Il giro del mondo in ottanta giorni

Part 7

Chapter 73,675 wordsPublic domain

Tutto quel panorama passò come un lampo, e spesso una nube di vapore bianco ne ascose le particolarità. Appena se i viaggiatori poterono travedere il forte di Sciunar, a venti miglia al sud-est di Benares, antica fortezza dei rajà del Behar, Ghazepur e le sue importanti fabbriche d’acqua di rose, la tomba di lord Cornwallis che si erge sulla sponda sinistra del Gange, la città fortificata di Buxar, Patna, grande città industriale e commerciale dove si tiene il principale mercato d’oppio dell’India, Monghir, città più che europea, inglese come Manchester o Birmingham, rinomata per le sue fonderie di ferro, le sue fabbriche di oggetti in ferro e di armi bianche, e i cui fumaiuoli alti lordavano con un fumo nero il cielo di Brahma, — vero pugno nel paese del sogno!

Indi la notte giunse, e, in mezzo agli ululati delle tigri, degli orsi, dei lupi che fuggivano dinanzi alla locomotiva, il treno passò a gran velocità, e non si vide più nulla delle meraviglie del Bengala, nè Golconda nè Gur in rovina, nè Murshedabad, che fu in passato capitale, nè Burdwan, nè Hugly, nè Shandernagor, questo punto francese del territorio indiano, sul quale Gambalesta sarebbe stato orgoglioso di veder sventolare la bandiera della sua patria!

Infine, alle sette del mattino, Calcutta era raggiunta. Il piroscafo, in partenza per Hong-Kong, non levava l’áncora che a mezzogiorno. Phileas Fogg aveva dunque cinque ore disponibili.

Giusta il suo itinerario, il nostro gentleman doveva giungere nella capitale delle Indie il 25 ottobre, ventitrè giorni dopo aver lasciato Londra, vi giungeva al giorno fissato. Nè ritardo nè anticipazione. Sfortunatamente, i due giorni da lui guadagnati a Londra e Bombay erano stati perduti, come i lettori sanno, in questa traversata della penisola indiana, ma è da supporre che Phileas Fogg non li rimpiangesse.

CAPITOLO XV.

Nel quale il sacco delle banconote si alleggerisce ancora di alcune migliaia di sterline.

Il treno si era fermato in stazione. Gambalesta scese pel primo dal vagone, e fu seguito dal signor Fogg, che aiutò la sua giovine compagna a por piede sullo scalo. Phileas Fogg intendeva recarsi direttamente al piroscafo di Hong-Kong, a fine di collocarvi comodamente mistress Auda cui non voleva abbandonare, finchè ella si trovasse in quel paese tanto pericoloso per lei.

Al momento in cui il signor Fogg stava per uscire dalla stazione, un _policeman_ gli si avvicinò e disse:

“Il signor Phileas Fogg?

— Sono io.

— Quest’uomo è il vostro servo? aggiunse il policeman, additando Gambalesta.

— Sì.

— Compiacetevi di seguirmi entrambi.„

Il signor Fogg non fece un movimento che potesse dinotare in lui una sorpresa qualunque. Quell’agente era un rappresentante della legge, e, per ogni Inglese, la legge è sacra. Gambalesta con le sue abitudini francesi volle discutere, ma il policeman lo toccò con la sua bacchetta, e Phileas Fogg gli fe’ cenno d’obbedire.

“Questa giovane signora può accompagnarci? chiese il signor Fogg.

— Faccia pure,„ rispose il policeman.

Il policeman condusse il signor Fogg, mistress Auda e Gambalesta verso un _palki-ghari_, specie di carrozza a quattro ruote ed a quattro posti, tirata da due cavalli. Si partì; nessuno parlò durante il tragitto, che durò venti minuti circa.

La carrozza percorse dapprima la “città nera,„ dalle vie strette, fiancheggiate da casupole nelle quali brulicava una popolazione cosmopolita, sucida e cenciosa; indi attraversò la città europea, rallegrata da case di mattoni, ombreggiata da alberi di cocco, irta di filari di alberi in mezzo ai quali trascorrevano già, ad onta dell’ora mattutina, cavalieri eleganti e magnifici equipaggi.

Il _palki-ghari_ si arrestò dinanzi ad una abitazione di apparenza semplice, ma che non doveva essere destinata agli usi domestici. Il policeman fece scendere i suoi prigionieri — si poteva davvero dar loro questo nome — e li condusse in una camera dalle finestre ad inferriate, dicendo loro:

“Alle otto e mezzo voi comparirete dinanzi al signor giudice Obadiah.„

Indi egli si ritirò e chiuse la porta.

