Il giro del mondo in ottanta giorni

Part 9

Chapter 93,681 wordsPublic domain

Hong-Kong non è che un isolotto, di cui il trattato di Nanking, dopo la guerra del 1842, assicurò il possesso all’Inghilterra. In pochi anni il genio colonizzatore della Gran Brettagna vi aveva fondato una città importante e creato un porto, il porto Vittoria. Quest’isola è situata alla foce del fiume Canton, e sessanta miglia soltanto la separano dalla città portoghese di Macao, fabbricata sull’altra riva. Hong-Kong doveva necessariamente vincere Macao in una lotta commerciale, ed ora la maggior parte del transito cinese si fa per la città inglese. _Docks_, ospedali, _wharfs_ (scali), magazzini di deposito, una cattedrale gotica, un _government-house_ (palazzo del governo), vie alla Macadam, tutto farebbe credere che una delle città commerciali delle contee di Kent o di Surrey, attraversando lo sferoide terrestre, sia venuta a sbucare in questo punto della Cina, quasi a’ suoi antipodi.

Gambalesta, con le mani in tasca, si recò dunque verso il porto Vittoria, guardando i palanchini, le carriole a vela, ancora in uso nel Celeste Impero, e tutta quella folla di Cinesi, di Giapponesi e d’Europei, che si accalcava nelle vie. Suppergiù era ancora Bombay, Calcutta o Singapore che il buon giovane ritrovava sulla sua strada. Tutt’intorno al mondo c’è come una striscia di città inglesi.

Gambalesta giunse al porto Vittoria. Lì, alla foce del fiume Canton, era un formicolìo di navi di tutte le nazioni, inglesi, francesi, americane, olandesi, navi da guerra e di commercio, barche giapponesi o cinesi, giunche, _sempas, tankas_, e persino delle barchette a fiori che formavano tanto aiuole galleggianti sulle acque. Passeggiando, Gambalesta osservò un certo numero d’indigeni vestiti di giallo, tutti avanzatissimi in età. Essendo entrato da un barbiere cinese per farsi radere “alla cinese„ riseppe dal Figaro del luogo, il quale parlava un discreto inglese, che quei vecchioni avevano tutti ottant’anni almeno, e che a quell’età avevano il privilegio di portare il colore giallo, che è il colore imperiale. Gambalesta trovò la cosa molto amena, senza saperne bene il perchè.

Rasa la barba, egli si recò al molo d’imbarco del _Carnatic_, e là scorse Fix che passeggiava innanzi e indietro, il che non gli cagionò alcuna sorpresa. Ma l’ispettore di polizia lasciava scorgere sulla sua faccia i segni di un vivo dispetto.

“Affè! disse tra sè Gambalesta, la va male per i gentlemen del Reform-Club. Tutto ci riesce.„

E si avvicinò a Fix col suo giocondo sorriso, senza voler badare all’aria di malumore del suo compagno.

Ora, l’agente aveva fior di ragioni per indispettirsi contro la sorte infernale che lo perseguitava. Niente mandato! Era evidente che il mandato gli correva dietro, e non potrebbe raggiungerlo se non soggiornasse qualche giorno in quella città. Ora, essendo Hong-Kong l’ultima terra inglese dell’itinerario, il signor Fogg stava per isfuggirgli, s’egli non riuscisse a rattenervelo.

“Ebbene, signor Fix, siete deciso a venire con noi sino in America? chiese Gambalesta.

— Sì, rispose Fix, a denti stretti.

— Evvia! esclamò Gambalesta prorompendo in una fragorosa risata. Lo sapevo io che non potevate separarvi da noi. Venite a fermare il vostro posto. Venite!„

Ed entrambi entrarono nell’ufficio dei trasporti marittimi e noleggiarono dei camerini per quattro persone. Ma l’impiegato fece loro osservare che siccome i raddobbi del _Carnatic_ erano terminati, il piroscafo partirebbe la sera stessa alle otto, e non il mattino seguente, com’era stato detto.

