Il giro del mondo in ottanta giorni
Part 6
Quel bravo Indù diede allora alcune notizie sulla vittima. Era un’Indiana, celebre per la sua bellezza, di razza Parsì, figlia di ricchi negozianti di Bombay. Ella aveva ricevuto in quella città un’educazione assolutamente inglese, e sia dai modi, sia dall’istruzione la si sarebbe creduta Europea. Si chiamava Auda.
Orfana, ella fu maritata contro la sua volontà a quel vecchio rajà del Bundelkund. Tre mesi dopo, rimase vedova. Conoscendo la sorte che l’aspettava, ella fuggì, venne ripresa prestamente, ed i parenti del rajà, che avevano interesse alla di lei morte, la votarono a quel supplizio cui non pareva ch’ella potesse sottrarsi.
Questa narrazione non poteva che vieppiù radicare nel signor Fogg e ne’ suoi compagni la loro generosa risoluzione. Fu deciso che la guida dirigerebbe l’elefante verso la pagoda di Pillaji, e le si avvicinerebbe il più che fosse possibile.
Mezz’ora dopo, si fece sosta sotto un boschetto, a cinquecento passi dalla pagoda, che non si poteva scorgere; ma gli urli dei fanatici si udivano distintamente.
I mezzi di giungere sino alla vittima furono allora discussi. La guida conosceva la pagoda di Pillaji, entro la quale egli sosteneva che la giovine donna era imprigionata. Vi si potrebbe penetrare da una delle porte, quando tutta la banda fosse immersa nel sonno dall’ubbriachezza, o bisognava praticare un buco in un muro? Ciò non poteva esser deciso che sul momento, sul luogo stesso. Ma ciò che non ammise alcun dubbio, fu che il ratto doveva effettuarsi quella stessa notte, e non quando, a giorno fatto, la vittima sarebbe tratta al supplizio. In quest’ultimo momento nessun intervento umano avrebbe potuto salvarla.
Il signor Fogg e i suoi compagni aspettarono la notte. Appena buio, verso le ore sei, essi risolvettero di operare una ricognizione intorno alla pagoda. Gli ultimi gridi dei fakiri si spegnevano allora. Secondo la loro abitudine, quegl’Indiani dovevano essere immersi nella fradicia ubriachezza del _hang_, oppio liquido misto d’una infusione di canape, e sarebbe forse possibile d’introdursi in mezzo ad essi sino al tempio.
Il Parsì, guidando il signor Fogg, sir Francis Cromarty e Gambalesta, si avanzò senza rumore attraverso la foresta. Dopo dieci minuti di cammino sotto la verzura, giunsero alla sponda di un fiumicello, e lì, alla luce di torcie di ferro sulla cui punta ardevano delle resine, essi scorsero un mucchio di legna affastellata. Era il rogo, fatto di prezioso sandalo, e già impregnato di un olio profumato. Nella sua parte superiore giaceva imbalsamato il corpo del rajà, che doveva essere abbruciato insieme colla vedova. A cento passi dal rogo si ergeva la pagoda, i cui minareti traforavano nell’ombra la cima degli alberi.
— Venite, disse la guida a bassa voce.
E raddoppiando di precauzione, seguito da’ suoi compagni, s’internò silenziosamente attraverso le alte erbe.
Il silenzio era interrotto soltanto dal susurro del vento nei rami.
Da lì a poco, la guida si arrestò all’estremità di uno spiazzo. Alcune resine rischiaravano il luogo. Il suolo era cosparso di gruppi di dormienti abbrutiti dall’ubbriachezza. Pareva un campo di battaglia coperto di morti. Uomini, donne, fanciulli, tutti alla rinfusa. Alcuni ubbriachi gemevano ancora qua e là.
In fondo, tra la massa degli alberi, il tempio di Pillaji si rizzava confusamente. Ma con grande rammarico della guida, le guardie del rajà, rischiarate da torcie fuliginose, vegliavano alle porte e passeggiavano con la sciabola alla mano. Si poteva supporre che nell’interno anco i preti vegliassero.
Il Parsì non si avanzò più oltre. Egli aveva riconosciuto l’impossibilità di forzare l’ingresso del tempio, e ricondusse indietro i suoi compagni.
Phileas Fogg e sir Francis Cromarty avevano compreso al par di lui che non potevano tentar nulla da quella parte.
