Il giro del mondo in ottanta giorni
Part 3
— No, signor Fix, rispose il console. È stato segnalato stamattina al largo di Porto Said, e i centosessanta chilometri del canale sono un nonnulla per un tal camminatore. Vi ripeto che il Mongolia ha sempre vinto il premio di venticinque sterline che il governo conferisce per ogni anticipazione di ventiquattr’ore sui tempi regolamentari.
— Codesto piroscafo viene direttamente da Brindisi? domandò Fix.
— Appunto da Brindisi, dove ha preso la valigia delle Indie: da Brindisi che ha lasciato sabato alle 5 pom. Abbiate quindi pazienza, non può tardare a giungere; ma non so veramente come, coi connotati che avete ricevuti, potrete riconoscere il vostro uomo se è a bordo del _Mongolia_.
— Signor console, rispose Fix, tali persone si fiutano più che non si riconoscano. Un buon naso bisogna avere, e il fiuto è quasi un senso speciale al quale concorrono l’udito, la vista e l’odorato. Ho arrestato nella mia vita più d’uno di codesti galantuomini, e purchè il mio ladro sia a bordo, vi giuro che non mi sguscerà tra le mani.
— Ve lo auguro, signor Fix, poichè si tratta di un furto importante.
— Un furto magnifico, rispose l’agente entusiasmato. Cinquantacinquemila lire sterline! Cuccagne che capitano di rado! I ladri diventano meschini! la razza degli Sheppard si ecclissa! Ora si fanno appiccare per pochi scellini!
— Signor Fix, rispose il console, voi parlate in modo tale che io vi auguro vivamente di riuscire; ma, ve lo ripeto, nelle condizioni in cui siete, temo che sia difficile. Dai connotati che avete ricevuti, codesto ladro si assomiglia assolutamente ad un onest’uomo, sapete?
— Signor console, rispose dogmaticamente l’ispettore di polizia, i grandi ladri rassomigliano sempre alle persone oneste. Capite bene che coloro che hanno faccie da furfanti non possono far altro che rimanere probi, altrimenti si farebbero arrestare. Le fisonomie oneste, ecco quelle che bisogna specialmente indovinare. Lavoro difficile, ne convengo, e che non è già un mestiere, ma arte.
Si vede che il nostro Fix non mancava di una certa dose d’amor proprio.
Frattanto, il molo andava mano mano animandosi. Marinai di diverse nazionalità, commercianti, sensali, facchini, fellah, vi affluivano. L’arrivo del piroscafo era dunque imminente.
Il tempo era bellino, ma freddo, con quel vento di levante. Alcuni minareti si delineavano al disopra della città, sotto i pallidi raggi del sole. Verso il sud, una scogliera lunga duemila metri si allungava come un braccio sulla rada di Suez. Alla superficie del Mar Rosso scorrevano parecchi battelli da pesca o da navigazione costiera, non pochi dei quali hanno serbato nelle loro forme l’elegante sesto della galera antica.
Pur circolando in mezzo a quella gente, Fix, per abitudine della sua professione, scrutava i passanti con una rapida occhiata.
Erano allora le dieci e mezzo.
“Non arriverà mai questo piroscafo! esclamò egli udendo suonare l’orologio del porto.
— Non può esser lontano, rispose il console.
— Quanto tempo si fermerà a Suez? chiese Fix.
— Quattr’ore. Il tempo occorrente ad imbarcare il suo carbone. Da Suez ad Aden, all’estremità del Mar Rosso, si contano milletrecentodieci miglia, e bisogna far provvista di combustibile.
— E da Suez, questo piroscafo va direttamente a Bombay?
— Direttamente, senza interruzione alcuna.
— Ebbene, disse Fix, se il ladro ha preso questa strada e questo battello, dev’essere nel suo piano di sbarcare a Suez, affine di portarsi per altra via nei possedimenti olandesi o francesi dell’Asia. Egli deve ben sapere che non sarebbe al sicuro nell’India che è terra Inglese.
— Eccetto che non sia un uomo di prima forza rispose il console. Voi lo sapete, un delinquente inglese è sempre meglio nascosto a Londra di quel che potrebb’essere all’estero.„
Fatta questa riflessione, che diè molto da pensare all’agente, il console tornò ne’ suoi uffici posti a poca distanza. Fix rimase solo, colto da un’impazienza nervosa, col bizzarro presentimento che il suo ladro dovesse trovarsi a bordo del Mongolia, — e in verità se quel furfante aveva lasciato l’Inghilterra coll’intenzione di portarsi al Nuovo Mondo, la via delle Indie, meno sorvegliata o più difficile a sorvegliare di quella dell’Atlantico, doveva aver ottenuto la sua preferenza.
