Il giro del mondo in ottanta giorni

Part 4

Chapter 43,609 wordsPublic domain

— Benone, signor Fix. Io pure, sapete. Mangio come un orco a digiuno. È l’aria del mare.

— E il vostro padrone, non lo vedo mai sul ponte.

— Mai. Egli non è curioso.

— Sapete, signor Gambalesta, che questo preteso viaggio in ottanta giorni potrebbe benissimo celare qualche missione segreta.... una missione diplomatica a mo’ d’esempio!

— Affè, signor Fix, non ne so nulla, ve lo confesso, e, a dirla, non darei neppur mezzo scudo per saperlo.„

Dopo quest’incontro, Gambalesta e Fix conversarono sovente assieme. All’ispettore di polizia premeva di legarsi col servo del signor Fogg. Ciò poteva giovargli all’occorrenza. E’ gli offriva dunque spesso, al _barroom_ del _Mongolia_, qualche bicchiere di _whisky_ o di _pale-ale_, che il buon figliuolo accettava senza cerimonie e del pari restituiva, tanto per non rimaner addietro, — trovando proprio che cotesto Fix era un onestissimo gentleman.

Intanto, il piroscafo si avanzava rapidamente. Il 13, si scoperse Moka, che apparve nella sua cinta di mura, in rovina, al disopra delle quali spiccavano alcuni datteri verdeggianti. In lontananza, nei monti, si stendevano vasti campi da caffè. Gambalesta rimase estatico a contemplare quella celebre città, e parvegli anzi che con le sue mure circolari ed un forte smantellato che si disegnava come un manico, essa rassomigliasse ad un’enorme tazza da caffè.

Durante la notte seguente, il _Mongolia_ oltrepassò lo stretto di Babel-Mandeb, nome arabo che significa: La porta delle lacrime, e il giorno appresso 14, si fermava a Steamer-Point, al nord-ovest della rada di Aden. Qui doveva rifornirsi di combustibile.

Serio ed importante affare codesta alimentazione del fornello dei piroscafi a tali distanze dai centri di produzione. Per la sola Compagnia peninsulare essa costituisce una spesa annua che ammonta ad ottocentomila sterline (20 milioni di franchi). Fu necessario infatti stabilire dei depositi in parecchi porti, ed in quei mari lontani il carbone viene a costare ottanta franchi per tonnellata.

Il _Mongolia_ doveva percorrere ancora milleseicentocinquanta miglia prima di giungere a Bombay, e doveva rimanere quattro ore a Steamer-Point, per ricolmare i suoi depositi.

Questo ritardo non poteva nuocere in verun modo al programma di Phileas Fogg. Era previsto. E poi, il _Mongolia_ invece d’arrivare ad Aden soltanto al mattino del 15 ottobre vi entrava il 14 sera. Era dunque un guadagno di quindici ore.

Il signor Fogg ed il suo servo scesero a terra. Il gentiluomo voleva far vidimare il suo passaporto. Fix lo seguì inosservato. Compiuta la formalità del visto, Phileas Fogg ritornò a bordo a ripigliarvi la sua partita interrotta.

Gambalesta gironzò, al suo solito, in mezzo a quella popolazione di Somanlì, di Baniani, di Parsì, di Ebrei, d’Arabi, d’Europei, componenti i 25,000 abitanti di Aden. Egli ammirò le fortificazioni che fanno di questa città la Gibilterra del mar delle Indie, e certe magnifiche cisterne, alle quali lavoravano ancora gl’ingegneri del re Salomone.

“Curiosissimo, curiosissimo! diceva tra sè Gambalesta, tornando a bordo. Mi accorgo che non è inutile viaggiare, se si vuol vedere qualcosa di nuovo.„

Alle sei di sera, il _Mongolia_ squarciava colle braccia della sua elica le acque della rada di Aden e si avventava frettoloso sul mar delle Indie. Gli erano concesse centosessantott’ore per compiere il tragitto fra Aden e Bombay. Del resto, il mare indiano gli fu favorevole. Il vento soffiava da nord-ovest. Le vele vennero in aiuto al vapore.

Il bastimento, meglio appoggiato, rollò meno. Le passaggiere, in eleganti telette, comparvero sul ponte. I canti e le danze ricominciarono.

Il viaggio si compiè adunque nelle migliori condizioni. Gambalesta era entusiasta dell’amabile compagno, che il caso aveagli procurato nella persona di Fix.

