Il giro del mondo in ottanta giorni
Part 15
Figurarsi! I viaggiatori erano troppo felici di poter essere gentili verso i due gentlemen, e si ritirarono sui passatoi.
Quel vagone, lungo una cinquantina di piedi, pareva fatto apposta per la circostanza. I due avversari potevano camminare un contro l’altro tra i sedili ed archibugiarsi a gusto loro. Non vi fu mai duello più facile da regolare. Il signor Fogg ed il colonnello Proctor, muniti ciascuno di due revolver a sei colpi, entrarono nel vagone. I due testimonii, rimasti al di fuori, ve li rinchiusero. Al primo fischio della locomotiva, essi dovevano cominciare il fuoco.... Indi, dopo un lasso di dieci minuti, si ritirerebbe dal vagone ciò che resterebbe dei due gentlemen.
Nulla di più semplice, in verità. Era anzi così semplice, che Fix e Gambalesta sentivano il loro cuore palpitare in modo da spezzarsi.
Si aspettava dunque il fischio convenuto, quando a un tratto si udirono grida selvagge; delle detonazioni le accompagnarono, ma non uscivano dal vagone riservato ai duellanti. Quelle detonazioni si prolungavano, per contrario, sino alla testa o su tutta la linea del treno. Grida di spavento si facevano udire dall’interno del convoglio.
Il colonnello Proctor ed il signor Fogg, coi revolver in pugno, uscirono tosto dal vagone e si precipitarono verso la testa del convoglio, ove rintronavano fragorosamente le detonazioni e i gridi.
Essi avevano compreso che il treno era assalito da una banda di Siù.
Questi arditi Indiani non facevano così le loro prime armi, chè già più d’una volta essi avevano fermato i convogli. Secondo le loro abitudini, senz’aspettare la fermata del treno, slanciandosi sui marciapiedi in numero di un centinaio, essi avevano dato la scalata ai vagoni, come fa un _clown_ con un cavallo al galoppo.
Quei Siù erano muniti di fucili. Da qui le detonazioni, alle quali i viaggiatori, quasi tutti armati, rispondevano con colpi di revolver. A tutta prima, gli Indiani si erano precipitati sulla macchina. Il macchinista e il fuochista erano stati mezzo accoppati a colpi di mazza. Un capo Siù, volendo fermare il treno, ma non sapendo manovrare il manubrio del regolatore, aveva aperto largamente l’introduzione del vapore invece di chiuderla, e la locomotiva, mossa a furia, correva con una celerità spaventevole.
In pari tempo, i Siù avevan invaso i vagoni, correvano come tante scimmie furibonde sulle imperiali, scassinavano gli sportelli, e lottavano corpo a corpo coi viaggiatori. Dal convoglio-bagagli, forzato e saccheggiato, si precipitavano tutti i colli sulla strada. Gridi e spari proseguivano senza tregua.
Intanto i viaggiatori si difendevano animosamente. Alcuni vagoni, asserragliati, sostenevano un assedio come veri forti ambulanti trasportati con una rapidità di cento miglia all’ora.
Fin dal principio dell’attacco mistress Auda si era comportata coraggiosamente. Col revolver alla mano, ella si era difesa con eroismo, sparando tramezzo ai cristalli infranti, allorchè qualche selvaggio le si presentava. Una ventina di Siù, colpiti a morte, erano caduti sulla strada, e le ruote dei vagoni schiacciavano come vermi quelli fra loro che sdrucciolavano sulle rotaie dall’alto dei passatoi. Parecchi viaggiatori, gravemente colpiti dalle palle o dalle mazze, giacevano sui sedili.
Eppure si doveva finirla. Quella lotta durava già da dieci minuti, e non poteva terminare che con vantaggio dei Siù, se il treno non si fermava. Infatti la stazione del forte Kearney non era distante neanco due miglia. Ivi trovavasi un posto americano, ma oltrepassato quel posto, tra il forte Kearney e la stazione seguente, i Siù sarebbero i padroni del treno.
Il conduttore si batteva ai fianchi del signor Fogg, ma una palla lo atterrò. Cadendo, quell’uomo esclamò:
“Siamo perduti, se il treno non si ferma fra cinque minuti!
— Si fermerà! disse Phileas Fogg, che volle slanciarsi fuori del treno.
