturigini tra le montagne della Vallassina.

In Galbiate poi, passando innanzi a bellissime case e palazzi, si è tratti a chiedere a chi appartengano: e si sa che sono proprietarî i Brioschi d’un palazzo, che sta sulla piazza della chiesa, con magnifiche sale ed ampie cantine, e che già fu del barone Pietro Custodi, il continuatore della _Storia di Milano_ di P. Verri e il dotto economista; d’altro i Ballabio, con magnifico giardino verso Oggionno, e dove si incominciarono scene dolorose di domestico dramma, nel quale era catastrofe l’affogamento d’un bambino e scena ultima la Corte delle Assise di Milano per lo snaturato suo padre; quindi la villa Sanchioli, dove esiste un eco polisillabo, che ripete persino un intero endecasillabo, e le case de’ Curti e dei Riva.

Se accadrà al lettore di tornare altra volta in Galbiate, perchè oggi siam diretti a Monte Baro, girando intorno al colle verso la parte della valle dell’Adda, non lasci di visitare la chiesa di San Michele che sta sul pendio verso Lecco. La sua fondazione è attribuita a Desiderio, l’ultimo re longobardo, e vi godrà di altro nuovo orizzonte, perchè si vedrà in faccia tutto il territorio di Lecco e il corso serpeggiante dell’Adda.

Prima di lasciare Galbiate, decifriamo la lapide che si vede sulla piazza della chiesa.

Essa suona così:

Libertas Quæ toto non bene venditur auro Labore lite prætio parta Galbiatensi viciniæ ac finitimis oppidis Regia concessione firmata tandem arrisit Felix dies XVII junii anni MDCLXXI. Que infeudationis ac omnis inferioris judicii excusso onere Populus hic sub potentiss. regis Hispaniarum Vicaria potestate nempe mediolanensis Senatus Se immediate redegit. Tantæ exemptionis memoriæ Quam Francisci Georgii Ottolini Regiæ ducalis Cameræ notarii Autentica scripta privatim asservant Hujus lapidis retentivæ custodiæ Publice resignantur Die XVIII septembris anno MDCLXXI[28].

Così impariamo che Galbiate, ch’era una volta dipendenza del feudatario della Pieve d’Oggionno, ebbe a comperare a’ 17 giugno 1671 la propria emancipazione.

Ora ripigliamo la strada pel monte Baro. Essa è montuosa, ma non aspra, e presto vi si arriva.

Figuratevi quanto s’esercitasse l’erudizione intorno a questo monte! S’è detto prima che su questa sua vetta, dove noi ci troviamo adesso, vi fosse nientemeno che una città e che questa si denominasse Bara, i cui abitanti andassero poi a fondare Bergamo. Gli è tutto un sogno codesto, chè nulla rimase che dia presa soltanto ad argomentare che qualche fondamento avesse di verità, dove s’eccettui il nome del monte. Ma pure i barbassori che misero innanzi tal fiaba, sono nientemeno che Plinio il Vecchio, il quale per altro ciò afferma sulla fede di un vecchio autore, che dice essere Catone. E a Bara e da’ suoi abitatori si vuole discesa tutta la famiglia briantea.

Non so poi davvero di qual ragione possa valere a rafforzare questa pretesa la tradizione di quella vecchia e rozza effigie che si venerava quassù, e che essendosi tentata da’ divoti di rimovere, onde porla in luogo più dicevole ed accessibile, non solo non vi riuscirono, ma rimasero colpiti da cecità. Ciò riferirebbesi ad êra cristiana. Quella effigie fu rivolta a culto cristiano, e quei di Galbiate vi eressero anzi una chiesa, nel 1480, che poi ebbero i Francescani, i quali vi studiarono la riforma del loro ordine, e vi stettero finchè Giuseppe II, nel 1810, volle sbarazzarsi di frati e di conventi.

Qui sul monte vuolsi ancora che re Desiderio vi avesse una rôcca; e qui davanti alla chiesa, non fan più di quattr’anni, che in quel pozzo che vi si vede, precipitasse un’inconscia fanciulla, credendo riparare entro il recinto di muro dalla furia d’una buféra. Dicono vi rimanesse inavvertita ben sette giorni, a capo de’ quali, venuti per cagion d’una festa gli apparatori e udendo ascendere da quella profondità un gemito, calati dentro vi rinvenissero viva ancora, sebbene intirizzita, la poveretta che sopravisse con meraviglia di tutti.

La vista da questa altura è maravigliosa, più che per la sua estensione — perchè da oriente è arrestata dalle vette de’ monti che le stanno in faccia, — per la sua vaghezza. Le digradanti colline che le stan sotto, i laghi che sembrano gli bacino i piedi, quel di Lecco e l’Adda da una parte, e quei di Oggionno e d’Annone dall’altra; gli altri leggiadri bacini, la miriade di paeselli e di casali disseminati per la valle dell’Adda e dell’Éupili, prestano allo sguardo uno di que’ panorami che a parole mal si sanno descrivere.

Una bella selva di faggi sussiste ancora, entro cui i buoni Francescani s’erano aperta un’incantevole via, che se serviva di delizioso passeggio a que’ frati, or vale a riposo di chi pellegrina a questa vetta.

Più su si sale al cocuzzolo del monte, dove furono infisse nel suolo tre crocette, che si veggono stando al basso della valle e che a quel più alto vertice fan dare il nome di Monte delle Crocette. Ivi naturalmente si allarga ancor più l’orizzonte e spazia vieppiù la vista.

Ma l’ora si è fatta alta, e la salita, l’aria sottile del monte ci hanno reso acuto l’appetito; mano alle provvigioni. Non dimentichi il lettore la purissima linfa del monte, e con Properzio gridi a chi lo serve:

_Et puris manibus sumite fontis aquam._

ESCURSIONE VENTESIMASESTA.

LA VALLE DELL’ORO.

Corni di Canzo. — Civate. — Il monastero benedettino. — Il re Desiderio e Adelchi. — La tradizione del miracolo. — La Valle dell’Oro. — Barzaguta. — La cascata.

Come già notai in una precedente escursione, anche dai bastioni orientali della nostra Milano, fra quella lunga fila di montagne di cerulea lontananza che contermina l’orizzonte, si distingue quel monte che elevandosi in due acute punte, vien detto dei _Corni di Canzo_, dal bel paese che loro dà il nome, e che divide la Brianza dalla Vallassina. Era ad essi che Giovanni Torti, il poeta della _Torre di Capua_ e dei versi che Manzoni additava come _pochi ma valenti_, faceva cenno in questi:

O selvose montagne, o gioghi erbosi, O di lontan sovreminenti al verde Cornuti massi, o dolce aere vitale...

Come appendice di questo monte, si protende un bel declivio che vien morendo in riva al lago di Annone. Su questo allegro pendío si posa il villaggio di Civate, o Clivate, come appellavasi in addietro, derivando la propria denominazione dalla sua stessa postura.

Fu già Civate una grossa terra, che v’ha chi pretende perfino essere stata una piccola città, argomentando da alcune vicinanze, come _Borneu_, che vorrebbe dire Borgo nuovo, Castello o Castelnovo e la Selva di Diana. Certo in tempi meno rimoti fu signoria degli Abbati Commendatori del monastero benedettino de’ SS. Pietro e Calocero, il quale sorge a mezzo del monte che sovraggiudica il paese stesso, e la storia e la tradizione hanno lasciato e all’eremo ed alla chiesa tutto ancora quell’interesse che pur l’avevano allorquando l’abbazia era nel pieno suo fiore.

Per chi amasse conoscere per filo e per segno della origine del cenobio e della chiesa, degli scrittori che ne han parlato, fra’ quali Tristano Calco ed il Fiamma, Bernardino Corio e Ripamonti, per non dire dei tanti altri, farà bene a consultare le _Memorie storiche_ che pubblicava l’abate Longoni[29].

Tutti i cronisti, scrive codesto autore, citando il Corio, concordano quindi nell’affermare che Desiderio, l’ultimo re longobardo, innalzasse la chiesa di S. Pietro per compiere il voto per la guarigione del figlio Adalgisio od Adelchi, come lo chiama il Manzoni. Desiderio amava oltremodo questo suo figlio, che viene dipinto da Paolo il Diacono, da Varnefrido e da Manzoni stesso come duce valoroso; e lo avea in tanta considerazione, da chiamarlo a parte del regno, dividendo con esso lui gli onori ed il peso della corona.

Il Corio narra come Desiderio, dopo la sconfitta avuta da Adriano a Spoleto, oppure, come meglio si vuole, dopo la fuga e la rotta de’ Longobardi dispersi dall’esercito franco, si ritirasse colle sue genti ne’ monti della Brianza ad un luogo detto Montebaro, dove si fortificasse in modo che di un monte solitario fosse divenuta una vera città opulenta. È quindi probabilissimo, inferisce il Longoni, che trovandosi in que’ luoghi andasse a caccia per quei circonvicini monti, che a quell’epoca erano per le folte selve abbondanti di selvaggina, e che abbattutosi Algiso in qualche fiera, che viene chiamata nelle cronache porco selvatico (cinghiale), o fosse assalito da essa, o nell’ucciderla restasse offeso dalle armi proprie o da quelle di altro cacciatore di lui seguace. Forse i monaci Benedettini, che si erano già sparsi nell’Italia e stabiliti negli eremi i più solitari, soccorsero il giovane Algiso o Adelchi nella sua sventura e lo curarono con affetto; per cui re Desiderio, mosso dalla premura da essi addimostrata, fece loro erigere una chiesa più vasta di quella di San Benedetto, che forse già esisteva, e la dotò di beni.

Ma il Corio stesso riferiva supposizione diversa, quella cioè che il Fiamma aveva diggià udito.

“Questo tempio fece edificare Desiderio a similitudine della Chiesa Pontificale in Roma. Et la cagione intervenne che, andando un dì Algisio, suo figliuolo, con assai comitiva et gran numero di carri alla caccia di porci (cignali) su quel monte dove è edificato il tempio, a caso ferendo un porco, di subito, per divina volontà, divenne cieco. La qual cosa intendendo il padre il votò a S. Pietro ad honore di cui, al figliuolo essendo ritornato il vedere, nel monte predetto fece edificare il memorato tempio e quello dotò di honoranti redditi, siccome nei suoi privilegi si contiene e per li quali si vede ancora la indulgenza che Adriano pontefice gli concesse.„

La quale opinione dello storico milanese riceve il suo valore dalla popolare tradizione che ancora sussiste: perocchè i molti devoti che traggono a quella chiesa sogliano lavare gli occhi in una fonte di acqua viva che scaturisce presso alla stessa, e che pretendono sia pur quella che rese la vista all’infelice Adelchi.

Ma che c’entrano, chiederà il lettore, tutte queste leggende colla Valle dell’Oro, di cui vi siete proposto di dire?

— C’entrano sì, o discreto lettore.

Perocchè, se visitando il Pian d’Erba, piace a te per avventura fra le cose meglio interessanti salire a que’ venerabili avanzi dell’antico, dove tanta storia di nostra casa si può imparare, e sarà certo fra’ tuoi migliori partiti che ti allegrino il delizioso soggiorno, una delle due vie che vi conduce, transita appunto per la piccola Valle che si denomina dell’Oro; ed io, ponendoti al giorno della pietosa tradizione che ancor ripetesi dalla buona gente della montagna, ho pensato meglio invaghirti a salire per l’erta scabrosa, prendendo quel sentiero che parte da Civate, anzi che dal più agiato viottolo che dalla Croce così detta di Pieve mette fra dirupi e cespugli alla medesima meta.

[Illustrazione: Valle dell’Oro.]

L’orrido pittoresco della Valle dell’Oro è del più bello artistico che immaginare si possa. Perchè chiamata dell’Oro, non è presto detto, variando al proposito le sentenze. V’ha chi attribuisce questo nome alle molte piante d’alloro di cui tutta quanta era un tempo disseminata; v’ha chi pensa esistesse un giorno qualche aurifera miniera, ma di traccie non se ne riscontrano; v’ha chi poi lo vorrebbe derivare — e potrebbe essere probabile — dal cognome di alcuna famiglia che là ebbe un giorno a possedere. Ma di siffatte investigazioni non credo possa venirne utile a chichessia e però passo oltre.

Presso al poggio, designato da quei del paese col nome di _Barzaguta_ (balza acuta), si discende verso un torrente, le cui acque nella caduta mettono in movimento mulini e filatoi. Poco dopo ne si para dinanzi una magnifica cascata, quella appunto di che or ti si offre il disegno. Il fondo di questa incantevole scena è costituito da due altissime e smisurate roccie, e le acque, precipitando spumeggianti e rumorose, formano nel letto del torrente un bel bacino. Al piede di esso l’occhio si perde in una gola oscura, attonito dapprima per le dirupate frane e pei pensili massi che sembrano ad ogni istante rovinare, e se mai ti piglia il talento di ascendere al sommo della cascata, una rozza gradinata praticata nella roccia ti agevola la salita.

Oh sì, fra tanto frastuono delle acque cadenti, e fatto maggiore dagli echi che si ripercuotono, l’anima nostra è compresa da un insolito sentimento fra la meraviglia e l’orrore; gli svariati effetti di luce, le tinte ora cariche, ora sfumanti della intera scena, e quelle ombre, che i pittori chiamerebbero _portate_, e il cupo verde de’ cespugli, e il gruppo degli alberi, e l’enormità de’ macigni, ne ingigantiscono così quelle sensazioni che ognun si sente quasi incatenato al luogo e mal si sa togliersi di colà.