“Benissimo! disse Gambalesta, meglio pel mio padrone. Vado ad avvertirnelo.„

In quella. Fix prese una decisione estrema. Egli risolse di dir tutto a Gambalesta. Era forse il solo mezzo che gli restasse per trattenere Phileas Fogg durante qualche giorno a Hong-Kong.

Lasciando l’ufficio. Fix offrì al suo compagno di prendere un rinfresco in una tabagìa. Gambalesta aveva tempo, ed accettò l’invito di Fix.

Sul molo c’era una tabagìa, che aveva un aspetto attraente. Entrambi vi entrarono. Era una vasta sala, ben arredata, in fondo alla quale si stendeva un letto da campo, guernito di guanciali. Su quel letto erano adagiati parecchi dormenti.

Una trentina di avventori occupava dei tavolini di giunco intrecciato nella gran sala. Alcuni vuotavano pinte di birra inglese, _ale_ o _porter_; altri, boccali di liquori alcoolici, _gin_ o _brandy_; inoltre, quasi tutti fumavano lunghe pipe di creta rossa, cariche di pallottoline di oppio misto ad essenza di rose. Indi, di quando in quando, qualche snervato guizzava sotto la tavola, e i camerieri dello stabilimento, pe’ piedi e per la testa, lo portavano sul letto da campo vicino ad un confratello. Circa venti di questi ubbriachi erano così disposti l’uno accosto all’altro, all’ultimo grado d’abbrutimento.

Fix e Gambalesta s’avvidero di essere entrati in una tabagìa frequentata da quei miserabili, inebetiti, macilenti, idioti, cui la mercantile Inghilterra vende annualmente per duecentosessanta milioni di franchi di quella droga funesta che si chiama oppio! Tristi milioni cotesti, prelevati sopra uno dei più funesti vizi della natura umana.

Il governo cinese ha pur tentato di rimediare a tale abuso con leggi severe, ma indarno. Dalla classe ricca, cui l’uso dell’oppio era dapprima formalmente riservato, quest’uso scese sino alle classi inferiori, e il male non potè più essere arrestato.

Si fuma l’oppio dovunque e sempre nell’impero di Mezzo.

Uomini e donne si abbandonano a questa passione deplorabile, ed allorchè sono abituati a questa inalazione, non possono più astenersene, a meno di risentire orribili contrazioni di stomaco.

Un gran fumatore può fumare sino ad otto pipe al giorno, ma muore in cinque anni.

Ora, appunto in una delle numerose tabagìe di questo genere, che pullulano anco ad Hong-Kong, erano entrati Fix e Gambalesta, coll’intenzione di prendere un rinfresco. Gambalesta non aveva danaro addosso, ma accettò volentieri la “gentilezza„ del suo compagno, salvo a restituirgliela a tempo e luogo.

Si fecero portare due bottiglie di Porto, e il Francese vi fe’ largamente onore, mentre Fix, più riserbato, lo osservava con somma attenzione. Si ciarlò di questo e quello, e soprattutto della eccellente idea che aveva avuto Fix di prender passaggio sul _Carnatic_. E a proposito di questo _steamer_, la cui partenza era stata anticipata di alcune ore, Gambalesta, poichè le bottiglie furono vuotate, si alzò per andare ad avvertire il suo padrone.

Fix lo trattenne.

“Un istante, diss’egli.

— Che volete, signor Fix?

— Ho da parlarvi di cose serie.

— Di cose serie! esclamò Gambalesta tracannando alcune goccie di vino rimaste nel fondo del bicchiere. Ebbene, ne parleremo domani. Non ho tempo oggi.

— Rimanete, rispose Fix. Si tratta del vostro padrone!„

Gambalesta, a queste parole, guardò attentamente il suo interlocutore.

L’espressione del volto di Fix gli parve singolare, ond’egli si ripose a sedere.