— Rimanete, signore, gli gridò Gambalesta. È affar mio!„
Il signor Fogg non ebbe il tempo di fermare quel coraggioso giovane, che aprendo uno sportello senza esser visto dagl’Indiani, riescì a cacciarsi sotto al vagone. Ed allora, frattanto che la lotta continuava, mentre le palle s’incrociavano sulla sua testa, ritrovando la sua agilità e la sua flessibilità di _clown_, avanzando sotto i vagoni, aggrappandosi alle assi, aiutandosi con la leva dei freni e con le stanghe delle impannate, inerpicandosi da una carrozza all’altra con una destrezza maravigliosa, egli giunse così alla testa del treno. Non era stato visto, non aveva potuto esserlo.
Là, sospeso con una mano tra il vagone dei bagagli e il _tender_, con l’altra staccò le catene di sicurezza; ma a causa dell’attrazione operata egli non sarebbe mai riescito a svitare la sbarra di congiunzione se una scossa che la macchina subì non l’avesse fatta spezzare, ed allora il treno, staccato, rimase poco a poco indietro, mentre la locomotiva se ne scappava con nuova velocità.
Trascinato dalla forza acquisita, il treno camminò ancora per alcuni minuti, ma i freni furono manovrati nell’interno dei vagoni, e il convoglio si fermò finalmente a meno di cento passi dalla stazione di Kearney.
Qui, i soldati del forte, attirati dagli spari, accorsero in fretta. I Siù non li avevano aspettati: prima della fermata completa del treno, tutta la masnada aveva preso il largo.
Ma quando i viaggiatori si contarono sulla piazza della stazione, s’avvidero che parecchi mancavano all’appello, e tra gli altri il coraggioso Francese la cui devozione aveali poc’anzi salvati.
CAPITOLO XXX.
Nel quale Phileas Fogg fa semplicemente il suo dovere.
Tre viaggiatori, compreso Gambalesta, erano scomparsi. Erano stati uccisi nella lotta, od erano prigionieri dei Siù? Non si poteva saperlo ancora.
I feriti erano in numero considerevole, ma nessuno era colpito mortalmente. Uno dei più gravemente colpiti era il colonnello Proctor, che si era valorosamente battuto, e che una palla all’inguinaia aveva atterrato. Fu trasportato alla stazione con altri viaggiatori, il cui stato richiedeva cure immediate.
Mistress Auda era salva. Phileas Fogg, che non s’era certo risparmiato, non aveva neppure una graffiatura. Fix era ferito al braccio, d’una ferita senza importanza. Ma Gambalesta mancava, e calde lacrime scorrevano dagli occhi della giovane signora.
Intanto tutti i viaggiatori avevano lasciato il treno. Le ruote dei vagoni erano macchiate di sangue. Dai mozzi e dai raggi pendevano informi brandelli di carne. Si vedevano sulla bianca pianura, fin dove l’occhio poteva giungere, delle lunghe strisce rosse. Gli ultimi Indiani sparivano allora nel sud, dalla parte di Republican-River.
Il signor Fogg, con le braccia incrociate, rimaneva immobile. Egli aveva una grave decisione da prendere. Mistress Auda, vicino a lui, lo guardava senza pronunciare una parola.... Egli comprese quello sguardo. Se il suo servo fosse prigioniero, non doveva egli arrischiar tutto per istrapparlo agl’Indiani?
“Io lo ritroverò morto o vivo, diss’egli semplicemente a mistress Auda.
— Ah! signor.... signor Fogg! esclamò la giovane donna, afferrando le mani del suo compagno ch’ella coprì di lacrime.
— E vivo! aggiunse il signor Fogg, se non indugiamo un minuto!„
Con questa risoluzione, Phileas Fogg si sacrificava tutto intero. Egli pronunziava la sua rovina. Un sol giorno di ritardo gli faceva mancare il piroscafo a Nuova-York, e la scommessa era irrevocabilmente perduta. Ma davanti a questo pensiero: “È il mio dovere!„ egli non esitava.
Il capitano comandante il forte Kearney era presente. I suoi soldati — circa un centinaio d’uomini — si erano posti sulla difensiva pel caso che i Siù movessero un attacco diretto contro la stazione.
“Signore, disse il signor Fogg al capitano, tre viaggiatori sono scomparsi.
— Morti? domandò il capitano.
— Morti o prigionieri, rispose Phileas Fogg. Ecco un’incertezza che urge di far cessare. È vostra intenzione d’inseguire i Siù.?
