Il giro del mondo in ottanta giorni

Part 2

Chapter 23,569 wordsPublic domain

Ora, appunto come diceva il _Morning Chronicle_, c’era motivo a supporre che l’autore del furto non facesse parte di nessuna delle associazioni di ladri dell’Inghilterra. Durante quella giornata del 29 settembre, un gentleman ben vestito, di bei modi, di aspetto distinto, era stato visto andare innanzi e indietro nella sala dei pagamenti, teatro del furto. L’inchiesta era riuscita a raccogliere tutt’i connotati di quel gentleman, connotati che furono subito comunicati a tutt’i _detectives_ del Regno Unito e del Continente. Alcune anime buone, — e Gualtiero Ralph era del bel numer’uno, — credevano di poter sperare con fondamento che il ladro non la scapperebbe.

Come ognuno può immaginarsi, questo fatto era all’ordine del giorno a Londra ed in tutta Inghilterra. Si discuteva, si scommetteva pro o contro le probabilità del successo della polizia metropolitana. Nessuna meraviglia dunque che i membri del Reform-Club trattassero la stessa questione, tanto più che uno dei vice governatori della Banca si trovava fra loro.

L’onorevole Gualtiero Ralph non voleva dubitare del risultato delle indagini, opinando che il premio offerto dovesse aguzzare singolarmente lo zelo o la intelligenza degli agenti. Ma il suo collega, Andrew Stuart, era ben lungi dal dividere tanta fiducia. La discussione continuò adunque fra i due gentlemen che eransi seduti alla tavola del whist, Stuart dirimpetto a Flanagan, Fallentin di fronte a Phileas Fogg. Durante il gioco, i giocatori non parlavano, ma tra i _robbres_[4], la conversazione interrotta si riappiccava ognor più animata.

“Io sostengo, disse Andrew Stuart, che le probabilità sono in favore del ladro, che dev’essere certamente un uomo molto abile!

— Evvia! rispose Ralph, oramai non c’è più un paese in cui possa rifugiarsi.

— Questo poi....

— Dove volete che vada?

— Non ne so nulla, rispose Andrew Stuart, ma, alla fin fine, il mondo è grande.

— Lo era una volta,„ disse a mezza bocca Phileas Fogg; indi: “sta a voi ad alzare„ soggiunse presentando le carte a Thomas Flanagan.

La discussione venne sospesa durante il _robbre_. Ma ben presto, Andrew Stuard la riappiccava dicendo:

“Come, una volta! È forse diminuita la terra?

— Senza dubbio, rispose Gualtiero Ralph: io sono del parere del signor Fogg. La terra è diminuita, giacchè ora la si percorre dieci volte più presto che non la si percorresse cento anni fa. Ed ecco ciò che, nel caso attuale, renderà le ricerche più rapide.

— E renderà anche più facile la fuga del ladro!

— Tocca a voi a giocare, signor Stuart„ disse Phileas Fogg.

Ma l’incredulo Stuart non era convinto, e finita la partita:

“Bisogna confessare, signor Ralph, ripigliò egli, che avete trovato un modo curioso di dire che la terra è diminuita! Così, perchè adesso se ne fa il giro in tre mesi....

— In ottanta giorni soltanto, disse Phileas Fogg.

— Difatti, signori, soggiunse John Sullivan, ottanta giorni dopo che la sezione fra Bothal e Allahabad venne aperta sul _Great Indian peninsular railway_, ed ecco il calcolo stabilito dal _Morning Chronicle:_

Da Londra a Suez pel Moncenisio e Brindisi, ferrovia e battelli a vapore 7 giorni Da Suez a Bombay, battello a vapore 13 „ Da Bombay a Calcutta, ferrovia 3 „ Da Calcutta a Hong-Kong (Cina), battello a vapore 13 „ Da Hong-Kong a Yokohama (Giappone), battello a vapore 8 „ Da Yokohama a San Francisco, battello a vapore 22 „ Da San Francisco a Nuova York, ferrovia 7 „ Da Nuova York a Londra, battello a vapore e ferrovie 9 „ ——— Totale 80 giorni

— Sì, ottanta giorni, esclamò Andrew Stuart che per disattenzione tagliò una carta reale, ma non compreso il cattivo tempo, i venti contrari, i naufragi, gli sviamenti, ecc.

— Tutto compreso, rispose Phileas Fogg, continuando a giocare, perchè stavolta la discussione non rispettava più il whist.