“Che avete a dirmi?„ chiese egli.

Fix appoggiò la mano sul braccio del suo compagno, e abbassando la voce:

“Voi avete indovinato chi ero? gli domandò.

— Altro che! disse Gambalesta sorridendo.

— Allora vi confesserò tutto....

— Adesso che so tutto, compare bello! Ah! che talentone! Basta, dite su. Ma prima lasciate che vi dica che quei gentlemen spendono i loro danari molto inutilmente!

— Inutilmente! disse Fix. Avete un bel parlare. Si vede bene che non conoscete l’importanza della somma.

— Ma sì, rispose Gambalesta. Ventimila sterline!

— Cinquantacinquemila! rispose Fix, stringendo la mano al Francese.

— Che! esclamò Gambalesta. Il signor Fogg avrebbe osato! Cinquantacinque mila sterline!... Ebbene! ragione di più per non perdere un istante, aggiuns’egli rialzandosi di nuovo.

— Cinquantacinque mila sterline! ripigliò Fix che lo sforzò a risedere, dopo aver fatto portare una bottiglia di _brandy_. E se riesco, guadagno un premio di duemila sterline. Ne volete cinquecento (12,500 fr.) voi, a condizione di aiutarmi?

— Aiutarvi! esclamò Gambalesta, i cui occhi erano smisuratamente aperti.

— Sì, aiutarmi a trattenere il signor Fogg per qualche giorno a Hong-Kong?

— Eh! fece Gambalesta, cosa dite! Come! non contenti di far seguire il mio padrone, di sospettare della sua lealtà, quei gentlemen vogliono altresì suscitargli degli ostacoli! Arrossisco per loro!

— Ma via! Che volete dire? domandò Fix.

— Voglio dire che è una vera indelicatezza. Tanto vale spogliare il signor Fogg, pigliargli i danari dalle tasche!

— Ma a questo appunto vogliamo arrivare.

— Ma è un tranello!„ esclamò Gambalesta, che si animava allora sotto l’influenza del _brandy_ che gli mesceva Fix, e cui beveva senz’accorgersene, un tranello in tutte le forme! Dei gentlemen! dei colleghi!

Fix incominciava a non raccapezzarsi più.

“Dei colleghi! esclamò Gambalesta, dei membri del Reform-Club! Sappiate, signor Fix, che il mio padrone è un onest’uomo, e che, quando ha fatto una scommessa, gli è lealmente ch’ei pretende guadagnarla.

— Ma chi credete dunque ch’io sia? domandò Fix fissando il suo sguardo su Gambalesta.

— Oh bella! un agente dei membri del Reform-Club, che ha la missione di controllare l’itinerario del mio padrone, il che è singolarmente umiliante! Laonde, sebbene io abbia indovinato la vostra qualità, mi sono bene astenuto dal parlarne al signor Fogg.

— Non sa nulla? chiese vivamente Fix.

— Nulla, rispose Gambalesta, vuotando ancora una volta il suo bicchiere.„

Fix si passò una mano sulla fronte. Egli esitava prima di ripigliare la parola. Che doveva fare? L’errore di Gambalesta pareva sincero, ma rendeva il suo progetto più difficile. Era evidente che quel giovane parlava con assoluta buona fede, e che non era il complice del suo padrone, — cosa che Fix avrebbe potuto temere.

“Ebbene, disse tra sè, giacchè non è suo complice, egli mi aiuterà.„

Fix si decideva per la seconda volta. D’altra parte, egli non aveva più il tempo di aspettare. A qualunque costo bisognava fermare Fogg a Hong-Kong.

“Ascoltate, disse Fix con voce breve. Ascoltatemi bene. Io non sono quello che voi credete, cioè un agente dei membri del Reform-Club.

— Che! disse Gambalesta, guardandolo con aria furbesca.

— Io sono un ispettore di polizia, incaricato di una missione dell’amministrazione metropolitana.

— Voi!... ispettore di polizia!...