Il geologo poi in quest’orrido della Valle dell’Oro studia uno dei fatti più curiosi della sua scienza; cioè il gran banco madreporico, anzi muraglia di corallo che si stende per tutta la Lombardia, dove mal distinto dalla dolomia bianca e grigia che può dirsi azoica, dove conservando le forme di polipaio.

Valle dell’Oro è pur chiamato quel povero gruppo di capanne, al quale scorge il sentiero che percorre la costa della rupe, e se il cammino scabroso ti ha fatto stanco, una polla di limpida e fresc’acqua colà ritrovi che ti ristora dall’arsura e ti fa cuore a terminare l’aggradevole pellegrinaggio.

ESCURSIONE VENTESIMASETTIMA.

LA CASA DEL PARINI.

Annone. — La Squadra dei Mauri. — Suello. — Cesana e San Fermo. — Bosisio. — La Chiesa e l’Oratorio — Casa Banfi. — Monumento ad Appiani e Parini. — Uno stregone dei tempi antichi. — La casa del Parini. — Lapide commemorativa. — Onta lavata.

Discendendo dall’altura di Civate, rasentati i laghi d’Oggionno e di Annone, de’ quali il lettore s’è già intrattenuto per averli veduti dalle vette di Galbiate e di Monte Baro, pigliamo la via che mena a Bosisio, chè oggi la nostra escursione è un caro pellegrinaggio alla casa in cui nacque quell’intemerato intelletto di Giuseppe Parini, che fu tanto lume delle italiane lettere e che si recò a sommo di gloria il poter dire di sè:

Io volsi L’Itale Muse a render saggi e buoni I cittadini miei[30].

Vediamo da lungi Annone, che dà nome al lago, ma che non ha importanza speciale, malgrado la bella chiesa che vi sorge su disegno del Bovara, di stile jonico. E ad Annone dicono sia venuto il nome da uno dei trenta duchi longobardi. Se sul Monte Baro e in Civate la tradizione ricorda la presenza in questi luoghi di Desiderio e di Algiso, nulla di più facile che anche un altro duce di loro razza sia qui stato e abbia lasciato a’ posteri memoria di sè in questo paese.

A mano destra, e addossata alla montagna, è quella parte di territorio che si denomina ancora la _Squadra dei Mauri_, e anche qui la tradizione spiega la denominazione, pretendendo stabilita qui una colonia di Mori... ma in qual tempo? Se ne tolgono d’impaccio questi fabbricatori di storia, rispondendo: al tempo delle invasioni, che io mal saprei definire ancora quando fosse, ignorando davvero che i Mori facessero mai invasioni nelle nostre parti e molto meno in queste. Compresa in tale Squadra è Cesana o San Fermo, come più propriamente si nomina, terra vaghissima e ferace, e che si han più dati per ritenere che avesse un giorno una maggiore importanza.

Poi via trascorriamo Suello, e di contro a Cesana, pria di giungere a Pusiano, volgiamo a manca, e dopo breve cammino, girando pur alquanto intorno al lago di Pusiano, salutiamo Bosisio.

Un dì, e non è molto, era poverissima terra; ora il comune è de’ più ricchi, grazie alle torbiere che si trovano sul suo, e che gli fruttarono e fruttano tuttavia una ingente moneta. Ogni fuoco di questo paese ha diritto ad una parte di torba; nè avviene qui ciò che altrove di queste parti si lamenta, che cioè i nullatenenti e i vagabondi si caccino nell’altrui per i boschi a far legna. E sovrabbonda in tanta quantità la torba, che ne può esser venduta con larghissimo ed annual beneficio.

Tuttavia, malgrado l’antica povertà, non era l’arte nome affatto straniero in Bosisio, se nella sua chiesa parrocchiale ti veniva mostrata come preziosità una tavola dipinta da Gaudenzio Ferrari, una tela di quel più recente ma esimio artista Vitale Sala, di cui vedemmo già a Valmadrera due freschi, ed un’altra del Narducci nell’Oratorio di casa Appiani, architettato dal valente Moraglia, dove era un bellissimo quadro del sullodato Vitale Sala, rappresentante l’Annunciazione di Maria Vergine; e finalmente nella casa del signor Banfi, dove io fui l’ospite benvenuto nel 1845, si trovava che il colto proprietario aveva nel suo grazioso giardino, che digradava al lago di Pusiano, eretto monumento a due illustri che da Bosisio eran partiti a far parlar alto di sè stessi il mondo; ad Andrea Appiani, giustamente chiamato il _Pittor delle Grazie_, ed a Giuseppe Parini. E siffatta reverenza dimostrava il Banfi quando non s’era per anco da alcuno pensato a mettere pure una pietra commemorativa là dove l’illustre Poeta era nato ed aveva abitato; e su di quel monumento scolpiva i versi di lui, ne’ quali entrambi sono così rammentati, e son questi:

Te di stirpe gentile E me di casa popolar, cred’io, Dall’Éupili natio, Come fortuna variò di stile, Guidaron gli avi nostri De la città fra i clamorosi chiostri. E noi dall’onde pure, Dal chiaro cielo e da quell’aere vivo Seme portammo attivo Pronto a lavarne da le genti oscure, Tu Appiani col pennello, Ed io col plettro seguitando il bello[31].

Dirò di più a chiarire la noncuranza. In quell’occasione mi rammento che, visitato per la prima volta il Pian d’Erba, all’incantevole vista de’ suoi facili colli, de’ suoi ridenti paesi, de’ tranquilli suoi laghi, m’erano venuti spontanei sul labbro i versi del cantore del _Giorno_, della satira mordace e potente, ma elegante e in guanti gialli, che così questi suoi luoghi salutava, quando, stomacato della vita politica e cittadina, faceva ad essi ritorno:

Colli beati e placidi Che il vago Éupili mio Cingete con dolcissimo Insensibil pendio, Dal bel rapir mi sento Che natura vi diè, Ed esule contento A voi rivolgo il piè[32].

E allora, trovandomi a Bosisio, andai percorrendo tutto il paese, cercando quale delle umili casette che lo costituivano sarebbe stata quella in cui schiuso aveva gli occhi alla vita il grande poeta; e come che nessuna mi paresse tale da invitarmi a chiedere se quella fosse, una comare, cui finalmente mi rivolsi perchè il mio desiderio facesse pago, incominciò a sbarrarmi gli occhi in faccia, maravigliata dallo intendere il nome di Parini; poi, quasi vergognando ch’io, straniero, fossi di lei più esperto del paese, come se raccogliesse in quel punto tutte le sue memorie, finì col dirmi sbadatamente:

— Sì, sì; era uno stregone dei tempi antichi.

Quindi, crollando il capo, mi significò che di più non avrebbe saputo aggiungervi, e molto meno dove fosse la casa de’ suoi padri.

Povero Parini! Uno stregone!

[Illustrazione: Casa del Parini.]

Pure la natale casetta scoprii finalmente a furia d’inchieste e d’induzioni; nè presi errore, da che due anni dopo, quando il sentimento della italiana rigenerazione parlò potente al cuore di tutti, e cercavamo raffermarci ne’ propositi santi e generosi col rimettere in onore le glorie del paese, e massime quelle che avevano gittato negli animi nostri il germe di essi, nelle opere del loro ingegno a noi lasciate, si impose il nome di Parini alla via dove sorgeva, e su di essa, in una solenne festa, fra un concorso infinito di popolo e di villani che non avevano mai sognato prima chi si fosse e pur allora ne capivano verbo, e fra letture di prose e di versi in onore di lui, fu collocata una lapide che recava sculte le seguenti parole:

A GIUSEPPE PARINI GLORIA DELL’INGEGNO LOMBARDO CHE NUOVI SENTIERI APRÌ ALL’ITALICA POESIA E LA FE’ POTENTE INTERPRETE D’ALTI PENSIERI E DI SDEGNI MAGNANIMI DERISOR SUBLIME DE’ FIACCHI COSTUMI BANDITOR SINCERO DELLE VERITÀ PIÙ UTILI MAESTRO D’UNO STILE PELLEGRINO TEMPERATO CHE OBBEDISCE AL CONCETTO E GLI CRESCE ENERGIA ALCUNI ESTIMATORI PERCHÈ QUI DOVE POVERAMENTE NACQUE E PRIMA S’ISPIRÒ NEL RISO DI CIEL SÌ LIETO ABBIA IL NOME DI LUI PERENNE OSSEQUIO P. NEL MDCCCXLVII.

L’iscrizione, a mio avviso, avrebbe fatto meglio ad essere più concisa, e ricordar invece il dì in cui il grande cittadino e poeta nasceva. Avrebbe almen giovato a qualche cosa.

Ad ogni modo la generazione presente ha lavata l’onta che Foscolo gittava al volto della città che l’ospitava, ch’egli acremente chiamava ne’ _Sepolcri_

lasciva D’evirati cantori allevatrice,

perchè non ombra, non pietra, non parola avesse posto a Parini: Milano, nel suo palazzo di Brera, rizzavagli maestoso monumento, affiggeva memore lapide sulla casa che l’aveva albergato e dava il nome di lui ad una nuova sua via.

ESCURSIONE VENTESIMOTTAVA.

L’ISOLA DE’ CIPRESSI.

Il lago di Pusiano. — Il primo battello a vapore in Italia. — Un mio processo. — Armi di pietra e palafitte lacustri. — Pusiano. — Villa Conti. — Scene di superstizione. — La Processione del Venerdì Santo. — L’Isola de’ Cipressi. — Il romanzo di Bertolotti.

Se vivo ancor fosse quell’eccellente uomo di Banfi, presso cui, vi dissi, ospitai nel 1845, non rifacendo più la via che ne condusse a Bosisio, dal giardino suo saremmo montati nella barchetta che vi stava legata, per pigliare il largo su questo lieto e tranquillo lago di Pusiano, onde condurci al paese che sta quasi di fronte e che gli diede il nome; ma di lui non resta che la buona memoria in chi lo conobbe d’anima aperta e cortese. Qui s’era ritirato a fruire d’una vita calma, dopo aver assistito a’ burrascosi avvenimenti che chiusero l’êra napoleonica e condussero sciaguratamente in Lombardia l’austriaca dominazione, che le pesò sul collo per quarantacinque anni; qui gli consolava gli estremi giorni l’amore d’una figliuola e qui costei vi soggiorna ora colla corona de’ suoi figliuoli.

Ritorniamo adunque per la strada primitiva. In pochi minuti il lago ci riappare.

Il suo bacino non è grande siccome un giorno, quando abbracciava tutto quello spazio che segnano da una parte il lago, ora detto d’Oggionno, e dall’altra quello d’Alserio; esso è quanto avanza del vecchio Éupili; ma se ha perduto in vastità, ha guadagnato, a mio credere, in vaghezza. Dall’una sponda corre l’occhio all’altra, e tutti si veggono e contano i paesi che vi seggono in riva e lo circondan dappresso.

È inoltre pescoso, e vi si raccolgono specialmente anguille e lucci, tinche e barbi, arborelle e carpi, e vi si potrebbe ottenere di meglio, se la piscicoltura non fosse tra noi sì poco curata, o se fosse vissuto più a lungo quel Giuseppe Conti, che qui con molto amore la coltivava.

Fu su questo lago che, nel 1820, per la prima volta in Italia fu visto un battello a vapore; ma al sospettoso governo d’allora, a quel governo che giunse a farmi sul serio un processo criminale nel 1855, per _perturbazione della pubblica tranquillità contro il nesso politico dell’impero_ (!), per avere scritto che il finale del terzo atto del _Profeta_ di Meyerbeer era una _ladra cosa_, essendosi capito ch’io aveva voluto alludere all’inno nazionale austriaco di Haydn, da cui quel finale aveva tolto qualche nota; a quel governo parve che il battello a vapore potesse essere invece qualche macchinazione che coprisse mene di carbonari; e il battello un bel dì fu riportato via.

La scienza ha intorno a questo lago fatto qualche scoperta importante. Da un opuscolo pubblicato da quel dotto naturalista che è Antonio Villa, e che ha per titolo: _Gite malacologiche e geologiche nella Brianza e nei dintorni di Lecco_, negli _Atti della Società italiana di scienze naturali_ (vol. IV, fasc. 6, 1863); non che dal _Fotografo_ del 2 agosto 1856, in un articolo dei fratelli Antonio e G. B. Villa, rilevai come nella torba di Bosisio venne trovata dal signor Federico Landriani, alla profondità di circa tre metri dalla superficie, una scure riferibile, secondo l’archeologo prof. Biondelli, ai tempi del primo secolo dell’Impero Romano, di buon metallo e ben lavorato; e meglio ancora si rinvennero diverse punte di freccia, dell’epoca dei Galli Celti, di silice, e quindi della più remota antichità, quando cioè ancora non si conosceva l’arte di lavorare in ferro. Freccie di pietra silice si rinvennero anche nelle torbiere del lago, nel luogo detto Comarchia, assieme ad altri arnesi; e l’abate prof. Antonio Stoppani, presso a quest’Isola de’ Cipressi, nello stesso bacino del lago, trovò indizi di palafitte, ciò che potrà fornir lume a chi s’intrattiene intorno alle abitazioni lacustri degli antichi popoli.