— Faccenda seria, signore, disse il capitano. Gli Indiani possono fuggire fino al di là dell’Arkansas! Io non posso abbandonare il posto che mi è affidato.
— Signore, ripigliò Phileas Fogg, si tratta della vita di tre uomini.
— Senza dubbio.... ma posso io arrischiare la vita di cinquanta per salvarne tre?
— Io non so se lo potete, signore, ma lo dovete.
— Signore, rispose il capitano, nessuno qui m’insegna qual sia il mio dovere.
— Sia, disse freddamente Phileas Fogg. Andrò solo.
— Voi, signore! esclamò Fix che erasi avvicinato, andar solo ad inseguir gl’Indiani!
— Volete dunque che lasci morire quel disgraziato, a cui quanti vivono qui devono tutti la vita? Io andrò.
— Ebbene no, non andrete solo! esclamò il capitano, commosso suo malgrado. No! Voi siete un intrepido cuore. Trenta uomini di buona volontà! aggiuns’egli, voltandosi verso i suoi soldati.
Tutta la compagnia si avanzò in massa. Il capitano non ebbe che a scegliere fra quella brava gente. Trenta soldati vennero designati, e un vecchio sergente si pose alla loro testa.
— Grazie, capitano! disse il signor Fogg.
— Mi permetterete di accompagnarvi? domandò Fix al gentleman.
— Farete come vi piacerà, signore, gli rispose Phileas Fogg. Ma se volete rendermi un servigio, rimarrete presso mistress Auda. Nel caso m’incogliesse disgrazia....
Un pallore subitaneo coprì il volto dell’agente di polizia. Separarsi dall’uomo che aveva seguito passo a passo e con tanta persistenza! Lasciarlo avventurare in quel deserto! Fix guardò attentamente il gentleman, e quantunque pertinacemente combattuto dalle sue prevenzioni, egli abbassò gli occhi dinanzi a quello sguardo calmo e franco.
— Rimarrò, diss’egli.
Da lì a pochi istanti, il signor Fogg aveva stretto la mano della giovine donna; indi, dopo averle consegnato il suo prezioso sacco da viaggio, partiva col sergente e la sua piccola brigata.
Ma prima di partire, aveva detto ai soldati:
— Amici, vi sono mille sterline per voi, se salviamo i prigionieri!
Era allora mezzodì e qualche minuto.
Mistress Auda si era ritirata in una camera della stazione, e là, sola, ella aspettava, pensando a Phileas Fogg, a quella generosità semplice e grande, a quel tranquillo coraggio. Il signor Fogg aveva sacrificato la sua sostanza, ed ora giocava la vita, tutto ciò senza esitazione, per dovere, senza frasi. Phileas Fogg era un eroe agli occhi di lei.
L’ispettore Fix non la pensava così, e non poteva contenere la sua agitazione. Passeggiava con passo febbrile sulla piazza della stazione. Soggiogato per un momento, egli ridiventava quel di prima. Partito Fogg, comprendeva la stoltezza che aveva fatto di lasciarlo partire. Che! quell’uomo che aveva fin allora seguito intorno al mondo, egli aveva consentito a separarsene! La sua indole ripigliava il disopra, egli s’incriminava, s’accusava, faceva tutta la parte del direttore della polizia metropolitana, quando strapazza un agente colto in flagrante delitto d’ingenuità.
— Sono stato uno stolido! pensava egli. L’altro gli avrà detto chi ero! È partito, non ritornerà! Dove ripescarlo adesso? Ma come mai ho potuto lasciarmi affascinare a questo modo, io, Fix, io che ho in tasca il suo ordine d’arresto! Decisamente non sono che una bestia!
Così ragionava l’ispettore di polizia, mentre le ore trascorrevano lente per lui. Egli non sapeva che fare. A volte, gli veniva voglia di dir tutto a mistress Auda. Ma comprendeva come sarebbe stato ricevuto dalla giovine donna. Qual decisione pigliare? Egli era tentato di porsi a scorrazzare le lunghe pianure bianche, alla caccia di quel Fogg! Non gli pareva impossibile di rintracciarlo. I passi del distaccamento erano ancora impressi sulla neve!... Ma da lì a poco, sotto un nuovo strato, ogni impronta fu scancellata.
Allora lo scoraggiamento invase Fix. Egli risentì come un’infrenabile voglia di abbandonare la partita. Ora, precisamente, l’occasione di lasciare la stazione di Kearney e di proseguire quel viaggio sì fecondo di fiaschi, gli venne offerta.