— Sì, e lo provo, ripigliò Fix. Ecco il mio brevetto.„

E l’agente, traendo una carta dal suo portafogli, mostrò al compagno un brevetto sottoscritto dal direttore della polizia centrale. Gambalesta, sbalordito, guardava Fix, senza poter articolare una parola.

“La scommessa del signor Fogg, ripigliò Fix, non è che un pretesto da cui siete stati abbindolati voi e i suoi colleghi del Reform-Club, giacchè egli aveva interesse ad assicurarsi la vostra inconsapevole complicità.

— Ma perchè?... esclamò Gambalesta.

— Ascoltate. Il 28 settembre, ultimo scorso, un furto di cinquantacinquemila sterline venne commesso alla Banca d’Inghilterra da un individuo i cui connotati poterono essere raccolti. Ecco quei connotati: lineamento per lineamento sono quelli del signor Fogg.

— Evvia! esclamò Gambalesta battendo la tavola col suo robusto pugno. Il mio padrone è il più onest’uomo del mondo!

— Che ne sapete voi? rispose Fix. Non lo conoscete neppure! Entraste al suo servizio il giorno della sua partenza, ed egli partì precipitosamente con un pretesto insensato, senza valigia, portando con sè una grossa somma in banconote! E voi osate sostenere che è un onest’uomo!

— Sì! sì! ripeteva macchinalmente il povero giovane.

— Volete dunque essere arrestato come suo complice?„

Gambalesta si era posto ambo le mani in testa. Egli non era più riconoscibile. Non osava più guardare l’ispettore di polizia. Phileas Fogg un ladro! lui, il salvatore di Auda! l’uomo generoso e tutto coraggio! Eppure quanti sospetti sorti contro di lui! Gambalesta tentava di scacciare i sospetti che si ficcavano nella sua mente. Egli non voleva credere alla colpabilità del suo padrone.

“Insomma che volete da me? diss’egli all’agente di polizia, contenendosi con un supremo sforzo.

— Ecco, rispose Fix. Ho seguito il signor Fogg sin qui; ma non ho ancora ricevuto il mandato d’arresto. È mestieri dunque che mi aiutiate a trattenere a Hong-Kong....

— Io! aiutarvi a....

— Ed io divido con voi il premio di duemila sterline promesso dalla Banca d’Inghilterra.

— Mai!„ rispose Gambalesta, che volle rialzarsi e ricadde, sentendo che la ragione e le forze lo abbandonavano insieme.

“Signor Fix, diss’egli balbettando, quand’anco tutto ciò che mi avete detto fosse vero.... quando il mio padrone fosse il ladro che cercate.... cosa che io nego.... sono stato.... sono al suo servizio.... l’ho visto buono e generoso.... Tradirlo.... mai.... no, per tutto l’oro del mondo.... Io sono di un villaggio dove non si mangia di codesto pane!...

— Rifiutate?

— Rifiuto.

— Facciamo come se non avessi detto nulla, rispose Fix, e beviamo.

— Sì, beviamo!

Gambalesta si sentiva sempre più invadere dall’ubbriachezza. Fix, comprendendo che bisognava ad ogni costo separarlo dal suo padrone, volle finirla. Sulla tavola c’erano alcune pipe cariche d’oppio. Fix ne pose destramente una nella mano di Gambalesta, che la prese, se la portò alle labbra, la accese, ne trasse alcune boccate di fumo, e ricadde, con la testa aggravata sotto l’influenza del narcotico.

“Finalmente, disse Fix mirando Gambalesta annichilito, il signor Fogg non sarà avvisato a tempo della partenza del _Carnatic_, e se parte, almeno partirà senza questo maledetto Francese!

Indi egli uscì, dopo aver pagato il conto.

CAPITOLO XX.

Nel quale Fix entra direttamente in relazione con Phileas Fogg.