A capo del lago siede la terra di Pusiano. Il palazzo che vi si vede d’una architettura secentista, apparteneva ai marchesi Carpani; poi fu comperato dall’Arciduca Ferdinando d’Austria, che di questi luoghi si piaceva e vi veniva a villeggiare; e da ultimo venne alle mani de’ signori Conti, che vi aprirono una capace filanda. Apparteneva ad essi anche il lago, dal quale ho già detto esce il Lambro presso Mojana, che poco prima vi si era intromesso, ed ora è stato acquistato dal Comune di Bosisio.

Altro d’interessante non saprei trovare in Pusiano oltre i suoi bellissimi dintorni, dove non fosse che per segnalare la buona fede e l’ignoranza de’ suoi terrieri sfruttata da’ chiesastri, che alle spalle d’una _Teresotta_, volgarmente conosciuta sotto il nome di _Calimera_ e d’una sua sorella, _Angiolina_, che danno a bere d’essere ispirate da Dio, e tenute per sante, le si lasciano catechizzare in piazza e nella parrocchia, e per le quali traggono credenzoni da tante parti a portarvi regali e denaro, che scialano in pranzi ed in gallorie. Qual meraviglia allora che ivi pure si creda alla ciurmeria d’un’altra santocchia, nomata _Peppinetta_, che fa credere di vivere senza bisogno di nutrimento? Di queste tre, la più _astuta_ è la _santa Calimera_ (la serva del Curato), e come tale è anche la prediletta, ed ogni anno viene, con pubblica solennità, sposata a Gesù Cristo. Ella è poi quella che ha saputo e sa infondere tale fanatismo nelle masse ignoranti, che guai a chi osasse dir male di lei: quello sarebbe un uomo perduto, come lo fu un certo Bosisio, di Morchiuso, che, ad istigazione degli aderenti di quella santa, molti vogliono che sia stato ammazzato in mezzo ad una campagna, quantunque i partigiani della _santa_ andassero, come vanno tuttavia gridando che sia morto di coléra fulminante. Tanto è vero quanto cantò Lucrezio:

_Religio peperit scelerosa atque impia facta._

Compirò il quadro della superstizione che qui ha attecchito, riferendo i particolari fornitimi da un mio caro amico della processione del Venerdì Santo, da lui veduta nell’anno 1870, e che ha la somiglianza tutta d’una indecente mascherata.

La processione veniva aperta da un picchetto di guardia nazionale, che a giusto titolo dovrebbe chiamarsi _guardia del sepolcro_, perocchè all’infuori di questo giorno essa non esista che sui ruoli. — La musica d’Asso, dall’uniforme inglese, dalle spalline di maggiore, dall’elmo polacco e dalla durlindana di dragone, la seguiva facendo risuonare l’aere di mesti concenti e di marcie funebri. — Subito dopo veniva la Confraternita di bianco e rosso vestita, tenendosi in mezzo qual prigioniero un eremita, che, mi si dice, rappresenti S. Miro. — Poi una miriade di angioletti, portanti ciascuno una lunga asta, in cima alla quale vi sono i diversi arnesi della passione, vale a dire, tamburo, dadi, martello, tenaglie, chiodi, corona di spine, spugna, ecc. ecc., insomma una bottega ambulante di giocattoli. — Coperta la faccia di un fitto velo, ed a piedi nudi imbrattati di fango, e di qualche altra cosa, un _ex gendarme austriaco_ faceva da Cireneo, portandosi sulle spalle una pesantissima croce.

Qui faccio una digressione per dire che per avere l’onore di rappresentare il Cireneo e portare la croce, si tiene un’asta pubblica, che in quest’anno subì un forte ribasso, e fruttò alla Santa Bottega soltanto L. 5.20, ultima offerta fatta dall’_ex gendarme_, mentre l’anno antecedente fu deliberata ad un pizzicagnolo per lire 20.

Ora torniamo alla processione. — Il Cireneo ex gendarme, che un tempo scortava gli altri, quel venerdì era egli scortato da molti Giudei, faccie proibite, dalla barba posticcia, e vestiti alla spagnuola con elmo romano, meno uno che invece dell’elmo ha creduto meglio mettersi un kepì della nostra artiglieria. Alcuni di questi moderni Giudei tenevano le loro lancie rivolte con posa comica, mimica e tragica al Cireneo, nella tema che fuggisse per le campagne col dolce peso dei due travi formanti una croce; ed il rimanente appuntava le proprie lancie contro un uomo tutto vestito di rosso, dai capegli e barba di canapa, dai piedi scalzi trascinantesi una grossa catena, che, se non vado errato, doveva essere tolta poche ore prima dalla greppia di una stalla. Costui raffigurava il Cristo che saliva il Golgota, ma non era il Cristo falegname, bensì un Cristo ciabattino.

Seguiva il Cristo un’altra Confraternita con alla testa S. Carlo in abito vescovile ed armato di pastorale. Alla Confraternita tenevan dietro alcuni vessilli neri, ed il _Velo del tempio_, portati da uomini vestiti in nero.

Un’altra musica, quella del signor Perego di Cremnago, faceva eco alla prima coi suoi funerei concenti. Intanto i preti esilarati da quella musica intuonavano e cantavano il _Vexilla regis prodeunt_.

Sotto poi un elegante baldacchino veniva portato da quattro uomini, vestiti alla foggia di sacerdoti pagani, il cadavere di Cristo, di modo che nella stessa processione vi si vedevano due Cristi: vivo l’uno, l’altro morto.

Le tre Marie seguivano la bara, e dietro ad esse si scorgeva un nugolo di Santi, tutti in costume, e tra questi qualcuno di mia conoscenza, cioè, S. Luigi Gonzaga, S. Ambrogio, S. Maria Maddalena, S. Caterina da Siena, S. Margherita da Cortona, ecc. ecc.

Quella però che ha fatto destare maggiore ilarità nel pubblico profano, e che, _incredibile dictu_, ha fatto ridere la stessa Madonna Assunta che le stava di dietro, fu Santa Rita, la quale sentendosi pungere le tempie dalla corona di spine che cingevale la testa, dimenticava la propria santità, e, come gli altri mortali, mandò acuti lai, infino a che gliela accomodarono per benino ed in modo da non risentirne più dolore.

Chiudevano il corteo tutte le Madonne e gli Angeli d’ogni specie. L’Assunta la vedevi colle braccia alzate ed in atto di volare al cielo. L’Addolorata, con sette pugnali nel petto, teneva lo sguardo rivolto a terra, ed era immersa in profondo dolore. L’Immacolata tutta sorridente mostrava d’essere in un’estasi paradisiaca.

La processione ritornò in chiesa, e poco dopo il Cireneo, il Cristo, i Giudei, gli Angioli, i Santi e le Madonne ridiventarono semplici mortali, contenti di aver dato alla Santa Bottega il loro obolo per aver fatto la loro parte in commedia.

Innanzi a tutte queste giullerie, indegne dell’età presente, d’una cosa almeno si ha diritto di chiedere: e l’autorità intanto che fa?

Era peccato che su queste sponde del lago non vi fossero belle imbarcazioni, onde mai non vi si vedessero sopra signori a diporto. Era appena se si poteva trovare qualche barchetta da pescatore per remigare all’isola de’ Cipressi, che unica sta nel mezzo di esso e che abbiamo eletta per iscopo della presente escursione. A cotale difetto pensò rimediare il Comune di Bosisio, che, volgendo la ricchezza procacciatagli dalla torba a migliorare le proprie sorti, vi stabilì eleganti navicelli che invitano ad ascendervi.

Voghiamo quindi adesso a questa graziosa isoletta. Non ha che l’estensione di ventiquattro antiche pertiche. Gli alti cipressi e pioppi, che si vedono sorgere come dall’onde, vi vennero piantati verso il 1770 dal proprietario di essa, marchese Molo, onde assunse il nome da quelli alberi, l’Isola de’ Cipressi. Il sullodato signor Giuseppe Conti, che vi fu dopo il proprietario, non son molt’anni ne aveva all’estremità praticato un taglio per istabilirvi un vivajo di pesci, studiosissimo com’era, e come più sopra ricordai, di piscicoltura. Nell’isola, del resto non si vedono ora particolarità maggiori delle ombre amiche che invitano a riposo nelle ore più calde del giorno: _frigus captabis opacum_, e dell’indistinto piacere che si prova di ritrovarsi in piccol luogo tutto recinto dalle acque.

Da qui tuttavia, Davide Bertolotti, sentimentale scrittore e poeta, immaginò un suo gentile romanzo, che intitolò appunto _L’Isola de’ Cipressi_.

Il Comune di Bosisio non farebbe, credo io, opera vana ed infeconda, traendo maggior profitto dalla bella isoletta, erigendovi qualche casetta e trattoria. Sarebbe certo attrattiva maggiore a visitarla, sarebbe richiamo pei villeggianti, che ne farebbero meta di passeggiata e di divertimento. Sapere, come adesso si sa, che nell’isola non c’è albergo, a pochi entra in capo di andarvi. Le vaghissime isole del Verbano, perchè fornite di case e di alberghi, sono da tutti frequentate e levate a cielo, come gemme di quelle acque; e perchè non lo potrebbe essere di queste l’Isola de’ Cipressi?

[Illustrazione: Isola dei Cipressi.]

ESCURSIONE VENTESIMANONA.

IL BEL DOSSO.

Corneno. — La _Cà di strii_. — Villa Besana. — Galliano. — Carella. — Mariaga. — Alpe di Carella. — Il Bel Dosso. — Villa Graziani. — Longone. — Osteria. — La Malpensata. — Penzano. — Bindella. — Villa Galimberti. — Proserpio. — Villa Baroggi. — Inarca.

Or lasciamo la vettura e camminiamo su queste magnifiche alture che seguono dopo Pusiano.

Il primo paese che veggiamo è Corneno. Bella è la sua posizione e con qualche buona casa. Isolata ne sorge una, proprietà dei signori Conti, intorno alla quale corrono le più strambe dicerie. Vuolsi dal volgo che il diavolo vi faccia a fidanza, che s’odan la notte strascico di catene e lamenti; chi ne fornisce una storia, chi l’altra: certo si è che rimase il palazzo, a cui fu appiccicato il nome di _Palazzo del diavolo_, od anche di _Cà di strii_, molto tempo senza essere abitato, malgrado la felicissima sua situazione e la vista che vi si gode.

Io raccolsi la tradizione, e ne feci subbietto d’un racconto nella mia opera delle _Tradizioni e leggende di Lombardia_; epperò, a non copiarmi, rimanderò il lettore a quel mio libro, s’egli ne voglia sapere di più. Anche adesso la _Cà di strii_ non è abitata, ma mi fu detto che i suoi proprietarî abbian di meglio per villeggiare, nè quindi si cerchino di dare una smentita, col soggiornarvi, alle vecchie ed insulse ubbíe del paese. Nella villa Besana, ora proprietà del dottore Strambio, ed un tempo del pittore Andrea Appiani, su d’un camino, in una sala, l’illustre pittore disegnò col carbone _Amore che incatena il Tempo colle rose_, il qual disegno si conserva tuttavia difeso da cornice.

Segue Galliano, terricciuola ove son case e giardini signorili. Nel grandioso giardino attinente l’ampia casa del milanese Paolo Biffi, notabilità della confetteria e pasticceria, che qui or passa i suoi vecchi giorni, veggonsi vecchie torri, istoriate da Giovanni Biffi nella sua narrazione _La Ghita del Carrobio_. In molta prossimità di Galliano trovansi i villaggi di Carella e Mariaga, pur onorati di case di villeggiatura. Dietro a questi si distendono ridenti valli intersecate da acque correnti, ed è in mezzo d’una di esse che la sua vita d’artista e di poeta passò qualche tempo quel vivace scrittore che è Antonio Ghislanzoni, togliendo a pigione una villetta, cui veramente poteva dire _parva sed apta mihi_; e là fui a trovarlo, sempre constatandogli il buon umore e la vena pronta ai motti, ai frizzi, alle piccanti osservazioni. È di là che mandava a Verdi, a Petrella e ad altri maestri i suoi libretti, di là i suoi articoli di critica musicale al giornale di Ricordi; di là i suoi romanzetti scherzevoli che ne han fatto di lui il nostro ameno Paul de Kock.

Sopra queste alte vallate s’alza l’Alpe di Carella, che si può senza molta fatica ascendere e da dove si corre coll’occhio per un piano tutto sparso di paesi e di ville, fino a distinguere la freccia dell’aguglia del Duomo milanese, e più in là tutta la valle del Ticino.

Io invece non abuserò delle gambe del lettore e, fattolo uscire da Galliano a una decina di minuti di cammino, batteremo alla porta del _Bel Dosso_, alla villeggiatura principesca di Francesco Graziani, il baritono dalla simpaticissima voce, che adoperò a raggranellar un’ingente fortuna, massime cantando per molti anni di seguito a Pietroburgo e Londra, e per la quale potè comperarsi questo superbo ritiro, che prima aveva appartenuto a due miei amici, che morte rapì nel fiore della loro età e delle speranze, voglio dire Giuseppe Galli e l’avvocato Paolo Emilio Beretta. Il Graziani vi spese d’aggiunta un’ingente somma ad abbellirla, a dotarla d’ogni comodità; dirò di più, a fregiare la casa di ricca e preziosa suppellettile, perocchè, fra le altre sale, una ne vidi con mobili intarsiati di malachite e con tavolo tutto di questa pietra; ma il meglio della villa esisteva già, e questo meglio è la sua posizione che la rende superiore a tutte l’altre, è l’essere sulla punta di un promontorio, per il che le è dato di tutte ammirare da un lato le bellezze del bacino dell’Éupili, ossia de’ laghi che già abbiamo veduti, e dall’altro quelle non minori del Pian d’Erba.

