Il giro del mondo in ottanta giorni
Part 17
Da lì a pochi istanti, il camino dell’_Henrietta_ vomitava torrenti di forno.
Il bastimento continuò dunque a camminare a tutto vapore; ma appunto come lo aveva annunziato, due giorni dopo, il 18, il macchinista fece sapere che il carbone mancherebbe nella giornata.
“Non si lascino smorire i fuochi, rispose il signor Fogg. Al contrario si carichino le valvole.„
Quel giorno, verso mezzodì, dopo d’aver preso altezza e calcolato la posizione della nave, Phileas Fogg chiamò a sè Gambalesta, e gli diede l’ordine d’andare a cercare il capitano Speedy. Era come se avessero comandato a quel buon figliuolo d’andare a scatenare un tigre. Egli scese nel cassero, dicendo fra sè:
“È certo che sarà arrabbiato!„
Infatti, da lì a pochi minuti, in mezzo a gridi e bestemmie, una bomba giungeva sul cassero. Questa bomba era il capitano Speedy. Era evidente che stava per iscoppiare.
“Dove siamo?„ tali furono le prime parole ch’egli pronunciò in mezzo alle soffocazioni dell’ira, e certamente, per poco che il degno uomo fosse stato apoplettico, se ne sarebbe risentito per tutta la vita.
“Dove siamo? ripetè col sangue agli occhi.
— A settecentosettanta miglia da Liverpool, rispose il signor Fogg con una calma imperturbabile.
— Pirata! esclamò Andrew Speedy.
— Vi ho fatto venire, signore....
— Schiumatore di mare!
— .... signore, ripigliò Phileas Fogg, per pregarvi di vendermi il vostro battello.
— No per tutt’i diavoli.
— Gli è che fra poco sarò costretto ad abbruciarlo.
— Abbruciare la mia nave!
— Sì, almeno nella sua parte superiore, poichè manchiamo di combustibile.
— Bruciare la mia nave! esclamò il capitano Speedy, che non poteva più pronunciare le sillabe. Una nave che vale cinquantamila dollari (250,000 fr.!)
— Eccone sessantamila (300,000 fr.)„ rispose Phileas Fogg, offrendo al capitano un fascio di banconote.
Ciò fece un effetto prodigioso su Andrew Speedy. Non si è Americani, senza che la vista di sessantamila dollari vi cagioni una certa emozione. Il capitano dimenticò in un istante la sua ira, la sua incarcerazione, tutt’i suoi risentimenti contro il suo passeggiero. La sua nave aveva venti anni. Si trattava d’un affare d’oro!... La bomba non poteva più scoppiare. Il signor Fogg ne aveva strappato via la miccia.
“E lo scafo in ferro mi rimarrà? diss’egli con un tono singolarmente raddolcito.
— Lo scafo in ferro e la macchina, signore. È conchiuso?
— Conchiuso.„
E Andrew Speedy, ghermendo il fascio di banconote, le contò e le fece sparire nella sua tasca.
Durante quella scena Gambalesta era bianco. Quanto a Fix, mancò poco gli venisse un accidente. Quasi ventimila sterline spese, e per di più quel Fogg che abbandonava al suo venditore lo scafo e la macchina, cioè quasi il valore totale della nave! Vero è che la somma rubata alla banca ascendeva a cinquantacinque mila sterline!
Quando Andrew Speedy ebbe intascato il danaro:
“Signore, gli disse il signor Fogg, tutto ciò non deve sorprendervi. Sappiate ch’io perdo ventimila sterline, se non son di ritorno a Londra il 21 dicembre, a otto ore e quarantacinque minuti della sera. Ora avendo mancato il piroscafo di Nuova York, e siccome rifiutavate di condurmi a Liverpool....
— Ed ho fatto bene, per i cinquantamila diavoli dell’inferno, esclamò Andrew Speedy, poichè ci guadagno almeno quarantamila dollari.„
Indi, più pacatamente:
“Sapete una cosa, capitano?...
— Fogg.
— Capitano Fogg. Ebbene, c’è del Yankee in voi.„
E dopo aver fatto al suo passaggiero ciò che credeva essere un complimento, ei se n’andava, quando Phileas Fogg gli disse:
“Ed ora, questo battello mi appartiene?
— Certamente! Dalla chiglia al pomo degli alberi.... per tutto ciò che è legno, s’intende.
— Fate demolire tutte le parti interne della nave e riscaldate coi rottami.