La domenica 20 ottobre, verso mezzodì, si giunse in vista della terra indiana. Due ore più tardi, il pilota saliva a bordo del _Mongolia_. All’orizzonte una catena di monti si profilava armoniosamente sul fondo del cielo. Di lì a poco, le file di palmizî che coprono la città spiccarono distintamente. Il piroscafo penetrò in quella rada formata dalle isole Salcette, Colaba, Elephanta, Butcher, e alle quattro e mezzo accostava i moli di Bombay.

Phileas Fogg terminava allora il trentesimoterzo _robbre_ della giornata; il suo compagno e lui, grazie ad un’audace manovra, avendo fatto tutte le tredici manate, terminarono la traversata con un ammirabile cappotto[9].

Il _Mongolia_ non doveva giungere che il 22 ottobre a Bombay; vi giungeva il 20. Era dunque, dalla sua partenza da Londra, un guadagno di due giorni, che Phileas Fogg inscrisse metodicamente sul suo itinerario nella colonna dei profitti.

CAPITOLO X.

Dove Gambalesta è felicissimo di non perdere che le scarpe.

Nessuno ignora che l’India, quel gran triangolo capovolto la cui base è al nord e il vertice al sud, comprende una superficie di un milione e quattrocentomila miglia quadrate, sulla quale è inegualmente cosparsa una popolazione di centottanta milioni di abitanti. Il governo britannico esercita un dominio effettivo sopra una certa parte di quell’immenso paese; mantiene un governatore generale a Calcutta, altri governatori a Madras, a Bombay, al Bengala, ed un sottogovernatore ad Agra.

Ma l’India inglese propriamente detta è compresa soltanto in una superficie di settecentomila miglia quadrate, ed annovera una popolazione da cento a centodieci milioni di abitanti. È quanto dire che una notevole porzione del territorio sfugge tuttora all’autorità della regina; e, difatti, presso alcuni rajà dell’interno, feroci e terribili, l’indipendenza indù è ancora assoluta.

Dal 1756, — anno in cui fu fondato il primo stabilimento inglese sulla spianata oggidì occupata dalla città di Madras, — sino a quell’anno in cui scoppiò la grande insurrezione dei _cipayes_, la celebre Compagnia delle Indie fu onnipotente. Questa si annetteva a poco a poco le diverse province, comperate ai rajà a prezzo delle rendite che essa pagava poco o punto; nominava il suo governatore generale e tutti i suoi impiegati civili e militari; ma ora essa non esiste più, e i possedimenti inglesi dell’India dipendono direttamente dalla corona.

Perciò l’aspetto, i costumi, le divisioni etnografiche della penisola tendono a modificarsi di giorno in giorno. In passato, vi si viaggiava con tutti gli antichi mezzi di trasporto, a piedi, a cavallo, sopra carretti, in carriola, in palanchino, a dorso d’uomo, in carrozza, ecc. Ora, dei battelli a vapore percorrono a grande velocità l’Indo, il Gange, e una ferrovia, che attraversa l’India in tutta la sua larghezza, con molte diramazioni, pone Bombay a tre soli giorni da Calcutta.

Il tracciato di questa ferrovia non segue la linea retta attraverso l’India. La distanza a volo d’uccello non è che da mille a millecento miglia, e treni che andassero a velocità media soltanto non impiegherebbero che tre giorni a percorrerla tutta; ma questa distanza è accresciuta d’un terzo, almeno, dalla corda che descrive la ferrata salendo sino ad Allahabad nel nord della penisola.

Ecco, insomma, il tracciato all’ingrosso del _Great Indian peninsular railway_[10]. Lasciando l’Isola di Bombay, la ferrovia attraversa Salcette, salta sul continente rimpetto a Tannah, valica la catena dei Ghati occidentali, corre al nord-est sino a Burhampur, solca il territorio quasi indipendente del Bundelkund, sale sino ad Allahabad, piega verso l’est, incontra il Gange a Benares, se ne discosta lievemente, e, ridiscendendo al sud-est per Burdivan e la città francese di Chandernagor, fa testa di linea a Calcutta.

I passaggieri del _Mongolia_ erano sbarcati a Bombay alle quattro e mezzo pomeridiane, ed il treno di Calcutta partiva alle otto precise.

