Il giro del mondo in ottanta giorni

Part 8

Chapter 83,550 wordsPublic domain

Ma Gambalesta non istette un pezzo a raccontargli la storia di lei. Gli narrò l’incidente della pagoda di Bombay, l’acquisto dell’elefante al prezzo di duemila sterline, la faccenda del _sutty_, il rapimento di Auda, la condanna del tribunale di Calcutta, la libertà sotto cauzione. Fix, che conosceva l’ultima parte di questi incidenti, pareva ignorarli tutti, e Gambalesta pigliava gusto a narrare le sue avventure dinanzi ad un uditore che gli esternava tanto interesse.

“Ma, in fin de’ fini, chiese Fix, il vostro padrone ha forse l’intenzione di condurre quella giovane in Europa?

— Mainò, signor Fix, mainò! Noi andiamo semplicemente ad affidarla alle cure di un suo parente, ricco negoziante di Hong-Kong.

— Nulla da fare! disse tra sè il _detective_, dissimulando il suo dispetto. Un bicchiere di _gin_, signor Gambalesta?

— Volentieri, signor Fix. E sia per bere alla salute del nostro incontro a bordo del _Rangoon!_

CAPITOLO XVII.

Nel quale si tratta un po’ di tutto durante il tragitto da Singapore a Hong-Kong.

Da quel giorno, Gambalesta e il _detective_ s’incontrarono di frequente, ma l’agente si tenne in una rigorosa riserva di fronte al suo compagno, e non tentò affatto di farlo parlare. Una o due volte soltanto, egli intravide il signor Fogg che rimaneva volentieri nel gran salone del _Rangoon_, sia che tenesse compagnia a mistress Auda, sia che giuocasse al _whist_, secondo la sua invariabile abitudine.

Quanto a Gambalesta, egli erasi dato a meditare più che seriamente sul caso singolare che aveva posto, di bel nuovo, Fix sulla strada del suo padrone. E, infatti, il caso era singolare. Cotesto gentleman, amabilissimo, garbatissimo di sicuro, che s’incontra dapprima a Suez, che s’imbarca sul _Mongolia_, che sbarca a Bombay ove dice di dover soggiornare, che si ritrova sul _Rangoon_, in via per Hong-Kong, in poche parole, che segue passo passo l’itinerario del signor Fogg, era tal cosa che meritava proprio da rifletterci su. C’era una concordanza per lo meno bizzarra. A chi mai teneva dietro quel Fix? Gambalesta era pronto a scommettere le sue pantofole — le aveva preziosamente conservate — che Fix lascerebbe Hong-Kong al pari di loro, e probabilmente sullo stesso piroscafo.

Avess’anco riflettuto per un secolo. Gambalesta non avrebbe mai indovinato di quale missione l’agente era stato incaricato. Mai avrebbe immaginato che Phileas Fogg fosse seguito a vista come ladro intorno al globo terrestre. Ma, siccome è insito nella natura umana di dare una spiegazione a tutto, ecco il nostro Gambalesta, improvvisamente illuminato, interpretare la presenza permanente di Fix, ed in verità la sua interpretazione era molto plausibile. Secondo lui, Fix non era e non poteva essere che un agente lanciato sulle tracce del signor Fogg da’ suoi colleghi del Reform-Club, affine di verificare se quel viaggio si effettuava regolarmente intorno al mondo, giusta l’itinerario convenuto.

“È evidente! è evidente! ripeteva a sè stesso l’onesto giovane, tutto inorgoglito della sua perspicacia. È una spia che quei gentleman ci hanno posto alle calcagna! Ma non istà bene! Il signor Fogg così probo! così onorevole! Farlo spiare da un agente! Ah! signori del Reform-Club, ciò vi costerà caro.„

Gambalesta, esaltato dalla sua scoperta, risolse però di non dir nulla al suo padrone, temendo che questi non fosse giustamente offeso della diffidenza che gli mostravano i suoi avversarii. Ma si propose di motteggiare Fix alla prima occasione, a parole velate e senza compromettersi.

Il mercoledì, 30 ottobre, nel pomeriggio, il _Rangoon_ imboccava lo stretto di Malacca, che separa la penisola di questo nome dalle terre di Sumatra. Alcuni isolotti montuosi, molto scoscesi, molto pittoreschi, toglievano ai passeggieri la vista della grande isola.

