Il giro del mondo in ottanta giorni
Part 13
Il _Pacific rail-road_ getta diverse diramazioni sul suo tracciato, negli Stati di Jona, del Kansas, del Colorado e dell’Oregon. Lasciando Omaha, esso fiancheggia la sponda sinistra del fiume Platte sino allo sbocco del tronco del nord, segue il tronco del sud, attraversa i terreni di Laramia e i monti Wahsath, gira intorno al Lago Salato, giunge alla Città del Lago Salato, capitale dei Mormoni, s’interna nella valle della Tuilla, rasenta il deserto americano, i monti Cédar e Humboldt, il fiume Humboldt, la Sierra Nevada, e ridiscende per Sacramento, sino al Pacifico, senza che tale tracciato superi in pendenza centododici piedi per miglio, anco nel valico delle Montagne Rocciose.
Tale era quella lunga arteria che i treni percorrevano in sette giorni, e che stava per permettere all’onorevole Phileas Fogg, — egli lo sperava almeno, — d’imbarcarsi, l’11, a Nuova York, sul piroscafo di Liverpool.
Il vagone occupato da Phileas Fogg era una specie di lungo omnibus che riposava sopra due treni a quattro ruote ciascuno, la cui mobilità permette di affrontare delle curve di piccolo raggio. Nell’interno punto scompartimenti: due filari di sedili, disposti dai lati, perpendicolarmente all’asse, e tra i quali era riservato un passaggio che conduceva in gabinetti di teletta ed altri, di cui ciascun vagone era provvisto. Per tutta la lunghezza del treno i vagoni comunicavano fra loro per mezzo di passatoi, e i viaggiatori potevano circolare da un’estremità all’altra del convoglio, che offriva loro vagoni-saloni, vagoni-terrazze, vagoni-ristoranti e vagoni-caffè. Non vi mancavano che i vagoni-teatri; ma un giorno ci saranno anche quelli.
Sui passatoi circolavano continuamente mercanti di libri e di giornali spacciando la loro mercanzia, e venditori di liquori, di commestibili, di sigari, che non mancavano di avventori.
I viaggiatori erano partiti dalla stazione di Oakland alle sei di sera. Faceva già notte, — una notte fredda, cupa, con un cielo ingombro da nubi che minacciavano di risolversi in neve. Il treno non camminava con grande rapidità. Tenendo conto delle fermate, esso non percorreva più di venti miglia all’ora, celerità che doveva, però, bastargli per correre gli Stati Uniti nei tempi regolamentari.
Si ciarlava poco nel vagone. E poi i viaggiatori incominciavano a sentire il bisogno di dormire. Gambalesta si trovava collocato accanto all’ispettore di polizia, ma non gli parlava. Dopo gli ultimi avvenimenti, le loro relazioni eransi notevolmente raffreddate. Non più simpatie, non più intimità. Fix non si era cangiato in nulla, ma Gambalesta si manteneva invece in un’assoluta riserva, pronto al menomo sospetto a strangolare il suo antico amico.
Un’ora dopo la partenza del treno la neve cadde, — neve sottile, che non poteva, fortunatamente, ritardare il cammino del convoglio. Non si scorgeva altro dalle finestre che un’immensa tovaglia bianca, sulla quale, dipanando le sue volute, il vapore della locomotiva sembrava grigiastro.
Alle otto uno _steward_ (cameriere) entrò nel vagone ed annunciò ai viaggiatori che l’ora di dormire era suonata. Quel vagone era uno _sleeping-car_[16], che, in pochi minuti, fu trasformato in dormitorio; le spalliere dei sedili vennero ripiegate, dei guanciali accuratamente affardellati si srotolarono con un sistema ingegnoso, dei camerini furono improvvisati in pochi istanti, e ciascun viaggiatore ebbe in un baleno a sua disposizione un letto comodo, che fitte cortine difendevano da qualunque sguardo indiscreto. Le lenzuola erano bianche, i guanciali soffici. Non c’era che da coricarsi e dormire, — il che ognuno fece, come se si fosse trovato nel comodo camerino di un piroscafo, mentre che il treno correva a tutto vapore attraverso lo Stato di California.