Infatti, verso le due dopo mezzodì, mentre la neve cadeva a larghi fiocchi, si udirono lunghi fischi che venivano da est. Un’enorme ombra preceduta da una luce rossastra si avanzava lentamente, considerevolmente ingrandita dalle nebbie che le davano un aspetto fantastico.
Eppure non si aspettava nessun treno che dovesse arrivare dall’est. I soccorsi, richiesti per telegrafo, non potevano giungere così presto, e il treno da Omaha a San Francisco non doveva passare che la domane.
Presto si ebbe a capire la cosa.
La locomotiva, che camminava a piccolo vapore gettando grandi fischi, era quella che dopo essere stata disgiunta dal treno, aveva continuato la sua strada con spaventevolissima celerità, portando seco il fuochista e il macchinista svenuti. Essa aveva corso sulle rotaie per parecchie miglia; indi il fuoco era scemato per mancanza di combustibile; il vapore si era allentato, e un’ora dopo la macchina si fermava finalmente a dieci miglia al di là della stazione di Kearney.
Nè il macchinista nè il fuochista erano morti, e, dopo uno svenimento alquanto prolungato, essi avevano ripreso i sensi.
La macchina era allora fermata. Quando si vide nel deserto, con la sola locomotiva, non avente più vagoni al suo seguito, il macchinista comprese quel che era accaduto. In che modo la macchina fosse stata disgiunta dal treno, egli non potè indovinare, ma era fuor di dubbio per lui che il treno, rimasto indietro, si trovasse in pericolo.
Il macchinista non esitò su ciò che doveva fare. Continuare la strada nella direzione di Omaha era prudente; ritornare verso il treno che gli Indiani saccheggiavano forse ancora, era pericoloso.... Non monta! Palate di carbone e di legna furono affastellate nel fornello della caldaia, il fuoco si rianimò, la pressione salì di bel nuovo, e verso le due dopo mezzodì la macchina ritornava indietro verso la stazione di Kearney. Era dessa che fischiava nella nebbia.
Fu una grande soddisfazione pei viaggiatori, quando videro la locomotiva porsi in testa al treno. Essi potevano dunque continuare quel viaggio tanto disgraziatamente interrotto.
All’arrivo della macchina, mistress Auda aveva lasciata la stazione, e rivolgendosi al conduttore:
— Ripartite subito? gli chiese ella.
— All’istante, signora.
— Ma quei prigionieri... i nostri disgraziati compagni... non potete proprio aspettare?
— Io non posso interrompere il servizio, rispose il conduttore. Abbiamo già tre ore di ritardo.
— E quando passerà l’altro treno proveniente da San Francisco?
— Domani sera, signora.
— Domani sera! ma sarà troppo tardi. Bisogna aspettare.
— È impossibile, rispose il conduttore. Se volete partire, salite in vagone.
— Non partirò, rispose la giovane donna.
Fix aveva udito quel dialogo. Pochi minuti prima, quando ogni mezzo di locomozione gli faceva difetto, egli era deciso a lasciare Kearney, ed ora che il treno era là, pronto a slanciarsi, che egli non doveva far altro che rioccupare il suo posto nel vagone, una irresistibile forza lo incatenava al suolo. Quello scalo della stazione gli scottava i piedi, eppure non poteva staccarsene! La lotta ricominciava in lui. La collera dell’insuccesso lo soffocava. Egli voleva lottare sino all’estremo.
Frattanto, i viaggiatori ed alcuni feriti, — fra gli altri il colonnello Proctor, il cui stato era grave, — avevano preso posto nei vagoni. Si udiva il ronzìo della caldaia soprariscaldata, e il vapore si sprigionava dalle valvole. Il macchinista fischiò, il treno si pose in cammino, e disparve in brev’ora, frammischiando il suo fumo bianco al turbinìo della neve.
L’ispettore Fix era rimasto.
Alcune ore trascorsero. Il tempo era pessimo, il freddo vivissimo. Fix, seduto sopra una panca, nella stazione, rimaneva immobile. Pareva che dormisse. Mistress Auda, ad onta della raffica, lasciava ad ogni poco la camera che era stata posta a sua disposizione. Ella andava all’estremità dello scalo, cercando vedere attraverso la tempesta di neve, volendo squarciare quella nebbia che le restringeva intorno l’orizzonte, tendendo l’orecchio al menomo rumore. Ma nulla. Ella rientrava allora, tutta irrigidita, per ritornare da lì a pochi momenti, e sempre inutilmente.