Dal Bel Dosso si entra nel paese di Longone, dove qualche tempo fa si trovò un’ara coll’iscrizione: _Herculi invicto V. S. L. M; L. Domitius Germanus salvo patrono_. Essa fu portata nel giardino della villa Traversi a Desio. Qui a Longone raccomando l’osteria del paese, dove chi cerca appagar l’appetito con cibi casalinghi vi è di certo soddisfattissimo. Spesso l’osteria di Longone è il convegno de’ signori del Pian d’Erba, a colazioni e pranzi, massime se si possa contare su qualche lepre che vi si cucina a perfezione. Più sotto è Bindella con migliore orizzonte, di poco diverso da quello del Bel Dosso, con villa de’ Galimberti. Nel vicino Penzano due altri egregi artisti, i conjugi Agostino Dell’Armi e Luigia Ponti, si procacciarono una comoda villa.

La strada di Longone, che dovremo rimontare per fare una corsa a Canzo ed Asso, ha principio alla Malpensata, dove riesce la strada provinciale che viene da Inverigo, per tripartirsi, procedendosi per un ramo a Pusiano e Lecco, per un altro ad Erba e per il terzo alla Vallassina. Qui presso al ponte della Malpensata si rinvennero sepolcri romani colla marca del figulino _R. I. D._ e vasi di terra contenenti uno specchio metallico, armille, braccialetti e monete dell’epoca imperiale.

Arrestandoci per questa escursione a Longone, è impossibile che non montiamo al vicino villaggio di Proserpio, dove han villa gli Staurenghi, ora de’ Baroggi. Di qui era l’avv. Pietro Staurenghi, presso il quale crebbi all’avvocatura, e dove più d’una volta ebbi cortese ospitalità.

Facile è correre colla mente a pensare che Proserpio derivi da Proserpina, la Iddia infernale, che gli scrittori dicono avesse qui delubro e culto.

Rammento che il mio maestro ed amico, quando mi ebbe in sua casa, mi condusse alla non lontana Inarca, breve accolta di casolari che riguardano verso il lago Segrino, ma che nondimeno ha un superbo orizzonte.

ESCURSIONE TRENTESIMA.

LA VALLASSINA.

Il lago Segrino. — Canzo. — Il Vespetrò. — I Corni. — La fontana del Gajumo. — La cascata della Vallategna. — Il torcitojo Verza. — Scarenna. — La Casa dell’eremita. — Asso. — Lapide antica. — Arte. — La via al Pian del Tivano. — Pagnano, Fraino, Caglio, Gemù. — Il Ponte Oscuro. — Lasnigo. — Le donne della valle. — Le serve. — Onno. — San Carlo e la sua mula.

Lasciato addietro Longone, e mettendoci per la bella e spaziosa via, che da pochi anni fu compiuta, che scorge alla Vallassina, vediamo subito il Segrino e lo rasentiamo in tutta la sua lunghezza, che non è molta. Questi eterni chiaccheroni, che sono gli etimologisti, vorrebbero che il nome venisse a questo lago dal francese _chagrin_, affanno, quasi che il bacino sia tristo e malinconico. Piacemi rispondere ad essi anzi tutto che non potei mai comprendere per qual ragione si ostinino a dir tristo questo lago. Se non è tutt’all’intorno popolato di villaggi e palazzi, solo a capo del medesimo vedendovisi abitato, non significa per ciò solo che lo si debba condannare. Se in luogo del dosso verde e boscoso, che sta dalla riva opposta a quella che noi percorriamo, sorgessero picchi nudi e ferruginosi, potrebbesi aver ragione; ma quando invece questo bacino è tutt’all’intorno lieto di verzura, quantunque solitario, non può dirsi tale da meritarsi titolo di affannoso. Oltre di ciò, qual bisogno vi sarebbe stato di tôrre a prestanza al linguaggio francese un vocabolo per battezzarlo? Segrino finalmente si legge scritto in documenti antichi assai più della venuta de’ Francesi in Lombardia ai tempi di Carlo VIII, e quindi Segrino sarà un nome come qualunque altro, e se si sottrae diversamente all’interpretazione, segue la sorte della maggior parte degli altri nomi di laghi e di paesi.

Oltre questo lago ci troviamo a capo del bivio in cui si scinde la strada della Vallassina; perocchè vediamo l’altra via che mette a Pontelambro, e che faremo noi pure al ritorno della presente escursione.

Dopo due corte miglia da Longone, ci si affaccia Canzo. È borgata abbastanza grossa, che ha molte case di villeggiatura, sì che in questo tempo di autunno vi si vegga una vera colonia milanese; tanto così che venne eretto un teatro, dove si canta l’opera o si recita la commedia con affluenza di pubblico, e vi si fanno liete feste di ballo. Così popolato è sempre a sera il caffè, come di giorno frequenti sono gli equipaggi che da’ paesi circonvicini traggono a scopo di visita o di passeggiata. Famoso è poi il _vespetrò_ che vi si fabbrica, liquore che arieggia la _chartreuse_ di Grenoble, la quale ci giunge di Francia e che è sì ricerca e gustata.

Succedono, al fianco destro di Canzo, i _Corni_, acuti picchi altissimi, a metri 1385 sul livello del mare, che a Milano, come già notai, si veggono; ma colla loro nudità non aggiungono tristezza, e solo formano contrasto col resto, che è tutto lussureggiante di vegetazione.

Erano un dì rinomate le saje di Canzo che vi si fabbricavano; poi prevalse la seta, e vi ebbero e vi hanno filande e filatoj i Verza ed i Gavazzi.

Traggono quei del paese, a titolo di divozione, a San Miro, che fu nativo di questo borgo, nella prima domenica di agosto, alla sagra che in onore di questo santo si celebra nel luogo solitario e alpestre che vien detto la _Fontana del Gajumo_. Come accade in simili circostanze, si merenda colà allegramente e la divozione si muta in un vero divertimento.

Dopo Canzo, seguendo il corso della via che conduce ad Asso, il tuo cuore si esilara subito in questa nuova e vaghissima valle, dove si presenta al manco lato Asso, il non men bello paese da cui prende il nome tutto quell’importante territorio che si appella appunto Vallassina, e che si vede, come scena teatrale, posar sul fianco del burrone entro cui rumoreggia il Lambro, che non vi ha molto lontana la sua scaturigine.

La cascata della Vallategna, balzante a picco da erta rupe, sulla cui vetta fa leggiadramente capolino il grande torcitojo dei signori Verza, spruzza nella sua caduta, colle sue spume minutissime come atomi di polve, a molti passi i viandanti. Altre cascatelle scendono giù dai monti selvosi, che quantunque restringano l’orizzonte, pure non tolgono bellezza alla graziosa valle, i cui facili e verdi declivî si avvivano di grotte e di abituri, di ville e casali, ed è dimezzata dal Lambro che vi scorre. Dall’opposta sponda è Scarenna, sopra la quale vi viene additata la Casa dell’eremita, ove è fama che sul finir del duodecimo secolo vivesse appunto un sant’uomo che s’era dato ad istruire la puerizia e contasse fra i suoi alunni anche quel Miro, che fu poi santo egli pure e che ho mentovato più sopra.

Pochi passi e siamo ad Asso, il cui nome si suol dedurre dal celtico _as_, significante sorgente. Ebbe, ne’ tempi efferati, castello di cui non esiste che la torre in rovina. Un’altra torre, arnese di guerra, era quella che fu poi convertita in campanile della chiesa prepositurale.

Era Asso una delle Pievi che componevano la Martesana; a’ tempi pagani ebbe culto per Asclepio, nome greco di Esculapio, e forse da Asclepio derivò il nome suo, avendosene dagli antiquarî ad argomento l’iscrizione romana trovata in Vallassina fra Onno e Vassena, e che fu letta così dal dotto archeologo Giovanni Labus

Genio Asclepii Lucius Plinius Burrus et F. Plinius Ternus votum solvunt.

Nel medio evo fu Asso, come tutta la Vallassina, della mensa arcivescovile di Milano. Allo spirare della signoria de’ Visconti ne appare infeudato Facino Cane, celebre capitano di ventura e primo marito della sventuratissima Beatrice di Tenda, poi l’altro capitano Luigi del Verme e via via altri. Ebbe però governo proprio e statuto indipendente sino all’editto 16 maggio 1765, in cui la Vallassina venne incorporata al ducato di Milano.

[Illustrazione: Ponte Oscuro.]

Visitando Asso, veggasi la prepositurale, dove son dipinti egregiamente i Misteri del rosario, ed è di Giulio Cesare Campi una pala rappresentante l’Annunciazione. Qui pure sonvi signorili famiglie, tra cui i Romagnoli, i Magnocavallo, i Merzario, i Mazza, per non dire di tutti, ecc.

Gli è da Asso per Sormanno e per Rezzago che le allegre comitive, messe insieme dai paesi circonvicini, precedute da fanfare e ribechini, ascendevano, più frequenti in passato, per il piano del Tivano, e correvano a vedere quell’imbuto conosciuto sotto il nome del Buco della Nicolina, dove, provenienti dalle ville del lago di Como, pur salivano per l’opposto versante altre liete brigatelle a convegno concertato alla città, e da cui entrambe non si toglievano che a notte fra lo splendore delle faci resinose, come ho già fatto noto nell’apposita escursione.

Fuori appena di Asso, il pittorico è ancor maggiore; perocchè, oltre le diverse intonazioni risultanti da’ caseggiati civili a’ rustici commisti, oltre le torri ed i villaggi sovrastanti di Pagnano e di Fraino ed i verdi altipiani di Caglio e di Gemù, ti si para subito davanti una scena di bell’effetto nella vista del Ponte Oscuro, che a certa altezza si gitta da un masso all’altro della roccia, su cui corre la via che scorge a Valbrona e sotto cui, tra grossi ciottoli e pietre staccate dalle pareti o rotolate dalle acque, scorre il Lambro, dinanzi al quale sembra la roccia si sia aperta e divisa per aprirgli il passaggio.

A che i pittori e i _toristi_ nostri, domando io, vanno cercando alla Svizzera scene e paesaggi per i loro quadri, per le loro impressioni, se la nostra Lombardia e i monti dell’alta nostra Brianza ponno loro offerirne di solenni e di belle, di svariate, e di ispiratrici egualmente?

A chi volesse deliziarsi di maravigliosi punti di vista; a chi amasse gli erbosi altipiani alternare a’ villaggi, e a’ rugiadosi e impervi sentieri preferisse ampio e regolare cammino, io consiglierei volontieri di eleggere la recente strada che traversa tutta la Vallassina per il corso di ben dieci miglia e riesce a Bellagio, uno de’ più ameni paesi del Lario. Uscita appena dagli anfratti di Asso, quella strada ritorna ampia e comoda per Lasnigo, ove hanno villa i Rusconi ed altri, ed è prosecuzione di quella che dalla Malpensata conduce, per Longone, a Canzo ed Asso.

Visitando la Vallassina, a questa vaghezza di natura inanimata, altre ne troverà della animata il lettore; e senza dire degli uomini d’un ingegno svegliato, industriosi ed ospitali, i quali più spesso cercando fortuna al di fuori e colà eziandio stabilendosi, non crebbero guari fortuna al loro luogo nativo, accennerò delle donne col giudizio che ne reca un non sospetto autore, l’oblato prevosto Vincenzo Mazza di Lasnigo, autore d’una storia manoscritta della Valle, veduta dal Cantù. Esse gli parvero modelli, come di avvenenza, così di costumatezza; sobrie, pudiche, casalinghe, matronali sì da rimovere qualsiasi licenza d’atti e di parole, e le fanciulle sanno all’uopo difendersi cogli zoccoli, con sassi e colle spadine che portano come un’aureola in capo. E poichè e alla città e altrove si ha tanto difetto di buone serventi, il buon prevosto vi fa sapere come le donne della Vallassina sieno ricercate come fantesche, nè v’abbia esempio che una sia stata espulsa da una casa. Non ho voluto dimenticare questa particolarità della Vallassina, perocchè ogni dì più cresca il lamento per la mancanza di buone serventi. Gli aumentati opificî e la corruzione cittadina e campagnola hanno distratto moltissime di queste donne dal mestiere del servire che un dì pareva loro sì profittevole cosa.

Se a riposarsi di tratto in tratto dal cammino avvenga di interrogare quella buona gente alpestre, s’odono storie e tradizioni, leggende e fiabe a illustrazione di castelli e di paesi, di genti e di famiglie; e se non istessi io sull’avviso contro me stesso che di _tradizioni e leggende_ parecchie son già stato narratore, potrei qui cingermi la giornea e ripetere quello che ho appreso nella Vallassina, nè il lettore sarebbe certo sì fortunato di finirla così presto d’esercitar meco la sua pazienza. Non tacerò tuttavia d’accennar ciò che i terrieri non chiamano fiaba o tradizione, ma pretta storia e miracolo. Già toccai alla sfuggita di Onno, terricciuola della Vallassina che siede sul versante del lago di Lecco; or bene raccontasi che quel vigile arcivescovo che fu San Carlo Borromeo, nel visitare tutta la sua diocesi onde conoscerla per l’appunto e recarvi i saggi suoi povvedimenti, percorrendo questi luoghi aspri e montani, qui presso ad Onno, cavalcando una mula, precipitasse con essa dentro un profondo precipizio, ma che per sommo di ventura — essi dicon miracolo — ne uscisse incolume.