La domane, alle quattro del mattino, il _Rangoon_, che aveva guadagnato mezza giornata sul suo tragitto regolamentare, poggiava a Singapore, a fine di rinnovarvi la sua provvista di carbone.

Phileas Fogg annotò questa anticipazione nella colonna dei guadagni, e stavolta scese a terra, accompagnando mistress Auda, che aveva manifestato il desiderio di passeggiare per qualche ora.

Fix, al quale qualunque azione di Fogg sembrava sospetta, lo seguì senza lasciarsi scorgere.

Quanto a Gambalesta, che rideva _in petto_ a vedere la manovra di Fix, egli andò a fare le sue solite compere.

L’isola di Singapore non è nè grande nè di aspetto imponente. Mancando di montagne, le mancano i profili; tuttavia è graziosa nella sua magrezza: è un parco intersecato da belle strade. Un bell’equipaggio, tirato da quei cavalli eleganti importati dalla nuova Olanda, trasportò mistress Auda e Phileas Fogg in mezzo ai boschetti di palmizi, dallo splendido fogliame, e di garofani le cui teste sono formate dal bocciuolo stesso del fiore socchiuso. Là i cespugli di pepe surrogavano le siepi spinose delle campagne europee; i sagù e le grandi felci dai rami superbi variavano l’aspetto di quella regione tropicale; moscati dal fogliame inverniciato impregnavano l’aria di un profumo penetrante. Le scimmie, bande vigili e smorfiose, non mancavano nei boschi, nè forse le tigri nelle _jungle_. Se alcuno si meravigliasse di sentire che in quell’isola, sì piccola relativamente, questi terribili carnivori non siano distrutti fino all’ultimo, risponderemo che essi ci vanno da Malacca, attraversando lo stretto a nuoto.

Dopo aver percorso la campagna durante due ore, mistress Auda e il di lei compagno, che guardava un pochino senza vedere, rientrarono nella città, vasta agglomerazione di case tozze e basse, circondate da incantevoli giardini dove germogliano le manguste, gli ananas e tutti i migliori frutti del mondo.

A dieci ore facevano ritorno al piroscafo, dopo essere stati seguiti, senza pur sospettarlo, dall’ispettore, che aveva dovuto anch’esso far le spese di una carrozza.

Gambalesta li aspettava sul ponte del _Rangoon_. Il bravo giovane aveva comperato alcune dozzine di manguste, grosse come mele mezzane, di un bruno scuro al difuori, di un rosso vivo al didentro, ed il cui frutto bianco, liquefacendosi tra le labbra, procura ai buongustai un godimento impareggiabile. Gambalesta fu ben felice di offrirle a mistress Auda, che lo ringraziò con bel garbo.

Alle undici, il _Rangoon_, rifornito di carbone, scioglieva i suoi ormeggi, e da lì a poche ore i passeggieri perdevano di vista quelle alte montagne di Malacca, le cui foreste albergano le più magnifiche tigri della terra.

Milletrecento miglia all’incirca separano Singapore dall’isola di Hong Kong, piccolo territorio inglese staccato dalla costa cinese. Phileas Fogg aveva interesse a percorrerla in sei giorni al più, affine di pigliare a Hong-Kong il battello che doveva partire il 6 novembre per Yokohama, uno dei principali porti del Giappone.

Il _Rangoon_ era molto carico. Buon numero di passeggieri si era imbarcato a Singapore: Indù, Cingalesi, Cinesi, Malesi, Portoghesi, che per la maggior parte occupavano i secondi posti.

Il tempo, bellino sin allora, cangiò con l’ultimo quarto di luna. Ci fu mar grosso. Il vento soffiò a volte in gagliarda brezza, ma molto fortunatamente da parte di sud-est, il che favoriva il cammino dello _steamer_. Quando il vento era maneggevole, il capitano faceva spiegar le vele. Il _Rangoon_, guarnito a brigantino, navigò sovente colle sue due gabbie e il trinchetto, e la sua rapidità si accrebbe sotto la duplice azione del vapore e del vento. In tal modo si rasentarono, sopra onde corte e talvolta molto affaticanti, le coste di Annam e della Cocincina.

Ma la colpa era piuttosto del _Rangoon_ che del mare, e i passeggieri, di cui la maggior parte furono ammalati, dovettero pigliarsela col piroscafo per quello strapazzo.

