Il giro del mondo in ottanta giorni

Part 16

Chapter 163,701 wordsPublic domain

La distanza che separa il Forte Kearney da Omaha è in linea retta, — a volo d’ape, come dicono gli Americani, — di duecento miglia al più. Mantenendosi il vento, questa distanza poteva essere percorsa in cinque ore.

Se non sopravveniva alcun accidente, ad un’ora dopo mezzodì la slitta avrebbe raggiunto Omaha.

Che tragitto! I viaggiatori, stretti l’uno contro l’altro, non potevano parlarsi. Il freddo, accresciuto dalla velocità, tagliava la parola. La slitta sdrucciolava così leggermente sulla superficie della pianura come una barca sulla superficie delle acque, — con le onde di meno. Quando la brezza giungeva a fior di terra, pareva che la slitta fosse sollevata dalle sue vele, vaste ali d’immensa apertura. Mudge, al timone, si manteneva nella linea retta, e, con un colpo di barra, rettificava le guizzate che il congegno tendeva a fare. Tutta la tela portava. Il fiocco era stato alzato, e non era più riparato dalla randa. Un albero di coffa fu ghindato, ed una freccia, tesa al vento, aggiunse la sua potenza d’impulso a quella delle altre vele. Non si poteva stimarla matematicamente, ma certo la velocità della slitta non doveva essere minore di quaranta miglia all’ora.

“Se non si rompe nulla, disse Mudge, arriveremo!„

E Mudge aveva interesse a giungere nel termine convenuto, poichè il signor Fogg, fedele al suo sistema, lo aveva adescato con un vistoso premio.

La prateria che la slitta tagliava in linea retta era piatta come un mare e pareva un immenso stagno ghiacciato. Il _rail-road_ che provvedeva al servizio di questa parte del territorio, risaliva, dal sud-ovest al nord-ovest, per Grand-Island, Columbus, città importante del Nebraska, Schuyler, Fremont, indi Omaha. Esso seguiva in tutto il suo corso la sponda destra di Platte-River. La slitta, accorciando questa strada, percorreva la corda dell’arco descritto dalla ferrovia. Mudge non poteva temere di essere fermato dal Platte-River, a quel piccolo gomito che fa dinanzi a Fremont, giacchè le acque del fiume erano gelate. La strada era dunque interamente sgombra di ostacoli, e Phileas Fogg non aveva che due circostanze da temere: una avaria del congegno, un cambiamento o una caduta del vento.

Ma la brezza non calmò. Al contrario, essa soffiava tanto da curvare l’albero, che le sartie di ferro mantenevano solidamente. Quei fili metallici, simili alle corde di uno strumento, risuonavano, come se un archetto avesse provocato le loro vibrazioni. La slitta correva in mezzo ad un’armonia lamentosa, di una intensità affatto particolare.

“Queste corde danno la quinta e l’ottava,„ disse il signor Fogg.

E furono queste le sole parole ch’egli pronunziò durante il tragitto. Mistress Auda, bene imbaccucata nelle pellicce e nelle coperte da viaggio, era, per quanto possibile, preservata dall’azione del freddo.

Quanto a Gambalesta, con la faccia rossa come il disco solare quando tramonta nelle nebbie, egli aspirava quell’aria frizzante. Col fondo d’imperturbabile fiducia che possedeva, egli ripigliava le speranze. Invece di giungere al mattino a Nuova York, vi si giungerebbe alla sera, ma c’era ancora qualche probabilità che ciò accadesse prima della partenza del piroscafo di Liverpool.

Gambalesta aveva anzi sentito una gran voglia di stringere la mano del suo alleato Fix. Egli non dimenticava che era l’ispettore quegli che aveva procurato la slitta a vele, e, quindi, il solo mezzo che vi fosse di portarsi ad Omaha in tempo utile. Ma, chi sa per quale presentimento, egli si tenne nella sua riserva abituale.

Ad ogni modo, una cosa che Gambalesta non dimenticherebbe mai, era il sacrificio che il signor Fogg aveva fatto, senza esitare, per strapparlo dalle mani dei Siù. Con ciò, il signor Fogg aveva arrischiato sostanza e vita... No! il suo servo non lo dimenticherebbe!