“Ecco lì! siamo presi!„ esclamò Gambalesta abbandonandosi sopra una sedia.

Mistress Auda, volgendosi subito al signor Fogg, gli disse con voce di cui cercava invano di mascherare l’emozione:

“Signore, è forza abbandonarmi! È per me che siete inseguiti! Per avermi salvata!„

Phileas Fogg si contentò di rispondere che ciò non era possibile. Inseguito per quell’affare del _sutty_! Inammissibile! In che modo i querelanti oserebbero presentarsi? Doveva esserci equivoco. Il signor Fogg aggiunse che, in tutti i casi, egli non avrebbe abbandonata la giovine donna e l’avrebbe condotta a Hong-Kong.

“Ma il battello parte a mezzogiorno! fece osservare Gambalesta.

— Prima di mezzogiorno saremo a bordo,„ rispose semplicemente l’impassibile gentleman.

Ciò fu affermato così ricisamente, che Gambalesta non potè a meno di dire a sè stesso:

Diamine! è certo! prima di mezzogiorno saremo a bordo!„ Ma non era rassicurato niente affatto.

Alle otto e mezzo la porta della camera si aprì. Il policeman riapparve ed introdusse i suoi prigionieri nella sala vicina. Era una sala d’udienza, ed un pubblico alquanto numeroso, composto di Europei e d’indigeni, ne occupava già il pretorio.

Il signor Fogg, mistress Auda e Gambalesta sedettero sopra un banco di fronte ai seggi riservati al magistrato e al cancelliere.

Quel magistrato, il signor Obadiah, entrò quasi subito, seguito dal cancelliere. Era un uomo grosso e tondo tondo. Egli staccò una parrucca sospesa ad un chiodo e se la mise in testa lestamente.

“La prima causa, diss’egli.

Ma, portandosi la mano alla testa:

“Eh! non è la mia parrucca, diss’egli.

— Difatti, signor Obadiah, è la mia, rispose il cancelliere.

— Caro signor Oysterpuf! Come volete mai che un giudice possa pronunciare una buona sentenza con la parrucca di un cancelliere?

Lo scambio delle parrucche fu fatto. Durante questi preliminari, Gambalesta bolliva d’impazienza, chè la lancetta gli sembrava camminare terribilmente presto sul quadrante del grosso orologio del pretorio.

“La prima causa, ripigliò allora il giudice Obadiah.„

— Phileas Fogg? disse il cancelliere Oysterpuf.

— Eccomi, rispose il signor Fogg.

— Gambalesta?

— Presente! rispose Gambalesta.

— Bene! disse il giudice Obadiah. Son già due giorni, accusati, che vi si fa la posta a tutti i treni di Bombay.

— Ma di che ci accusano? esclamò Gambalesta impazientito.

— Ora lo saprete, rispose il giudice.

— Signore, disse allora Phileas Fogg, io sono cittadino inglese, ed ho il diritto....

— Vi venne forse mancato di riguardi? chiese il signor Obadiah.

— Per nulla affatto.

— Bene! fate entrare i querelanti.„

Dietro ordine del giudice, una porta si aprì, e tre sacerdoti indù furono introdotti da un usciere.

“Proprio così! mormorò Gambalesta, sono quei bricconi che volevano abbruciare la nostra giovane signora!„

I sacerdoti si tennero in piedi dinanzi al giudice, e il cancelliere lesse ad alta voce una querela per sacrilegio, formulata contro il signor Phileas Fogg ed il suo servo, accusati di aver violato un luogo consacrato dalla religione braminica.

“Avete udito? chiese il giudice a Phileas Fogg.

— Sì, signore, rispose il signor Fogg, consultando il suo orologio, e confesso.

— Ah! voi confessate?...

— Io confesso, ed aspetto che quei tre sacerdoti confessino a loro volta che volevano fare alla pagoda di Pillaij.„

I sacerdoti si guardarono in faccia. Pareva non intendessero nulla delle parole dell’accusato.

“Senza dubbio! esclamò impetuosamente Gambalesta, a quella pagoda di Pillaji, dinanzi a cui stavano per abbruciare la loro vittima!„

Nuova stupefazione dei sacerdoti, e profonda sorpresa del giudice Obadiah.

“Quale vittima? chiese egli. Abbruciare chi? in piena città di Bombay?

— Bombay! esclamò Gambalesta.