In quella porzione del territorio che si estende tra San Francisco e Sacramento, il suolo è un po’ accidentato. Quella parte della ferrovia, sotto il nome di _Central Pacific road_, prese dapprima Sacramento per punto di partenza, e si avanzò verso l’est incontro all’altro tronco che partiva da Omaha. Da San Francisco alla capitale della California, la linea correva direttamente al nord-est, fiancheggiando l’American-River, fiume che si versa nella baia di San Pablo.
Le centoventi miglia comprese fra queste due importanti città furono percorse in sei ore, e verso mezzanotte, mentre dormivano il loro primo sonno, i viaggiatori passarono per Sacramento. Essi non videro dunque nulla di quella considerevole città, sede della legislatura dello Stato di California, nè le sue belle piazze, nè le sue strade larghe, nè i suoi alberghi splendidi, nè i suoi squares, nè i suoi tempii.
Uscendo da Sacramento, il treno, dopo aver oltrepassato le stazioni di Junction, di Roclin, d’Auburn e di Colfax, s’internò nelle roccie della Sierra-Nevada. Erano le sette del mattino, allorchè si passò per la stazione di Cisco. Un’ora dopo, il dormitorio era diventato un vagone ordinario, e i viaggiatori potevano attraverso i cristalli, scorgere i punti di vista pittoreschi di quel montagnoso paese. Il tracciato del treno obbediva ai capricci della Sierra: qui aggrappato ai fianchi della montagna, là sospeso sull’alto dei precipizii, evitando gli angoli scabri con delle curve audaci, slanciandosi in certe gole strette che si dovevano credere senza uscita. La locomotiva, scintillante come un reliquario, col suo gran fanale che gettava bagliori rossastri, la sua campana inargentata, il suo scaccia-vacche, che si protendeva come uno sperone, confondeva i suoi sibili e i suoi muggiti a quelli dei torrenti e delle cascate, e attorceva il suo fumo ai negri rami degli abeti.
Pochi o punto gallerie, nè ponti sulla strada. Il _rail-road_ girava il fianco delle montagne, non cercando nella linea retta il più corto cammino da un punto ad un altro, e senza far violenza alla natura.
Verso le nove, per la valle di Carson, il treno penetrava nello Stato di Nevada, seguendo sempre la direzione del nord-est. A mezzodì, esso lasciava Reno, dove i viaggiatori ebbero venti minuti per far colazione.
Da quel punto in poi la strada ferrata, costeggiando Humboldt-River, si alzò per alcune miglia verso il nord, seguendo il corso di quel fiume. Indi ripiegò verso l’est, e non doveva più abbandonare il corso d’acqua prima di giungere agli Humboldt-Ranges, da cui esso nasce, quasi all’estremità orientale dello Stato di Nevada.
Dopo aver fatto colazione, il signor Fogg, mistress Auda e i loro compagni ripigliarono il loro posto nel vagone. Phileas Fogg, la giovane donna, Fix e Gambalesta, comodamente seduti, guardavano il paesaggio variato che passava innanzi ai loro occhi, — vaste praterie, montagne che si profilavano all’orizzonte, _creeks_ dalle acque rapide e spumose. Talvolta un gran armento di bisonti, che s’ammassava in lontananza, appariva come una diga mobile. Quegl’innumerevoli eserciti di ruminanti oppongono spesso un insormontabile ostacolo al passaggio dei treni. Si son viste migliaia di questi animali sfilare per parecchie ore in fitta schiera, attraverso il _rail-road_. La locomotiva è allora costretta a fermarsi ed aspettare che la strada ritorni sgombra.