Mentre ciascuno dei viaggiatori era assorto in riflessioni tanto diverse, la slitta volava sull’immenso tappeto di neve. Se passava qualche _creek_, affluente o sub-affluente del Little-blue-river, nessuno se n’accorgeva. I campi e i corsi d’acqua sparivano sotto una bianchezza uniforme. La pianura era assolutamente deserta. Compresa tra l’_Union-Pacific-road_ e il tronco che deve congiungere Kearney a San Giuseppe, essa formava come una grande isola disabitata. Non un villaggio, non una stazione, neppure un forte. Di tanto in tanto si vedeva passare come un lampo qualche albero smorfioso, il cui scheletro bianco si torceva sotto la brezza. A volte, stormi di uccelli selvatici si alzavano a volo. A volte anco, de’ lupi di praterie, a frotte numerose, magri, affamati, spinti da un bisogno feroce, lottavano in velocità con la slitta. Allora Gambalesta, col revolver in mano, si teneva pronto a far fuoco sui più vicini. Se qualche accidente avesse allora fermato la slitta, i viaggiatori, assaliti da quei feroci carnivori, avrebbero corso i maggiori pericoli. Ma la slitta tirava via, non tardava a spingersi innanzi, e in breve tutta la torma urlante rimaneva indietro.

A mezzodì, Mudge riconobbe da certi segni ch’egli passava il corso gelato del Platte-river. Non disse nulla, ma era già certo che, venti miglia più innanzi, sarebbe giunto alla stazione di Omaha.

E difatti, non era ancora trascorsa un’ora, che quest’abile guida, abbandonando la barra, si precipitò alle drizze delle vele e le ammainava in bando, mentre la slitta, trascinata dal suo irresistibile slancio, percorreva ancora un mezzo miglio priva affatto di tela. Finalmente si fermò, e Mudge, additando un ammasso di tetti bianchi di neve, diceva:

“Siamo giunti.„

Giunti! Giunti, infatti, a quella stazione che, a mezzo di tanti treni, è quotidianamente in comunicazione con l’est degli Stati Uniti.

Gambalesta e Fix erano saltati a terra e scrollavano le loro membra irrigidite. Essi aiutarono il signor Fogg e la giovine signora a scendere dalla slitta. Phileas Fogg regolò generosamente il conto con Mudge, al quale Gambalesta strinse la mano come ad un amico, e tutti si precipitarono verso la stazione di Omaha.

A questa importante città del Nebraska si arresta appunto la strada ferrata del Pacifico propriamente detta, che mette il bacino del Mississipì in comunicazione col Grande-Oceano. Per andare da Omaha a Chicago, il _rail-road_, sotto il nome di “Chicago-Rock-Island-road,„ corre direttamente nell’est facendo il servizio di cinquanta stazioni.

Un treno diretto era pronto a partire. Phileas Fogg e i suoi compagni ebbero appena il tempo di precipitarsi in un vagone. Non avevano visto nulla di Omaha, ma Gambalesta confessò a sè stesso che non c’era da affliggersene, e che non si trattava di vedere.

Con somma rapidità, quel treno passò nello Stato di Iowa, per Council-Bluffs, Des Moines, Iowa-City. Durante la notte attraversò il Mississipì a Davenport, e per Rock-Island entrava nell’Illinese. La domane, 10, alla quattro di sera, giungeva a Chicago, già risorta dalle sue rovine, e adagiata più fieramente che mai sulle rive del suo bel lago Michigan.

Novecento miglia separano Chicago da Nuova York. I treni non facevan difetto a Chicago. Il signor Fogg passò immediatamente dall’uno all’altro. L’azzimata locomotiva del “Pittsburgh-Fort-Wayne-Chicago-rail-road„ partì a gran velocità, come se avesse capito che l’onorevole gentleman non aveva tempo da perdere. Essa attraversò come un lampo l’Indiana, l’Ohio, la Pensilvania, il Nuovo-Jersey, passando per città di nomi antichi, alcune delle quali avevano strade e _tramways_, ma non ancora case. Finalmente apparve l’Hudson, e, l’11 dicembre, alle undici e un quarto di sera, il treno si fermava nella stazione, sulla sponda destra del fiume, proprio davanti al molo riservato alla società di piroscafi della linea Cunard, altrimenti detta “British and nord American royal mail steam packet Co,„

Il _China_, a destinazione di Liverpool, era partito da quarantacinque minuti!

CAPITOLO XXXII.

Nel quale Phileas Fogg lotta a corpo a corpo con la mala sorte.

Partendo, il _China_ pareva aver menato via l’ultima speranza di Phileas Fogg.