Durante quella scena che stava forse per compromettere sì grandemente il suo avvenire, il signor Fogg, accompagnando mistress Auda, passeggiava nelle vie della città inglese. Da quando mistress Auda aveva accettato la sua offerta di condurla sino in Europa, egli aveva dovuto pensare a tutte le spese che richiede un viaggio così lungo. Che un inglese come lui facesse il giro del mondo con un sacco da viaggio alla mano, passi; ma una donna non poteva intraprendere un tal tragitto in pari condizioni. Bisognava comperare gli abiti e gli oggetti necessarii al viaggio. Il signor Fogg se ne sbrigò colla calma che gli era propria, ed a tutte le scuse ed obbiezioni della giovane vedova, confusa da tante affabilità:

“È nell’interesse del mio viaggio, è nel mio programma,„ rispondeva egli invariabilmente.

Fatti gli acquisti, il signor Fogg e la giovane donna ritornarono all’albergo e desinarono alla tavola rotonda, che era sontuosamente servita. Indi mistress Auda, un po’ stanca, risalì nel suo appartamento, dopo di avere “all’inglese„ stretta la mano del suo imperturbabile salvatore.

L’onorevole gentleman, lui, se ne stette assorto per tutta la sera nella lettura dal _Times_ e dell’_Illustrated London News_.

Se fosse stato uomo da meravigliarsi di qualche cosa, lo sarebbe stato di non veder comparire il suo servo all’ora di andare a letto. Ma sapendo che il piroscafo di Yokohama non doveva lasciar Hong-Kong prima dell’indomani, non se ne preoccupò affatto. La domane, Gambalesta non accorse alla scampanellata del signor Fogg.

Ciò che pensò l’onorevole gentleman risapendo che il suo servo non era tornato all’albergo, nessuno avrebbe potuto dirlo. Il signor Fogg si contentò di pigliare il sacco, fece avvertire mistress Auda, e mandò a prendere un palanchino.

Erano allora le otto, e l’alta marea di cui il _Carnatic_ doveva approfittare per uscire dal porto, era indicata per le nove e mezzo.

Allorchè il palanchino fu giunto alla porta dell’albergo, il signor Fogg e mistress Auda salirono in quel comodo veicolo, e i bagagli li seguirono sopra una carriola.

Da lì a mezz’ora, i viaggiatori scendevano sul molo d’imbarco, e colà il signor Fogg ebbe a sapere che il _Carnatic_ era partito fin dal giorno prima.

Il signor Fogg, che credeva trovare, al tempo stesso, e il piroscafo e il suo servo, era ridotto a far a meno e dell’uno e dell’altro. Ma non un segno di rammarico apparve sul suo volto, ed a mistress Auda che lo guardava con inquietudine egli si contentò di rispondere:

“È un incidente, signora, nulla di più.„

In quella, un personaggio che l’osservava con attenzione gli si avvicinò. Era l’ispettore Fix, che lo salutò e gli disse:

“Non siete al par di me, o signore, uno dei passaggieri del _Rangoon_, giunto ieri?

— Sì, signore, rispose freddamente il signor Fogg, ma non ho l’onore....

— Perdonate, ma credevo di trovar qui il vostro servo.

— Sapete dov’è, signore? chiese con ansia la giovane donna.

— Come! rispose il signor Fix fingendo di esser sorpreso, non è con voi?

— No, rispose mistress Auda. Da ieri in qua egli non è ricomparso. Sarebbesi mai imbarcato senza di noi a bordo del _Carnatic?_

— Senza di voi, signora?... rispose l’agente. Ma, scusate la mia domanda, voi volevate dunque partire su quel piroscafo?

— Sì, signore.

— Anch’io, signora, ed eccomi qui tutto fuor di me. Il _Carnatic_, terminati i suoi raddobbi, ha lasciato Hong-Kong dodici ore più presto senz’avvisare nessuno, ed ora bisognerà aspettare otto giorni la prossima partenza.„

Pronunciando queste parole “otto giorni,„ Fix sentiva il suo cuore balzare di gioia. Otto giorni! Fogg trattenuto otto giorni a Hong-Kong! Si avrebbe il tempo di ricevere il mandato d’arresto. Insomma la sorte si dichiarava pel rappresentante della legge.