Immagini il lettore quel che si dovette consumare di legname secco per mantenere il vapore in sufficiente pressione. Quel giorno, il cassaretto, le cabine, gli alloggi, il falso ponte, tutto fu ridotto in cenere.
La domane, 19 dicembre, si abbruciò l’alberatura, le dare, le pennole. Gli alberi furono atterrati, sbocconcellati a colpi d’ascia. L’equipaggio ci metteva uno zelo incredibile. Gambalesta, tagliando, spaccando, segando, faceva il lavoro di dieci uomini. Era un furore di demolizione.
La domane, 20, le impavesate, le gale di bandiere, le opere morte, la maggior parte del ponte, furono divorati. L’_Henrietta_ non era più che una nave rasa come un pontone.
Ma quel giorno si era giunti in vista della costa d’Irlanda e del faro di Fastenet.
Tuttavia, alle dieci di sera, la nave non era che dinanzi a Queenstown, cui volgeva il traverso. Phileas Fogg non aveva più che ventiquattr’ore per portarsi a Londra! Ora, era il tempo che occorreva all’_Henrietta_ per arrivare a Liverpool, — anche camminando a tutto vapore. E il vapore stava per mancare in fine all’audace gentleman!
“Signore, gli disse allora il capitano Speedy che aveva finito per interessarsi ai suoi progetti: io vi compiango davvero; tutto è contro di voi! Siamo appena dinanzi a Queenstown.
— Ah! disse Fogg. È Queenstown quella città di cui scorgiamo i fuochi?
— Sì.
— Possiamo entrare nel porto?
— Non prima di tre ore, — a pieno mare soltanto.
— Aspettiamo!„ rispose tranquillamente Phileas Fogg, senza lasciar travedere sulla sua faccia che, con una suprema ispirazione, egli era in procinto di vincere ancora una volta la fortuna avversa!
Infatti, Queenstown è un porto della costa d’Irlanda, nel quale i transatlantici che vengono dagli Stati Uniti, gettano passando la loro valigia delle lettere. Queste lettere sono portate a Dublino da treni espressi sempre pronti a partire. Da Dublino esse giungono a Liverpool con degli _steamers_ di grande velocità, — sopravanzando così di dodici ore i più rapidi camminatori delle compagnie marittime.
Queste dodici ore che guadagnava così il corriere d’America, Phileas Fogg pretendeva guadagnarle egli pure. Invece di giungere sull’_Henrietta_, l’indomani sera, a Liverpool, egli vi sarebbe a mezzodì, e quindi, avrebbe il tempo di essere a Londra prima delle otto e quarantacinque della sera.
Verso un’ora del mattino, l’_Henrietta_ entrava a mare alto nel porto di Queenstown, e Phileas Fogg, dopo aver ricevuto una vigorosa stretta di mano dal capitano Speedy, lo lasciava sullo scafo raso della sua nave, che valeva ancora la metà di quanto egli l’aveva venduta!
I passaggieri sbarcarono subito.
Fix, in quel momento, ebbe una voglia feroce di arrestare il nominato Fogg. Non lo fece! Perchè? Qual lotta avveniva entro di lui? Erasi forse ricreduto sul conto di Fogg! Capiva finalmente di essersi ingannato?... Checchè ne fosse, Fix non abbandonò il signor Fogg. Con lui, con mistress Auda, con Gambalesta, che non trovava più il tempo di respirare, egli saliva nel treno di Queenstown ad un’ora e mezzo del mattino, giungeva a Dublino sul far del giorno, e s’imbarcava senz’altro sopra uno di quegli _steamers_ — veri fusi d’acciaio, tutti macchina — che sdegnando di alzarsi sulle onde, le passavano invariabilmente parte a parte.
A mezzodì meno venti minuti, il 21 dicembre, Phileas Fogg sbarcava alla perfine sul molo di Liverpool. Egli non era più che a sei ore da Londra.
Ma in quel momento Fix si accostò, gli pose la mano salta spalla, e, presentando il suo mandato:
— Siete voi il signor Phileas Fogg? diss’egli.
— Sì, signore.
— In nome della regina, io vi arresto!
CAPITOLO XXXIV.
Nel quale Phileas Fogg va fuor dei gangheri.
Phileas Fogg era in prigione. Era stato rinchiuso nel posto di _Custom House_, la dogana di Liverpool, e doveva passarvi la notte aspettando il suo trasferimento a Londra.