Infatti nessuno degli altri piroscafi che fanno il servizio diretto tra l’America e l’Europa, nè i Transatlantici francesi, nè le navi del _White-Star-line_, nè gli _steamers_ della Compagnia Imman, nè quelli della linea amburghese, nè altri non potevano secondare i progetti del nostro gentleman.

Infatti, il _Pereiere_, della Compagnia transatlantica francese, — i cui ammirabili battelli uguagliano in celerità e superano in comodità tutti quelli delle altre linee, senza eccezione, — non partiva che da lì a due giorni, il 14 dicembre. E poi, al pari di quelli della Compagnia amburghese, non andava direttamente a Liverpool o a Londra, ma all’Havre a Southampton, mettendo il signor Fogg in ritardo, ed annullando con ciò i suoi ultimi sforzi.

Quanto ai piroscafi Imman, uno dei quali, il _City-of-Paris_, partiva la domane, non era da pensarci. Queste navi sono particolarmente destinate al trasporto degli emigranti, le loro macchine sono deboli, navigano tanto a vela che a vapore, e la loro velocità è mediocre. Essi impiegavano al tragitto da Nuova York all’Inghilterra più tempo di quanto ne rimanesse al signor Fogg per guadagnar la sua scommessa.

Di tutto ciò il nostro gentleman si chiarì completamente consultando il suo _Bradshaw_, che gli indicava, giorno per giorno, i movimenti della navigazione transoceanica.

Gambalesta era annichilito. Aver mancato il piroscafo di quarantacinque minuti, ciò lo uccideva. Era colpa sua, tutta sua, che, invece di aiutare il suo padrone, non aveva cessato di seminare ostacoli sulla sua strada! E quando riandava con la mente tutti gli incidenti del viaggio, quando addizionava le somme spese senza il menomo guadagno e nel suo solo interesse, quando pensava che quell’enorme scommessa, aggiungendovi le spese enormi di quel viaggio divenuto inutile, rovinava completamente il signor Fogg, egli si colmava d’improperii.

Il signor Fogg non gli fece però alcun rimprovero, e lasciando il molo dei piroscafi transatlantici, egli non disse che queste parole:

“Domani provvederemo. Venite.„

Il signor Fogg, mistress Auda, Fix, Gambalesta attraversarono l’Hudson nel Jersey-city-ferry-boat, e salirono in una cittadina, che li condusse all’albergo S. Nicola in Broadway (via larga). Delle camere furono poste a loro disposizione, e la notte trascorse, corta per Phileas Fogg che dormì un sonno perfetto, ma lunga assai per mistress Auda ed i suoi compagni, ai quali l’agitazione non permise di riposare.

La domane era il 12 dicembre. Dal 12, ore sette del mattino, al 21, ore otto e quarantacinque minuti della sera, rimanevano nove giorni, tredici ore e 45 minuti. Se dunque Phileas Fogg fosse partito il dì prima col _China_, uno dei migliori camminatori della linea Cunard, sarebbe giunto a Liverpool, indi a Londra, nei termini voluti!

Il signor Fogg lasciò l’albergo, solo, dopo aver raccomandato al suo servo di aspettarlo e di avvertire mistress Auda di tenersi pronta a qualunque momento.

Il signor Fogg si recò in riva all’Hudson, e tra le navi ormeggiate al molo od ancorate nel fiume, egli cercò con cura quelle che erano in partenza. Diversi battelli avevano la loro fiamma di partenza e si apparecchiavano a pigliar il mare con la marea del mattino, poichè in quell’immenso ed ammirabile porto di Nuova York, non c’è giorno in cui cento navi non facciano via per tutt’i punti del mondo; ma per la maggior parte erano navigli a vela, e non potevano convenire a Phileas Fogg.

Il nostro gentleman pareva dover fallir nel suo ultimo tentativo, quando scorse, ancorato dinanzi la Batteria, ad una gomena al più, una nave di commercio ad elice, di forme smilze, il cui camino, cacciando grossi fiocchi di fumo, indicava che si preparava a prendere il largo.

Phileas Fogg chiamò una lancia, s’imbarcò, e con poche remate egli si trovava alla scaletta dell’_Henrietta_, _steamer_ a scafo di ferro, di cui tutte le sommità erano in legno.

Il capitano dell’_Henrietta_ era a bordo. Phileas Fogg salì sul ponte e fe’ chiedere del capitano. Questi si presentò subito.

Era un uomo di cinquant’anni, una specie di lupo di mare, un brontolone che non doveva esser molto comodo. Grossi occhi, carnagione di rame ossidato, capelli rossi, forte corporatura, — nulla nell’aspetto dell’uomo di buona società.