Ciò accadde appunto in questa circostanza. Verso le tre di sera, un armento di dieci o dodicimila teste sbarrò il binario. La locomotiva dopo aver moderato la sua celerità, tentò di avanzare il suo sperone nel fianco dell’immensa colonna, ma dovette fermarsi dinanzi all’impenetrabile massa.
Si vedevano quei ruminanti, — quei “buffalos„ come li chiamano impropriamente gli americani, — camminare così col loro passo tranquillo, emettendo di tanto in tanto formidabili belati. Avevano una corporatura superiore a quella dei tori d’Europa, le gambe e la coda corte, il dorso emergente e formante una gobba muscolare, le corna scostate alla base, la testa, il collo e le spalle coperte da una criniera a lunghi peli. Non era neppur da pensare di fermare quella emigrazione. Quando i bisonti hanno adottato una direzione, nulla giova a farli deviare o modificare il loro cammino. È un torrente di carne viva, che nessuna diga potrebbe contenere.
I viaggiatori, sparsi sui passatoi, guardavano quel curioso spettacolo. Ma colui che doveva avere maggior fretta di tutti, senza dubbio, Phileas Fogg, era rimasto al suo posto ed aspettava filosoficamente che piacesse ai bufali di sgombrargli il passo. Gambalesta era furente pel ritardo che cagionava quell’agglomerazione di animali. Egli avrebbe voluto scaricare contro di essi il suo arsenale di revolver.
“Che paese! esclamò egli, semplici buoi che fermano i treni, e che se ne vanno al passo di processione, senza neppur accorgersi che imbarazzano la circolazione! Perdinci! Vorrei proprio sapere se il signor Fogg aveva previsto questo contrattempo nel suo programma! E quel macchinista che non osa lanciare la sua macchina in mezzo a quelle bestie!„
Il macchinista non aveva tentato di abbattere l’ostacolo ed aveva agito prudentemente. Egli avrebbe schiacciato senza dubbio i primi bufali investiti dallo sperone della locomotiva; ma, per potente che ella fosse, la macchina sarebbe stata fermata ben presto, un disguido si sarebbe inevitabilmente verificato, e il treno sarebbe rimasto in asso.
Il meglio era dunque aspettare pazientemente, salvo poscia a riacquistare il tempo perduto con un acceleramento del treno. La sfilata dei bisonti durò tre grandi ore, e la strada non ritornò libera che al cader della notte. In quel momento le ultime file della mandra attraversavano il binario, mentre le prime sparivano già al disotto dell’orizzonte del sud.
Erano dunque le otto quando il treno valicò le gole degli Humboldt-Ranges, e le nove e mezzo allorchè penetrò nel territorio dell’Utah, la regione del Gran Lago Salato, il curioso paese dei Mormoni.
CAPITOLO XXVII.
Nel quale Gambalesta segue, con una celerità di venti miglia all’ora, un corso di Storia Mormona.
Durante la notte dal 5 al 6 dicembre, il treno corse al sud-est sopra una estensione di circa cinquanta miglia; indi risalì di altrettanto verso il nord-est, avvicinandosi al Gran Lago Salato.
Gambalesta, verso le nove del mattino, andò a pigliar aria sui passatoi. Il tempo era freddo, il cielo grigio, ma non nevicava più. Il disco del sole, allargato dalle nebbie, appariva come un’enorme moneta d’oro, e Gambalesta si occupava a calcolarne il valore in lire sterline, quando fu distratto da quell’utile lavoro dall’apparizione di un personaggio molto strano.
Questo personaggio, che era salito nel treno alla stazione di Elko, era un uomo di alta statura, molto bruno, mustacchi neri, calze nere, cappello di seta nero, panciotto nero, pantaloni neri, cravatta bianca, guanti di pelle di cane. Pareva un reverendo. Egli andava da un’estremità del treno all’altra, e sullo sportello d’ogni vagone, incollava con delle ostie un avviso scritto a mano.