Al momento dell’arresto, Gambalesta aveva voluto precipitarsi sul _detective_. Alcuni _policemen_ lo trattennero. Mistress Auda, spaventata dalla brutalità del fatto, non sapendo nulla, non poteva capir nulla. Gambalesta le spiegò tutto. Il signor Fogg, l’onesto e coraggioso gentleman al quale ella doveva la vita, era arrestato come ladro! La giovane donna protestò contro tale allegazione, il suo cuore s’indignò, e delle lagrime sgorgarono dai suoi occhi, quando vide che non poteva far niente, tentar niente, per salvare il suo salvatore.
Quanto a Fix egli aveva arrestato il nostro gentleman, perchè il suo dovere gl’imponeva di arrestarlo, fosse o no colpevole. La giustizia deciderebbe.
Ma allora un pensiero venne a Gambalesta, il pensiero terribile che egli era decisamente la causa di tutta quella disgrazia! Infatti, perchè mai aveva celato quell’avventura al signor Fogg? Quando Fix avea rivelato e la sua qualità d’ispettore di polizia e la missione di cui era incaricato, perchè s’era egli pigliata la responsabilità di non avvertire il suo padrone? Questi, avvertito, avrebbe senza dubbio dato a Fix le prove della sua innocenza; gli avrebbe dimostrato il suo errore; ad ogni modo, non avrebbe scarrozzato a sue spese ed alle sue calcagna quel malaugurato agente, la cui prima cura era stata di arrestarlo al momento in cui metteva il piede sul suolo del Regno Unito. Pensando alle sue colpe, alle sue imprudenze, il povero giovine era colto da irresistibili rimorsi. Egli piangeva, faceva pena a vedere. Voleva spaccarsi la testa!
Mistress Auda e lui erano rimasti, ad onta del freddo, sotto il peristilio della dogana. Non volevano nè l’uno nè l’altro muoversi di là. Volevano rivedere ancora una volta il signor Fogg.
Quanto al nostro gentleman, egli era irremissibilmente rovinato, e ciò al momento che stava per toccare la meta. Quell’arresto lo perdeva senza rimedio. Giunto a mezzodì meno venti a Liverpool, il 21 dicembre, egli aveva tempo sino alle otto e quarantacinque minuti per presentarsi al Reform-Club, cioè nove ore e quindici minuti, — e non gliene occorrevano che sei per andare a Londra.
In quel momento, chi fosse penetrato nel posto della dogana, avrebbe trovato il signor Fogg, immobile, seduto sopra una panca di legno, senza ira, ed ancora impassibile. Rassegnato, veramente no; ma quest’ultimo colpo non aveva potuto commoverlo, almeno in apparenza. Che si fosse addensato in lui uno di quei furori segreti, terribili, perchè contenuti, e che scoppiano in un dato momento con forza irresistibile! Chi sa! Ma Phileas era lì, calmo, aspettando... che cosa? Serbava forse qualche speranza? Credeva ancora al successo, quando udì chiudersi l’uscio della prigione?
Checchè ne sia, il signor Fogg aveva accuratamente deposto il suo oriuolo sopra una tavola, e ne guardava camminare le sfere. Non una parola gli sfuggiva dalle labbra, ma il suo sguardo aveva una fissità singolare.
In ogni caso, la situazione era terribile, e per chi non poteva leggere in quella coscienza, la si riassumeva così:
Onest’uomo, Phileas Fogg era rovinato.
Briccone, egli era preso.
Ebbe egli allora il pensiero di salvarsi? Pensò a cercare se quel posto presentava un’uscita praticabile? Pensò a fuggire? Si sarebbe tentati a crederlo, poichè ad un dato momento egli fece il giro della stanza. Ma la porta era solidamente chiusa e la finestra munita di sbarre di ferro. Egli tornò dunque a sedere, ed estrasse dal suo portafogli l’itinerario del viaggio. Sulla linea che conteneva queste parole:
“21 dicembre, sabato. Liverpool,„ egli aggiunse:
“80º giorno, ore 11 e 40 min. ant.,„ ed aspettò.
Un’ora suonò all’orologio di _Custom House_. Il signor Fogg verificò che il suo orologio avanzava di due minuti su quell’orologio.
Le due! Ammettendo che salisse in quel momento in un treno espresso, egli poteva ancora giungere a Londra ed al Reform-Club prima delle otto e quarantacinque della sera. La sua fronte si corrugò lievemente....
Alle due e tredici minuti un romore risuonò al difuori, uno strepito di porte che s’aprivano. Si udiva la voce di Gambalesta, si udiva la voce di Fix.