— Senza dubbio. Non si tratta già della pagoda di Pillaji, ma della pagoda di Malebar-hill, a Bombay.

— E come corpo di reato, ecco le scarpe del profanatore, aggiunse il cancelliere deponendo un paio di scarpe sulla sua scrivania.

— Le mie scarpe!„ esclamò Gambalesta, che fuori di sè dalla sorpresa, non potè rattenere quella involontaria esclamazione.

Ognuno indovina la confusione che erasi operata nella mente del padrone e del servo. Quell’incidente della pagoda di Bombay essi l’avevano dimenticato, ed era proprio quello che li traeva dinanzi al magistrato di Calcutta.

Infatti, l’agente Fix aveva compreso tutto il vantaggio che poteva trarre da quel malaugurato caso. Ritardando la sua partenza di dodici ore, egli aveva tenuto consiglio coi sacerdoti di Malebar-hill; aveva loro promesso un indennizzo considerevole, sapendo bene che il governo inglese si mostrava severissimo per quel genere di delitti; indi col treno successivo li aveva lanciati sulle tracce del sacrilego. Ma a cagione del tempo impiegato alla liberazione della giovane vedova, Fix e gli Indù giunsero a Calcutta prima del signor Fogg e del suo servo, che i magistrati avvisati per dispaccio dovevano arrestare alla loro discesa dal treno. Figuratevi il dispetto di Fix, allorchè seppe che Phileas Fogg non era ancora giunto nella capitale dell’India! Egli dovette credere che il suo ladro, fermandosi ad una delle stazioni del _Peninsular railway_, si era rifugiato nelle provincie settentrionali. Durante ventiquattr’ore, in mezzo a mortali inquietudini, Fix lo appostò alla stazione. Quale fu dunque la sua gioia allorchè quella mattina stessa lo vide scendere dal vagone in compagnia, vero è, di una giovane donna, di cui non poteva spiegarsi la presenza. Subito gli lanciò addosso il policeman, ed ecco come il signor Fogg, Gambalesta e la vedova del rajà del Bundelkund furono tratti dinanzi al giudice Obadiah.

E se Gambalesta fosse stato meno preoccupato del fatto suo, avrebbe scorto, nell’angolo del pretorio, il _detective_ che seguiva il dibattimento con un interesse facile a comprendere, poichè a Calcutta, come a Bombay, come a Suez, il mandato d’arresto gli mancava ancora.

Però, il giudice Obadiah aveva preso atto della confessione di Gambalesta, che avrebbe dato tutto quello che possedeva per ritirare le sue imprudenti parole.

“I fatti sono confessati? disse il giudice.

— Confessati, rispose freddamente il signor Fogg.

— Ritenuto, ripigliò il giudice, ritenuto che la legge inglese, intende proteggere ugualmente tutte le religioni delle popolazioni dell’India, il reato essendo confessato dal signor Gambalesta, convinto di aver violato con piede sacrilego il lastrico della pagoda di Malebar-hill, a Bombay, nella giornata del 20 ottobre, condanno il detto Gambalesta a quindici giorni di carcere e ad una multa di trecento sterline (7,500).

— Trecento sterline? esclamò Gambalesta, che non era veramente sensibile che alla multa.

— Silenzio! disse l’usciere con voce stridente.

— E, soggiunse il giudice Obadiah, ritenuto che non è materialmente provato che non ci sia stata connivenza tra il servo e il padrone, che in ogni caso quest’ultimo deve essere tenuto responsabile dei fatti e dei gesti di un servo a’ suoi stipendii, dichiara colpevole il detto Phileas Fogg e lo condanna ad otto giorni di carcere e centocinquanta sterline di ammenda. Cancelliere, chiamate un’altra causa!„

Fix, nel suo angolo, provava un’indicibile soddisfazione. Phileas Fogg, trattenuto otto giorni a Calcutta, era più di quanto occorreva per dare al mandato il tempo di giungergli.

Gambalesta era stordito. Quella condanna rovinava il suo padrone. Una scommessa di ventimila sterline perduta, e tutto ciò perchè, da vero balordo, egli era entrato in quella maledetta pagoda!

Phileas Fogg, tanto padrone di sè come se quella condanna non lo concernesse, non aveva neppure corrugato il sopracciglio. Ma, al momento in cui il cancelliere chiamava un’altra causa, si alzò e disse:

“Offro cauzione.

— È nel vostro diritto,„ rispose il giudice.