Si fermarono e s’intrattennero a bassa voce:
— Aspettiamo, disse il brigadiere generale, non sono che le otto, ed è possibile che queste guardie soccombano anch’esse al sonno.
— È possibile difatti, rispose il Parsì.
Phileas Fogg e i suoi compagni si stesero dunque a piedi di un albero ed aspettarono.
Come parve loro lungo il tempo! La guida li lasciava a volte ed andava ad osservare il limitare del bosco. Le guardie del rajà vegliavano sempre alla luce delle torcie, ed un vago chiarore filtrava attraverso le finestre della pagoda.
Si aspettò così sino a mezzanotte. La situazione non cangiò. Uguale sorveglianza al di fuori. Era evidente che non si poteva contare sull’assopimento delle guardie. Esse eransi risparmiata la ubbriachezza del _hang_. Bisognava dunque agire diversamente e penetrare per un’apertura praticata nei muri della pagoda. Rimaneva a sapersi se i preti vegliavano presso la loro vittima con tanta cura quanto i soldati alla porta del tempio.
Dopo un’ultima conversazione, la guida si disse pronta a partire. Il signor Fogg, sir Francis e Gambalesta lo seguirono. Essi fecero un giro alquanto lungo a fine di forare la pagoda alle spalle.
Verso mezz’ora dopo mezzanotte, giunsero al piede dei muri, senz’aver incontrato nessuno. Veruna sorveglianza era stata stabilita da quella parte, forse perchè non vi esistevano nè porte, nè finestre.
La notte era cupa. La luna, allora nel suo ultimo quarto, lasciava appena l’orizzonte, ingombro da grosse nubi. L’altezza degli alberi accresceva vieppiù l’oscurità.
Ma non bastava l’aver raggiunto il piede delle muraglie: occorreva praticarvi un’apertura. Per quest’operazione Phileas Fogg e i suoi compagni non avevano assolutamente altro che i loro coltelli da tasca. Fortunatamente, le pareti del tempio si componevano di un misto di mattoni e di legno che non poteva essere difficile a forare. Tolto che fosse il primo mattone, gli altri doveano smuoversi facilmente.
Si posero all’opera, facendo il minor rumore possibile. Il Parsì da un lato, Gambalesta dall’altro lavoravano a sconnettere i mattoni, in modo da ottenere un’apertura larga due piedi.
Il lavoro procedeva, quando si udì un grido nell’interno del tempio, e quasi subito altri gridi gli risposero dal di fuori.
Gambalesta e la guida interruppero il lavoro. Erano forse sorpresi? si sarebbe dato l’allarme? La più volgare prudenza imponeva loro di allontanarsi, — ciò che fecero assieme a Phileas ed a sir Francis Cromarty. Si accovacciarono di bel nuovo sotto i rami del bosco aspettando che l’allarme, se era tale, si fosse dissipato, e pronti in questo caso a continuare la loro operazione.
Ma, — contrattempo funesto, — alcune guardie si mostrarono alle spalle della pagoda e vi si collocarono in modo da impedire qualunque approccio.
Sarebbe difficile descrivere il dispetto di quei quattro uomini, fermati di botto nell’opera loro. Ora che non potevano più giungere sino alla vittima, come la salverebbero? Sir Francis si rodeva i pugni. Gambalesta era fuori di sè, e la guida aveva un gran da fare per contenerlo. L’impassibile Fogg aspettava senza manifestare i suoi sentimenti.
— Non ci rimane altro che andarcene? domandò il brigadiere generale a bassa voce.
— Non altro che andarcene, rispose la guida.
— Aspettate, disse Fogg. Basta ch’io sia domani ad Allahabad prima di mezzodì.
— Ma che sperate? rispose sir Francis Cromarty. Fra qualche ora spunterà il giorno, e....
— Il destro che ci sfugge può ripresentarsi al momento supremo.
Il brigadiere generale avrebbe voluto poter leggere negli occhi di Phileas Fogg. Su di che contava mai quel freddo Inglese?
Voleva forse, al momento del supplizio, precipitarsi verso la giovine donna e strapparla palesemente ai suoi carnefici?
Sarebbe stata una follia, e come ammettere che quell’uomo fosse pazzo a questo punto? Nullameno sir Francis Cromarty acconsentì ad aspettare sino alla fine di quella terribile scena. La guida non lasciò però i suoi compagni nel luogo in cui si erano rifugiati, e li ricondusse verso la parte anteriore del bosco. Colà, riparati da un fitto di alberi, essi potevano osservare i gruppi addormentati.