Il lettore s’immagini che tegola gli piombasse sul capo quando udì Phileas Fogg dire con la sua voce tranquilla:

“Ci sono ben altre navi oltre il _Carnatic_, mi pare, nel porto di Hong-Kong.„

Il signor Fogg, offrendo il suo braccio a mistress Auda, si diresse verso i _docks_ in cerca di una nave in partenza.

Fix, sbalordito, teneva dietro. Si sarebbe detto che un filo lo legava a quest’uomo.

Tuttavia, la sorte sembrò veramente abbandonare colui cui aveva tanto favorito sin allora. Il signor Fogg percorse il porto in tutti i sensi, durante tre ore, deciso, all’occorrenza, a noleggiare egli solo una nave per trasportarlo a Yokohama; egli non vide che delle navi in carico e in iscarico, e che, quindi, non potevano partire. Fix riprese a sperare.

Però il signor Fogg non si sconcertava, e stava per continuare le sue ricerche, dovess’anco spingersi sino a Macao, quando fu avvicinato da un marinaio.

“Vostro Onore cerca un battello? gli disse il marinaio scappellandosi.

— Avete un battello pronto a partire? chiese il signor Fogg.

— Sì, Vostro Onore, un battello-pilota, N. 43, il migliore della flottiglia.

— Cammina bene?

— Tra le otto o le nove miglia. Volete vederlo?

— Sì.

— Vostro Onore sarà soddisfatto. Si tratta di una gita in mare?

— No. Di un viaggio.

— Un viaggio?

— Vi assumete di condurmi a Yokohama?

Il marinaio, a queste parole, rimase con le braccia penzoloni e gli occhi spalancati.

— Vostro Onore vuol ridere? diss’egli.

— No! ho perduto la partenza del _Carnatic_, e mi occorre di essere il 14 al più tardi a Yokohama per prendere il piroscafo di San Francisco.

— Mi rincresce, rispose il piloto, ma è impossibile.

— Vi offro cento sterline (2500 franchi) al giorno, e un premio di 200 sterline, se giungo a tempo.

— Dite sul serio? domandò il piloto.

— Seriissimo,„ rispose il signor Fogg.

Il piloto si era tratto in disparte. Egli guardava il mare, evidentemente combattuto tra il desiderio di guadagnare una somma enorme e la tema di avventurarsi così lontano. Fix era in angosce mortali.

In quel frattempo il signor Fogg erasi volto verso mistress Auda.

“Non avrete paura, signora? le chiese egli.

— Con voi, no, signor Fogg,„ rispose la giovine donna.

Il piloto erasi di bel nuovo avanzato verso il gentleman, e si girava il cappello tra le mani.

“Ebbene, piloto? disse il signor Fogg.

— Ebbene, Vostro Onore, rispose il piloto, non posso arrischiare nè i miei uomini, nè me, nè voi stesso, in un sì lungo tragitto sopra un battello di venti tonnellate appena, e in questa stagione. D’altra parte, non giungeremmo a tempo, poichè ci sono milleseicento cinquanta miglia da Hong-Kong a Yokohama.

— Milleseicento sole, disse il signor Fogg.

— Fa lo stesso.„

Fix sentì allargarsi i polmoni.

“Ma, aggiunse il piloto, ci sarebbe forse mezzo di aggiustarsi diversamente.„

Fix non respirò più.

“Come? domandò Phileas Fogg.

— Andando a Nagasaki, all’estremità sud del Giappone, mille e cento miglia, o soltanto sino Shangai, ottocento miglia da Hong-Kong. In quest’ultimo viaggio, non ci allontaneremmo dalla costa cinese, il che sarebbe un gran vantaggio, tanto più che le correnti vi traggono al nord.