Ma io debbo, cortese lettore, qui arrestarmi, nè proseguire nella Vallassina, per non discostarmi troppo dal Pian d’Erba, nei confini del quale deve restringersi il mio libro.

ESCURSIONE TRENTESIMAPRIMA.

CASTELMARTE.

Val di Giano. — Caslino e suoi cacini. — Mulino S. Marco. — Fabbrica di coltelleria. — Setificî Invernizzi, Castelletti, Prina e Mambretti. — _Ademprivo._ — Castelmarte. — Ville Bertoglio, Parravicini, Biondelli. — Fu Castelmarte capo della Martesana? — _Castrum Martis._ — Giunteria archeologica. — Reliquie antiche.

Ritornando per la strada percorsa venendo da Longone, giungendo ora dopo Canzo al bivio che ho già avvertito nella passata escursione, pigliam la via alla mano destra e presto ci saremo introdotti in una valletta amena, che il paesano denomina Val di Giano.

È qui che ci si offre sull’altura a mano destra il paese di Caslino, che ora fa parlare di sè pe’ suoi cacini, e a cui si va per una bella strada, presso al luogo detto Mulino San Marco, dove c’è, oltre un recente filatojo e un mulino, una fabbrica di coltelleria di Dionigi Carpani, che gode assai credito, massime per certi coltelli da cucina.

Caslino ha la sua storia, e il prevosto Carlo Annoni ne dettò una dotta Memoria. Ora vi sono altre filande e filatoj degli Invernizzi, dei Castelletti, Prina e Mambretti. Bella è la vallata erbosa del comune che sta dietro il paese, e dove per una specie di _ademprivo_, quelli abitanti pascolano le capre del cui latte si fanno i cacini suddetti.

Dalla strada che seguiamo di Canzo, avanzando qualche passo, ci troviamo ai piedi del colle su cui pompeggia Castelmarte.

In attesa che si faccia da Pontelambro la strada più ampia e più comoda, come se ne fa ora iniziatore quell’egregio uomo e rinomato operatore chirurgico che è il dottor cav. Lamberto Parravicini, inerpichiamoci per questo boscoso declivio.

Non lungo è il cammino, e però presto ci troviamo in mezzo al paese.

Dalle ville degli eredi Bertoglio, del dottor Parravicini sullodato, che acquistò il luogo che prima era di don Giulio Ferrario, l’autore del _Costume antico e moderno di tutte le nazioni_ e d’altre opere dotte, non che da quella del ch. archeologo cav. Bernardino Biondelli si può godere il più superbo panorama. Distendesi avanti allo sguardo tutto il Pian d’Erba non solo, ma giù giù la Brianza inferiore co’ suoi mille paesi e ville; di qui il lago d’Alserio, di là quello di Pusiano, poi la lunga linea che segna il corso del Lambro, quindi un confine d’orizzonte che si perde nell’azzurro ondeggiante dei monti, che del resto non è difficile scernere e nominare. Una volta si montava a Castelmarte per ammirare le pitture de’ più rinomati artisti moderni nella villa Bertoglio e la raccolta completa di stampe in quella del Ferrario; ora invece la ragione principale di curiosità è nella villa del Biondelli, ove, fra tante pregevoli opere di pittura, di scoltura e d’incisione, è degno d’osservazione un gabinetto tutto di leggiadrie e lavori chinesi.

L’amore che a questi luoghi indusse il dottor cav. Parravicini a far sua la villa che fu del Ferrario, fa credere che la ridurrà a quella proprietà e comodità dalla quale s’era venuta discostando per l’abbandono in cui per tant’anni s’era da eredi e da acquirenti lasciata.

In quanto al paese, che dire? Dell’antico non avrei a ripetere che ciò che sembra una favola, perchè nulla nulla si ha che autorizzi a crederla una verità, che Castelmarte, cioè, sia stato il capoluogo della Martesana, che si sa comprendere molte pievi. Chi lo affermò non lo provò, nè mi fermerò oltre su questa maggiore importanza che a questa minima terra si vorrebbe aggiungere, cui solo dal nome (_Castrum Martis_) puossi a maggior ragione arguire che fosse un dì una rôcca e che vi avesse culto speciale Marte, il Dio della guerra. La sua eccelsa posizione rendevala propria a vedetta militare ed a luogo di difesa.

Quanto piglierebbesi volontieri per le orecchie quell’inventore di fatti e glorie storiche, che, cancellando l’iscrizione della pietra che si vede incastrata nel muro esterno della parte posteriore della chiesa, e che forse un giorno avrà coperto una sepoltura, vi sostituì la seguente menzogna:

D. O. M. Ugone Franc. Functo Esecrandi hostis Aerumnis Ecclesiæ Ineundo bello Hierosolyma red. Ucitur jam Nicea Nicomedia Antiochia Bisantio Vanei Fin. Boemon Tane. Bald. Redeun. Trand. com. Goffredus regens Palestina gloria Onusto mortuo in Sanguine patriæ Ossibus restitutis Ubaldo Prinæ Duci fido socio Rinaldo Estensi Ferrariensi principi. M

È facile accorgersi dal dirsi l’Ubaldo Prina fido compagno del Rinaldo da Casa d’Este, personaggio imaginario della _Gerusalemme liberata_ del Tasso, come anche esso Ubaldo sia figlio della fantasia e della boria di qualche Prina, de’ quali abbondano questi paesi, e che a costui sia entrato il matto pensiero di giuntare gli archeologi dell’avvenire e farsene beffa, per altro non di buon genere.

Piuttosto segnalerò l’esistenza di altri avanzi antichi incastrati nei muri esterni della detta chiesa parrocchiale, fra cui, sopra la porta interna del campanile, un leone in bassorilievo e due tirsi per istipiti di essa porta, poi nell’alto del campanile un busto di donna frammezzo a due d’uomini, con sotto alcune parole che si lessero _Ma.... conisi maximus_ e che appajono di colore oscuro.

Visto Castelmarte, fra le case Bertoglio e Parravicini evvi una stradicciuola che ci porta ad una stradetta o scala di ben quattrocento scaglioni a più riparti, per i quali, a guadagno di tempo, mettiamoci noi per condurci a Mazonio e Ponte, cui è destinata la ventura nostra escursione.

ESCURSIONE TRENTESIMASECONDA.

PONTELAMBRO.

Mazonio. — La sua chiesa — Il pittor Ferrabini. — La Fusina. — Filatoio Ohli. — Zocco Romano. — Zocco Battista. — La Bistonda. — L’annegato. — Pontelambro. — Case Guaita e Carpani. — Una lapide nel Camposanto. — Filatojo Bressi. — Villa Matilde. — La Plejade de’ poeti politici moderni, sonetti. — Affresco luinesco distrutto. — Villa Carpani. — Lezza. — Carpesino. — Arcellasco. — Resica. — Filatoj Ronchetti e Mambretti. — Brugora.

Scesi i quattrocento gradini della scala di Castelmarte, eccoci sulla via che ne adduce a Mazonio, gruppo di quattro case da contadini, a capo delle quali è la chiesa della parrocchia, che comprende, oltre Mazonio, Ponte, Lezza e Carpesino.

La chiesa è bella, architettata da Simone Cantoni, sebbene non abbia ancora compiuta la facciata. Non ha quadri di valore, dove eccettui una tela del milanese Giuseppe Sogni raffigurante Sant’Anna. I freschi laterali all’altare sarebbero stati rinnovati da Pietro Ferrabini da Lodi, prospettico e frescante eccellente della scuola del celebre Sanquirico; ma mentre attendeva a disegnarne i cartoni e ad un tempo frescava la chiesa a Rancio di Lecco, cadeva da un ponte eretto nella chiesa, colpito da apoplessia. La posizione della chiesa di Ponte è piuttosto alta, e dal suo piazzaletto si ha un’allegra vista. Da questo si discende per una lunga scalea cordonata. Volgendo a destra, si va a Caslino, incominciando la via a montare.

La Fusina è un cascinale, ove è cartiera, molino e torchio, che si presenta da questa parte dopo una casa incompiuta che siede su d’una specie di dosso, che sarebbe buon sito a casa di campagna, se non fosse signoreggiata dal vento, ma che non toglie sia nomata Bel Dosso. Fuor del cascinale, il Lambro ha il suo letto sassoso, e il più spesso con poc’acqua, sì che si passa a guado, tutt’al più facendo appoggio al piede di qualche ciottolo più grosso.

È qui che dirompendosi il letto del torrente nella roccia del suolo lascia scoperto il fondo granitico, e l’acqua, raccogliendosi in un canale, va più rapida a mettere in movimento il bello stabilimento di filatura di seta del signor Ohli, condotto con tutta l’intelligenza e proprietà d’un vero prussiano, com’egli è. Questo punto chiamasi il _Zocco Romano_; ma perchè così si chiami non lo chiedete: nè io, nè quei del paese ve lo sapremmo dire. Certo è di una sua propria alpestre bellezza il luogo. Varcato il Lambro, s’entra come in una selva, dove, a mano manca, da un dirupo scende lungo la nuda roccia una vena sottile d’acqua che forma bacino, d’onde esce un rivolo, e il romantico sito è designato col poco romantico nome di _Zocco Battista_. Migliore è la cascata che a qualche centinaio di passi di distanza, a mano destra, si precipita da un’altezza di forse una sessantina di metri dentro un bacino assai più vasto e profondo e che s’incaverna di sotto il masso, e vien detta la _Bistonda_. Poetico è il ritrovo e quasi incamerata appare la cascata, e il raggio di sole che vi penetra vi si rifrange bellamente. Narrasi d’un garzone che venuto a bagnarsi in quest’acqua freschissima, inoltrando di troppo, vi sarebbe perito. Un poeta sentimentale vi troverebbe il soggetto d’un amore di Ondina, cui il nuzial talamo sarebbero state le liane della roccia galleggianti sulla superficie del limpido laghetto.

[Illustrazione: La Bistonda.]

Tutto questo tratto solitario che s’addossa al monte, alla metà del quale corre l’alpestre via che da Caslino guida a Pontelambro, fiancheggiata da un rigagnolo che lascia parte delle sue linfe acciò si gittino a dar vaghezza al paesaggio in spumeggianti cascate, è d’una silvestre bellezza, e le ombre che presta giovano d’assai nella estiva calura.

Or ritorneremo sui nostri passi, e dalla scalea della chiesa volgiamo all’opposto lato che or percorremmo per entrare in Ponte. A distinguerlo da Ponte di Valtellina gli si aggiunse il nome del fiume sulla cui sponda siede e che qui lo attraversa con un ponte, da cui certo il paese si nominò, e che è di un bello e ardito arco ristaurato in questi ultimi tempi, rendendosene più facile l’accesso col diminuirne la pendenza verso il paese; il quale va ognor più allargando la sua via principale che gli corre in mezzo, a scemare i pericoli de’ rotanti nello scambio ed a rinsanire ognor più le abitazioni. Continuandosi nelle migliorie, di cui vuol darsi lode al già suo sindaco, il cav. Giuseppe Guaita, che per esse affrontò ben anco l’impopolarità, è a sperare che sparisca la brutta fama guadagnatasi dal paese, che passa per essere copioso di gozzuti, che per altro io non vidi mai.

Oltre la casa del predetto signor Guaita, ve n’ha pure altra signorile del signor Cesare Carpani, al quale molto è debitore il paese per aver concesso che da’ suoi fondi si derivasse l’acqua eccellente della quale è ora abbondevolmente fornito; ed altra casa della signora Erminia Carpani. Dalla prima si gode il prospetto severo della vallata di Caslino, degna dello studio e del pennello d’un artista. Qui infatti venivano negli anni scorsi e lo Stefani e il De Albertis e il Castoldi, che nell’autunno del passato 1871 vi perdette la buona e affettuosa moglie. Nel camposanto vi fu da lui collocato il monumento, pel quale io dettai, a memoria della egregia donna, la seguente iscrizione:

A Giovanna Castoldi-Villa Che dalla natia Milano Venuta invano a chiedere Alla purezza di questo aere I consueti conforti Vi moriva addì XVI ottobre MDCCCLXXI Il marito Guglielmo Castoldi pittore E i giovanetti figli Romeo e Cesare Seco portando ovunque La santa memoria di sue miti virtù Qui Dove ne deposero inconsolabili le spoglie P. Q. P.

Presso il ponte e lungo il fiume sorge lo stabilimento a filatojo di seta già del Bonsignori, ora del Bressi; e a notte, allorquando vi si lavora, quelle tante finestre illuminate in quell’avvallamento in cui si trova servono di fantastico effetto alla villa Carpani ed alla villa Matilde, che stanno sulla sponda opposta, le quali s’uniscono ai voti delle case Cesare Carpani e Guaita, perchè il camino del vapore venga alzato e sia tolto l’incomodo fumo e il puzzo che in densa colonna si svolgono da esso.

[Illustrazione: Villa Matilde a Pontelambro.]