Frattanto Gambalesta, appollaiato sui primi rami, ruminava un’idea che eragli balenata alla mente e che finì per incrostarsi nel suo cervello.
Egli aveva incominciato per dire a sè stesso: “Quale pazzia!„ ed ora ripeteva: “Perchè no, alla fin fine? È una probabilità, forse la sola, e con questi animali!...„
Checchè ne fosse, Gambalesta non manifestò a nessuno il suo pensiero, ma non tardò a portarsi con l’agilità di un serpente sui bassi rami, la cui estremità si curvava verso il suolo.
Le ore trascorrevano, e ben presto alcune tinte meno cupe annunciarono l’avvicinarsi dell’alba. Però l’oscurità era profonda ancora.
Era il momento. Accadde come una risurrezione in quella folla assopita. I gruppi si animarono. Dei colpi di _tam-tam_ risuonarono. Canti e grida scoppiarono di bel nuovo. Era giunta l’ora in cui l’infelice doveva morire.
Difatti le porte della pagoda si aprirono. Una luce più viva si sprigionò dall’interno; il signor Fogg e sir Francis Cromarty poterono scorgere la vittima, vivamente rischiarata, che due preti trascinavano fuori. Loro parve anzi che, scuotendo l’irrigidimento dell’ubbriachezza con un supremo istinto di conservazione, la infelice tentasse fuggire a’ suoi carnefici. Il cuore di sir Francis balzò, e con un moto convulso, afferrando la mano di Phileas Fogg, egli sentì che quella mano teneva un coltello aperto.
In quel momento la folla si scosse. La giovane donna era ricaduta nel torpore provocato dai fumi del canape. Ella passò in mezzo ai fakiri che la scortavano con le loro vociferazioni religiose.
Phileas Fogg e i suoi compagni, confondendosi alle ultime file della folla, la seguirono.
Due minuti dopo essi giungevano sulla sponda del fiume e si fermavano a meno di cinquanta passi dal rogo, sul quale era deposto il corpo del rajà. Nella semi-oscurità essi videro la vittima assolutamente inerte, stesa vicino al cadavere del suo sposo.
Indi una torcia fu accostata, e la legna, satura d’olio, s’infiammò in un baleno.
In quel momento, sir Francis Cromarty e la guida trattennero Phileas Fogg che, in un impeto di follia generosa, si slanciava verso il rogo....
Ma Phileas Fogg li respingeva già, quando la scena cangiò d’improvviso. Un grido di terrore sorse. Tutta quella folla si precipitò a terra spaventata.
Il vecchio rajà non era dunque morto, chè lo si vide rizzarsi ad un tratto, sollevare la giovane donna nelle sue braccia come un fantasma, e scendere dal rogo in mezzo ai turbini di vapori che gli davano un’apparenza spettrale!
I fakiri, le guardie, i preti, colti da subitaneo terrore, erano là faccia a terra, non osando alzare gli occhi e guardare un tanto prodigio!
La vittima inanimata passò tra le braccia vigorose che la portavano, e senza che essa sembrasse esser loro di peso. Il signor Fogg e sir Francis Cromarty erano rimasti in piedi. Il Parsì aveva chinata la testa, e Gambalesta, senza dubbio, non era meno stupefatto!...
Quel risuscitato giunse così vicino al luogo in cui se ne stava il signor Fogg e sir Francis Cromarty, e colà, con voce breve:
“Gambe!„ diss’egli.
Era Gambalesta in persona, che erasi accostato al rogo in mezzo al denso fumo! Era Gambalesta che approfittando dell’oscurità ancora profonda aveva strappato la giovine donna alla morte! Era Gambalesta che, con audace fortuna, passava in mezzo allo spavento generale.
Un istante dopo tutti e quattro sparivano nel bosco e l’elefante li portava via di trotto. Ma delle grida, dei clamori ed anco una palla che forò il cappello di Phileas Fogg diedero loro a conoscere che l’astuzia era stata scoperta.
Difatti, sul rogo infiammato spiccava allora il corpo del vecchio rajà. I preti, riavutisi dal loro spavento, avevano compreso che un ratto era stato commesso.