Venne la sera. Il piccolo distaccamento non era di ritorno. Dove trovavasi in quel momento? Aveva esso potuto raggiungere gli Indiani? C’era stata lotta, o quei soldati, smarriti nella nebbia, erravano a casaccio? Il capitano del forte Kearney era molto inquieto, quantunque non volesse far trasparir nulla della sua inquietudine.
E venne la notte, e la neve cadde meno abbondantemente, ma l’intensità del freddo si accrebbe. Lo sguardo più intrepido non avrebbe considerato senza spavento quella buia immensità. Un assoluto silenzio regnava sulla pianura. Nè il volo di un uccello, nè il passaggio di una belva, ne turbava la calma infinita.
Durante tutta quella notte mistress Auda, con la mente piena di presentimenti sinistri, il cuore colmo d’angosce, errò sul limitare della prateria. La sua immaginazione la traeva lontano, e le mostrava mille pericoli. Ciò ch’ella sofferse durante quelle lunghe ore non si può esprimere.
Fix era sempre immobile allo stesso posto, ma neppur lui dormiva. Ad un certo momento un uomo erasi avvicinato e gli aveva parlato anzi; ma l’agente lo aveva rimandato, dopo di aver risposto alle sue parole con un segno negativo.
La notte trascorse così. All’alba, il disco mezzo spento del sole si alzò sopra un orizzonte nebbioso; però lo sguardo poteva estendersi ad una distanza di due miglia. Era verso sud che Phileas Fogg e il distaccamento si erano diretti.... Il sud era assolutamente deserto. Suonavano allora le sette del mattino.
Il capitano, sommamente impensierito, non sapeva qual partito pigliare. Doveva egli mandare un secondo distaccamento in soccorso del primo? Doveva sacrificare altri uomini con sì poche probabilità di salvare quelli che forse a quell’ora erano già sacrificati? Ma la sua esitazione non durò a lungo; chiamando con un gesto uno dei suoi luogotenenti, gli dava l’ordine di spingere una ricognizione nel sud, — allorchè si udirono alcuni spari. Era un segnale? I soldati si precipitarono fuori del forte, e ad un mezzo miglio scorsero un piccolo drappello che ritornava in buon ordine.
Il signor Fogg camminava in testa, e vicino a lui Gambalesta e i due altri viaggiatori, strappati dalle mani dei Siù.
C’era stato combattimento a dieci miglia al sud di Kearney. Pochi momenti prima dell’arrivo del distaccamento, Gambalesta e i suoi due compagni lottavano già contro i loro guardiani, e il Francese ne aveva accoppati due a furia di pugni, allorchè il suo padrone e i soldati si precipitarono al loro soccorso.
Tutti, i salvatori e i salvati, furono accolti con grida di gioia, e Phileas Fogg distribuì ai soldati il premio che aveva loro promesso, mentre Gambalesta andava ripetendo a sè stesso, non senza qualche ragione:
— Bisogna confessare che io costo caro al mio padrone!
Fix, senza pronunciare mezza parola, guardava il signor Fogg, e sarebbe stato difficile l’analizzare le impressioni che lottavano allora in lui. Quanto a mistress Auda, ella aveva preso la mano del gentleman, e la stringeva nelle sue, senza poter pronunciare una parola!
Intanto Gambalesta, appena giunto, aveva cercato il treno nella stazione. Egli credeva trovarlo lì, pronto a partire, e sperava che si potrebbe ancora riguadagnare il tempo perduto.
— Il treno, il treno! esclamò egli.
— Partito, rispose Fix.
— E il treno successivo, quando passerà? domandò Phileas Fogg.
— Non prima di stasera.
— Ah! rispose semplicemente l’impassibile gentleman.
CAPITOLO XXXI.
Nel quale l’ispettore Fix piglia molto sul serio gl’interessi di Phileas Fogg.
Phileas Fogg si trovava in ritardo di venti ore. Gambalesta, causa involontaria di tale ritardo, era disperato. Egli aveva decisamente rovinato il suo padrone!
In quel momento l’ispettore si avvicinò al signor Fogg, e, guardandolo bene in faccia:
“Proprio sul serio, signore, gli domandò, avete fretta?