Nella primavera del 1863 io era ospite del signor Carlo Carpani, e nel passare questo ponte, rivolgendomi ad ammirare la pittoresca scena del Lambro dalla parte appunto di Caslino, meravigliavo come mai nessuno avesse mai pensato a tramutare in villa il brutto casolare che s’ascondeva tra i peschi e mille altre piante; perocchè la postura fosse fra le più invidiabili, essendo su facile poggio, avente a ridosso la montagna boscosa che gli serviva di sfondo magnifico, e al piede gli si sprofondava il Lambro col più pittoresco effetto; e sì mi invaghii dell’idea, che in breve ora ne conchiusi per me l’acquisto, e nel successivo anno s’elevava già su quell’eminenza la piccola mia villa, cui, in omaggio alla mia sposa, imponevo il nome di villa Matilde.

Perdonerà il lettore, se l’affetto ch’io porto a questo loghicciuolo, al quale ebbi la presunzione d’essere io medesimo architetto, mi trasse qui a fornirgli il riscontro di sua veduta; nè poi, permettendo ch’io dica dell’opera mia, concederà che ne parli, togliendo alcuni brani da un’appendice a stampa del giornale _La Fama_, di quel mio dotto e dilettissimo amico che è Pietro Cominazzi, e che egli riprodusse a parte nell’accompagnarmi sette sonetti ad illustrazione di altrettanti medaglioni di marmo de’ quali decorai, per un mio concetto patriottico e letterario ad un tempo, la terrena sala.

“E poichè parlasi del Pian d’Erba non vuole chi traduce[33] lasciarsi sfuggire il destro di ricordare la _Villa Matilde_, proprietà dello scrittore di queste lettere, un Casino Svizzero che, quasi grazioso nido d’augelli, si addossa al monte di San Salvatore non lungi dalle scaturigini del Lambro e sovrasta al popoloso ed industre borgo di Ponte. Coll’intuizione del poeta, il Curti scoperse quel sito, sebbene nascosto tra fittissime piante, e coll’ingegno dell’artista architetto il cangiò da umile abituro in leggiadra dimora, non angusta, ma comodissima, sebbene ristretta, togliendo ai massi della montagna lo spazio che facea d’uopo ad ampliarla ed a compierne la salita ed il giardino. L’amore alle arti, che il guidò nell’opera bella e sagace, e diresse ogni cosa dalle bisogne più ricercate alle più umili, il trasse ad arricchire l’amenissimo soggiorno di squisiti dipinti e di pregiate scolture, sette delle quali, a bella posta trattate in medaglioni con cui adornar si piacque un’ampia sala, recano, effigiate dallo scalpello del Tantardini, del Magni e del Buzzi-Leone, le sembianze dell’Alfieri, del Monti, del Foscolo, del Parini, del Niccolini, del Leopardi e del Giusti; oltre un bel gruppo di Giovanni Cabialia, cresciuto alla scuola di P. Marchesi. Una copiosa biblioteca conforta, nei riposi del corpo, lo spirito del Poeta, lo ristora delle assidue ed onorate fatiche del Foro e del Parlamento, e giova a rinvigorire la memoria dell’erudito, che da quel suo tranquillo e beato asilo scopre ne’ villaggi circostanti le grandi orme del Popolo Re. Fra i molti dipinti primeggiano un Salvator Rosa, un Maratti ed un Poussin, e recano fede del buon gusto e dell’amore del Curti allo stile classico ed immortale, e fra le opere moderne ha i primi onori un bel ritratto di donna, di Cesare Poggi e una bella tela del Castoldi, testè ammirata alla pubblica mostra nel Palazzo di Brera, nella quale si raccoglie e compenetra il bello per arte e per natura, esternamente visibile, della villa che abbiamo in guisa rapida e succinta imperfettamente descritta.„

Più tardi, cioè nell’agosto 1870, il medesimo Cominazzi, regalandomi d’una sua pubblicazione _Plejade dei Poeti Politici Italiani moderni, medaglioni in marmo nella villa Matilde_[34], ristampando la lettera suddetta, vi soggiungeva:

“Ora risalutando la villa e le sembianze dei Poeti, Plejade gloriosa da te riunita a ricordo di quegli illustri che fecero famosa ai nostri giorni o poco addietro nel politico arringo l’età che viviamo, pensai di tributare a ciascheduno di loro, col mio povero verso, l’omaggio di chi sente e non dimentica,

VITTORIO ALFIERI.

_Dello scultore cav. Pietro Magni._

Onta e sprezzo a colui che te maestro, Te non saluta libero poeta, E nell’opra del tuo terribil estro L’ingegno reverente non accheta! Tu per cammino al cieco volgo alpestro Traevi ardito a generosa meta, E noi guidavi, tu vigile e destro, Al raggio singolar del tuo Pianeta:

Di Libertà il Pianeta, e di quel lume, — Fiaccola ai vivi, eterna gloria ai morti, — Inconsumabil fiamma è il tuo volume.

Or che stupir se Libertà traligna Quando Italia, non più popol di forti, Al suo grande Astigian fatta è matrigna!

GIUSEPPE PARINI.

_Dello stesso._

A te del vizio correttor sagace, Gentil cantor del _nobile Mattino_, Cui diede amico il Ciel del Venosino Arguzia, grazia, fantasia ferace;

A te la moda, petulante, audace, Fronda non tolse dell’allôr divino; Chè fra l’ira di parte è tuo destino Agli avversi vessilli intimar pace.

Tu l’aureo stil, le immagini venuste Chiedi al passato e del saver la fonte, Chiedi alla nuova età le idee robuste.

Così d’Arte sovrana il magistero Stringe, di tempo e d’uom sfidando l’onte, In connubio immortale il Bello e il Vero.

VINCENZO MONTI.

_Dello scultore cav. Antonio Tantardini._

Solo una volta il vidi, e ancor mi suona Dentro la mente quella voce amica: Non può l’età, che pur nulla perdona, La sacra cancellar memoria antica:

Che splendida risorge e par mi dica Nell’immagine sua: “Fa core e tuona Contro una gente, che al ben far nimica, Coll’insulto e l’oblio mi guiderdona.

Me cantor di Prometeo e di Bassville, Redivivo Allighier me plaudía Roma, Chè in quel Sol fisse io primo ho le pupille.

Per me, per me nell’italo idïoma Men famosa non è l’ira d’Achille.... Or si nieghi l’alloro alla mia chioma!„

UGO FOSCOLO.

_Dello scultore Luigi Buzzi-Leone._

Spirto inquieto, indomito, iracondo, Dei mali altrui più che de’ tuoi profeta, Disdegnoso degli uomini, profondo Critico e pensator, divin poeta:

Ond’è che il verso, onde il tuo stil fecondo D’una tant’aura popolar si allieta? Ond’è che tu, forse ad altrui secondo, Della gloria primier tocchi la meta?

LIBERTÀ e PATRIA, che un amor congiunse, — E di lor sole poche menti han sazie, — Le magnanime idee t’ebber dischiuse.

Quando sull’urna tua scrisser le Muse: “_Al Cantor de’ Sepolcri e delle Grazie_,„ — “_Alla Fede immutata_„ Italia aggiunse.

GIAN. BATT. NICCOLINI.

_Dello scultore cav. Antonio Tantardini._

Veglio, che pensi? Dal sembiante austero Quanta spirar profetic’aura io miro, L’aura che un tempo all’italo deliro L’altrui scoverse menzogner pensiero?

“Non credete a costei![35] Sogna l’impero, Sogna e cova nel petto onta e raggiro: A Libertà, dei Popoli sospiro, Può il varco aprir la cattedra di Piero?„

E il ver dicevi, o generoso Vate; Colei tradiva, e lo stranier ribaldo Ribadia le catene a Libertate.

Col verso intanto vigoroso e caldo — Tremendo esempio alla più tarda etate — Tu evocavi la grande ombra di Arnaldo.

GIACOMO LEOPARDI.

_Del medesimo._

Sofo e Poeta, Te l’Italia inchina Sublime ingegno, e non bugiarda fama Di tre favelle imperador ti chiama, E tre corone al tuo capo destina.

Di Libertà, che indocile si ostina Spezzare i ceppi della patria grama, Svegli nei cor la generosa brama Colla splendida tua mente indovina.

Ecco, libera Italia, ed i nepoti Alzare i marmi al Ghibellin sdegnoso, Che scopria del futuro i mondi ignoti.

Ma l’opra è monca... e Tu dal tuo riposo Sorgi e un inerte popolo riscuoti, Ad osar pronto ed a compir ritroso.

GIUSEPPE GIUSTI.

_Dello scultore cav. P. Magni._

D’Archiloco lo strale e d’Aristarco Il flagello tu vibri acre, temuto, E collo stil sprezzatamente arguto Facile t’apri agli intelletti il varco.

Se il colpo aggiusta l’infallibil arco, Punge e vellica a un tempo il ferro acuto, Chè tu mai non obblii, prudente e astuto, D’ammonir dilettando il doppio incarco.

Come, o Cantor di _Gingillino_, il verso, Che dal semplice trae forma e vaghezza, Nella mente s’addentra e vi si chiude!

Tal che il tuo dir, sì dall’altrui diverso, Più volontier s’ascolta, e più s’apprezza, Quanto si mostra men, la sua virtude.

Su Ponte, sotto l’arco presso la casa de’ Bonsignori, ora Bressi, eravi un fresco, riconosciuto come indubbiamente di Bernardino Luini; ma con imperdonabile incuria di tutti, abbandonato alle ingiurie del tempo e delle stagioni, in questi ultimi anni deperì e si scrostò talmente, che l’ultimo resto, fattovi sparire dal signor Bressi, non gli può essere ascritto a colpa.

Ora non lasceremo Pontelambro senza ascendere la vicina e magnifica villa del signor Luigi Carpani, che l’eredò dal padre Carlo, e che fu già architettata dal Moraglia, con giardino eseguito su disegno di quel grande prospettico che fu Alessandro Sanquirico.

Vi precede come una specie di parco, che le aggiunge grandiosità, con ampio viale fiancheggiato di alti alberi e roseti e tuje, e pel quale si monta in carrozza alla casa. In essa poi vi sono pregevoli quadri d’animali, del Londonio; qualche buon Fiammingo; due battaglie, del Borgognone; una tela d’Arienti ed una del Migliara. Recentemente il suo attuale proprietario vi recò altri pregevolissimi dipinti di scuole antiche, come lo Sposalizio di S. Caterina col Bambino, del Padovanino; una tavola di Cima da Conegliano rappresentante S. Giovanni Battista e S. Pietro Martire; una figura veneziana, di Gentile Bellini; quattro quadri di Santi Benedettini, di Daniele Crespi, e due tele di Brill, una testa del Velasquez, ecc. ecc. — Dallo spiazzo avanti la casa si ha una superba vista del Pian d’Erba.

Uscendo dalla villa Carpani, in due passi s’è al paesello di Lezza, dove era un tempo un convento di Serviti, che il tennero dal 1508 al 1510 e che ora è abbandonato al nitro che ne invade i bei sotterranei. La piscina che vi fu eretta e coperta di portico, raccoglie l’acqua fresca e salubre che vi scende dal monte sovrastante.

Lezza ha estremo bisogno di imitare Pontelambro e di dar mano al piccone ed al martello e allargare la sua unica via, così angusta da passarvi appena una carrozza, e causa che i diretti per la Vallassina abbandonassero affatto questa parte ed eleggessero esclusivamente la strada di Longone.

Oltre Lezza, al di là del Lambro, siede Carpesino, che taluni presumono tragga il nome da _Carpe sinum_, piglia il porto; e se ciò fosse, sarebbe memoria che sin qui si estendesse l’Éupili. Vi hanno ville i Nava e i Caldara; più su vi è Brugora come sul ciglio di un pendío, e per istrade praticate fra’ boschi si va a Proserpio e Longone, che noi già abbiamo conosciuto; mentre progredendo per la via che qui ne condusse, si trova Arcellasco, poi la Resica, ove è un filatojo già de’ Carpani di Ponte, ora dei fratelli Ronchetti; e un altro dei Mambretti; e finalmente si giugne al ponte della Malpensata.

ESCURSIONE TRENTESIMATERZA.

SAN SALVATORE.

I _Geritt_. — Mornico. — Crevenna. — Ville Bressi e Genolini. — Il torrente Bova. — La dara. — San Salvatore. — Il convento. — Il signor Boselli. — Giovanni Biffi. — Il tronco mellifero. — La villa Righetti.

Da Lezza, per una via ampia sì ma acclive e che mano mano si ascende scopre miglior orizzonte, perchè rivela da una parte il lago di Pusiano e dall’altra quello d’Alserio, e con essi i loro vicini paesi, si arriva a Mornico, villaggio che si confonde con quel di Crevenna, sì che il nome del primo, più che sulla pietra miliare, non è ripetuto da alcuno.

A mezzo per altro di quest’ampia via dove si volge, formando angolo, s’apre una tal vista, che chi vi avesse a fabbricare una casa vi troverebbe certo a deliziare lo sguardo.

Invece meno accorti speculatori, nel sottoposto vallone, vi eressero casini, tra cui quello detto dei Gerini (_Geritt_), nel quale già prendeva riposo dalle teatrali fatiche il tenore di bella fama Bulterini, e da qualche anno quella esimia artista soprano, che è la signora Enrichetta Berini e il di lei marito Osmondo Meini, basso cantante di egregia riputazione. In compenso della limitata vista, vi si gode della piena libertà, perchè fuor dell’accesso e dello sguardo comune.

In Crevenna vi sono le ville dei signori Bressi e dei Genolini, e presso il paese si dirupa in profondo vallone il torrente Bova, che poi, quando mena le sue acque tumultuose, le gitta nel Lambro poco disotto a Carpesino.