Lo sguardo di Phileas Fogg brillò un istante.
La porta del posto si aprì, ed egli vide mistress Auda, Gambalesta, Fix che gli si precipitarono incontro.
Fix era trafelato, i capelli in iscompiglio... non poteva parlare.
— Signore, balbettò, signore... perdonatemi... una rassomiglianza deplorabile.... Ladro arrestato da tre giorni... voi libero!
Phileas Fogg era libero! Egli andò incontro al _detective_. Lo guardò bene in faccia, e, facendo il solo movimento rapido che avesse fatto e dovesse mai fare in vita sua, egli trasse indietro le due braccia, e con la precisione di un automa, percosse coi suoi due pugni l’infelice ispettore.
— Ben dati! esclamò Gambalesta.
Fix, gettato a terra, non pronunziò neanco una parola. Egli non aveva che quello che si meritava. Ma, senz’altro, il signor Fogg, mistress Auda e Gambalesta lasciarono la dogana. Si gettarono in una carrozza, e in pochi momenti giunsero alla stazione di Liverpool.
Phileas Fogg domandò se c’era un treno espresso pronto a partire per Londra....
Erano le due e quaranta minuti.... L’espresso era partito da trentacinque minuti.
Phileas Fogg ordinò allora un treno speciale.
C’erano parecchie locomotive di grande velocità in pressione; ma stante le esigenze del servizio, il treno speciale non potè lasciare la stazione prima delle tre!
Alle tre, Phileas Fogg, dopo aver detto quattro paroline al macchinista, di un certo premio da guadagnare, filava nella direzione di Londra in compagnia della giovine signora e del suo fedel servitore.
Bisognava percorrere in cinque ore e mezzo la distanza che separa Liverpool da Londra, — cosa fattibilissima, quando la strada è libera su tutta la linea. Ma ci furono dei ritardi forzati, — e, quando il gentleman giunse alla stazione, le nove meno dieci scoccavano alla stazione di Londra.
Phileas Fogg, dopo aver compiuto questo viaggio intorno al mondo, giungeva con un ritardo di cinque minuti!...
Egli aveva perduto.
CAPITOLO XXXV.
Nel quale Gambalesta non si fa ripetere due volte l’ordine del suo padrone.
La domane, gli abitanti di Saville-row sarebbero stati molto sorpresi se qualcuno avesse asserito che il signor Fogg erasi restituito al suo domicilio. Porte e finestre, tutto era chiuso. Nessun cangiamento era avvenuto all’esterno.
Infatti, lasciata la stazione, Phileas Fogg aveva dato a Gambalesta l’ordine di comperare alcune provvigioni, ed era rientrato nella sua casa.
Il nostro gentleman aveva ricevuto con la sua impassibilità abituale il colpo che lo atterrava. Rovinato! e per colpa di quel balordo ispettore di polizia! Dopo aver camminato con passo sicuro durante un sì lungo tragitto, dopo aver abbattuto mille ostacoli, affrontato mille pericoli, avendo anco trovato il tempo di fare un po’ di bene strada facendo, naufragare al porto dinanzi ad un fatto brutale, che non poteva prevedere, e contro il quale egli era disarmato: terribil cosa davvero! Della somma considerevole che aveva portata con sè alla sua partenza, non gli rimaneva che un residuo insignificante. La sua sostanza ormai non si componeva più che di ventimila sterline depositate presso i fratelli Baring, e queste ventimila sterline, egli le doveva ai suoi colleghi del Reform-Club. Dopo tante spese fatte, quella scommessa guadagnata non lo avrebbe arricchito, — ed è probabile che egli non avesse mai pensato di arricchirsi, com’uno di quegli uomini che “scommettono per l’onore,„ — ma quella scommessa perduta lo rovinava totalmente. Epperò, egli si era deciso. Sapeva quello che gli rimaneva a fare.
Una camera della casa di Savill-row fu riservata a mistress Auda. La giovane signora era disperata. Da certe parole pronunciate dal signor Fogg, ella aveva capito che il signor Fogg meditava qualche progetto funesto.
Tutti sanno a quali deplorevoli estremità si spingono alle volte quest’Inglesi monomani sotto la pressione di un’idea fissa. Laonde Gambalesta, senza darlo a dividere, teneva d’occhio il suo padrone.
Ma, a primo arrivare, l’onesto ragazzo era salito nella sua camera ed aveva spento il becco a gas che ardeva da ottanta giorni. Egli aveva trovato nella cassetta delle lettere una nota della compagnia del gas, e pensò che era più che tempo di metter fine a quelle spese di cui era responsabile.