Gambalesta si avvicinò e lesse sopra una di quei manifesti che l’onorevole _elder_ (seniore) William Hitch, missionario mormone, approfittando della sua presenza sul treno N. 48, farebbe, dalle undici a mezzogiorno, nel carro N. 117, una conferenza sul Mormonismo — invitando ad udirla tutti i gentleman vogliosi d’istruirsi circa i misteri della religione dei “Santi degli ultimi giorni.„
“Sicuro, vi andrò,„ disse tra sè Gambalesta, che altro non sapeva del Mormonismo che i suoi usi poligami, base della società mormona.
La nuova si sparse rapidamente nel treno, che trasportava un centinaio di viaggiatori. Di questo numero, trenta al più, allettati dall’originalità della conferenza, occupavano a undici ore i sedili del carro N. 117, Gambalesta figurava in prima riga dei fedeli. Nè il suo padrone, nè Fix avevano creduto doversi incomodare.
All’ora stabilita, l’elder William Hitch, si alzò, e con voce alquanto irritata e come se fosse stato contradetto in anticipazione, esclamò:
“Io vi dico, io, che Joe Smyth è un martire, che suo fratello Hyram è un martire, e che le persecuzioni del governo dell’Unione contro i profeti, quanto prima faranno un martire anche di Brigham Young. Chi oserebbe sostenere il contrario?„
Nessuno si peritò a contraddire il missionario, la cui esaltazione contrastava colla sua fisionomia naturalmente calma. Ma, senza dubbio, la sua collera si spiegava da questo fatto che il Mormonismo era attualmente sottomesso a dure prove. Infatti il governo degli Stati Uniti aveva di recente, e non senza fatica, posto al dovere quei fanatici indipendenti; si era impadronito dell’Utah, e lo aveva assoggettato alle leggi dell’Unione, dopo aver incarcerato Brigham Young, accusato di ribellione e di poligamia. D’allora in poi i discepoli del profeta raddoppiavano i loro sforzi, e in attesa degli atti, resistevano con la parola alle pretese del Congresso.
Come si vede, l’elder William Hitch faceva del proselitismo persino in ferrovia.
Ed allora egli raccontò, accalorando la sua narrazione con scoppi di voce e violenza di gesti, la storia del Mormonismo, dai tempi biblici: “come, in Israele, un profeta mormone della tribù di Giuseppe pubblicò gli annali della religione nuova, e si legò a suo figlio Mormon; come molti secoli più tardi, una traduzione di quel prezioso libro, scritto in caratteri egiziani, fu fatta da Giuseppe Smith, juniore, colono dello Stato di Vermont, che si rivelò profeta mistico nel 1825; come, finalmente, un messaggiero celeste gli apparve in una foresta luminosa e gli consegnò gli annali del Signore.„
In quel momento, alcuni ascoltanti, poco allettati dalla narrazione retrospettiva del missionario, lasciarono il vagone; ma William Hitch, continuando, raccontò “come Smith juniore, riunendo suo padre, i suoi due fratelli e alcuni discepoli, fondò la religione dei Santi degli ultimi giorni, — religione che, adottata non solo in America, ma in Inghilterra, in Scandinavia, in Germania, annovera tra’ suoi fedeli degli artigiani ed anco molte persone che esercitano professioni liberali; come una colonia fu fondata nell’Ohio; come un tempio venne innalzato al prezzo di duecentomila dollari e una città edificata a Kirkland; come Smith diventò un audace banchiere e ricevette da un semplice espositore di mummie un papiro contenente una narrazione scritta dalla mano d’Abramo ed altri celebri Egiziani.„
Questa narrazione diventando lunghetta, le file dell’uditorio si diradarono ancora, e il pubblico rimase composto di non più di una ventina di persone.