Fix non istette un pezzo immerso nelle sue riflessioni. Acuti fischi annunziarono l’arrivo del piroscafo. Tutta l’orda di facchini e di _fellah_ si precipitò allora verso il molo di sbarco, in un tumulto un po’ inquietante per le membra e gli abiti dei passaggeri.
In breve si scorge il gigantesco scafo del _Mongolia_, che passava tra le rive del canale, e undici ore suonavano allorchè lo _steamer_ andò ad ancorarsi in rada mentre il suo vapore si sprigionava con grande strepito dai tubi di sfogo.
I passaggieri erano in buon numero a bordo. Taluni rimasero sul falso ponte a contemplare il panorama pittoresco della città: ma i più sbarcarono nei cannotti che erano andati ad accostare il Mongolia.
Fix esaminava scrupolosamente tutti quelli che mettevano piede a terra.
In quel momento, uno di essi gli si accostò, dopo di aver vigorosamente respinto i _fellah_ che l’assalivano con le loro offerte di servizio, e gli chiese con tutta cortesia se poteva indicargli gli uffici dell’agente consolare inglese. E in pari tempo quel passeggiero presentava un passaporto, sul quale bramava senza dubbio far apporre il visto britannico.
Fix, istintivamente, prese il passaporto, e con rapida occhiata ne lesse i connotati.
Un movimento involontario stette per isfuggirgli. Il foglio tremò nella sua mano; i connotati registrati nel passaporto erano identici a quelli ch’egli aveva ricevuti dal direttore della polizia metropolitana.
“Questo passaporto è vostro? diss’egli al passaggiero.
— No, rispose questi, è il passaporto del mio padrone.
— E il vostro padrone?
— È a bordo.
— Ma, replicò l’agente, è d’uopo ch’ei si presenti in persona agli uffici del console, a fine di stabilire la sua identità.
— Come, è proprio necessario?
— Indispensabile.
— E dove sono gli uffici?
— Laggiù, all’angolo della piazza, rispose l’ispettore indicando una casa discosta duecento passi.
— Allora vado a cercare il mio padrone: al quale però garberà poco d’incomodarsi.„
Ciò detto, il passaggiero salutò Fix e risalì a bordo dello _steamer_.
CAPITOLO VII.
Che prova una volta di più l’inutilità dei passaporti in materia di polizia.
L’ispettore ridiscese sul molo e si diresse rapidamente verso gli uffici del console. Dietro sua urgente domanda, egli fu subito introdotto presso quel funzionario.
“Signor console, gli diss’egli senz’altro preambolo, ho gravi ragioni per credere che il nostro uomo abbia preso passaggio a bordo del Mongolia.„
E Fix narrò ciò ch’era avvenuto tra quel servo e lui circa il passaporto.
“Bene, signor Fix, rispose il console, non sarei malcontento di vedere la faccia di quel furfante. Ma forse egli non si presenterà al mio ufficio se è quegli che voi supponete. Un ladro non ama lasciar dietro di sè le traccie del suo passaggio, e poi, la formalità dei passaporti non è più obbligatoria.
— Signor console, rispose l’agente, se è un uomo di prima forza come convien supporre, verrà!
— A far vidimare il suo passaporto?
— Sì. I passaporti non servono mai ad altro che ad impacciare le persone oneste ed a favorire la fuga dei bricconi. Vi assicuro che questo sarà in regola; ma spero bene che voi non lo vidimerete....
— E perchè no? Se il passaporto è regolare, rispose il console, non ho il diritto di rifiutare il mio visto.
— Però, signor console, è pur necessario ch’io trattenga qui quest’uomo finchè io abbia ricevuto da Londra un mandato di arresto.
— Ah! questo poi, signor Fix, è affar vostro, rispose il console; ma io, non posso....„
Il console non terminò la frase. In quel momento venne picchiato alla porta del suo gabinetto, e il ragazzo dell’ufficio introdusse due stranieri, dei quali uno non era precisamente quel servo che erasi poc’anzi intrattenuto col detective.
Erano infatti il padrone e il servitore. Il padrone presentò il suo passaporto, pregando laconicamente il console di compiacersi ad apporvi il suo visto.
Questi prese il passaporto e lo lesse attentamente, mentre Fix, in un canto del gabinetto, osservava o meglio divorava cogli occhi lo straniero.