— Proprio sul serio, rispose Phileas Fogg.
— Insisto, ripigliò Fix. Avete proprio interesse ad essere a Nuova York l’11, prima delle 9 di sera, ora della partenza del piroscafo di Liverpool?
— Sì, un interesse massimo.
— E se il vostro viaggio non fosse stato interrotto da questo attacco di Indiani, sareste voi giunto a Nuova York l’11 al mattino?
— Sì, con dodici ore di anticipazione sul piroscafo.
— Bene, voi avete dunque venti ore di ritardo. Fra venti e dodici la differenza è di otto. Sono otto ore da riguadagnare. Volete tentare di farlo?
— A piedi? domandò il signor Fogg.
— No, in slitta, rispose Fix, in slitta a vela. Un tale mi ha proposto questo mezzo di trasporto.„
Era l’uomo che aveva parlato all’ispettore di polizia durante la notte, e di cui Fix aveva rifiutato l’offerta.
Phileas Fogg non rispose a Fix, ma, avendogli Fix mostrato l’uomo in discorso che passeggiava dinanzi alla stazione, il gentleman mosse verso di lui. Da lì ad un istante, Phileas Fogg e quell’Americano, chiamato Mudge, entravano in una capanna costruita ai piedi del forte Kearney.
Ivi il signor Fogg esaminò un certo singolare veicolo, specie d’impannata, fissata sopra due lunghe travi, un po’ rialzate sul dinanzi come le suole di una slitta, e sulla quale cinque o sei persone potevano pigliar posto. Al terzo dell’impannata, a prora, si rizzava un albero altissimo, sul quale s’infioriva un’immensa randa. Questo albero, solidamente sostenuto da sartie metalliche, tendeva uno straglio di ferro che serviva da ghindare un fiocco di grande dimensione. A poppa, una specie di timone permetteva di dirigere il congegno.
Era, come si vede, una slitta attrezzata a _sloop_. Durante l’inverno, sulla pianura gelata, quando i treni sono fermati dalle nevi, questi veicoli fanno dei tragitti sommamente rapidi da una stazione all’altra. Essi sono per altro prodigiosamente invelati, — ancor più di quanto può esserlo un cutter di corsa esposto a capovolgersi, — e, vento a poppa, sdrucciolano alla superficie delle praterie, con una rapidità uguale, se non superiore, a quella dei treni diretti.
In pochi minuti un contratto fu stipulato tra il signor Fogg e il padrone di quell’imbarcazione di terra. Il vento era buono e soffiava dall’ovest in gagliarda brezza. La neve si era indurita, e Mudge si vantava di condurre il signor Fogg in poche ore alla stazione d’Omaha. Colà sono frequenti i treni e numerose le vie che conducono a Chicago e a Nuova York. Non era impossibile che il ritardo fosse riguadagnato. Non c’era dunque da esitare. Bisognava tentare l’avventura.
Il signor Fogg, non volendo esporre mistress Auda alle torture di un tragitto all’aria aperta, con quel freddo reso ancor più insopportabile dalla celerità, le propose di rimanere sotto la custodia di Gambalesta alla stazione di Kearney. L’onesto giovane sarebbe incaricato di ricondurla in Europa per una strada migliore ed in condizioni più accettabili.
Mistress Auda rifiatò di separarsi dal signor Fogg, e Gambalesta si sentì felicissimo di questa determinazione. Infatti, per nulla al mondo egli avrebbe voluto lasciare il suo padrone, dacchè Fix doveva accompagnarlo.
Se poi si volesse sapere ciò che pensasse allora l’ispettore di polizia, sarebbe difficile il dirlo. La sua convinzione era alla scossa dal ritorno di Phileas Fogg, e lo riputava egli un mariuolo di primissima forza, che, compiuto il giro del mondo, doveva credere che sarebbe affatto sicuro in Inghilterra? Forse l’opinione di Fix rispetto a Phileas Fogg era infatti modificata; ma egli era sempre deciso a fare il suo dovere, e il più impaziente di tutti a sollecitare il ritorno in Inghilterra.
Alle otto, la slitta era pronta a partire. I viaggiatori, — si potrebbe dire i passeggieri, — vi pigliavano posto e si avviluppavano strettamente nelle loro coperte da viaggio. Le due immense vele erano alzate, e sotto l’impulso del vento il veicolo filava sulla neve indurita, con una rapidità di quaranta miglia all’ora.