Nella villa de’ Genolini, quando apparteneva ai signori Fontana, traeva frequente ospite amatissimo quel gentile scrittore e poeta, che ognun conosce in Giulio Carcano, e quivi ispiravasi egli ad inni leggiadri, de’ quali alcun breve saggio reca il presente mio libro.

Sul piazzale della chiesa parrocchiale s’apre la via che guida a San Salvatore. Quantunque essa sia abbastanza erta, pure è ampia e tale da potersi valere della _dara_, specie di veicolo primitivo trascinato da’ buoi, di che i proprietarî delle ville che vi sono a quell’altezza si valgono bene spesso.

Merita di salire a San Salvatore, che, stando al piano vedesi poggiare a mezzo la montagna, cui dà il nome, come un nido di aquile.

Quando si è giunti colà, si trova soddisfatti, perchè dal viale che sta innanzi al caseggiato si ha uno stupendo panorama, tale da far riscontro alla cima di Galbiate che gli sta di fronte sull’ultimo confine del bacino dell’Éupili antico.

Pervenuto a quell’altezza, al cospetto di sì maravigliosa natura, a voi, come già a me, correrebbero al labbro i versi del buon Parini:

Oh beato terreno, Del vago Éupili mio, Ecco alfin nel tuo seno M’accogli; e del natio Aëre mi circondi, E il petto avido inondi![36]

San Salvatore è un convento che già fu de’ Cappuccini, e che dalla loro soppressione fu tramutato in villeggiatura. L’ebbe il signor Boselli, rinomato istitutore di Milano, che qui conduceva i suoi convittori a ritemprare la salute, nelle vacanze autunnali, coll’aere puro che vi regna; ma sorvenuto il 1848, nelle memorande cinque giornate, caduto vittima del piombo austriaco, la villa venne dalle leggiadrissime sue figlie tenuta.

Visitandola, più d’una volta vi trovai, come vi trovano tutti, il più grazioso ricevimento dalla gentilissima signora Irene Boselli, moglie a quel colto scrittore che è Giovanni Biffi, l’autore della _Ghita del Carrobio_ e del _Prina_, il quale una volta mi fu anche cicerone del luogo, e mi mostrò parte a parte ogni sala, ogni cella, e la chiesa, a cui traggono i devoti di Crevenna in certe solennità, e sulla quale, non saprei con quanto diritto, spiega il Comune pretesa _ab immemorabili_, additandomi la stanza dove venne ospitato San Carlo Borromeo e i mobili da lui usati, e via via l’orto, il cascinale e il viale che poi mette al sentiero che percorre la montagna fino a Caslino. Quel giorno, sorridendo, dopo avermi condotto presso un gran tronco d’albero che giaceva in terra, mi ripeteva i versi del Manzoni:

Stillano miele i tronchi: Ove copriano i bronchi, Ivi germoglia il fior;

ed accennando a quel tronco abbattuto, dicevami come il dì prima avesse trovato essere stato tutto cavo e pieno del più eletto miele, che estraeva in due ben capaci recipienti. Da qui egli poi muoveva, infaticabile Nembrod, a cacciar lepri pei monti, delle quali prese frequenti fa parte agli amici.

Il convento di San Salvatore è ora esclusiva proprietà della signora Boselli-Righetti, figliuola al sullodato istitutore milanese.

Le comitive allegre ed instancabili, a San Salvatore non fanno spesso che una prima sosta; perocchè si dirigano sovente dopo per aspro sentiero al _Buco del Piombo_, cui ho riservata la ventura escursione, o alla _Colma_, che altro non è che il vertice del monte, dal quale è dato di spaziare per gli opposti versanti; e lo sguardo, signore da una parte del Pian d’Erba e della Brianza, dall’altra segue tutta la linea non meno superba del lago di Como. I coraggiosi son molti, e fra questi non mancano mai le gentili signore.

[Illustrazione: Interno del Buco del Piombo.]

ESCURSIONE TRENTESIMAQUARTA.

IL BUCO DEL PIOMBO.

La strada. — Il Buco del Piombo. — Onde il nome? — Aneddoto. — Esterno. — Scopo. — Interno. — Iscrizione. — Concorso di gente. — I versi di Torti.

E noi, poichè siamo già a San Salvatore, continuiamo la via pel _Buco del Piombo_. È lunga, è aspra, ma retrocedere per pigliar l’altra dell’opposto ciglione del monte non ne pare conveniente.

È però cammino ameno e pittoresco, e se i piedi faticano, lo sguardo si diverte e gode.

Sorpassiamo gli incidenti del cammino, ed eccoci di sotto al Buco del Piombo.

Anni addietro abbisognava di certo coraggio per inerpicarsi fino al punto, dal quale, per mezzo d’una scala a mano, si poteva penetrare nell’antro; ma dopo che tutte queste Alpi, come le chiamano quei del paese, vennero in proprietà del conte Turati, che su di esse vi stabilì una razza di cavalli, la bisogna è mutata: l’accesso è reso più praticabile e comodo.

Non creda il lettore che la caverna per la quale entriamo tenga fede al suo nome; traccia di piombo non vi si riscontra, nè pare vi sia stato mai; non diamo però le spese al cervello per indovinarne la ragion del nome; vi chiaccherarono intorno e scrissero assai e assai, ed un costrutto non se n’è per anco cavato. Narrasi anzi, a tale proposito, un aneddoto. Nel vicino convento de’ Cappuccini di San Salvatore, che abbiamo testè veduto, nella biblioteca del chiostro, stava un volume legato, sul cui dosso leggevasi il titolo: _Origine del Buco del Piombo_. La mano d’ogni visitatore correva a togliere il volume dallo scaffale, curioso di leggervi una tale origine; ma ne rimaneva scornato: il volume non era che un pezzo di legno foggiato a libro, fratesco scherzo, del quale si trova il riscontro in Venezia ai Frari, dove è consimile volume lavorato dal celebre Brustolon.

Sull’ingresso dell’antro veggonsi avanzi di muraglie e d’arpioni, onde s’ha a credere che vi fossero applicate porte e che però vi abitasse gente. Serviva a vedetta militare od a presidio? era rifugio di predoni o di banditi? ricoveravan qui, com’altri presumono, i Longobardi cacciati dall’ira de’ Franchi? Non v’è memoria o scritto che il dica. L’atrio che sarebbe stata la parte abitabile, è spazioso: ha la larghezza di metri 38, l’altezza di 42 e la lunghezza di 55, ed è sempre qui che le brigate che vi montano si rifocillano colle provvigioni di bocca mandate innanzi.

Ma la caverna si interna e sprofonda per un vano quasi continuo della larghezza di metri nove e dell’altezza di otto, e vi si può camminare per circa 188 metri coll’aiuto della luce del giorno; più avanti si va, si va accendendo qualche torcia, e dopo 18 metri di cammino, si giunge a un punto dove a destra s’apre altra caverna larga circa metri 1,30, ed avanzando per una trentina d’altri metri, leggesi una lapide che vi fu messa, del tenore seguente:

S. A. I. il Princ. Raineri Vicerè Consigliere De-Capitani Ciambellano conte Paar. Gli 8 maggio 1819.

Altri si spinsero più in là; trovarono che lo speco ora abbassavasi, ora rialzavasi; che acque vi correvano in ruscelli o formavano pozze; finchè non parve andare più avanti, forse essendo anche ciò pericoloso.

Ho già detto a suo luogo come vi abbia chi opini che questa caverna vada e s’inoltri fin presso la fonte Pliniana del lago di Como; ma non sono che pure supposizioni, alle quali nulla porge fondamento.

Sotto dell’antro, o Buco del Piombo, corre il torrente Bova, per mezzo a un letto franato e fra roccie, che ne fan quasi un orrido d’artistico effetto; ma pur di questo torrente ho parlato nella passata escursione.

La curiosità chiama moltissimi visitatori al Buco del Piombo; dirò di più: non v’ha villeggiante o forestiero che sia venuto nel Pian d’Erba, il quale non l’abbia una volta almeno fatto scopo di una sua pellegrinazione.

Così lo ricordava il Torti in que’ versi che dal Pian d’Erba dettava:

O selvose montagne, o gioghi erbosi, O di lontan sovreminenti al verde Cornuti massi, o dolce aere vitale, O dal sol di settembre illuminate Felici rive, umili poggi e sparsi Casali e ville, e pascoli e vigneti Dell’Éupili ridente; o vasto speco Di nome senza origine, su in alto A mezzo monte dalle curve strade Per gran paese riveduto sempre; O collinetta sovra l’altre amica Ov’io sedeva a contemplar la mesta Valle del mio Segrin; voi già mia prima Delizia e voluttà, di tutto l’anno Speme e pensier...

Oh! veramente son questi luoghi tali da ispirare e da accendere gli estri del poeta; nè vi fu amico delle Muse che a queste delizie del Pian d’Erba traendo, non se ne sia ispirato, non ne abbia poi ne’ carmi espresse le soavi dolcezze.

ESCURSIONE TRENTESIMAQUINTA.

LA VILLA AMALIA.

La villa Amalia. — Guido Carpano e il convento di S. Maria degli Angeli. — L’avv. Rocco Marliani. — Il palazzo, il giardino e il bosco. — Il monumento a Parini. — Monti e Foscolo ospiti. — Episodio della Mascheroniana. — La torre.

Ridiscesi a Crevenna, proseguiamo la via che ci condusse da Lezza, e dopo qualche centinaia di passi, ci ritroviamo ad Erba superiore.

Noi riserbandoci a veder il paese, per ora arrestiamoci qui davanti alla villa Amalia, che ha innanzi vaghi tappeti d’erba e vasto piazzale. Due facciate ha la villa; l’una riguarda al giardino, l’altra alla corte: a quella cresce grandiosità una gradinata e un padiglione; a questa bellissimi bassorilievi in terra cotta; ma l’ingresso è per un cancello da questa parte che sta di fronte ad Erba. La chiesa laterale ti rammenta subito che un dì potesse essere questo luogo un convento. Infatti vi fu fabbricato da Guido Carpano e dalla chiesa fu detto di Santa Maria degli Angeli.

Francesco Del Conte vi stabilì i Cappuccini; passò di poi ai Filippini; finchè al principiar del secolo corrente, l’avvocato milanese Rocco Marliani, consigliere della Corte d’Appello, l’acquistò, e su disegno di quel valente architetto che fu Leopoldo Polak, vi eresse la sontuosa villa che, dal nome della propria sposa, appellò Amalia.

Nel cortile di essa lasciò memoria di ciò nell’iscrizione seguente:

Rochus Petri Fil. Marlianus Domo Mediolano Cœnobi veteris operibus a solo ampliatis Villam extruxit ornavit Amaliam Ex conjugis karissimæ nomine appellandum Anno 1801[37].

E dirimpetto a tal lapide stanno i seguenti versi d’Orazio:

Hoc erat in votis: modus agri non ita magnus Hortus ubi, et tecto vicinus jugis aquæ fons, Et paulum sylvæ super his foret. Auctius, atque Dî melius fecere. Bene est. Nihil amplius oro[38].

Vi condusse il Marliani artisti ad abbellirla, e di Giuseppe Bossi infatti vedesi un’Aurora, dipinta nella sala di mezzo del palazzo; e nel giardino, o a meglio dire, nel bosco che vi fa parte, rizzò un tempietto sacro alla Prudenza, rappresentata da una statua che vi sorge nel mezzo, e poco appresso collocò due statue, Diana ed Atteone. Dove poi l’ombra è più oscura del bosco, eresse un monumento con un busto, opera di Giuseppe Franchi, tutto recinto di macchie d’alloro, fiancheggiato da funereo cipresso, e lo consacrò alla memoria di Giuseppe Parini, che fu sovente ospite venerato del Marliani; e comechè nel sottoposto sotterraneo ei vi avesse collocato un organo che, tocco, mandava una mesta armonia, così aveva fatto scolpire sulla base del monumento a Parini i quattro versi di lui, tolti all’ode _All’inclita Nice_:

Qui ferma il passo, e attonito Udrai del pio cantore Le commosse reliquie Sotto la terra argute sibilar.

E come Parini, qui venivano accolti dalla cordialità e dall’affetto riverente del Marliani anche Foscolo e Monti, il qual ultimo raccomandò alla imperitura memoria dei posteri il nome della villa, illustrando la tomba del grande poeta che vi è conservata, nelle seguenti terzine della sua _Mascheroniana_:

I placidi cercai poggi felici Che con dolce pendío cingon le liete Dell’Éupili lagune irrigatrici;

E nel vederli mi sclamai: Salvete, Piagge dilette al ciel, che al mio Parini Foste cortesi di vostr’ombre quete!

Quand’ei fabbro di numeri divini L’acre bile fe’ dolce, e la vestía Di tebani concenti e venosini,

Parea de’ carmi suoi la melodia Per quell’aura ancor viva; e l’aure e l’onde E le selve eran tutte un’armonia.

Parean d’intorno i fior, l’erbe, le fronde Animarsi e iterarmi in suon pietoso: Il cantor nostro ov’è? chi lo nasconde?

Ed ecco in mezzo di recinto ombroso Sculto un sasso funebre che dicea: _Ai sacri Mani di Parin riposo_...

Ed una non so ben se donna o dea (Tese l’orecchio, aguzzò gli occhi il vate E spianava le rughe e sorridea)

Colle dita venia bianco rosate Spargendolo di fiori e di mortella, Di rispetto atteggiata e di pietate!