La notte trascorse. Il signor Fogg si era coricato, ma aveva egli dormito? Quanto a mistress Auda, ella non aveva potuto prendere un solo istante di riposo. Gambalesta, lui, aveva vegliato come un cane alla porta del suo padrone.
La domane, il signor Fogg lo chiamò a sè e gli raccomandò, in termini molto asciutti, d’occuparsi della colazione di mistress Auda. Per sè si contenterebbe di una tazza di thè e di una fetta di pane abbrustolita. Mistress Auda avrebbe la bontà di dargli licenza per la colazione e pel pranzo, perocchè tutto il suo tempo doveva essere consacrato a rassettare i suoi affari. Egli non scenderebbe. La sera soltanto, chiederebbe a mistress Auda il permesso d’intrattenerla per pochi minuti.
Gambalesta, avendo comunicazione del programma della giornata, non doveva far altro che conformarvisi. Eppure egli non si moveva di là, guardava il suo padrone sempre impassibile, non poteva decidersi a lasciare la sua stanza. Il suo cuore era angosciato, la sua coscienza crucciata dai rimorsi, perocchè egli accusava più che mai sè stesso di quell’immenso disastro. Sì! s’egli avesse avvertito il signor Fogg, se gli avesse svelato i progetti dell’agente Fix, il signor Fogg non avrebbe certamente condotto l’agente Fix sino a Liverpool, ed allora....
Gambalesta non potè più contenersi.
— Padron mio! signor Fogg! esclamò egli, maleditemi. È stato per colpa mia che....
— Io non accuso nessuno, rispose Phileas Fogg con accento perfettamente calmo. Andate.
Gambalesta lasciò la camera ed andò a trovar la giovine signora, alla quale fece conoscere le intenzioni del signor Fogg.
— Signora, aggiuns’egli, io non posso nulla dal canto mio, nulla! Non ho alcuna influenza sul mio padrone. Voi, forse....
— Quale influenza potrei io mai avere! rispose mistress Auda. Il signor Fogg non ne subisce nessuna! Non ha neanco mai capito che la mia riconoscenza per lui era pronta a straripare! Non ha manco mai letto nel mio cuore! — Amico mio, non bisognerà lasciarlo un solo istante. Voi dite ch’egli manifestò l’intenzione di parlarmi stasera?...
— Sì, signora. Si tratta senza dubbio di tutelare la vostra situazione in Inghilterra.
— Aspettiamo! rispose la giovane donna, che rimase tutta pensierosa.
Così, durante quella giornata di domenica, la casa di Saville-row fu come se fosse stata disabitata, e, per la prima volta da che dimorava in quella casa, Phileas Fogg non andò al suo Club, allorchè le undici e mezzo suonarono alla torre del Parlamento.
E perchè il nostro gentleman si sarebb’egli presentato al Reform-Club? I suoi colleghi non lo aspettavano più. Se la sera del giorno prima, in quella data fatale del sabato 21 dicembre alle otto e quarantacinque, Phileas Fogg non era comparso nel salone del Reform-Club, la sua scommessa era perduta. Non era neppur necessaria ch’egli andasse dal suo banchiere per pigliarvi quella somma di ventimila sterline. I suoi avversarii avevano in mano un bono firmato da lui, e bastava passarlo ai fratelli Baring, perchè le ventimila sterline fossero portate a loro credito.
Il signor Fogg non aveva dunque bisogno d’uscire, e non uscì. Egli rimase nella sua camera e diè assetto a’ suoi affari. Gambalesta non cessò di salire e scendere le scale della casa di Saville-row. Le ore non trascorrevano per quel poveraccio. Egli ascoltava all’uscio della camera del suo padrone, ed in ciò fare egli non credeva di commettere la menoma indiscrezione! Guardava dal buco della toppa, e si immaginava di avere questo diritto! Gambalesta paventava ad ogni istante qualche catastrofe. A volte altresì pensava a Fix, ma un cangiamento erasi operato nella sua mente. Egli non se la pigliava più con l’ispettore di polizia. Fix erasi ingannato in buona fede, e, tenendogli dietro, arrestandolo, egli non aveva fatto altro che il suo dovere, mentre lui.... Questo pensiero l’opprimeva, ed ei si riputava l’ultimo dei miserabili.
Quando Gambalesta si sentiva troppo infelice ad esser solo, bussava all’uscio di mistress Auda, entrava nella sua camera, si sedeva in un canto senz’aprir bocca, e guardava la giovane donna, sempre pensierosa.