Infatti, le navi della compagnia peninsulare che fanno il servizio dei mari della Cina hanno un serio difetto di costruzione. La proporzione della loro immersione a nave carica con la loro altezza di puntale è stata mal calcolata, e quindi essi non offrono che una debole resistenza al mare. Il loro volume chiuso, impenetrabile all’acqua, è insufficiente. Sono “annegati,„ per adoperare l’espressione marittima„ e, per effetto di tale disposizione, non ci vogliono che pochi sbuffi di mare gettati a bordo per modificare la loro andatura. Queste navi sono dunque molto inferiori, se non pel motore e l’apparecchio svaporatore, ai tipi delle Messaggerie francesi, quali l’_Impératrice_ e il _Cambodge_. Mentre, secondo i calcoli degl’ingegneri, questi possono imbarcare un peso d’acqua eguale al loro proprio peso prima di sommergere, i battelli della compagnia peninsulare, il _Golconda_, il _Corea_, ed infine il _Rangoon_, non potrebbero imbarcare il sesto del loro peso senza colare in fondo.

Laonde, col cattivo tempo, conveniva pigliare grandi precauzioni; bisognava talvolta mettere alla cappa piccolo vapore. Era una perdita di tempo che non sembrava turbare Phileas Fogg in nissun modo, ma di cui Gambalesta si mostrava sommamente irritato. Egli accusava allora il capitano, il macchinista, la Compagnia, e mandava al diavolo tutti coloro che s’impicciano di trasportare viaggiatori. Fors’anco, il pensiero di quel becco a gas che continuava a bruciare per conto suo nella casa di Saville-row, entrava per molto nella sua impazienza.

“Ma avete dunque gran fretta di giungere a Hong-Kong? gli chiese un giorno il _detective_.

— Altro che! rispose Gambalesta.

— Credete che il signor Fogg abbia premura di prendere il piroscafo di Yokohama?

— Una premura spaventevole.

— Voi dunque credete ora a questo singolare viaggio intorno al mondo?

— Assolutamente. E voi, signor Fix?

— Io? io non ci credo!

— Burlone!„ rispose Gambalesta, strizzando l’occhio.

Questa parola lasciò l’agente sopra pensiero. Quel qualificativo lo inquietò, senza saperne proprio il perchè. Il Francese lo aveva forse indovinato? Non sapeva proprio che pensare. Ma la sua qualità di _detective_, di cui egli solo aveva segreto, come mai Gambalesta avrebbe potuto riconoscerla? Eppure, parlandogli così, Gambalesta aveva certamente avuto un sottinteso.

Accadde anzi che il bravo giovane andò più in là, un altro giorno; ma non vi seppe resistere. Egli non poteva tenersi la lingua.

— Dite un po’, signor Fix, chiese egli al suo compagno in tono malizioso, giunti a Hong-Kong, avremo forse la disgrazia di lasciarvi colà?

— Ma, rispose Fix non poco imbarazzato, non so!... Forse....

— Ah! disse Gambalesta, se ci accompagnaste, la sarebbe una vera fortuna per me! Suvvia! un agente della Compagnia peninsulare non potrebbe fermarsi per strada! voi non andavate che a Bombay, ed eccovi fra poco in Cina! L’America non è lontana e dall’America all’Europa non c’è che un passo!

Fix guardava attentamente il suo interlocutore che gli mostrava la faccia più amabile del mondo, e pensò bene di ridere con lui. Ma questi, che era in vena, gli chiese “se gli fruttava molto quel mestiere.„

— Sì e no, rispose Fix senza muover ciglio. Ci sono buoni e cattivi affari. Ma capite bene che non viaggio a spese mie!

— Oh! per questo ne sono certo! esclamò Gambalesta ridendo con maggior forza.

Finita la conversazione, Fix rientrò nel suo camerino e si pose a riflettere. Egli era evidentemente scoperto. In un modo o nell’altro, il Francese aveva riconosciuto la sua qualità di _detective_. Ma aveva egli avvertito il suo padrone? Che parte faceva in tutto ciò? Era complice o no? L’affare era venuto a sapersi, ed era quindi fallito? L’agente passò alcune ore difficili, quando credendo tutto perduto, quando sperando che Fogg ignorasse la situazione, infine non sapendo a qual partito appigliarsi.