— Anche se gl’Indù, e gl’Indiani, come li vorrete chiamare, portan via le rotaie esclamò Andrew Stuart: se fermano i treni, saccheggiano i forgoni e pelano il cranio ai viaggiatori!

— Tutto compreso„ rispose Phileas Fogg, che scoprì le sue carte, avendo vinto.

Andrew Stuart, cui era venuto il turno di fare mazzo, raccolse le carte dicendo:

“Teoricamente, voi avete ragione, signor Fogg, ma nella pratica....

— Nella pratica pure, signor Stuart.

— Vorrei proprio vedervici.

— Non dipende che da voi. Partiamo insieme.

— Il cielo me ne guardi! esclamò Stuart, ma scommetterei volentieri quattromila sterline (100,000 franchi), che un tale viaggio, fatto in tali condizioni, è impossibile.

— Possibilissimo, invece, rispose il signor Fogg.

— Ebbene, fatelo allora!

— Il giro del mondo in ottanta giorni?

— Sì.

— Lo farò volentieri.

— Quando!

— Subito. Soltanto vi avverto che lo farò a vostre spese.

— Che pazzia! esclamò Andrew Stuart, che incominciava a spazientirsi dell’insistenza del suo compagno di giuoco. Via! è meglio giuocare.

— Rimeschiate allora, rispose Phileas Fogg, giacchè avete dato male.„

Andrew Stuart ripigliò le carte con mano febbrile; indi, tutt’ad un tratto, deponendole sulla tavola:

“Ebbene, sì, signor Fogg, diss’egli, sì, scommetto quattromila sterline!...

— Mio caro Stuart, disse Fallentin, calmatevi. Ciò non è serio.

— Quando io dico: scommetto, rispose Andrew Stuart, è sempre sul serio.

— E sia!„ disse il signor Fogg. Indi volgendosi verso i suoi colleghi:

“Ho ventimila sterline (500,000 franchi) depositati presso i Fratelli Baring. Li rischierò volentieri....

— Ventimila sterline! esclamò John Sullivan. Ventimila sterline che un ritardo impreveduto può farvi perdere!

— L’impreveduto non esiste, rispose semplicemente Phileas Fogg.

— Ma, signor Fogg, codesto lasso di 80 giorni è calcolato come un _minimum_ di tempo!

— Un _minimum_ ben impegnato basta a tutto.

— Ma per non oltrepassarlo, bisogna saltare matematicamente dalle ferrovie nei battelli a vapore, e dai battelli nelle ferrovie!

— Salterò matematicamente.

— È uno scherzo!

— Un buon Inglese non scherza mai quando si tratta d’una cosa seria qual’è una scommessa, rispose Phileas Fogg. Io scommetto ventimila sterline contro chicchesia, che io farò il giro della terra in ottanta giorni o meno, cioè in millenovecentoventi ore ossia centoquindicimila e duecento minuti. Accettate?

— Accettiamo, risposero i signori Stuart, Fallentin, Sullivan, Flanagan e Ralph, dopo essersi posti d’accordo.

— Bene, disse Fogg. Il treno di Douvres parte alle 8 e 45. Lo prenderò.

— Stasera stessa? domandò Stuart.

— Stasera stessa, rispose il signor Fogg. Dunque, soggiunse consultando un calendario tascabile; giacchè è oggi mercoledì, 2 ottobre, dovrò essere di ritorno a Londra in questo stesso salotto del Reform-Club, il sabato 21 dicembre, alle ore 8 e 45 di sera; in mancanza di che le ventimila lire sterline, depositate attualmente a mio credito presso i Fratelli Baring, vi apparterranno di fatto e di diritto, o signori. Ecco un bono per tale somma.„

Fu steso il processo verbale della scommessa, e venne sottoscritto immediatamente dai sei cointeressati. Phileas Fogg era rimasto freddo. Egli non aveva certamente scommesso per guadagnare ed aveva impegnato soltanto quelle ventimila sterline, — metà della sua sostanza, — perchè prevedeva che forse gli sarebbe necessario spendere l’altra metà per condurre a buon termine quel difficile, per non dire ineseguibile progetto. Quanto a’ suoi avversari, sembravano commossi, non già a cagione del valore della posta, ma perchè avevano un certo scrupolo a lottare in quelle condizioni.

Nove ore suonavano in quel punto. Si offerse al signor Fogg di sospendere il whist, affinchè potesse far i suoi preparativi di partenza.