Subito si erano precipitati nella foresta. Le guardie li avevano seguiti. Una scarica aveva avuto luogo, ma i rapitori fuggivano veloci, e in pochi minuti si trovavano fuori del tiro delle palle e delle freccie.
CAPITOLO XIV.
Nel quale Phileas Fogg scende tutta l’ammirabile vallata del Gange senza nemmeno pensare a guardarla.
L’ardito ratto era riuscito. Un’ora dopo, Gambalesta rideva ancora del suo successo. Sir Francis Cromarty aveva stretto la mano dell’intrepido giovane. Il suo padrone aveagli detto: “Bene.„ Ciò che, in bocca a quel gentleman, equivaleva ad un’alta approvazione. E Gambalesta aveva risposto che tutto l’onore dell’affare apparteneva al suo padrone. A sentir lui, non aveva avuto che un’idea burlesca, e rideva pensando che, durante alcuni istanti, lui, Gambalesta, antico ginnasta, ex-sergente dei pompieri, era stato il vedovo di una leggiadra donna, un vecchio rajà imbalsamato.
Quanto alla giovane Indiana, ella non aveva avuto coscienza di ciò che era accaduto. Ravvolta nelle coperte da viaggio, ella riposava sopra una delle barelle.
Intanto, l’elefante, guidato con somma sicurezza dal Parsì, correva rapidamente nella foresta ancora oscura. Un’ora dopo aver lasciato la pagoda di Phillaji, esso si lanciava attraverso un’immensa pianura. Alle sette si fece alto, e la giovane donna era sempre in ano stato di prostrazione completa. La guida le fece bere alcune boccate di acqua e di acquavite, ma quell’influenza stupefaciente che l’opprimeva doveva prolungarsi qualche tempo ancora.
Sir Francis Cromarty, che conosceva gli effetti dell’ubbriachezza prodotta dall’inalazione dei vapori del canape, non aveva alcuna inquietudine a di lei riguardo.
Ma, se la guarigione della giovane Indiana non incontrò dubbio nella mente del brigadiere generale, questi si mostrava meno rassicurato riguardo all’avvenire. Egli non esitò a dire a Phileas Fogg che se mistress Auda rimaneva nell’India, ella sarebbe inevitabilmente ricaduta nelle mani dei suoi carnefici. Quegli energumeni occupavano tutta la penisola, e certamente, in barba alla polizia inglese, avrebbero saputo ripigliare la loro vittima, fosse pure a Madras, a Bombay, a Calcutta. E sir Francis Cromarty citava, in appoggio alla sua asserzione, un fatto di pari natura, recentemente avvenuto. A parer suo, la giovane donna non sarebbe veramente al sicuro che dopo aver abbandonato l’India.
Phileas Fogg rispose che terrebbe conto delle sue osservazioni e che provvederebbe.
Verso le dieci, la guida annunziava la stazione di Allahabad. Qui ricominciava la linea interrotta della ferrovia, i cui treni percorrono, in meno di un giorno e una notte, la distanza che separa Allahabad da Calcutta.
Phileas Fogg doveva dunque giungere a tempo per pigliar posto su di un battello a vapore che partiva la domane soltanto, 25 ottobre, a mezzodì, per Hong-Kong.
Deposta la giovane donna in una camera della stazione, Gambalesta fu incaricato di andare a comprare per lei diversi oggetti di teletta, vesta, sciallo, pelliccie, ecc., quel che troverebbe. Il padrone gli apriva un credito illimitato.
Gambalesta andò subito e percorse tutte le vie della città. Allahabad, città di Dio, è una delle più venerate dell’India, essendo essa fabbricata al confluente di due fiumi sacri, il Gange e il Jumna, le cui acque attirano i pellegrini di tutta la penisola. Tutti sanno che, secondo le leggende del Ramayanà, il Gange ha la sua sorgente in cielo, da dove, grazie a Brahama, esso scende sulla terra.
Pur facendo le sue compere, Gambalesta ebbe presto visto la città in passato difesa da un forte magnifico, che è divenuto prigione di Stato. Non più commercio, non più industria in quella città, già industriale e commerciale. Gambalesta che cercava indarno un magazzino di novità come se fosse stato in _Regent street_, a pochi passi da Farmer e C., non trovò che presso un rivendugliolo, vecchio ebreo difficoltoso, gli oggetti di cui aveva bisogno: una veste di stoffa scozzese, un ampio mantello, e una magnifica pelliccia in pelli di lontre che non esitò a pagare settantacinque sterline (1875 franchi). Indi, tutto trionfante, ritornò alla stazione.