Quando il console ebbe terminato la sua lettura:
“Voi siete il signor Phileas Fogg, _esquire_? chiese egli.
— Sì, signore, rispose il gentleman.
— E quest’uomo è il vostro domestico?
— Sì. Un francese di nome Gambalesta.
— Venite da Londra?
— Sì.
— E andate?
— A Bombay.
— Bene, signore. Sapete che questa formalità del visto è inutile, e che noi non esigiamo più la presentazione del passaporto.
— Lo so, signore, rispose Phileas Fogg, ma desidero comprovare col vostro visto il mio passaggio a Suez.
— Son pronto a soddisfarvi, signore.
E il console, avendo firmato e datato il passaporto, vi appose il suo bollo. Il signor Fogg pagò i diritti di vidimazione, e, dopo aver freddamente salutato, uscì seguito dal suo domestico.
“Ebbene? chiese l’ispettore.
— Ebbene, rispose il console, egli mi ha l’aria di un perfetto galantuomo.
— Possibile, rispose Fix; ma non si tratta di questo. Vi pare, signor console, che quel flemmatico gentleman rassomigli lineamento per lineamento al ladro di cui ho ricevuto i connotati?
— Ne convengo; ma lo sapete, tutt’i connotati....
— Io ci voglio veder chiaro, rispose Fix, il servo mi sembra meno indecifrabile che il padrone: inoltre è un francese che non potrà frenarsi dal parlare. A rivederla, signor console.„
Ciò detto, l’agente uscì e si pose alla ricerca di Gambalesta.
Intanto il signor Fogg, lasciando la casa consolare, erasi diretto verso il molo d’imbarco. Lì, egli diede alcuni ordini al suo servo; poi, s’imbarcò in una lancia, tornò a bordo del _Mongolia_ e si ritrasse nel suo camerino! Prese allora il suo taccuino, che conteneva le seguenti annotazioni:
“Lasciato Londra, mercoledì 2 ottobre, ore 8 e 45 m., sera.
“Giunto a Parigi, giovedì 3 ottobre, ore 7 e 20 m., mattina.
“Lasciato Parigi, giovedì, ore 8 e 40 m., mattina.
“Giunto pel Moncenisio a Torino, venerdì 4 ottobre, ore 6 e 35 m., mattina.
“Lasciato Torino, venerdì, ore 7 e 20 m., mattina.
“Giunto a Brindisi, sabato 5 ottobre, ore 4, sera.
“Imbarcato sul _Mongolia_, sabato, ore 5, sera.
“Giunto a Suez, mercoledì 9 ottobre, ore 11, mattina.
“Totale delle ore spese: 158-1/2, equivalenti a giorni 6 e 1/2.„
Il signor Fogg scrisse queste date sopra un itinerario disposto a colonne che indicava, — dal 2 ottobre fino al 21 dicembre, — il mese, il giorno, gli arrivi regolamentari e gli arrivi effettivi in ciascun punto principale, Parigi, Brindisi, Suez, Bombay, Calcutta, Singapore, Hong-Kong, Yokohama, San Francisco, Nuova York, Liverpool, Londra, e che permetteva di calcolare con un’occhiata il guadagno di tempo ottenuto o la perdita subita in ogni singola località del tratto percorso.
Questo metodico itinerario teneva per tal modo conto di tutto, ed il signor Fogg sapeva sempre se era in anticipazione o in ritardo.
Egli annotò dunque, quel giorno, mercoledì 9 ottobre, il suo arrivo a Suez, che concordando coll’arrivo regolamentare, non lo costituiva nè in guadagno nè in perdita.
Indi si fece servire da colazione nel suo camerino. Quanto al vedere la città, ei non ci pensava neppure, essendo di quella razza d’inglesi che fanno visitare dal loro servo i paesi che attraversano.
CAPITOLO VIII.
Nel quale Gambalesta parla forse un po’ più del bisogno.
Fix aveva in pochi istanti raggiunto sul molo Gambalesta, che gironzava e guardava, non credendosi, lui, obbligato a non vedere.
“Ebbene, mio bel giovinotto, gli disse Fix affrontandolo, è vidimato il vostro passaporto?
“Ah! siete voi, signore, rispose il francese, obbligatissimo. Siamo perfettamente in regola.
— Sicchè guardate il paese?
— Sì, ma andiamo così presto che mi par di viaggiare in sogno. Si è proprio a Suez?
— A Suez.
— In Egitto?
— In Egitto, per l’appunto.