“Io sono sempre pronto!„ rispose l’impassibile gentleman; e dando le carte:

“Volto quadri, diss’egli; tocca a voi il tratto, signor Stuart.„

CAPITOLO IV.

Nel quale Phileas Fogg sbalordisce Gambalesta, suo servo.

Alle sette e venticinque, Phileas Fogg, dopo aver guadagnato una ventina di ghinee al whist, prese commiato dai suoi onorevoli colleghi e lasciò il Reform-Club. Alle sette e cinquanta egli apriva la porta della sua casa ed entrava nelle sue stanze.

Gambalesta, che aveva coscienziosamente studiato il suo programma, fu non poco sorpreso nel vedere il signor Fogg, colpevole d’inesattezza, comparire a quell’ora insolita. Secondo la tabella, il pigionale di Saville-row non doveva rincasare che alla mezzanotte precisa.

Phileas Fogg era a tutta prima salito nella sua camera, poi chiamò:

“Gambalesta.„

Gambalesta non rispose. Quella chiamata non poteva essere diretta a lui. Non era l’ora.

“Gambalesta„, riprese il signor Fogg, senz’alzare la voce.

Gambalesta si presentò.

“È la seconda volta che vi chiamo, disse il signor Fogg.

— Ma non è mezzanotte, rispose Gambalesta col suo orologio in mano.

— Lo so, riprese Phileas Fogg, e non vi faccio rimprovero. Noi partiamo da qui a dieci minuti per Douvres e Calais.„

Una specie di smorfia si delineò sulla rotonda faccia del francese. Era evidente che non aveva inteso bene.

“Il signore cambia abitazione? domandò egli.

— Sì, rispose Phileas Fogg. Noi andiamo a fare il giro del mondo.„

Gambalesta, l’occhio smisuratamente aperto, le palpebre e il sopracciglio in alto, le braccia distese, il corpo accasciato, presentava allora tutti i sintomi della maraviglia spinta fino allo stupore.

“Il giro del mondo! mormorò egli.

— In ottanta giorni, rispose il signor Fogg. Dunque, non abbiamo un solo istante da sciupare.

— Ma le valigie?... disse Gambalesta che dondolava inconsciamente la testa a destra e a sinistra.

— Nessuna valigia, un sacco da viaggio soltanto. Dentro, due camicie di lana, tre paia di calze. Altrettanto per voi. Compreremo strada facendo. Prenderete il mio _makintosh_[5] e la mia coperta da viaggio. Provvedetevi di buone scarpe. D’altronde cammineremo poco o punto. Andate.„

Gambalesta avrebbe voluto rispondere. Non lo potè. Lasciò la camera del signor Fogg, salì nella sua, cadde sopra una sedia, e valendosi di una frase alquanto volgare del suo paese:

“Affè, disse tra sè, questa è forte, questa! Io che volevo starmene tranquillo!...„

E macchinalmente egli fece i suoi preparativi di viaggio. Il giro del mondo in ottanta giorni! Che si fosse imbattuto in un pazzo? No.... Si trattasse di uno scherzo? Si andava a Douvres, e sta bene. A Calais, sia pure. In fin dei conti, tutto ciò non poteva porre di malumore il buon figliuolo che già da cinque anni non aveva più calpestato il suolo della patria. Si andrebbe fors’anco a Parigi, e senza ombra di dubbio, egli rivedrebbe con piacere la gran capitale. Ma certamente, un gentleman tanto economo de’ suoi passi, si fermerebbe colà.... Sì, senza dubbio; pure non era meno vero ch’egli partiva, che si traslocava, quel gentleman tanto casalingo sin’allora!

Alle otto, Gambalesta aveva apparecchiato il modesto sacco che conteneva la sua guardaroba e quella del suo padrone, e, con la mente ancora scombuiata, lasciò la sua camera di cui chiuse accuratamente l’uscio, e raggiunse il signor Fogg.

Il signor Fogg era pronto. Portava sottobraccio il _Bradshaw’s continental railway steam transit and general guide_[6], che doveva fornirgli tutte le indicazioni necessarie al suo viaggio. Egli prese il sacco dalle mani di Gambalesta, l’aprì e vi cacciò dentro un grosso pacco di quelle belle banconote che hanno corso in tutt’i paesi.

— Non avete dimenticato nulla? chiese egli.

— Nulla, signore.

— Il mio _makintosh_ e la mia coperta?

— Eccoli.

— Bene, prendete questo sacco.