Mistress Auda incominciava a riaversi. Quell’influenza alla quale i preti di Pillaji l’avevano sottoposta, si dissipava a poco a poco, e i suoi begli occhi riacquistavano tutta la loro dolcezza indiana.
Allorchè il re-poeta Ussaf Uddol celebra le grazie della regina di Ahmehnagara, si esprime così:
“La sua lucente capigliatura, regolarmente divisa in due parti, incornicia i contorni armoniosi delle sue gote delicate e bianche, brillanti di candore e di freschezza. Le sue sopracciglia di ebano hanno la forma e la potenza dell’arco di Kama, dio d’amore, e sotto le sue lunghe ciglia morbide come la seta, nella pupilla nera de’ suoi grandi occhi limpidi, nuotano come nei laghi sacri dell’Himalaya i riflessi più puri della luce celeste. Fini, eguali e bianchi, i suoi denti risplendono tramezzo alle sue labbra sorridenti, pari a stille di rugiada nel seno socchiuso di un fiore di granato. Le sue orecchie piccolette dalle curve simmetriche, le sue mani vermiglie, i suoi piedini rotondetti e teneri come le gemme del loto, brillano dello splendore delle più belle perle del Ceylan, dei più bei diamanti di Golconda. La sua esile e pieghevole cintura che una mano basta ad accerchiare, fa spiccare l’elegante arco de’ suoi omeri arrotondati e la ricchezza del suo busto ove la sua giovinezza in fiore fa pompa dei suoi più stupendi tesori, e sotto le morbide pieghe della sua tunica, ella sembra essere stata modellata in argento puro dalla mano divina di Vicvacarma, l’eterno statuario.„
Ma, senza tutta quest’amplificazione poetica, basta dire che mistress Auda, la vedova del rajà del Bundelkund, era una bellissima donna in tutto il senso europeo della parola. Parlava l’inglese con grande purezza, e la guida non aveva per nulla esagerato affermando che quella giovane Parsì era stata trasformata dall’educazione.
Frattanto il treno era lì lì per lasciare la stazione di Allahabad. Il Parsì aspettava. Il signor Phileas Fogg gli regolò il suo salario al prezzo convenuto, senza oltrappassarlo di un centesimo. Ciò sorprese un po’ Gambalesta, che sapeva tutto ciò che il padrone doveva alla devozione della guida. Il Parsì aveva difatti arrischiato volontariamente la vita nell’affare di Pillaji, e se in avvenire gli Indù lo sapessero, egli sfuggirebbe difficilmente alla loro vendetta.
Rimaneva anche la questione di Kiunì. Che fare di un elefante comperato così caro? Ma Phileas Fogg aveva già preso una risoluzione a questo riguardo.
“Parsì, diss’egli alla guida, tu sei stato fedele e affettuoso. Ho pagato il tuo servizio ma non la tua affezione. Vuoi quest’elefante? È tuo.„
Gli occhi della guida brillarono. “È una fortuna che Vostro Onore mi dà! esclamò egli.
— Accetta, guida, rispose il signor Fogg, è sarò io ancora tuo debitore.
— Così va bene! esclamò Gambalesta. Prendi, amico Parsì! Kiunì è un bravo e coraggioso animale!„
E, avvicinandosi alla bestia, le presentò alcuni pezzetti di zuccaro, dicendo: “To’, Kiunì, to’, to’!„
L’elefante mandò qualche grugnito di soddisfazione, indi prendendo Gambalesta per la vita, ed avviluppandolo con la proboscide, lo alzò sino all’altezza della sua testa. Gambalesta, punto spaventato, fece una buona carezza all’animale che lo ripose adagino adagino a terra, e, alla stretta di proboscide dell’onesto Kiunì rispose una vigorosa stretta di mano dell’onesto giovane.
Da lì a pochi minuti, Phileas Fogg, sir Francis Cromarty e Gambalesta, adagiati in un comodo vagone, di cui mistress Auda occupava il miglior posto, correvano a tutto vapore verso Benares.
Ottanta miglia al più separano questa città da Allahabad, e furono percorse in due ore.
Durante questo tragitto, la giovane donna si riebbe completamente; i vapori assopiti del hang si dissiparono.