“Il capitano? chiese il signor Fogg.

— Son io.

— Io sono Phileas Fogg di Londra.

— Ed io Andrew Speedy di Cardiffe.

— State per partire?...

— Fra un’ora.

— Siete carico per...?

— Bordò.

— E il vostro carico?

— Ciottoli nella pancia. Punto nolo. Parto sopra zavorra.

— Avete passaggieri?

— Nessun passaggiero. Mai passaggieri. Mercanzia ingombrante e ragionante.

— La vostra nave cammina bene?

— Tra undici e dodici nodi. L’_Henrietta_, conosciuta da tutti.

— Volete trasportarmi a Liverpool, me e tre persone?

— A Liverpool? Perchè non in Cina?

— Io dico Liverpool.

— No!

— No?

— No. Sono in partenza per Bordò e vado a Bordò.

— Senza badare al prezzo?

— Senza badare al prezzo.„

Il capitano aveva parlato con un tono che non ammetteva replica.

“Ma gli armatori dell’_Henrietta_... ripigliò Phileas Fogg.

— Gli armatori, sono io, rispose il capitano. Il battello m’appartiene.

— Io ve lo noleggio.

— No.

— Io ve lo compro.

No.„

Phileas Fogg non mosse palpebra. Pure la situazione era grave. Nuova York non era come Hong-Kong, nè il capitano dell’_Henrietta_ come il padrone della _Tankadera_. Fin qui il denaro del gentleman aveva sempre superato gli ostacoli. Stavolta il danaro non valeva.

Pure, bisognava trovare il mezzo di attraversare l’Atlantico in battello, — a meno di attraversarlo in pallone, — il che sarebbe stato molto avventuroso, e poi non realizzabile.

Sembra però che Phileas Fogg avesse un’idea, perchè disse al capitano:

“Ebbene, volete condurmi a Bordò?

— No, quand’anche mi pagaste duecento dollari!...

— Ve ne offro duemila (10,000 fr.).

— A testa?

— A testa.

— E siete quattro?

— Quattro.„

Il capitano Speedy cominciò a grattarsi la fronte, in modo da strapparsi l’epidermide. Ottomila dollari da guadagnare, senza modificare il suo viaggio, ciò meritava proprio ch’egli mettesse da parte la sua antipatia pronunciata per ogni sorta di viaggiatori. Passeggieri a duemila dollari, non sono più passeggieri: sono una merce preziosa.

“Parto alle nove, disse semplicemente il capitano Speedy, e se voi e i vostri, siete pronti...

— Alle nove saremo a bordo,„ rispose con la stessa semplicità il signor Fogg.

Erano le otto e mezzo. Sbarcare dall’_Henrietta_, salire in una carrozza, recarsi all’albergo San Nicola, menarne via mistress Auda, Gambalesta, ed anco l’inseparabile Fix, al quale offriva graziosamente il passaggio, ciò fu fatto dal gentleman con quella calma che non l’abbandonava in nessuna circostanza.

Al momento che l’_Henrietta_ levava l’áncora, tutti e quattro erano a bordo.

Quando Gambalesta seppe il prezzo di quest’ultimo tragitto, cacciò uno di quegli “Oh!„ prolungati, che percorrono tutti gl’intervalli della gamma cromatica discendente!

Quanto all’ispettore Fix, egli pensò che decisamente la Banca d’Inghilterra non se la caverebbe troppo bene da quest’affare. Infatti, giungendo a Liverpool, ed ammettendo che il signor Fogg non gettasse qualche manata d’oro in mare, più di settemila sterline (175,000 franchi) mancherebbero dal sacco delle banconote!

CAPITOLO XXXIII.

Nel quale Phileas Fogg si mostra all’altezza delle circostanze.

Un’ora dopo, il battello a vapore _Henrietta_ oltrepassava il _light boat_ (battello-faro) che segna l’entrata dell’Hudson, girava la punta di Sandy-Hook ed entrava in mare. Durante la giornata, esso costeggiò Long-Island, al largo dal fuoco di Fire-Island e corse rapidamente verso l’est.

La domane, 13 dicembre, a mezzodì, un uomo salì sul passatoio per fare il punto. Voi credete che quell’uomo fosse il capitano Speedy? Niente affatto. Era Phileas Fogg, _esq_.

Quanto al capitano Speedy, egli era nientemeno che chiuso a chiave nel suo camerino, e cacciava urli che dinotavano un’ira, perdonabilissima, spinta fino al parossismo.