Fix si sentì agghiadare, ma tirò il fiato quando udì il giudice, “vista la qualità di stranieri di Phileas Fogg e del suo servo, fissare la cauzione per ciascun d’essi alla somma enorme di mille sterline (25,000 franchi).

Sarebbe stata una spesa di duemila sterline per Phileas Fogg, se non purgava la sua condanna.

“Io pago,„ disse il nostro gentleman.

E dal sacco che portava Gambalesta estrasse un pacco di banconote che depose sulla scrivania del cancelliere.

“Questa somma vi sarà restituita alla vostra uscita dal carcere, disse il giudice. Frattanto, voi siete libero sotto cauzione.

— Venite, disse Phileas Fogg al suo servo.

— Ma almeno restituiscano le scarpe! esclamò Gambalesta con un movimento d’ira.

Gli restituirono le sue scarpe.

“Queste sì che costano caro! mormorò egli. Più di mille sterline l’una! Senza dire che mi calzano male!„

Gambalesta, mogio, mogio, come un cane bastonato, seguì Fogg, che aveva offerto il suo braccio alla giovine donna. Fix sperava ancora che il suo ladro non si deciderebbe mai ad abbandonare quella somma di duemila sterline e che farebbe i suoi otto giorni di prigione. Si gettò dunque sulle tracce di Fogg.

Il signor Fogg prese una carrozza, nella quale salirono subito mistress Auda, Gambalesta e lui. Fix corse dietro la carrozza che si fermò poco dopo sopra uno dei moli della città.

A mezzo miglio in rada il _Rangoon_ era ancorato con la bandiera di partenza alzata in testa all’albero. Undici ore suonavano. Il signor Fogg era in anticipazione di un’ora. Fix lo vide scendere dalla carrozza ed imbarcarsi in una lancia con mistress Auda e il suo servo. Il _detective_ battè il piede a terra.

“Oh! il furfante! esclamò, ei parte! Duemila sterline sacrificate! Prodigo come un ladro! Ah! gli terrò dietro sin in capo al mondo, se occorre; ma di questo passo, egli darà fondo a tutto il denaro del furto!„

La riflessione dell’ispettore di polizia era perfettamente ragionevole. Infatti, da quando aveva lasciato Londra, tra spese di viaggio e in premi, in compera d’elefante, in cauzioni e in multa, Phileas Fogg aveva già seminato più di cinquemila sterline (125,000 franchi), sulla sua strada; e il tanto per cento della somma ricuperata, destinato ai _detectives_, andava diminuendo sempre!

CAPITOLO XVI.

Nel quale Fix fa l’indiano.

Il _Rangoon_, uno dei piroscafi che la Compagnia peninsulare ed orientale impiega al servizio dei mari della Cina e del Giappone, era uno _steamer_ in ferro, ad elice, della portata lorda di millesettecentosettanta tonnellate, e di una forza nominale di quattrocento cavalli. Esso eguagliava il _Mongolia_ in celerità, ma non nei comodi. Epperò mistress Auda non venne così ben alloggiata come avrebbe desiderato Phileas Fogg. Ma non si trattava che di un tragitto di tremilacinquecento miglia, cioè di undici o dodici giorni, e la giovine donna non si mostrò di difficile contentatura.

Durante i primi giorni di quel tragitto mistress Auda fece più ampia conoscenza con Phileas Fogg. Ad ogni occasione, ella gli attestava vivissima riconoscenza. Il flemmatico gentleman l’ascoltava, in apparenza almeno, con la massima freddezza, senza che una intonazione, un gesto svelasse in lui la più leggiera emozione. Egli vegliava a che nulla mancasse alla giovine donna. In certe ore andava regolarmente, se non a conversare, almeno ad ascoltarla. Adempiva verso di lei ai doveri della cortesia più stretta, ma con la grazia e col meccanismo d’un automa, cui i movimenti fossero stati combinati a questo uso. Mistress Auda non sapeva proprio capacitarsene; ma Gambalesta le aveva un tantino spiegato l’eccentrica personalità del suo padrone. Le aveva narrato quale scommessa traeva quel gentleman al giro del mondo. Mistress Auda aveva sorriso, ma alla fin fine essa gli doveva la vita, ed il suo salvatore non poteva essere che abbellito dalla di lei riconoscenza.