Però la calma si ristabilì nel suo cervello, ed egli risolse di agire francamente con Gambalesta. Se egli non si trovava nelle volute condizioni per arrestare Fogg a Hong-Kong, e se Fogg si preparava a lasciare definitivamente stavolta il territorio inglese, egli, Fix, direbbe tutto a Gambalesta. O il servo era complice del suo padrone, — e questi sapeva tutto, ed in questo caso l’affare era definitivamente compromesso, — o il servo non c’entrava per nulla nel furto, ed allora il suo interesse sarebbe di abbandonare il ladro.

Tale era dunque la situazione rispettiva di quei due uomini, e, al disopra di essi, Phileas Fogg troneggiava nella sua maestosa indifferenza. Egli compiva razionalmente la sua orbita intorno al mondo senza darsi pensiero degli asteroidi che gli gravitavano intorno.

Eppure, nelle vicinanze, c’era, — giusta l’espressione degli astronomi, — un astro turbatore che avrebbe dovuto produrre certe perturbazioni sull’onore del nostro gentleman. Ma no! le grazie di mistress Auda non agivano punto, con grande sorpresa di Gambalesta, e le perturbazioni, se esistevano, sarebbero state più difficili a calcolare di quelle di Urano che guidarono alla scoperta di Nettuno.

Sì! era una meraviglia di tutt’i giorni per Gambalesta, che leggeva tanta riconoscenza verso il suo padrone negli occhi della giovine donna! Decisamente, Phileas Fogg aveva tanto onore quanto ne occorreva per condursi eroicamente, ma amorosamente no! Riguardo poi alle preoccupazioni che i rischi di quel viaggio potevano far nascere, non ce n’era traccia. Ma Gambalesta viveva in ansie continue. Un giorno, appoggiatosi alla balaustrata dell’_engine-room_[14], egli guardava la potente macchina che andava a volte in sulle furie, allorchè, in un violento movimento di beccheggio, l’elice si affannava fuor delle onde. Il vapore sbuffava allora dalle valvole, il che provocava la collera del degno figliuolo.

— Non sono sufficientemente cariche queste valvole! esclamò egli. Non si cammina. Ecco come sono questi Inglesi! Oh! se fosse una nave americana, si salterebbe forse, ma si andrebbe più presto!

CAPITOLO XVIII.

Nel quale i signori Fogg, Gambalesta e Fix vanno pei loro affari per strade diverse.

Durante gli ultimi giorni del tragitto, il tempo fu cattivo anzi che no. Il vento divenne gagliardissimo. Spirando dal nord-ovest, esso inceppò il cammino del piroscafo. Il _Rangoon_, troppo instabile, rollò considerevolmente, e i passeggieri furono in diritto di serbar rancore a quei lunghi cavalloni che il vento sollevava dal largo.

Durante la notte del 3 e del 4 novembre, vi fa una specie di tempesta. La burrasca sferzò il mare con veemenza. Il _Rangoon_ dovette porre alla cappa per una mezza giornata, mantenendosi con dieci giri d’elice soltanto, in modo da pigliar le onde di sbieco. Tutte le vele erano serrate, e ce n’era già di troppo degli attrezzi che fischiavano in mezzo alle raffiche.

La celerità del piroscafo, ben s’intende, fu notevolmente diminuita, e si potè ritenere ch’esso giungerebbe a Hong-Kong con ventiquattro ore almeno di ritardo dall’ora regolamentare, e forse più se la tempesta non cessava.

Phileas Fogg assisteva a quello spettacolo d’un mare furibondo, che pareva lottasse direttamente contro di lui, con la sua abituale impassibilità. La sua fronte non si oscurò neanco un istante, eppure un ritardo di venti ore poteva compromettere il suo viaggio, facendolo mancare alla partenza del piroscafo di Yokohama. Ma quell’uomo senza nervi non risentiva nè impazienza nè noia. Pareva proprio che quella tempesta fosse compresa nel suo programma, che fosse prevista. Mistress Auda, che s’intratteneva col suo compagno di quel contrattempo, lo trovò non meno calmo che pel passato.