— E in Africa?
— In Africa!
— In Africa? ripetè Gambalesta. Non ci posso credere. Figuratevi, signore, che mi immaginava di non andar più in là di Parigi, e quella famosa capitale l’ho riveduta precisamente dalle 7 e 20 alle 8 e 40 del mattino, tra la stazione del Nord e la stazione di Lione, attraverso i cristalli di una cittadina e con una pioggia diluviale! Quanto me ne spiace! Avrei riveduto volentieri il cimitero del Père Lachaise ed il Circo dei Campi Elisi.
— Avete dunque molta fretta? chiese l’ispettore di polizia.
— Io, no; bensì il mio padrone. A proposito, devo comperare delle calze e delle camicie! Siamo partiti senza valigia, soltanto con un sacco da viaggio.
— Vi condurrò io da un bazar dove troverete tutto quel che v’occorre.
— Signore, rispose Gambalesta, siete davvero di una compiacenza!....„
Ed amendue si posero in cammino. Gambalesta discorreva sempre.
“Purchè, diss’egli, io non manchi alla partenza del battello!
— Avete tempo, rispose Fix, è appena mezzogiorno!
Gambalesta estrasse il suo grosso orologio.
“Mezzogiorno, diss’egli. Evvia! sono le nove e cinquantadue minuti!
— Il vostro orologio ritarda, rispose Fix.
— Il mio orologio! Un orologio di famiglia che appartenne al mio bisnonno. Esso non varia di cinque minuti all’anno. È un vero cronometro!
— Vedo come sta la cosa, rispose Fix. Voi avete mantenuta i ora di Londra, che ritarda di circa due ore rispetto a Suez. Bisogna aver cura di regolare il vostro orologio al mezzodì di ogni singolo paese.
— Io! toccare il mio orologio? esclamò Gambalesta, mai!
— Ebbene, esso non sarà più d’accordo col sole.
— Tanto peggio pel sole, signore! Sarà lui che avrà torto!„
E il bravo giovane ripose l’orologio nel suo taschino con un gesto solenne.
Pochi minuti dopo Fix gli diceva:
“Avete dunque lasciato Londra precipitosamente!
— Altro che? Mercoledì scorso, alle otto di sera, contro tutte le sue abitudini, il signor Fogg ritornò dal suo circolo, e tre quarti d’ora dopo noi eravamo partiti.
— Ma dove va dunque il vostro padrone?
— Sempre innanzi! Egli fa il giro del mondo!
— Il giro del mondo! esclamò Fix.
— Sì, in ottanta giorni! Una scommessa, dice; ma, qui tra noi, io non ne credo nulla. Non ci sarebbe senso comune. C’è altro.
— Ah! è un originale codesto signor Fogg?
— Lo credo.
— È dunque ricco!
— Evidentemente, e porta con sè una bella somma, in tante banconote nuove fiammanti! E non risparmia il danaro per istrada. Per esempio, egli ha promesso un premio magnifico al macchinista del _Mongolia_, se arriviamo a Bombay con una considerevole anticipazione!
— E lo conoscete da un pezzo, il vostro padrone?
— Io! rispose Gambalesta, io sono entrato al suo servizio il giorno stesso della nostra partenza.„
È facile immaginarsi l’effetto che queste risposte dovevano produrre sulla mente già eccitata dell’ispettore di polizia.
Quella partenza precipitosa da Londra, poco tempo dopo il furto, quella ingente somma portata in viaggio, quella fretta di giungere in paesi lontani, quel pretesto di una scommessa eccentrica, tutto confermava e doveva confermare Fix nelle sue idee. Egli fece ancora parlare il Francese ed acquistò la certezza che quel giovane non conosceva menomamente il suo padrone, che questi viveva isolato a Londra, che lo si diceva ricco senza che si sapesse l’origine della sua ricchezza, che era un uomo impenetrabile, ecc. Ma in pari tempo Fix potè ritenere per certo che il signor Phileas Fogg non isbarcava a Suez, e che andava realmente a Bombay.
“È lontano Bombay? chiese Gambalesta.
— Sicuro che è lontano. Vi occorrono ancora una decina di giorni di mare.
— E dove mettete Bombay?
— Nell’India.
— In Asia?
— Naturalmente.
— Diamine! Gli è che vi dirò... c’è una cosa che mi turba... è il mio becco!
— Che becco?