Il signor Fogg prese dunque commiato dai suoi compagni di giuoco, lasciò il piroscafo, diede al suo servo una noterella di alcune compere da fare, gli raccomandò caldamente di trovarsi prima delle otto alla stazione, e col suo passo regolare che batteva il secondo come il pendolo di un orologio astronomico, si diresse verso l’ufficio dei passaporti.

Cosicchè, delle meraviglie di Bombay egli non intendeva veder nulla; nè il palazzo di città, nè la magnifica biblioteca, nè i forti, nè i _docks_, nè il mercato del cotone, nè i bazar, nè le sinagoghe, nè le chiese armene, nè la splendida pagoda di Malebar-hill, adorna di due torri poligonali. Egli non contemplerebbe nè i capolavori di Elefanta, nè i suoi misteriosi ipogei, nascosti al sud-est della rada, nè le grotte Kanherie dell’isola Salcette, ammirabili avanzi dell’architettura buddista!

No! nulla. Uscendo dall’ufficio dei passaporti, Phileas Fogg si recò tranquillamente alla stazione, e colà si fe’ servire da pranzo. Tra l’altre pietanze il trattore credette dovergli raccomandare una certa fricassea di “coniglio del paese,„ di cui gli disse meraviglie.

Phileas Fogg accettò la fricassea, l’assaggiò coscienziosamente; ma ad onta della sua salsa piccante, la trovò pessima. Chiamò il trattore.

“Signore, gli diss’egli guardandolo fiso, è coniglio questo?

— Sì, mylord, rispose sfrontatamente il cialtrone, coniglio delle _jungle_[11].

— E non ha miagolato quando è stato ucciso?

— Miagolato! Oh! mylord! un coniglio! Vi giuro....

— Signor trattore, ripigliò freddamente il signor Fogg, non giurate e ricordatevi questo: una volta, in India, i gatti erano considerati come animali sacri. Quelli erano tempi!

— Per i gatti, mylord?

— Ed anche pei viaggiatori!„

Fatta quest’osservazione, il signor Fogg continuò tranquillamente a desinare.

Pochi momenti dopo il signor Fogg, l’agente Fix era egli pure sbarcato dal _Mongolia_, ed era corso dal direttore della polizia di Bombay. Egli fece riconoscere la sua qualità di _detective_, la missione affidatagli, la sua situazione in faccia al presunto autore del furto. Erasi ricevuto da Londra un mandato d’arresto?... Non si era ricevuto nulla. Difatti il mandato, partito dopo Fogg, non poteva essere ancor giunto.

Fix rimase sconcertato. Voleva ottenere dal direttore un ordine d’arresto contro il signor Fogg. Il direttore rifiutò. L’affare risguardava l’amministrazione metropolitana, e questa sola poteva spiccare legalmente un mandato. Questa severità di principii, quest’osservanza rigorosa della legalità è perfettamente spiegabile coi costumi inglesi, che, in materia di libertà individuale, non ammettono nessun arbitrio.

Fix non insistette e comprese che doveva rassegnarsi ad aspettare il suo mandato. Ma egli risolse di non perder di vista il suo impenetrabile furfante, durante tutto il tempo che questi si fermerebbe a Bombay. Egli non sospettava che Phileas Fogg non vi soggiornasse, — e, come sappiamo, tale era pure la convinzione di Gambalesta, — cosa che doveva lasciare al mandato il tempo di giungere.

Ma dopo gli ultimi ordini che avevagli dato il padrone lasciando il _Mongolia_, Gambalesta aveva ben compreso che a Bombay sarebbe accaduto lo stesso che a Suez ed a Parigi, che il viaggio non terminerebbe lì, che proseguirebbe almeno sino a Calcutta, e forse più lontano. Ed incominciava a chiedere a sè stesso se la scommessa del signor Fogg non era proprio seria, e se egli, che voleva vivere in riposo, non fosse trascinato dalla fatalità a compiere il giro del mondo in ottanta giorni!