Quale fu mai la sua meraviglia nel trovarsi sulla ferrovia, in quel compartimento, coperta da vestimenta europee, in mezzo a viaggiatori che le erano assolutamente sconosciuti!
Dapprima, i suoi compagni le prodigarono le loro cure e la rianimarono con qualche goccia di liquore; quindi il brigadiere generale le raccontò la di lei storia. Egli insistette sull’abnegazione di Phileas Fogg, che non aveva esitato a porre in gioco la sua vita per salvarla, e sul modo con cui l’avventura era stata risolta, mercè l’audace immaginazione di Gambalesta.
Il signor Fogg lasciò dire senza pronunciare una parola. Gambalesta, tutto vergognoso, ripeteva che “non ne valeva la pena.„
Mistress Auda ringraziò i suoi salvatori con effusione, con le lagrime più che con le parole. I suoi begli occhi, meglio che le sue labbra, furono interpreti della sua riconoscenza. Indi ricondotta dal pensiero alle scene del sutty, i suoi sguardi rividero quella terra indiana dove tanti pericoli l’aspettavano ancora, e fu colta da un fremito di terrore.
Phileas Fogg comprese quel che accadeva nella mente di mistress Auda, e per rassicurarla le offrì, molto freddamente peraltro, di condurla a Hong-Kong, ove ella soggiornerebbe finchè quell’affare si fosse assopito.
Mistress Auda accettò l’offerta con riconoscenza. Precisamente a Hong-Kong abitava uno de’ suoi parenti, Parsì come lei, ed uno dei principali negozianti di quella città, che è assolutamente inglese, benchè occupi un punto della costa cinese.
Mezz’ora dopo mezzodì, il treno si fermava alla stazione di Benares. Le leggende braminiche affermano che questa città occupa il terreno dell’antica Casì, che era in passato sospesa nello spazio, tra lo zenit e il nadir, come la tomba di Maometto. Ma, ai nostri tempi più realisti, Benares, l’Atene dell’India al dire degli orientalisti, riposa affatto prosaicamente sul suolo, e Gambalesta potè per un istante travederne le case di mattone e le capanne a palafitta, che le danno un aspetto assolutamente desolato, senz’alcun colore locale.
Qui doveva fermarsi sir Francis Cromarty. Le truppe ch’egli raggiungeva erano accampate a poche miglia al nord della città. Il brigadiere generale fece dunque i suoi saluti a Phileas Fogg, augurandogli tutto il successo possibile, ed esprimendo il voto ch’ei ricominciasse il viaggio in modo meno originale, ma più profittevole. Il signor Fogg premette lievemente le dita del suo compagno. I complimenti di mistress Auda furono più affettuosi. Ella non dimenticherebbe mai più quel che doveva a sir Francis Cromarty. Quanto a Gambalesta, fu onorato da una vera stretta di mano da parte del brigadiere generale; tutto commosso, egli chiese a sè stesso dove a quando potrebbe mai consacrarsi a lui. Indi si separarono.
A cominciare da Benares, la strada ferrata seguiva in parte la valle del Gange. Attraverso i cristalli del vagone, con un tempo abbastanza sereno, appariva il paesaggio variato del Behar, montagne coperte di verzura, campi d’orzo, di granoturco e di frumento, rivi e stagni popolati da alligatori verdastri, villaggi ben mantenuti, foreste ancora verdeggianti. Qualche elefante, dei zebù a grossa gobba, andavano a bagnarsi nelle acque del fiume sacro, ed anco, ad onta della stagione inoltrata e la temperatura già fredda, bande d’indù, de’ due sessi, che adempivano piamente le loro sante abluzioni. Quei fedeli, nemici accaniti del buddismo, sono settari ferventi della religione braminica, che s’incarna in questi tre personaggi: Visnù, la divinità solare, Sciva, la personificazione divina delle forze naturali, e Brahma, il padrone supremo dei sacerdoti e dei legislatori. Ma Brahma, Sciva e Visnù, di che occhio dovevano considerare quest’India, ora “britannizzata,„ allorchè qualche _steam boat_ (battello a vapore) passava nitrendo e turbava le acque consacrate del Gange, spaventava i gabbiani che volavano alla sua superficie, le testuggini che pullulavano sulle sue sponde e i devoti stesi lungo le sue rive.