Era accaduto questo. Phileas Fogg voleva andare a Liverpool, e il capitano non ve lo voleva condurre. Allora Phileas Fogg aveva accettato di pigliar passaggio per Bordò, e, da trenta ore che era a bordo, egli aveva così ben manovrato a colpi di banconote, che l’equipaggio, marinai e fochisti, — equipaggio un po’ equivoco, che non andava niente d’accordo col capitano, — gli apparteneva. Ed ecco perchè Phileas Fogg comandava in vece e luogo del capitano Speedy, perchè il capitano era rinchiuso nel suo camerino, e perchè infine l’_Henrietta_ si dirigeva verso Liverpool. Ed era chiarissimo, a veder manovrare il signor Fogg, che il signor Fogg era stato marinaio.

Ora, come dovesse finire l’avventura, lo si saprebbe più tardi. Ma intanto, mistress Auda non poteva far a meno d’essere inquieta, senza dirne nulla. Fix, lui, era stato sbalordito a tutta prima. Quanto a Gambalesta, egli trovava la cosa semplicemente adorabile.

“Tra undici e dodici nodi!„ aveva detto il capitano Speedy, e infatti l’_Henrietta_ si manteneva in questa media di velocità.

Se dunque — quanti “se„ ancora! — se dunque il mare non diventava troppo cattivo, se il vento non balzava nell’est, se non sopraggiungeva nessuna avaria al battello, nessun accidente alla macchina, l’_Henrietta_ nei nove giorni contati dal 12 dicembre al 21, poteva percorrere le tremila miglia che separano Nuova York da Liverpool. Vero è che una volta giunti, l’affare dell’_Henrietta_ annodandosi all’affare della Banca, era tal cosa da poter trarre il nostro gentleman un pochino più lontano dei suoi desiderii.

Durante i primi giorni, la navigazione si fece in eccellenti condizioni. Il mare non era troppo scabro: il vento pareva fissato al nord-ovest; le vele furono stabilite, e, sotto le sue golette, l’_Henrietta_ camminò come un vero transatlantico.

Gambalesta era contentone. L’ultimo atto del suo padrone, di cui non voleva vedere le conseguenze, lo entusiasmava. Mai l’equipaggio aveva visto un giovane più gaio, più agile. Egli faceva mille carezze ai marinai, e li maravigliava co’ suoi giuochi d’agilità. Prodigava loro i nomi più teneri e le bevande più gradite. Per lui, essi manovravano come tanti gentlemen, e i fochisti riscaldavano come tanti eroi. Il suo buon umore, molto comunicativo, invadeva tutti. Egli aveva dimenticato il passato, le noie, i pericoli. Egli non pensava che alla meta, sì vicina ad essere raggiunta, e talvolta bolliva d’impazienza, come se fosse riscaldato dai fornelli dell’_Henrietta_. Spesso altresì il degno giovane girava intorno a Fix, lo guardava con occhio “che la diceva lunga!„ ma non gli parlava, perchè non esisteva più alcuna intimità fra i due antichi amici.

Peraltro Fix, diciamolo pure, non ci capiva più nulla! La conquista dell’_Henrietta_, la compra del suo equipaggio, quel Fogg che manovrava come un vecchio marinaio, tutto codesto complesso di cose lo sbalordiva. Egli non sapeva più che pensare! Ma, pensandoci su, un gentleman che incominciava col rubare cinquantacinquemila sterline poteva ben finire col rubare un bastimento. E Fix fu naturalmente tratto a credere che l’_Henrietta_, diretta da Fogg, non andasse niente affatto a Liverpool, ma in qualche punto del mondo in cui il ladro, divenuto pirata, si porrebbe tranquillamente al sicuro! Questa ipotesi, bisognava confessarlo, era più che plausibile, e il _detective_ incominciava a pentirsi seriamente di essersi imbarcato in quest’affare.

Quanto al capitano Speedy, egli continuava ad urlare nel suo camerino, e Gambalesta, incaricato di provvedere al suo vitto, non lo faceva se non pigliando le più grandi precauzioni, per vigoroso ch’ei fosse. Il signor Fogg, invece, non aveva neanche l’aria di sognarsi che ci fosse un capitano a bordo.