Il signor Fogg consegnò il suo sacco a Gambalesta.

— E abbiatene cura, soggiunse. Ci son dentro ventimila sterline (500.000 franchi).

Mancò poco che il sacco sgusciasse dalle mani di Gambalesta, come se ventimila sterline fossero state in oro e di un peso considerevole.

Il padrone e il servo discesero allora, e la porta di strada fu chiusa a doppio giro.

Una stazione di carrozze si trovava all’estremità di Saville-row. Il signor Phileas Fogg ed il suo servo salirono in un _cab_ (cittadina) che si diresse rapidamente verso lo scalo di Charing-Cross, a cui metteva capo una delle diramazioni del _South Eastern railway_.

Alle otto e venti, il _cab_ si fermò al cancello della stazione. Gambalesta balzò a terra. Il suo padrone lo seguì e pagò il cocchiere.

In quel momento, una povera mendicante, che teneva un fanciullo per mano a piedi nudi nel fango, coperta da un cappello svecchiato da cui pendeva una piuma miserabile, uno sciallo a brandelli sui suoi cenci, si avvicinò al signor Phileas Fogg e gli chiese l’elemosina.

Phileas Fogg trasse di tasca le venti ghinee guadagnate poc’anzi al whist, e presentandole alla mendicante:

— Prendete, buona donna, diss’egli, io sono contento di avervi incontrata!

Indi tirò innanzi.

Gambalesta ebbe come un senso d’umidità agli occhi. Il suo padrone aveva fatto un passo nel suo cuore.

Il signor Fogg e lui entrarono ben tosto nella gran sala della stazione. Lì, Phileas Fogg diede a Gambalesta l’ordine di prendere due biglietti di prima classe per Parigi. Indi, volgendosi indietro, egli vide i suoi cinque colleghi del Reform-Club.

— Signori, io parto, diss’egli, e le diverse vidimazioni apposte sopra un passaporto che porto con me a questo scopo, vi permetteranno, al ritorno, di verificare il mio itinerario.

— Oh! signor Fogg, rispose garbatamente Gualtiero Ralph, era inutile. Siamo garantiti dal vostro onore di gentiluomo!

— Lo sarete meglio così, disse il signor Fogg.

— Non dimenticate che dovrete essere di ritorno!... obbiettò Andrew Stuart....

— Fra ottanta giorni, rispose il signor Fogg, il sabato, 21 dicembre 1872, a otto ore e quarantacinque minuti della sera. A rivederci, signori.

Alle otto e quaranta Phileas Fogg e il suo servo presero posto nello stesso scompartimento. Alle otto e quarantacinque, si udì un fischio e il treno si pose in cammino.

La notte era nera. Cadeva una pioggia minuta. Phileas Fogg, rannicchiato nel suo angolo, non parlava. Gambalesta, ancora sbalordito, si stringeva macchinalmente al petto il sacco delle banconote.

Ma il treno non aveva oltrepassato Syden-ham, quando Gambalesta gettò un grido di disperazione!

— Che avete! domandò Phileas Fogg.

— C’è che... nella mia precipitazione... nel mio turbamento... ho dimenticato....

— Che cosa?

— Di spegnere il becco a gas della mia camera!

— Ebbene, caro mio, rispose freddamente il signor Fogg, esso arde per conto vostro!

CAPITOLO V.

Nel quale un nuovo valore comparisce sulla piazza di Londra.

Phileas Fogg, lasciando Londra, non supponeva certamente il gran chiasso che susciterebbe la sua partenza. La notizia della scommessa si sparse dapprima nel Reform-Club, e produsse una vera emozione tra i membri dell’onorevole circolo. Indi, dal club, quell’emozione si trasfuse nei giornali per mezzo dei _reporters_, e dai giornali al pubblico di Londra e di tutto il Regno-Unito.

La questione del giro del mondo fu commentata, discussa, anatomizzata, con pari passione ed ardore, che se si fosse trattato di una nuova questione dell’_Alabama_. Gli uni parteggiarono per Phileas Fogg, gli altri, — che formarono in breve una maggioranza considerevole, — si pronunciarono contro di lui. Il giro del mondo da compiere diversamente che in teoria e sulla carta, in quel _minimum_ di tempo coi mezzi di comunicazione attualmente in uso, non era solamente impossibile, era insensato!