Fix, lui, non vedeva queste cose di pari occhio: tutt’altro. Quella tempesta gli piaceva, la sua soddisfazione sarebbe anzi stata sconfinata, se il _Rangoon_ fosse stato obbligato a fuggire dinanzi alla procella. Tutti quei ritardi lo secondavano, poichè obbligherebbero il signor Fogg a rimanere qualche giorno a Hong-Kong. Infine, il cielo con le sue raffiche e le sue burrasche favoriva il suo gioco. Egli era bensì un pochino ammalato, ma che monta! egli non badava alle nausee, e, quando il corpo gli si torceva sotto il mal di mare, la sua faccia traspirava una immensa soddisfazione.

Quanto a Gambalesta, potete figurarvi in quale ira poco dissimulata egli trascorresse quel cimento. Finora tutto era andato così bene! La terra e l’acqua sembravano essere al comando del suo padrone; battelli e ferrovie gli obbedivano; il vento ed il vapore si univano per favorire il suo viaggio. L’ora della disdetta era dunque suonata. Gambalesta, come se le ventimila sterline della scommessa avessero dovuto uscire dalla sua borsa, non viveva più. Quella tempesta lo esasperava, quella raffica lo metteva in furore, egli avrebbe volentieri sferzato quel mare disobbediente! Povero giovane! Fix gli celò accuratamente la sua soddisfazione personale, e fece bene, chè se Gambalesta avesse indovinato il segreto giubilo di Fix, Fix avrebbe passato un brutto quarto d’ora.

Gambalesta, durante tutta la durata della burrasca, se ne stette sul ponte del _Rangoon_. Egli non avrebbe potuto starsene abbasso; s’arrampicava all’alberatura; maravigliava l’equipaggio ed aiutava a tutto con un’agilità da scimmia. Cento volte egli interrogò il capitano, gli ufficiali, i marinai, che non potevano far a meno di ridere vedendo un giovanotto così disinvolto. Gambalesta voleva sapere assolutamente quanto tempo sarebbe durata la tempesta. Lo si rimandava allora al barometro, che non si decideva a risalire. Gambalesta scoteva il barometro; ma a nulla servivano nè le scosse nè le ingiurie di cui egli caricava l’irresponsabile strumento.

Finalmente la procella si calmò. Lo stato del mare si modificò nella giornata del 4 novembre. Il vento balzò di due quarti nel sud e ridivenne favorevole.

Gambalesta si rasserenò col tempo. Le gabbie e le vele basse poterono essere sciolte, e il _Rangoon_ ripigliò il suo cammino con una prodigiosa celerità.

Ma non si poteva riacquistare tutto il tempo perduto. Era mestieri rassegnarsi, e la terra non fu segnalata che il 6, alle cinque del mattino. L’itinerario di Phileas Fogg recava l’arrivo del piroscafo al 5. Ora, esso non giungeva che il 6. Erano ventiquattr’ore di ritardo, e la partenza per Yokohama sarebbe necessariamente perduta.

Alle sei, il pilota salì a bordo del _Rangoon_ e prese posto sul palco, affine di dirigere la nave nei passaggi sino al porto di Hong-Kong.

Gambalesta moriva dalla voglia d’interrogare quell’uomo, e di domandargli se il piroscafo di Yokohama aveva lasciato Hong-Kong. Ma non osava, preferendo serbare un po’ di speranza sino all’ultimo momento. Egli aveva confidato le sue inquietudini a Fix, il quale, — volpe fina, — cercava di consolarlo, dicendogli che il signor Fogg sarebbe giunto in tempo per imbarcarsi sul prossimo piroscafo. Ciò poneva Gambalesta in una collera cieca.

Ma se Gambalesta non si peritò di interrogare il pilota, il signor Fogg, dopo aver consultato il suo _Bradshaw_, chiese con la sua aria tranquilla, al detto pilota, se sapeva quando partirebbe un battello da Hong-Kong per Yokohama.

— Domani con la marea del mattino, rispose il piloto.

— Ah! fece il signor Fogg, senza manifestare un’ombra di meraviglia.

Gambalesta, che era presente, avrebbe volentieri abbracciato il piloto, al quale Fix avrebbe voluto torcere il collo.

— Qual è il nome di cotesto _steamer_? chiese il signor Fogg.

— Il _Carnatic_, rispose il piloto.

— Non doveva partir ieri?

— Sì, signore, ma si è dovuto raddobbare una delle sue caldaie, e la partenza venne rimandata a domani.