Ma l’elder, senz’affliggersi di questa diserzione, raccontò con molti particolari “come qualmente Joe Smith fece bancarotta nel 1837; come qualmente i suoi azionisti rovinati lo intonacarono di pece e lo rotolarono nelle penne; come qualmente lo si ritrovò, più onorevole ed onorato che mai, parecchi anni dopo, a Indipendenza, nel Missurì, e capo di una comunità fiorente, che annoverava nientemeno che tremila discepoli, e come allora perseguitato dall’odio dei gentili, dovette fuggire nel Far-West (estremo occidente) americano.„
Dieci uditori erano ancora presenti, e tra essi l’onesto Gambalesta che ascoltava tutt’orecchi. Per tal modo egli venne a sapere come, dopo lunghe persecuzioni, Smith ricomparve nell’Illinese, e fondò nel 1839, sulle sponde del Mississippì, Nauvoo la-Bella, la cui popolazione ascese sino a venticinquemila anime; come Smith ne divenne il sindaco, il giudice supremo e il generale in capo; come nel 1843, egli propose la sua candidatura alla presidenza degli Stati Uniti, e come infine, attirato in un agguato, a Cartagine, egli fu gettato in prigione ed assassinato da una banda di uomini mascherati.
In questo momento Gambalesta era assolutamente solo nel vagone, e l’elder guardandolo in faccia, affascinandolo con le sue parole, gli ricordò che due anni dopo l’assassinio di Smyth, il suo successore, il profeta inspirato, Brigham Young, abbandonando Nauvoo, andò a stabilirsi sulle rive del Lago Salato, e che sopra quell’ammirabile territorio, in mezzo a quella contrada fertile, sulla strada degli emigranti che attraversavano l’Utah per recarsi in California, la nuova colonia, mercè i principii poligami del Mormonismo, prese un’estensione enorme.
“Ed ecco, soggiunse William Hitch, ecco perchè la gelosia del Congresso si è sfogata contro di noi! ecco perchè i soldati dell’Unione hanno calpestato il suolo dell’Utah! ecco perchè il nostro capo, il profeta Brigham Young, venne incarcerato contro ogni giustizia! Cederemo noi alla forza? Mai! Scacciati dal Vermont, scacciati dall’Illinese, scacciati dall’Ohio, scacciati dal Missuri, scacciati dall’Utah, noi troveremo ancora qualche territorio indipendente nel quale pianteremo le nostre tende. — E voi, mio fedele, soggiunse l’elder fissando sul suo unico uditore degli sguardi corrucciati, pianterete voi la vostra all’ombra della nostra bandiera?
— No,„ rispose bravamente Gambalesta, che scappò via alla sua volta, lasciando l’energumeno a predicare nel deserto.
Ma, durante la conferenza, il treno aveva camminato rapidamente, e verso mezz’ora dopo mezzodì, toccava il Gran Lago Salato, alla sua punta nord-ovest. Da lì si poteva abbracciare, sopra un vasto perimetro, l’aspetto di quel mare interno, che porta esso pure il nome di Mar Morto, nel quale si gitta un Giordano d’America. Lago ammirabile, incorniciato da belle roccie selvaggie, a larghe basi incrostate di sale bianco, stupendo bacino d’acqua che copriva in passato uno spazio più vasto, ma col tempo, le sue sponde, emergendo a poco a poco, ridussero la sua superficie, accrescendone la profondità.
Il Lago Salato, lungo circa settanta miglia e largo trentacinque, è situato a tre miglia e ottocento piedi al disopra del livello del mare. Affatto diverso dal Lago Asfaltide, la cui depressione accusa milleduecento piedi al disotto, la sua salsedine è considerevole, e le sue acque tengono in dissoluzione il quarto del loro peso di materia solida. Il loro peso specifico è di 1170, quello dell’acqua distillata essendo 1000. Perciò i pesci non vi possono vivere. Quelli che vi sono gettati dal Giordano, dal Weber e da altri _creeks_, vi periscono presto; ma non è vero che la densità delle acque del Lago Salato sia tale che un uomo non vi si possa tuffare.