Il _Times_, lo _Standard_, l’_Evening Star_, il _Morning Chronicle_ e venti altri giornali di grande pubblicità, si dichiararono contro il signor Fogg. Il solo _Daily Telegraph_ lo sostenne, limitatamente però. Fogg fa trattato da maniaco, da pazzo, ed i suoi colleghi del Reform-Club furono biasimati d’aver accettato quella scommessa, che accusava un indebolimento nelle facoltà mentali del suo autore.

Su questa questione, furono pubblicati articoli pieni di passione, ma logici. Ognun sa l’interesse che desta in Inghilterra tutto ciò che ha riguardo alla geografia. E però non c’era lettore, di qualsiasi condizione, che non divorasse le colonne dedicate al caso di Phileas Fogg.

Durante i primi giorni, alcune menti audaci, le donne principalmente, furono a lui favorevoli; sovratutto allorchè l’_Illustrated London News_ ebbe pubblicato il suo ritratto, secondo la sua fotografia deposta negli archivii del Reform-Club. Alcuni gentleman osavano dire: “Ehi perchè no, alla fin fine? se ne son viste di più straordinarie!„ Erano segnatamente i lettori del _Daily Telegraph_. Ma si sentì in breve che anche questo giornale cominciava a cedere.

Infatti, un lungo articolo comparve il 7 ottobre nel Bollettino della Società Reale di geografia. Esso trattava la questione da tutti i punti di vista, e dimostrava chiaramente la follia dell’impresa. Secondo quell’articolo, tutto era contro il viaggiatore, ostacoli dell’uomo, ostacoli della natura. Per riuscire in quel progetto, bisognava ammettere una concordanza miracolosa delle ore di partenza e di arrivo, concordanza che non esisteva, che non poteva esistere. A tutto rigore, e in Europa, dove trattasi di tragitto di una lunghezza relativamente mediocre, si può contare sull’arrivo dei treni ad ora fissa; ma quando impiegano tre giorni ad attraversare l’India, sette giorni ad attraversare gli Stati Uniti, come fondare sulla loro esattezza gli elementi di un tal problema? E gli accidenti di macchina, gli sviamenti, gli scontri, la cattiva stagione, l’accumulamento delle nevi, non era forse tutto contro Phileas Fogg? Sui piroscafi, non troverebbesi egli durante l’inverno, in balìa dei venti o delle nebbie? È dunque così raro che i migliori camminatori delle linee transoceaniche subiscano ritardi di due o tre giorni? Ora, bastava un ritardo, uno solo, perchè la catena delle comunicazioni fosse irreparabilmente spezzata. Se Phileas Fogg mancava, magari di poche ore, la partenza di un piroscafo, sarebbe costretto ad aspettare il piroscafo susseguente, e da ciò solo il suo viaggio era compromesso irrevocabilmente.

L’articolo fece gran rumore. Quasi tutti i giornali lo riprodussero, e le azioni di Phileas Fogg ribassarono singolarmente.

Durante i primi giorni che seguirono la partenza del gentleman, importanti affari eransi intavolati sull’alea della sua intrapresa. Ognun sa che v’è in Inghilterra tutto un mondo di scommettitori, mondo più intelligente e più elevato di quello dei giocatori. Scommettere è nel temperamento inglese. Così, non solo i diversi membri del Reform-Club stabilirono scommesse considerevoli pro o contro Phileas Fogg, ma la massa del pubblico entrò nel movimento. Phileas Fogg venne inscritto, come un cavallo da corsa, in una specie di stud-book. Se ne fece un valore di Borsa che fu immediatamente quotato sulla piazza di Londra. Si domandava, si offriva del “Phileas Fogg„ fermo o con aggio, e si fecero affari enormi. Ma cinque giorni dopo la sua partenza, dopo l’articolo del Bollettino della Società di geografia, le offerte incominciarono ad affluire. Il “Phileas Fogg„ ribassò. Lo si offerse a pacchi. Preso dapprima a cinque, poi a dieci, non lo si prese più che a venti, a cinquanta, a cento!

Un solo partigiano gli rimase; fu il vecchio paralitico lord Albermarle. L’onorevole gentiluomo, inchiodato sul suo seggiolone, avrebbe dato la sua sostanza per poter fare il giro del mondo, fosse pure in dieci anni! e scommise cinquemila sterline (125,000 franchi) in favore di Phileas Fogg. E quando, in un con la stoltezza del progetto, glien’era dimostrata l’inutilità, egli si contentava di rispondere: “Se la cosa è fattibile, è bene che sia un Inglese che l’abbia fatta pel primo!„

Le cose stavano dunque così: i partigiani di Phileas Fogg sminuivano sempre più; tutti, e non senza ragione, si schieravano contro di lui; non lo si prendeva più che a centocinquanta, a duecento contro uno, allorchè sette giorni dopo la sua partenza, un incidente completamente inaspettato, fe’ sì che non lo si prendesse addirittura più.