— Piloto, rispose Phileas Fogg, è a Yokohama che io devo salire sul postale americano, e non a Shangai o a Nagasaki.

— Perchè no? rispose il piloto. Il piroscafo di San Francisco non parte da Yokohama. Fa scalo sì a Yokohama ed a Nagasaki, ma il suo porto di partenza è Shangai.

— Siete certo di quel che dite?

— Certo.

— E quando il piroscafo lascia Shangai?

— L’11, alle sette di sera. Abbiamo dunque quattro giorni dinanzi a noi. Quattro giorni, sono novantasei ore, e con una media di otto miglia all’ora, se siamo ben serviti, se il vento spira da sud-est, se il mare è calmo, possiamo fare le ottocento miglia che ci separano da Shangai.

— E potreste partire?...

— Fra un’ora. Mi basta il tempo di comperare dei viveri e di spiegare le vele.

— Affare fatto.... Siete voi il padrone del battello?

— Sì, John Bunsby, padrone della _Tankudera_.

— Volete caparra?

— Se non incomoda Vostro Onore....

— Ecco duecento sterline in acconto. Signore, aggiunse Phileas Fogg voltandosi verso Fix, se volete approfittare....

— Signore, rispose risolutamente Fix, io stava appunto per chiedervi questo favore.

— Bene. Fra una mezz’ora saremo a bordo.

— Ma quel povero giovane... disse mistress Auda.

— Vado a fare per lui tutto quello che posso,„ rispose Phileas Fogg.

E, mentre Fix, nervoso, febbrile, rodendosi le viscere, si recava al battello-pilota, Fogg e la sua bella compagna di viaggio si diressero verso gli ufficii della polizia di Hong-Kong. Colà Phileas Fogg diede i connotati di Gambalesta, e lasciò una somma sufficiente a farlo rimpatriare. Uguale formalità venne adempiuta presso l’agente consolare francese, e il palanchino dopo essersi soffermato all’albergo dove furono ripigliati i bagagli, ricondusse i viaggiatori al porto.

Tre ore sonavano. Il battello-pilota N. 43, col suo equipaggio a bordo, i viveri caricati, era pronto a far vela. La era una graziosa piccola goletta di venti tonnellate, codesta _Tankadera_, smilza di prora, molto snella di forme, distesa nelle sue linee d’acqua. La si sarebbe detta un _yacht_ da corsa. I suoi ottoni brillanti, i suoi ferramenti galvanizzati, il suo ponte bianco come l’avorio, indicavano che il padrone John Bunsby se ne intendeva a tenerla in buono stato. I suoi due alberi si chinavano alquanto verso poppa. Essa portava randa, trinchetto, trinchettina, fiocchi, freccie, e poteva attrezzare una vela di fortuna pel vento in poppa. Doveva camminare meravigliosamente, e, difatti, aveva già guadagnato diversi premi nei _matches_ (regate) di battelli-piloti.

L’equipaggio della _Tankadera_ si componeva del padrone John Bunsby e di quattro uomini. Erano di quegli arditi marinai che avventurandosi con qualunque tempo alla ricerca delle navi, conoscono ammirabilmente quei mari. John Bunsby, uomo sui quarantacinque anni, vigoroso, nero dal sole, sguardo vivo, faccia energica, saldo in gambe, rotto al mestiere, avrebbe ispirato fiducia ai più timidi.

Phileas Fogg e mistress Auda salirono a bordo. Fix vi si trovava già. Per la boccaporta di poppa della goletta, si scendeva in una stanza quadrata le cui pareti s’incavavano, a forma di quadri, al disopra di un divano circolare. Nel mezzo, una tavola rischiarata da una lampada di rollio. Tutto piccolo, ma pulito.

“Mi dispiace di non avere di meglio da offrirvi,„ disse il signor Fogg a Fix, che s’inchinò senza rispondere.