Intanto, e dopo aver fatto acquisto di alcune camicie e calze, egli erasi messo a passeggiare nelle vie di Bombay. C’era gran concorso di popolo e, in mezzo ad Europei di ogni nazionalità, vedevi Persiani dalle berrette a punta, Bunhyas dai turbanti rotondi, Sindi dai berretti quadrati, Armeni avvolti in lunghe vesti, Parsi in mitra nera. Era precisamente una festa celebrata da questi Parsi o Ghebri, discendenti diretti dai settari di Zoroastro, che sono i più industriosi, i più civili, i più intelligenti, i più austeri fra gli Indù, stirpe cui appartengono attualmente i ricchi negozianti indigeni di Bombay. Quel giorno essi celebravano una specie di carnevale religioso, con processioni e divertimenti, nei quali figuravano delle bajadere vestite di garze rosee trapunte d’oro e d’argento, che al suono delle viole ed al rumore dei _tam-tam_, danzavano meravigliosamente, e con una decenza perfetta.

Se Gambalesta guardasse quelle curiose cerimonie, se i suoi occhi e le sue orecchie si aprissero smisuratamente per vedere ed udire, se la sua aria, la sua fisonomia fossero proprio quelle del _booby_[12] più ingenuo che si potesse immaginare, è superfluo di insistervi qui.

Sfortunatamente per lui e pel suo padrone, di cui arrischiò compromettere il viaggio, la sua curiosità lo trascinò più lontano che non convenisse.

Dopo aver dato un’occhiata a quel carnevale Parsi, Gambalesta si diresse verso la stazione; senonchè, passando dinanzi all’ammirabile pagoda di Malebar-hill, egli ebbe la malaugurata idea di visitarne l’interno.

Egli ignorava due cose: prima, che l’ingresso di certe pagode indù è formalmente vietato ai cristiani, e poi che gli stessi credenti non possono penetrarvi senz’aver lasciato i calzari fuori dell’uscio. Vuolsi avvertire qui che, per ragioni di sana politica, il governo inglese, rispettando e facendo rispettare persino nelle sue più insignificanti minuzie la religione del paese, punisce severamente chiunque ne violi le pratiche.

Gambalesta, quivi entrato, senza pensare a male da semplice torista, ammirava nell’interno di Malebar-hill, quella smagliante canutiglia dell’ornamentazione braminica, quando all’improvviso venne gettato sul sacro lastrico. Tre preti, dallo sguardo furente gli si precipitarono addosso, gli strapparono le scarpe e le calze, ed incominciarono a caricarlo di busse, proferendo grida selvaggie.

Il Francese, vigoroso ed agile, si rialzò lestamente; con un pugno ed un calcio buttò a terra due de’ suoi avversarii, impacciatissimi nelle loro lunghe vesti, e slanciandosi fuori della pagoda con tutta la celerità delle sue gambe, si portò in breve ad una bella distanza dal terzo Indù, che erasi lanciato sulle sue traccie, levando a tumulto la folla.

Alle otto meno cinque, soltanto pochi minuti prima della partenza del treno, senza cappello, a piedi nudi, avendo perduto nel tafferuglio il fardello contenente le sue compere, Gambalesta giungeva alla stazione della ferrovia.

Fix era là, sullo scalo di partenza. Egli aveva seguito il signor Fogg alla stazione: aveva compreso che quel briccone si disponeva a lasciar Bombay. Si decise subito di accompagnarlo sino a Calcutta, e, se occorreva, anche più lontano. Gambalesta non vide Fix che se ne stava in disparte; ma Fix udì il racconto delle sue avventure, che Gambalesta fece in quattro parole al suo padrone.

“Io spero che ciò non vi accadrà più,„ rispose semplicemente Phileas Fogg, prendendo posto in una carrozza del treno.

Il povero Gambalesta, scalzo e tutto ammaccato, tenne dietro al suo padrone senza pronunciar verbo.

Fix stava per salire in un vagone separato, allorchè un pensiero lo trattenne e modificò d’un subito il suo progetto di partenza.

“No, io rimango, disse tra sè. Un delitto commesso sul territorio indiano.... Tengo il mio uomo.

In quel momento, la locomotiva gettò un fischio acuto, e il treno scomparve nella notte.

CAPITOLO XI.

Dove Phileas Fogg compra a prezzo favoloso una cavalcatura.

Il treno era partito all’ora regolamentare. Menava via un certo numero di viaggiatori, alcuni ufficiali, funzionari civili, negozianti di oppio e di indaco, cui il loro commercio attirava nella parte orientale della penisola.

Gambalesta occupava lo stesso scompartimento del suo padrone. Un terzo viaggiatore si trovava collocato nel canto opposto.