Difatti, in quella giornata, a nove ore di sera, il direttore della polizia metropolitana aveva ricevuto un dispaccio telegrafico così concepito:

“Suez a Londra (Inghilterra).

_Rowan, direttore polizia, amministrazione centrale, Scotland place._

“Seguo a vista ladro della Banca, Phileas Fogg. Spedite senza indugio mandato d’arresto a Bombay. (India inglese).

Fix, _detective_.„

L’effetto di questo dispaccio fu immediato. L’onorevole gentleman scomparve per far luogo al ladro di banconote. La sua fotografia, deposta al Reform-Club con quella di tutti i suoi colleghi, fu esaminata. Essa riproduceva lineamento per lineamento l’uomo i cui connotati erano stati forniti dall’inchiesta. Ognuno si richiamò alla memoria ciò che l’esistenza di Phileas Fogg aveva di misterioso, il suo isolamento, la subitanea sua partenza, e parve evidente che quel personaggio, allegando come pretesto un viaggio intorno al mondo, ed appoggiandolo sopra una scommessa insensata, non aveva avuto altro scopo che quello di far perdere le sue tracce agli agenti della polizia inglese.

CAPITOLO VI.

Nel quale l’agente Fix mostra un’impazienza più che legittima.

Ecco in quali circostanze era stato spedito quel dispaccio, concernente il signor Phileas Fogg.

Il mercoledì, 9 ottobre, si aspettava per le undici del mattino, a Suez, il _Mongolia_, della Compagnia peninsulare ed orientale, piroscafo ad elice ed a falso ponte[7], della portata di duemila ottocento tonnellate e della forza nominale di cinquecento cavalli. Il _Mongolia_ faceva regolarmente i viaggi da Brindisi a Bombay pel canale di Suez. Era uno dei più rapidi camminatori della compagnia, e le celerità regolamentari, cioè 10 miglia all’ora tra Brindisi e Suez, e 9 miglia e 53 cent. tra Suez e Bombay, le aveva sempre sorpassate.

In attesa dell’arrivo del _Mongolia_, due uomini passeggiavano sul molo d’imbarco in mezzo alla folla d’indigeni e di stranieri che affluiscono in quella città, che non ha guari era appena una borgata, ed a cui oggi la grande opera del signor Lesseps assicura un avvenire considerevole.

Di quei due uomini, uno era l’agente consolare del Regno-Unito, stabilito a Suez, il quale, — ad onta dei tristi pronostici del governo britannico e delle sinistre predizioni dell’ingegnere Stephenson, — vedeva ogni giorno navi inglesi attraversare quel canale, abbreviando così di metà l’antica strada dall’Inghilterra alle Indie pel Capo di Buona Speranza.

L’altro era un ometto magro, dalla fisonomia abbastanza intelligente, nervoso, che contraeva con notevole persistenza i suoi muscoli sopraccigliari. Tramezzo alle sue lunghe ciglia brillava un occhio pien di vita, ma di cui egli sapeva a volontà spegnere l’ardore. In quel momento, egli manifestava dell’impazienza, andando innanzi e indietro, non potendo star fermo un momento.

Quell’uomo si chiamava Fix, ed era uno di quei detectives o agenti di polizia inglesi, che erano stati mandati nei diversi porti, dopo il furto commesso alla Banca d’Inghilterra. Codesto Fix doveva sorvegliare con la massima cura tutti i viaggiatori che pigliavano la strada di Suez, e se uno di essi gli pareva sospetto, porglisi alle calcagna aspettando un mandato d’arresto.

Precisamente, già da due giorni, Fix aveva ricevuto dal direttore della polizia metropolitana i connotati del presunto autore del furto. Erano quelli del personaggio distinto e ben vestito, che era stato osservato nella sala dei pagamenti della Banca.

Il _detective_, evidentemente più che allettato dal grosso premio promesso in caso di buon esito, aspettava con impazienza facile a comprendere l’arrivo del _Mongolia_.

“E voi dite, signor console, chies’egli per la decima volta, che il battello non può tardare?