— Vi ringrazio, rispose il signor Fogg, che col suo passo automatico ridiscese nel salone del _Rangoon_.

Quanto a Gambalesta, egli afferrò la mano del piloto e la strinse vigorosamente dicendo;

— Voi, piloto, siete un brav’uomo!

Il piloto non venne mai a sapere perchè le sue risposte gli valsero una sì amichevole espansione. Ad un colpo di fischietto, egli risalì sul palco e diresse il piroscafo in mezzo a quella flottiglia di giunche, tankas, battelli pescherecci, navi d’ogni specie, che ingombravano la rada di Hong-Kong.

A un’ora, il _Rangoon_ era al molo, e i passaggieri sbarcavano.

In quella circostanza, il caso aveva singolarmente arriso a Phileas Fogg, bisogna convenirne. Senza quella necessità di riparare le sue caldaie, il _Carnatic_ sarebbe partito il 5 novembre, e i viaggiatori del Giappone avrebbero dovuto aspettare per otto giorni la partenza del piroscafo seguente. Il signor Fogg era bensì in ritardo di ventiquattr’ore, ma quel ritardo non poteva aver conseguenza dannosa pel resto del viaggio.

Infatti, lo _steamer_, che fa da Yokohama a San Francisco la traversata del Pacifico, era in corrispondenza diretta col piroscafo di Hong-Kong, e non poteva partire prima che questo fosse giunto. Evidentemente, vi sarebbero ventiquattr’ore di ritardo, ma, durante i ventidue giorni che dura la traversata del Pacifico, sarebbe facile riacquistarli. Phileas Fogg si trovava dunque, meno ventiquattr’ore, nelle condizioni del suo programma, trentacinque giorni dopo aver lasciato Londra.

Siccome il _Carnatic_ non partiva che il mattino seguente alle cinque, il signor Fogg aveva innanzi a sè sedici ore per occuparsi de’ suoi affari, cioè di quelli che concernevano mistress Auda. Sbarcando dal battello, egli offrì il suo braccio alla giovine donna e la condusse verso un palanchino. Chiese ai portatori di indicargli un albergo, ed essi gli designarono l’_Hôtel du Club_. Il palanchino si pose in cammino, seguito da Gambalesta, e venti minuti dopo giungeva a destinazione.

Un appartamento fu richiesto per la giovine donna, e Phileas Fogg vegliò a che ella non mancasse di nulla. Indi, egli disse a mistress Auda che andava immediatamente in cerca di quel parente alle cui cure doveva lasciarla a Hong-Kong. In pari tempo, dava a Gambalesta l’ordine di non moversi dall’albergo fino al suo ritorno, affinchè la giovine signora non vi rimanesse sola.

Il gentleman si fece condurre alla Borsa. Colà si conoscerebbe immancabilmente un personaggio come l’onorevole Jejech, che si noverava tra i più ricchi commercianti della città.

Il sensale al quale il signor Fogg si rivolse conosceva infatti il negoziante Parsì. Ma già da due anni costui non abitava più la Cina. Raccolta una bella sostanza, egli erasi stabilito in Europa, in Olanda, credevasi; il che si spiegava con le numerose relazioni ch’egli aveva avute con questo paese durante la sua carriera commerciale.

Phileas Fogg ritornò all’_Hôtel du Club_. Senz’altro fece chiedere a mistress Auda il permesso di presentarsi a lei, e, senza preamboli, la informò che l’onorevole Jejech non risiedeva più a Hong-Kong, e che abitava verosimilmente l’Olanda.

Mistress Auda non rispose nulla dapprima. Ella si passò la mano sulla fronte e rimase alcuni istanti a riflettere. Indi, con la sua voce dolce:

“Che devo fare, signor Fogg? diss’ella.

— Semplicissimo, mistress Auda, rispose il gentleman. Venirne in Europa.

— Ma non posso abusare....

— Voi non abusate, e la vostra presenza non disturba in nulla il mio programma. — Gambalesta?

— Signore, rispose Gambalesta.

— Andate al _Carnatic_ e fermate tre cabine.„

Gambalesta, giubilante di continuare il suo viaggio in compagnia della giovane signora che era graziosissima con lui, lasciò subito l’_Hôtel du Club_.

CAPITOLO XIX.

Nel quale Gambalesta piglia un interesse troppo vivo pel suo padrone, e quel che ne succede.