Era il brigadiere generale, sir Francis Cromarty, uno dei compagni di giuoco del signor Fogg durante il tragitto da Suez a Bombay, che raggiungeva le sue truppe accantonate presso Benares.

Sir Francis Cromarty, alto, biondo, dell’età di circa cinquant’anni e che erasi molto distinto durante l’ultima ribellione dei _cipayes_, avrebbe meritato davvero la qualifica d’indigeno. Fin dalla gioventù egli abitava l’India ed era assai di rado ricomparso nel suo paese natìo. Era un uomo istrutto, che avrebbe dato volentieri tutte le notizie desiderabili sui costumi, la storia, il governo del paese indù, se Phileas Fogg fosse stato uomo da desiderarne. Ma questo gentleman non domandava nulla. Egli non viaggiava, descriveva soltanto una circonferenza; era un corpo grave, che percorreva un’orbita intorno al globo terrestre, secondo le leggi della meccanica razionale. In quel momento egli rifaceva mentalmente il calcolo delle ore spese dalla sua partenza da Londra, e si sarebbe fregato le mani dalla soddisfazione, se fosse stato nella sua indole il fare un movimento inutile.

Sir Francis Cromarty non aveva indugiato a riconoscere l’originalità del suo compagno di viaggio, sebbene non lo avesse studiato che colle carte in mano e tra due _robbres_. Esitava invece sopra una questione: batteva un cuore umano sotto quel freddo involucro? Phileas Fogg aveva egli un’anima sensibile alle bellezze della natura, alle aspirazioni morali? Per lui, la cosa era dubbia. Di tutti gli originali che il brigadiere generale aveva incontrati nella sua vita, nessuno era paragonabile a cotesto prodotto delle scienze esatte.

Phileas Fogg non aveva celato a sir Francis il suo piano di viaggio intorno al mondo, nè in quali condizioni egli lo effettuava. Il brigadiere generale non vide in quella scommessa che un’eccentricità senza scopo utile, ed alla quale mancherebbe necessariamente il _transire benefaciendo_ che deve guidare ogni uomo ragionevole. Con quella flemma il bizzarro gentleman avrebbe evidentemente consumato la vita senza “far nulla,„ nè per sè, nè per gli altri.

Un’ora dopo aver lasciato Bombay, il treno, valicando i viadotti, aveva attraversato l’isola Salcette e correva sul continente. Alla stazione di Callyan, lasciò sulla destra il tronco che per Kandallah e Punah scende verso il sud-est dell’India, e raggiunse la stazione di Pauwell. A questo punto si internò nelle montagne diramatissime dei Ghati occidentali, catene a base di trappo e di basalto, le cui più alte cime sono coperte di folti boschi.

Di quando in quando, sir Francis Cromarty e Phileas Fogg scambiavano qualche parola, e in quel momento il brigadiere generale, riappiccando una conversazione che languiva ad ogni poco, disse:

“Or sono alcuni anni, signor Fogg, voi avreste subìto in questo luogo un ritardo che avrebbe probabilmente compromesso il vostro itinerario.

— Perchè, sir Francis?

— Perchè la ferrovia si fermava a pie’ di questi monti, che era giocoforza attraversare in palanchino o a dorso di _poney_[13] sino alla stazione di Kandallah, situata sul versante opposto.

— Questo ritardo non avrebbe per nulla sconcertato l’economia del mio programma, rispose il signor Fogg. Io ho pur previsto l’eventualità di certi ostacoli.

— Tuttavia, signor Fogg, andavate a rischio di porvi in un brutto impiccio coll’avventura di quel giovinotto.„

Gambalesta co’ piedi ravvolti nella sua coperta da viaggio, dormiva profondamente e non si sognava neppure che si parlasse di lui.

“Il governo inglese è estremamente severo, e con ragione, per questo genere di delitti, ripigliò sir Francis Cromarty. Esso esige, innanzi tutto, che si rispettino le usanze religiose degl’indù; e se il vostro servo fosse stato preso....