— Il mio becco a gas che dimenticai di spegnere e che arde per conto mio. Ora, ho calcolato che mi costerebbe due scellini ogni ventiquattr’ore, giusto sei _pence_ più di quanto guadagno, e capirete che per poco che il viaggio si prolunghi....
Fix compres’egli l’affare del gas? È poco probabile; egli non ascoltava più e prendeva una decisione. Il Francese e lui erano giunti al bazar. Fix lasciò che il suo compagno vi facesse le sue compere, gli raccomandò di non mancare alla partenza del _Mongolia_, e ritornò in fretta e furia agli uffici dell’agente consolare.
Fix, ora che la sua convinzione erasi assodata, aveva riacquistato tutto il suo sangue freddo.
“Signore, diss’egli al console, non mi rimane il menomo dubbio, ho in mano il mio uomo. Egli si fa credere un eccentrico che vuol fare il giro del mondo in ottanta giorni.
— Allora è un volpone, rispose il console, un volpone che mira a far ritorno a Londra dopo d’aver fuorviato tutte le polizie dei due Continenti!
— Oh! la vedremo! rispose Fix.
— Ma non v’ingannate poi? chiese di bel nuovo il console.
— Io non m’inganno.
— Allora, perchè mai codesto ladro si è dato tanta premura a far constatare con un visto il suo passaggio a Suez?
— Perchè... non ne so nulla, signor console, rispose il detective, ma ascoltatemi.„
In poche parole, egli riferì i punti salienti della sua conversazione col domestico del detto Fogg.
“Difatti, disse il console, tutte le presunzioni stanno contro quest’uomo. E che pensate fare?
— Mandare un dispaccio a Londra con richiesta urgente di dirigermi un mandato d’arresto a Bombay, imbarcarmi sul Mongolia, pormi alle calcagna del mio ladro sino alle Indie, e là, terra inglese, avvicinarlo garbatamente, col mio mandato in mano e la mano sulla spalla.„
Non appena ebbe pronunciate freddamente queste parole, l’agente Fix prese commiato dal console e si recò all’ufficio telegrafico. Di là spedì al direttore della polizia metropolitana il dispaccio che i lettori conoscono.
Di lì a un quarto d’ora, Fix, col suo leggero bagaglio per mano, ben munito di danaro, s’intende, s’imbarcava a bordo del _Mongolia_, e il rapido _steamer_ filava a tutto vapore sulle acque del Mar Rosso.
CAPITOLO IX.
Dove il mar Rosso e il mar delle Indie si mostrano propizii ai disegni di Phileas Fogg.
La distanza fra Suez e Aden è esattamente di milletrecentodieci miglia, e il capitolato della Compagnia concede a’ suoi piroscafi un lasso di tempo di centotrentotto ore per valicarla. Il _Mongolia_, i cui fuochi erano attivamente alimentati, filava in modo da anticipare l’arrivo regolamentare.
I passeggieri imbarcati a Brindisi avevano quasi tutta l’India per destinazione. Alcuni si recavano a Bombay, altri a Calcutta, ma via Bombay, poichè da quando una ferrovia attraversa in tutta la sua larghezza la penisola indiana, non è più necessario di girare il capo di Ceylan.
Fra questi passeggieri del _Mongolia_, si noveravano diversi funzionari civili e ufficiali di ogni grado. Di questi, taluni appartenevano all’esercito britannico propriamente detto, altri comandavano le truppe indigene di _cipayes_, tutti lautamente stipendiati, anco adesso che il governo si è sostituito ai diritti ed agli obblighi dell’antica Compagnia delle Indie: sottotenenti a 7000 franchi, brigadieri a 60,000, generali a 100,000[8].
Si viveva dunque stupendamente a bordo del _Mongolia_, in quella società di funzionarii, a’ quali frammischiavansi alcuni giovani inglesi, che col milione in tasca andavano a fondare lontan lontano delle case di commercio. Il _purser_, l’uomo di fiducia della compagnia, l’eguale del capitano a bordo, faceva le cose sontuosamente. All’asciolvere del mattino, al _lunch_ delle due, al pranzo delle cinque e mezzo, alla cena delle otto, le tavole piegavano sotto i piatti di carne fresca e le altre vivande fornite dal macello e dalle dispense del piroscafo. Le passeggiere, — ce n’erano alcune, — cangiavano teletta due volte al giorno. Si suonava, si cantava, si ballava anche, quando il mare lo permetteva.