Verso le sette e mezzo della sera, il signor Fogg fece chiedere a mistress Auda, se poteva riceverlo, e, da lì a pochi minuti, la giovane signora e lui erano soli in quella camera.
Phileas Fogg prese una sedia e sedette presso al caminetto, dirimpetto a mistress Auda. La sua faccia non rifletteva alcuna emozione. Il Fogg del ritorno era esattamente il Fogg della partenza. Stessa calma, stessa impassibilità.
Egli rimase senza parlare durante cinque minuti. Indi, alzando gli occhi verso mistress Auda:
“Signora, diss’egli, mi perdonerete di avervi condotta in Inghilterra?
— Io, signor Fogg!... rispose mistress Auda, comprimendo i battiti del suo cuore.
— Vogliate permettermi di finire, ripigliò il signor Fogg. Allorchè io ebbi il pensiero di trarvi lontano da quella contrada diventata così pericolosa per voi, io ero ricco, e contava di porre una parte della mia sostanza a vostra disposizione. La vostra esistenza sarebbe stata felice e libera. Ora io sono rovinato.
— Lo so, signor Fogg, rispose la giovine donna, e vi chiederò a mia volta: Mi perdonerete di avervi seguito, e — chi sa? — d’aver forse, mettendovi in ritardo, contribuito alla vostra rovina?
— Signora, voi non potevate rimanere nell’India, e la vostra salvezza non era assicurata che se voi vi allontanavate tanto che quei fanatici non potessero riprendervi.
— Così, signor Fogg, ripigliò mistress Auda, non contento di avermi strappato ad una morte orribile, voi vi credevate ancora obbligato di assicurare la mia posizione in Europa?
— Sì, signora, rispose Phileas Fogg, ma gli avvenimenti si volsero contro di me. Però, del poco che mi rimane io vi chiedo il permesso di disporre a vostro favore.
— Ma voi, signor Fogg, come farete? chiese mistress Auda.
— Io, signora, rispose freddamente il gentleman, io non ho bisogno di nulla.
— Come, signore! avete riflettuto alla sorte che vi aspetta?
— Ho fatto le mie riflessioni, rispose lentamente il signor Fogg.
— In ogni caso ripigliò mistress Auda, la miseria non potrebbe colpire un uomo pari vostro. I vostri amici....
— Io non ho amici, signora.
— I vostri parenti....
— Non ho più parenti.
— Vi compiango allora, signor Fogg, perocchè l’isolamento è una triste cosa. Che! neppure un cuore amico per deporvi le vostre pene? Si dice che in due la miseria stessa è ancora sopportabile!
— Lo dicono, signora.
— Signor Fogg, disse allora mistress Auda, che si alzò e porse la mano al gentleman, volete accettare al tempo stesso una parente ed un’amica? Volete voi accettarmi per vostra moglie?„
Il signor Fogg, a questa parola, erasi alzato a sua volta. C’era come un riflesso insolito ne’ suoi occhi, come un tremito sulle sue labbra. Mistress Auda lo guardava. La sincerità, la rettitudine, la fermezza e la soavità di quel bello sguardo di una nobile donna che osa tutto per salvare colui al quale deve tutto, lo sorprese dapprima, indi lo penetrò. Egli chiuse gli occhi un istante, come per evitare che quello sguardo s’avanzasse dippiù.... Quando li riaprì:
“Io vi amo! diss’egli semplicemente. Sì, in verità, per tutto quanto c’è di più sacro al mondo, io vi amo e sono tutto vostro!
Ah!...„ esclamò mistress Auda, portandosi la mano al cuore.
Gambalesta fu chiamato. Venne subito. Il signor Fogg teneva ancora la mano di mistress Auda nella sua. Gambalesta capì, e la sua larga faccia brillò come il sole allo zenit delle regioni tropicali.
Il signor Fogg gli chiese se non sarebbe troppo tardi per andar ad avvertire il reverendo Samuele Wilson, della parrocchia di Mary-le-Bone.
Gambalesta sorrise del suo miglior sorriso.
“Mai troppo tardi„ diss’egli.
Non erano che le otto e cinque minuti.
“Sarà per domani, lunedì! diss’egli.
— Per domani, lunedì? chiese il signor Fogg guardando la giovane donna.
— Per domani, lunedì!„ rispose mistress Auda.
Gambalesta uscì a gambe levate.
CAPITOLO XXXVI.