Il 13, passa sulla coda del banco di Terranova. Sono cattivi paraggi. Durante l’inverno, specialmente, le nebbie vi sono frequenti, i colpi di vento formidabili. Fin dal dì prima, il barometro, improvvisamente abbassato, faceva presentire un cangiamento prossimo nell’atmosfera. Infatti, durante la notte la temperatura si modificò, il freddo divenne più vivo, e in pari tempo il vento saltò nel sud-est.

Era un contrattempo. Il signor Fogg, affine di non iscostarsi dalla sua via, dovette ripiegare le vele e far forza col vapore. Contuttociò, il cammino della nave fu rallentato, a cagione dello stato del mare, i cui lunghi cavalloni s’infrangevano contro la sua asta di prora. Essa subì dei movimenti di beccheggio violentissimi, e ciò a detrimento della sua celerità. La brezza volgeva a poco a poco ad uragano, e si prevedeva già il caso in cui l’_Henrietta_ non potrebbe più tener testa alle onde. Ora, se si doveva fuggire, si andava incontro all’ignoto con tutti i suoi brutti rischi.

La faccia di Gambalesta si rabbuiò insieme al cielo, e durante due giorni l’onesto figliuolo provò angoscie mortali. Ma Phileas Fogg era un marinaio ardito, che sapeva tener testa al mare, e continuò imperterrito la sua via, senza neppur mettersi a piccolo vapore.

La _Henrietta_, quando non poteva innalzarsi sulle onde, le passava parte a parte; il suo ponte era spazzato da un capo all’altro, ma passava. Qualche volta altresì l’elice emergeva, battendo l’aria con le sue braccia affannate, quando una montagna d’acqua sollevava la poppa fuor dei flutti, ma il maraviglioso battello si spingeva sempre innanzi con la prua.

Tuttavia, il vento non frescò tanto come avrebbesi potuto temere. Non fu uno di quegli uragani che passano con una velocità di novanta miglia all’ora. Esso si mantenne freschissimo, ma sfortunatamente soffiò ostinatamente dalla parte del sud-est e non permise di far tela. Eppure sarebbe stato utile, come si vedrà fra poco, di andar in aiuto al vapore!

Il 16 dicembre era il settantesimoquinto giorno trascorso dalla partenza da Londra. Insomma, l’_Henrietta_ non aveva ancora un ritardo inquietante. La metà del tragitto era press’a poco fatta, e i peggiori paraggi erano sorpassati. In estate si poteva garantire il successo. D’inverno si era in balìa della cattiva stagione. Gambalesta non si pronunciava. In fondo, egli aveva speranza, e se il vento faceva difetto, si contava sul vapore.

Ora, quel giorno, il macchinista essendo salito sul ponte, incontrò il signor Fogg, e s’intrattenne vivamente con lui.

Senza sapere perchè, — per un presentimento senza dubbio, — Gambalesta risentì come una vaga inquietudine. Egli avrebbe dato una delle sue orecchie per udire con l’altra ciò che si diceva. Egli potè appena afferrare queste parole dette dal suo padrone:

“Siete certo di ciò che asserite?

— Certo, signore, rispose il macchinista. Non dimenticate che fin dalla nostra partenza noi riscaldiamo con tutti i fornelli accesi, e se avevamo sufficiente carbone per andare a piccolo vapore da Nuova-York a Bordò, non ne abbiamo a sufficienza per andare a tutto vapore da Nuova-York a Liverpool!

— Ci penserò,„ rispose il signor Fogg.

Gambalesta aveva capito. Egli fu colto da un’inquietudine mortale.

Il carbone stava per mancare!

“Ah! se il mio padrone rimedia a questa, disse tra sè, decisamente sarà una cima d’uomo!„

Ed avendo incontrato Fix, egli non potè trattenersi dal renderlo informato della situazione.

“Allora, gli rispose l’agente a denti stretti, voi credete che andiamo a Liverpool!

— Diamine!

— Imbecille!„ rispose l’ispettore, che se n’andò scrollando le spalle.

Gambalesta fu sul punto di ribattere seccamente il qualificativo, di cui non poteva per altro comprendere il vero significato; ma pensò che lo sfortunato Fix doveva essere rammaricatissimo, umiliatissimo nel suo amor proprio, dopo di avere così scioccamente seguito una falsa traccia intorno al mondo, e gli perdonò.

Ed ora che decisione stava per pigliare Phileas Fogg? Era difficile ad immaginare. Pure pare che il flemmatico gentleman ne pigliasse una, poichè la sera stessa fe’ chiamare il macchinista e gli disse:

“Alimentate i fuochi e fate via sino al completo esaurimento del combustibile.„