Bella la guancia in suo pudor; più bella Sulla fronte splendea l’alma serena Come in limpido rio raggio di stella.

Poscia che dati i mirti ebbe a man piena, Di lauro, che parea lieto fiorisse Tra le sue man, fe’ al sasso una catena;

E un sospir trasse affettuoso e disse Pace eterna all’amico; e te chiamando I lumi al cielo sì pietosi affisse,

Che gli occhi anch’io levai, fermo aspettando Che tu scendessi, e vidi che mortale Grido agli Eterni non salía più, quando

Il costei prego a te non giunse; il quale Se alle porte celesti invan percote, Per là dentro passar null’altro ha l’ale.

Riverente in disparte alla devota Ceremonia assistea, colle tranquille Luci nel volto della donna immote,

Uom d’alta cortesia, che il ciel sortille Più che consorte, amico. Ed ei che vuole Il voler delle care alme pupille,

Sol per farle contente eccelsa mole D’attico gusto ergea, su cui fermato Pareami in cielo, per gioirne, il sole.

E _Amalia_ la dicea, dal nome amato Di colei che del loco era la diva, E più del cor che al suo congiunse il fato.

Al pietoso olocausto, a quella viva Gara d’amor mirando, già di mente Del mio gir oltre la cagion m’usciva.

Mossi alfine, e quei colli ove si sente Tutto il bel di natura abbandonai L’orme segnando al cor contrarie e lente[39].

Fu lunga la citazione, ma in compenso splendida, come splendidi sono sempre i versi di Vincenzo Monti, al quale l’età più prosaica osa temeraria levarsi e contendere il lauro di poeta.

La villa Amalia passò dopo a diversi signori, finchè pervenne al marchese Massimiliano Stampa Soncino, che vi aggiunse bellezze a bellezze.

Dalla torre che vi sta, si può abbracciare collo sguardo il più stupendo orizzonte ed estasiarsi alla vista di monti e colli, di laghi e fiumi, di paesi e ville infinite e campagne e boschi.

Gli amatori di botanica avrebbero per più d’un’ora a deliziarsi ammirando le infinite camelie di più qualità, boschetti di fusaria del Giappone, cespugli di azalee e di rododendri, e rose magnifiche, e mazzi di _olea fragrans_, per non dir d’altri molti e fiori e piante peregrine, che di loro vaghezza e profumo imparadisan la villa, degna della ricchezza e nobiltà del suo cortese proprietario, e però va meritamente tra le più splendide e deliziose della Brianza annoverata.

ESCURSIONE TRENTESIMASESTA.

ERBA.

Erba Superiore. — Il suo panorama. — La sua storia. — Il castello e la villa Valaperta. — Pravalle. — Il torrente Bocogna. — Villa Conti. — Erba Inferiore. — Pretura, ufficio telegrafico, albergo e botteghe. — Il caffè e gli _amaretti_. — Il teatro. — Ville Clerici e Brivio. — Vill’incino. — Mercato d’Incino. — _Liciniforum._ — Lapidi. — Ninfeo antico. — Fatti storici. — Il mercato del giovedì.

Questa borgata, che dà il suo nome al bellissimo territorio che vengo dichiarando al lettore, distendendosi su d’una eminenza a mo’ d’anfiteatro per quelli che la riguardano venendo dalla Malpensata, fa sì che alla parte più alta si assegnasse il nome di Erba Superiore, ed è certo la migliore, perocchè domini una quantità maggiore d’orizzonte, potendosi spingere l’occhio sin là presso Cesana e Galbiate, e vedere il Monte Baro, e via via quelle ridenti colline che finiscono alla Montevecchia, e quella ridente estensione della Brianza co’ suoi infiniti villaggi; mentre poi da sinistra si posa sui colli placidi e d’insensibil pendío di Proserpio, colla biancheggiante sua chiesa che s’avanza fin sull’estremo limite d’un promontorio, su Castelmarte e sui denti o corni di Canzo e sull’Alpe di Carella che, massime all’ora del tramonto, si veste delle più calde tinte che mano mano si vengono trasformando in auree, poi in porporine, quindi in violacee, finchè l’ombra notturna non le abbia confuse nell’uniforme bruno.

Era certamente nell’ammirazione di questo stupendo panorama che lo scrittore d’_Angiola Maria_ esclamava:

O monti, o vette aeree, O piani d’Erba, addio! O valli, o poggi placidi Dal fertile pendío, Asil soave e muto Di rustica beltà; Io v’amo, io vi saluto Con mesta voluttà.

Salvete, o voi tranquille Innumere borgate, Liete cosparse ville, Campagne invidïate! Io v’amo, e in cor vi sento Com’inno del mattin, Come il primiero accento Dell’italo bambin.

Erba non può contare, è vero, una storia ricca di avvenimenti; ma per l’aiuto dato all’armi milanesi alla battaglia da questi ultimi combattuta contro gli aderenti del Barbarossa nel nove agosto 1160 — fu una nobile e generosa azione — s’ebbe il diritto di cittadinanza, che le fu mantenuto anche in seguito e da Ottone Visconti, e dagli Spagnuoli e dai Tedeschi. Di più ne dice il prevosto Annoni nella sua _Memoria storica e archeologica intorno al Pian d’Erba_, cui rimando il lettore, per non essere tratto dall’amore degli storici studî a cingermi la giornea e mettere a cimento la pazienza di lui.

Attivamente poi partecipa il suo territorio all’industria che meglio si fa alla Brianza, alla serica vo’ dire, potendo contare oltre quaranta filande e quaranta filatoi, e così vien presso agli altri distretti di Oggionno, di Vimercate e di Lecco, che si additano come i meglio dotati in Lombardia di congeneri stabilimenti.

Sull’angolo sinistro d’Erba Superiore sorgeva un tempo, come del resto si riscontra in ogni terra di qualche importanza, il castello, ora convertito alla più felice villeggiatura de’ signori Valaperta, dove più d’una volta vidi ospite quel valoroso campione dell’arte pittorica moderna che è Francesco Hayez.

Di sotto al castello si avvalla con grazioso effetto il terreno, epperò vien detto Pravalle, pel quale un dì precipitavasi il torrente Bocogna, menando i soliti guasti de’ suoi pari; ma i Valaperta ne rivolsero a bene le acque, facendole servire ad una filanda o filatoio.

Sul ciglio dell’opposta eminenza, al di là di Pravalle, si pavoneggia la elegante villeggiatura de’ signori Conti, che divide coi Valaperta i vantaggi della fortunatissima posizione.

Erba Superiore è occupata per lo più da ville o case da villeggiatura: il movimento principale è nondimeno in Erba Inferiore. La borgata è dotata di Pretura, di ufficio telegrafico e di albergo: ha tutte le botteghe occorrevoli al vitto, come in una città; massime le carni vi si trovano eccellenti dai villeggianti; al suo caffè, elegantemente riaddobbato di fresco e famoso pe’ suoi _amaretti_, sorta di pasticcini torrefatti e che contendono il primato con quelli di Saronno, nelle ore pomeridiane d’autunno vi convengono i signori e le eleganti dei dintorni, sia venendovi a piedi, sia cogli equipaggi, felici del vedersi gli uni gli altri; perocchè, del resto, la sosta avvenga in una via ristretta e senza attrattiva di sorta.

Sulla vetta dell’eminenza su cui seggono le sue case, il pittor Rosa, nel grandioso caseggiato da lui fabbricato e che affitta nelle ferie autunnali a famiglie per lo più milanesi in distinti e ammobigliati appartamenti, costruì un teatro, nel quale in quella stagione recita talvolta qualche drammatica compagnia sviata.

O per la postale, o per sentieri si discende nel sottoposto piano a Vill’Incino, dove sorge la prepositurale nella cui giurisdizione è Erba. Scendendo per la prima, al risvolto trovasi la villa già Clerici, ora Mazzucchetti, che ognun veggendo augura veder tramutato in albergo, tanto se ne sente il bisogno e propizia ne appaia la posizione; ed a fianco di essa al principio della via che si interna e guida a Lezza sorge altra villa de’ signori Brivio ed un filatoio. Proseguendo invece per la postale, dopo la Clerici, a un centinaio di passi si è alla suddetta prepositurale. Alquanto più in là è Incino, o Mercato d’Incino, che, comunque spopolato tutti i dì della settimana all’infuori del giovedì, in cui v’è l’antichissimo mercato con opportuni portici e che diè nome al paese, pure ha memoria di fatti storici. Eravi certo una colonia romana e vi si trovarono sepolcri e ossa giganti e armature dell’epoca. Chiamavasi allora _Liciniforum_, ossia foro o mercato di Licinio, dal nome di qualche pretore o patrono che vi comandava la stazione militare, o la colonia; onde il conservato nome di per sè vale a scalzare d’ogni fondamento la pretesa di chi volle collocare _Liciniforum_ nel luogo del poco discosto Parravicino.

Del tempo romano qui si sterrarono e lessero due lapidi.

La prima:

Herculi C. Metilius Secundus Votum Solvit Libens Merito.

La seconda:

Jovi Optimo Maximo Cœsia Tullii Filia Maxima Sacerdos Divae Matidiae[40].

Una terza lapide importa poi di qui riferire, come rinvenuta in alcune escavazioni, perchè forse fa cenno di un ninfeo qui esistito:

Lymphis Viribus Quintus Vibius Severus votum solvit.

Anche più tardi, nel medio-evo, da Landolfo da Cardano, arcivescovo di Milano (979-998), venne Incino eretto in capitanato, investendone della suprema autorità un suo fratello, come aveva egualmente fatto degli altri due capitanati di Carcano e Pirovano con Missaglia. I Comaschi e i Torriani, combattendo Ottone Visconti arcivescovo di Milano e capo di parte nobilesca, lo diroccarono. Su queste terre, in età più inoltrata, fervendo le lotte guelfe e ghibelline, la fazione guelfa portò desolazione e morte, soqquadrando ogni avere e commettendo i più infami assassinî.

Era poi Incino la pieve più vasta ed importante dell’arcivescovato di Milano, e fino dal 1288 contava sotto la propria giurisdizione sessanta chiese. Alla sua prepositurale andava inoltre aggiunta una collegiata di più canonici, che San Carlo, nel 1584, trasferì alla, prossima chiesa di Vill’Incino, avendo trovato spopolato il paese. Quella chiesa antica è per altro degnissima, per la sua vetustà, di osservazione.

Il giovedì, frequentatissimo è ora il mercato anche da’ villeggianti de’ dintorni; ma verso il meriggio si dirada il concorso, e poco poco il vecchio mercato di Incino ricade nel primitivo silenzio e nella solitudine.

Con tutto ciò vi sono due decenti alberghi, dove trovan alloggio benestanti famiglie sempre nella stagione autunnale, e alle quali appunto la quotidiana solitudine toglie soggezione e aggiunge quella maggiore tranquillità che si accorre appunto dalla città a ricercare in campagna.

ESCURSIONE TRENTESIMASETTIMA.

LA VILLA ADELAIDE.

Villa Maria. — Bucinigo. — Pomerio. — Villalbese. — Parravicino. — Ville Parravicini, Belgiojoso e Gariboldi. — La torre pendente. — Casiglio. — Carcano. — Battaglia contro il Barbarossa. — Orsenigo. — Il Carudo. — Le Lische Amare. — Alserio. — Castellazzo. — La Ca’ de’ ladri. — La Retusa. — Tassera. — La villa Adelaide.

Da Erba, salendo la via che corre sotto l’antico castello, ora villa Valaperta, e volgendo a manca, dietro la villa Conti è la strada che va a Parravicino e subito s’incontra la villa Maria, della contessa Maria Lurani.

Solo prima dirò una parola di Bucinigo e Pomerio, che si comprendono nel Pian d’Erba; perocchè dopo segua Villalbese, celebre per ottime castagne e per freschissimi crotti, a cui gli amatori del buon vino corrono ad ogni lieta occasione, ma che entra in una diversa circoscrizione da quella del Pian d’Erba; onde avanti di esso mi convenga arrestarmi, perchè, tratto dalle bellezze dei luoghi, facilmente sarei fuorviato dal mio cómpito e arriverei presto per quella via a Como.

Bucinigo, terricciuola resa vivace da filande e incannatoî, ha più d’una villa, e fra queste quella de’ signori Vidiserti, che giovami specialmente ricordare perchè famosa per la sua patriarcale ospitalità, ivi i moltissimi amici rinvenendo sempre la più graziosa accoglienza. A noi poco importa di discettare sulla pretesa di coloro che il nome al paese sia stato lasciato da un _buco iniquo_, che dicono esistere tuttavia in un giardino, e così appellato perchè nei tempi delle prepotenze feudali ivi si desse martirio agli infelici che non entravan nel genio de’ padroni; o sulla contraria opinione di chi invece dalla terminazione presume aver il nome radice celtica: lasciamo ai dotti il trarsi d’impaccio. La torre, di cui son superstiti pochi ruderi, rammenta le lotte fra loro sostenute dalle famiglie Sacco e Parravicino.

A Pomerio, vicinissimo, veggonsi avanzi di fortificazioni, che dovevano esservi necessariamente per rispondere al nome di _post murum_, il quale d’altronde era nella terminologia militare d’allora.

A Parravicino, vediamo seguitarsi tre o quattro ville graziose dei Parravicini, dei Belgiojoso e dei Gariboldi.

Nel giardino de’ Belgiojoso vedesi una torre pendente, come il campanile di Pisa e la Carisenda di Bologna, ricordata da Dante nel