— Ebbene, se fosse stato preso, sir Francis, rispose il signor Fogg, egli sarebbe stato condannato, avrebbe subìta la sua pena, e poi sarebbe tornato tranquillamente in Europa. Io non vedo in che questa faccenda avrebbe potuto ritardare il suo padrone!„

E qui la conversazione tornò a morire. Durante la notte, il treno valicò i Ghati, passò per Nassik, e la domane, 21 ottobre, si slanciava attraverso un paese relativamente piano, formato dal territorio del Khandeish. La campagna, ben coltivata, era seminata di borgate al di sopra delle quali il minareto della pagoda teneva il posto del campanile della chiesa europea. Buon numero di piccoli corsi d’acqua, per la maggior parte affluenti o subaffluenti del Godavery, irrigavano quella fertile contrada.

Gambalesta, svegliatosi, guardava, e non poteva credere che attraversava il paese degl’indù in un treno del _Great peninsular railway_. Ciò gli pareva inverosimile. Eppure, nulla di più reale! La locomotiva, diretta dal braccio di un macchinista inglese e riscaldata da carbon fossile inglese, lanciava il suo fumo sulle piantagioni di cotone, di caffè, di noce moscata, di garofano, di pepe rosso; il suo vapore si avvolgeva a spirali intorno ai gruppi di palmizi, tra’ quali apparivano pittoreschi _bungalows_, qualche _viharì_, specie di monasteri abbandonati, ed alcuni tempii meravigliosi arricchiti dall’inesauribile ornamentazione dell’architettura indiana. Poi, immense distese di terreni si disegnavano a perdita di vista, delle _jungle_, nelle quali non mancavano nè i serpenti, nè le tigri, cui spaventavano i nitriti del treno, e infine delle foreste, tagliate dal tracciato della via, ancora frequentate da elefanti, che, con occhio pensieroso, guardavano passare il convoglio scapigliato.

Durante quel mattino, al di là della stazione di Malligaum, i viaggiatori attraversarono quel territorio funesto, che fu così di sovente insanguinato dai settari della dea Kalì. Poco lunge si ergevano Ellora e le sue pagode ammirabili, poco lunge la celebre Orungabad, la capitale del feroce Orang-Zeb, ora semplice capoluogo d’una delle provincie staccate dal regno di Nizam. Fu su quella contrada che Feringhea, il capo dei Thugs, il re degli strangolatori, esercitava il suo dominio; quegli assassini, uniti in un’associazione misteriosa, strangolavano, in onore della dea della Morte, vittime di ogni età, senza mai versar sangue, e fuvvi un tempo che non si poteva frugare un luogo qualunque di quel suolo senza trovarvi un cadavere. Il governo inglese ha potuto impedire quelle uccisioni in massima parte, ma la spaventevole associazione esiste sempre e funziona ancora.

Mezz’ora dopo mezzodì, il treno si fermò alla stazione di Burhampur, e Gambalesta vi si potè procurare a prezzo d’oro un paio di pantofole, adorne di perle false, che egli calzò con un sentimento evidente di vanità.

I viaggiatori fecero colazione rapidamente e ripartirono per la stazione di Assurghur, dopo di avere per poco costeggiato la sponda del Tapty, fiumicello che va a versarsi nel golfo di Cambaia, vicino a Surate.

È opportuno far conoscere quali pensieri occupavano allora la mente di Gambalesta. Fino al suo arrivo a Bombay, egli aveva creduto e potuto credere che le cose non andrebbero più in là. Ma ora, da quando correva a tutto vapore attraverso l’India, un voltafaccia era avvenuto nella sua mente. La sua indole gli ritornava al galoppo. Sentiva rinascere idee fantastiche della sua giovinezza, pigliava sul serio i progetti del padrone, credeva alla realtà della scommessa, e quindi a quel giro del mondo ed a quel maximum di tempo che non bisognava oltrepassare. Anzi egli era già inquieto dei ritardi possibili, degli accidenti che potevano sopraggiungere strada facendo. Si sentiva come interessato in quella scommessa, e tremava al pensiero di averla potuto compromettere il giorno prima con la sua imperdonabile balordaggine. E però, molto meno flemmatico del signor Fogg, egli era molto più inquieto. Contava e ricontava i giorni trascorsi, malediceva le fermate del treno, lo accusava di lentezza, e biasimava _in petto_ il signor Fogg di non aver promesso un premio al macchinista. Ei non sapeva, il buon figliuolo, che ciò ch’era possibile sopra un piroscafo non lo era più sopra una ferrovia, la cui velocità è regolamentare.

Verso sera, si entrò nelle gole dei monti di Sutpour che separano il territorio di Khandeish da quello di Bundelkund.