Mistress Auda confermò il racconto che la guida indù aveva fatto della sua commovente istoria. Ella era, infatti, di quella razza che tiene il primo posto fra le razze indigene. Parecchi negozianti parsì ammassarono grandi ricchezze alle Indie, nel commercio dei cotoni. Uno di loro, sir James Jejeebhoy, venne fatto nobile dal governo inglese, e mistress Auda era parente di questo ricco personaggio che abitava Bombay. Era anzi un cugino di sir Jejeebhoy, l’onorevole Jejeeh, colui presso il quale ella intendeva recarsi a Hong-Kong. Troverebbe in casa sua ricetto ed assistenza? Non poteva affermarlo. Al che il signor Fogg rispondeva ch’ella non avesse ad inquietarsi, che tutto s’aggiusterebbe matematicamente! Fu la sua parola.

La giovine signora comprendeva essa quell’orribile avverbio? Chi sa? Tuttavia, i suoi grandi occhi si fissavano su quelli del signor Fogg, i suoi grandi occhi “limpidi come i laghi sacri dell’Hymalaya!„ Ma l’intrattabile Fogg, più che mai chiuso non pareva uomo da gettarsi in quel lago!

Questa prima parte del viaggio del _Rangoon_ si compì in eccellenti condizioni. Il tempo era discreto. Tutta quella porzione dell’immensa baja, chiamata dai marinai “le braccia del Bengala,„ si mostrò favorevole al cammino del piroscafo. Il _Rangoon_ ebbe presto in vista l’isola del Grand’Andaman, la principale del gruppo, che la sua pittoresca montagna di Saddle-Peak, alta duemila e quattrocento piedi, annunzia molto da lontano ai navigatori.

La costa fu rasentata assai da vicino, ma i selvaggi Papuasi dell’isola non si mostrarono affatto. Sono esseri posti all’ultimo gradino della scala umana ma che a torto vennero ritenuti antropofagi.

Lo sviluppo panoramico di quelle isole era magnifico. Immense foreste di latani, di arecche, di bambù, di noci moscate, di teck, di gigantesche mimose, di felci arborescenti, coprivano il paese sul dinanzi e indietro si profilava l’elegante contorno delle montagne. Sulla costa pullulavano a migliaia quelle preziose rondini salangane, i cui nidi commestibili formano una vivanda ricercata nel Celeste Impero. Ma tutto quello spettacolo variato, offerto agli sguardi dal gruppo delle Andaman trascorse veloce, ed il _Rangoon_ si avviò rapidamente verso lo stretto di Malacca che doveva dargli accesso nei mari della Cina.

Che faceva durante questo tragitto l’ispettore Fix, sì sventuratamente trascinato in un viaggio di circumnavigazione? Alla partenza da Calcutta, dopo aver lasciato istruzioni affinchè se finalmente giungesse il mandato, gli venisse spedito a Hong-Kong, egli aveva potuto imbarcarsi a bordo del _Rangoon_ senza essere visto da Gambalesta, e sperava di poter celare la sua presenza sino all’arrivo del piroscafo a Hong-Kong. Infatti, gli sarebbe stato difficile di spiegare perchè si trovasse a bordo, senza destare i sospetti di Gambalesta, che doveva crederlo a Bombay. Ma fu condotto a rinnovare la conoscenza di quel buon diavolaccio dalla logica stessa delle circostanze. In che modo? Ora si vedrà.

Tutte le speranze, tutt’i desideri dell’ispettore di polizia erano ormai concentrati sopra un unico punto del mondo: Hong-Kong, poichè il piroscafo si fermava troppo poco a Singapore perchè egli potesse operare in questa città. Era dunque ad Hong-Kong ch’egli doveva arrestare il ladro; o il ladro gli sfuggiva, per così dire, senza rimedio.

Infatti, Hong-Kong era ancora terra inglese, ma l’ultima che s’incontrasse sulla strada. Al di là, la Cina, il Giappone, l’America offrivano un rifugio quasi sicuro al signor Fogg. A Hong-Kong, se vi trovava finalmente il mandato d’arresto, che evidentemente gli correva dietro, Fix arrestava Fogg e lo metteva nelle mani della polizia locale. Nessuna difficoltà. Ma dopo Hong-Kong, un semplice mandato d’arresto non basterebbe più. Occorrerebbe un atto d’estradizione. Da qui, ritardi, lentezze, ostacoli di ogni specie, di cui il briccone approfitterebbe per sfuggire definitivamente. Se l’operazione falliva a Hong-Kong, sarebbe, se non impossibile, almeno difficilissimo, di ripigliarla con qualche probabilità di buon successo.