Ma il mar Rosso è capricciosissimo, e molto di frequente cattivo, come tutti i golfi stretti e lunghi. Quando il vento spirava sia dalla costa d’Asia, sia dalla costa d’Africa, il _Mongolia_, lungo fuso ad elice, preso di traverso, rollava spaventevolmente. Le signore sparivano allora; i cembali tacevano; canti e danze cessavano insieme. Eppure, ad onta della raffica, ad onta dei marosi, il piroscafo, spinto dalla sua potente macchina, correva senza indugio verso lo stretto di Babel-Mandeb.
Che faceva Phileas Fogg frattanto? Si potrebbe credere che, sempre inquieto, ansioso, egli si preoccupasse dei cangiamenti di vento nocivi al cammino della nave, del moto scompigliato dei marosi che minacciava di cagionare un accidente alla macchina, insomma di tutte le avarie possibili che, obbligando il _Mongolia_ a poggiare in qualche porto, avrebbero compromesso il suo viaggio?
Niente affatto, o per lo meno, se il nostro gentleman pensava a queste eventualità, non ne lasciava trasparir nulla. Era sempre l’uomo impassibile, il membro imperturbabile del Reform-Club, cui nessun incidente od accidente poteva recar sorpresa. Egli non sembrava più commosso dei cronometri di bordo. Lo si vedeva di rado sul ponte. Non badava gran fatto ad osservare quel mar Rosso, sì fecondo di ricordi, quel teatro delle prime scene storiche dell’umanità. Egli non viaggiava per osservare le curiose città disseminate sulle sue sponde, i cui pittoreschi contorni si delineavano talvolta all’orizzonte. Egli non pensava neanco ai pericoli di quel golfo arabico, del quale gli antichi storici, Strabone, Ariano, Artemidoro, Edrisi, parlarono sempre con ispavento, e sul quale i navigatori non si arrischiavano mai senza aver consacrato il loro viaggio con sacrifizii propiziatorii.
Che faceva dunque quell’originale, imprigionato nel _Mongolia_? Anzitutto faceva i suoi quattro pasti al giorno, senza che mai nè rollio nè beccheggio potessero sconcertare una macchina così maravigliosamente organizzata. Indi, giuocava al _whist_.
Sì! egli aveva incontrato dei compagni di giuoco ed appassionati quanto lui: un esattore di tasse che si recava al suo posto a Goa, un ministro, il reverendo Decimo Smith, di ritorno a Bombay, e un brigadiere generale dell’esercito inglese, che raggiungeva il suo corpo a Benares. Questi tre passeggieri avevano pel _whist_ la stessa passione che il signor Fogg, e giocavano per ore ed ore, non meno silenziosamente di lui.
Quanto a Gambalesta, il mal di mare lo aveva fin allora risparmiato. Egli occupava un camerino a prora e mangiava, egli pure, coscienziosamente. Bisogna dire che, decisamente, quel viaggio, fatto in quelle condizioni, non gli dispiaceva più. Egli vi si acconciava. Ben nudrito, ben alloggiato, vedeva paese nuovo, e poi andava ripetendo a sè stesso che tutto quel ghiribizzo finirebbe a Bombay.
All’indomani della partenza da Suez, il 29 ottobre, non fu senza un certo piacere che egli incontrò sul ponte il garbato personaggio, al quale erasi rivolto sbarcando in Egitto.
“Non m’inganno, diss’egli accostandolo col suo più amabile sorriso, siete proprio voi, signore, che con tanta compiacenza mi avete servito di guida a Suez?
— Difatti, rispose il _detective_, vi riconosco! siete il servo di quell’inglese originale....
— Precisamente, signor...?
— Fix.
— Signor Fix, rispose Gambalesta. Ben lieto di ritrovarvi a bordo. E dove andate?
— Ma al par di voi, a Bombay.
— Benissimo! Avete già fatto questo viaggio?
— Diverse volte, rispose Fix. Io sono un agente della Compagnia peninsulare.
— Allora conoscete l’India.
— Ma.... sì...., rispose Fix, che non voleva compromettersi troppo.
— Curiosa quest’India?
— Curiosissima! moschee, minareti, templi, fakiri, pagode, tigri, serpenti, bajadere! Ma è da sperarsi che avrete il tempo di visitare il paese.
— Lo spero, signor Fix. Capite bene che non è lecito ad un uomo sano di mente di consumare la vita a saltare da un battello a vapore in una ferrovia e da una ferrovia in battello, sotto pretesto di fare il giro del mondo in ottanta giorni! No, tutta questa ginnastica cesserà a Bombay, non ne dubitate.
— E sta bene il signor Fogg? domandò Fix col tono più naturale.