“Dunque, ruminava il signor Fix, durante quelle lunghe ore che passava nella sua cabina, o il mandato sarà a Hong Kong, ed arresto il mio omo, o non ci sarà, e questa volta bisogna ad ogni costo ch’io ritardi la sua partenza! Ho fallito a Bombay, ho fallito a Calcutta! Se sbaglio il colpo a Hong-Kong la mia riputazione è spacciata! A qualunque costo bisogna riuscire. Ma qual mezzo usare per ritardare, se è necessario, la partenza di questo maledetto Fogg?„

Per ultimo espediente, Fix era deciso a confidare tutto a Gambalesta, e fargli conoscere quel padrone che serviva e di cui non era certamente complice. Gambalesta, illuminato da questa rivelazione, e nella tema di essere compromesso, farebbe causa comune con lui, Fix. Ma infine era un mezzo rischiosissimo, che non poteva essere adoperato che all’ultima estremità. Una parola di Gambalesta al suo padrone basterebbe a compromettere irrevocabilmente l’affare.

L’ispettore di polizia era dunque immensamente imbarazzato, allorchè la presenza di mistress Auda a bordo del _Rangoon_, in compagnia di Phileas Fogg, gli aprì nuovi orizzonti.

Chi era quella donna? Quale concorso di circostanze ne aveva fatta la compagna di Fogg? Era evidentemente tra Bombay e Calcutta che l’incontro aveva avuto luogo. Ma in qual punto della penisola? Il caso soltanto aveva unito Phileas Fogg e la giovane viaggiatrice? oppure quel viaggio attraverso l’India, sarebb’egli stato intrapreso da quel gentleman allo scopo di raggiungere quella leggiadra persona? Poichè invero ella era leggiadra. Fix lo aveva ben visto nella sala d’udienza del tribunale di Calcutta.

Si comprende a qual punto l’agente dovesse trovarsi imbarazzato. Egli chiese a sè stesso se non ci fosse in quella faccenda qualche colpevole rapimento. Sì! doveva essere così! Quest’idea s’incastonò nel cervello di Fix, ed ei riconobbe tutto il vantaggio che poteva trarre da tale circostanza. Fosse maritata o no quella donna, c’era rapimento; a Hong-Kong, si poteva suscitare al rapitore imbarazzi tali da non potersene districare a forza di denaro.

Ma non bisognava aspettare l’arrivo del _Rangoon_ a Hong-Kong. Quel Fogg aveva la pessima abitudine di saltare da un battello all’altro, e, prima che s’iniziasse la causa, egli poteva essere già lontano.

L’importante era dunque di avvertire le autorità inglesi e di segnalare il passaggio del _Rangoon_ prima del suo approdo. Ora, nulla di più facile, giacchè il piroscafo si soffermava a Singapore, e Singapore è congiunta alla terra cinese da un filo telegrafico.

Tuttavia, prima di agire e per operare più sicuramente, Fix risolse d’interrogare Gambalesta. Egli pensò che non sarebbe molto difficile far cantare quel giovane, e si decise ad uscir dall’_incognito_ in cui erasi sin allora tenuto. Ora, non c’era tempo da perdere. Si era al 31 ottobre, e la domane stessa, il _Rangoon_ doveva poggiare a Singapore.

Laonde, quel giorno, Fix, uscendo dal suo camerino, salì sul ponte, nell’intenzione di accostare Gambalesta, dando pel primo segni di grande sorpresa. Gambalesta passeggiava a prora, quando l’ispettore si precipitò verso di lui, esclamando:

“Voi! sul _Rangoon_?

— Il signor Fix a bordo! rispose Gambalesta, tutto sorpreso, riconoscendo il suo compagno di viaggio del _Mongolia_. Che! vi lascio a Bombay, e vi ritrovo sulla strada di Hong-Kong! Ma dunque fate anche voi il giro del mondo?

— No, no, rispose Fix, e intendo fermarmi a Hong-Kong, almeno qualche giorno.

— Ah! disse Gambalesta, che parve un momento sorpreso. Ma come va che non vi ho visto a bordo dalla nostra partenza da Calcutta in qua?

— Ecco, un certo malessere... un po’ di mal di mare.... Sono rimasto coricato nel mio camerino... il golfo di Bengala non mi si confà tanto come l’oceano indiano. E il vostro padrone, il signor Phileas Fogg?

— In ottima salute, e puntuale quanto il suo itinerario! Non un giorno di ritardo! Ah! signor Fix, non ne sapete nulla, voi, ma abbiamo anche una giovane signora con noi.

— Una giovine signora?„ rispose l’agente, che aveva proprio l’aria di non capire quello che il suo interlocutore voleva dire.