Intorno al lago la campagna era ammirabilmente coltivata, perchè i Mormoni se ne intendono nei lavori della terra; _ranchos_ o _corrals_ (specie di recinti) per gli animali domestici, campi di frumento, di granoturco, di sorgo, praterie lussureggianti, dovunque siepi di rosai selvatici, gruppi di acacie e di euforbie, tale sarebbe stato l’aspetto di quella contrada sei mesi più tardi, ma in quel momento il suolo scompariva sotto un sottile strato di neve che lo incipriava leggermente.
Alle due i viaggiatori scendevano alla stazione di Ogden. Siccome il treno non doveva ripartire che alle sei, il signor Fogg, mistress Auda e i loro due compagni avevano il tempo di recarsi alla Città dei Santi pel piccolo tronco che si stacca dalla stazione di Ogden.
Due ore bastavano a visitare quella città affatto americana, e come tale, edificata sul modello di tutte le città dell’Unione, — vaste scacchiere a lunghe linee fredde, con “la tristezza lugubre degli angoli retti,„ secondo l’espressione di Vittor Hugo. Il fondatore della Città dei Santi non poteva sottrarsi a quel bisogno di simmetria che distingue gli anglossassoni. In quel singolare paese, dove gli uomini non sono certamente all’altezza delle istituzioni, tutto si fa con la squadra alla mano, le città, le case e le stoltezze.
Alle tre, i viaggiatori passeggiavano dunque per le strade della città, edificata tra la riva del Giordano e le prime ondulazioni dei monti Wahsatch. Essi vi notarono poco o punto chiese; ma come monumenti, la casa del profeta, la _Court house_ (palazzo dei Tribunali) e l’arsenale; indi, case di mattoni azzurrastri con verande e portici, circondate da giardini, fiancheggiate da acacie, da palmizi e da carrubbi. Un muro di argilla e di ciottoli, costruito nel 1853, cingeva la città. Nella via principale, dove si tiene il mercato, si ergevano alcuni palazzi adorni di bandiere, e fra gli altri, _Lake-Salt-house_ (palazzo di città).
Il signor Fogg e i suoi compagni non trovarono la città molto popolata. Le strade erano quasi deserte, ad eccezione della parte del Tempio, ove non giunsero se non dopo aver attraversato parecchi quartieri circondati da palizzate. Le donne erano in buon numero, il che dipende dalla composizione singolare delle famiglie mormone. Non bisogna credere però che tutti i Mormoni siano poligami. Non c’è obbligo, ma sono le cittadine di Utah che aspirano specialmente ad essere sposate, poichè, secondo la religione del paese, il cielo mormone non ammette al possedimento delle sue beatitudini i celibi del sesso femminile. Quelle povere creature non parevano nè agiate nè felici. Talune, le più ricche senza dubbio, portavano una giacchetta di seta nera aperta alla vita, sotto un cappuccio od uno scialle molto modesto. Le altre erano vestite semplicemente di tela.
Gambalesta, lui, nella sua qualità di giovane di convinzioni, non guardava senza un certo spavento quelle Mormone incaricate di fare, in molte, la felicità di un solo Mormone. Nel suo buon senso, egli compiangeva sopratutto il marito. Gli pareva terribile cosa avere a guidare tante signore alla volta tramezzo alle vicissitudini della vita, condurle così in frotta sino al paradiso mormone, con la prospettiva di ritrovarvele per l’eternità in compagnia del glorioso Smyth, che doveva formar l’ornamento di quel luogo di delizie. Decisamente egli non si sentiva la vocazione, e trovava, — forse con un po’ d’illusione — che le cittadine di Great-Lake-City lanciavano sulla sua persona degli sguardi un po’ inquietanti.
Fortunatamente il suo soggiorno nella Città dei Santi non doveva prolungarsi. Alle quattro meno qualche minuto i viaggiatori si ritrovavano alla stazione e ripigliavano posto nei loro vagoni.
Il fischio si fece udire, ma al momento che le ruote motrici della locomotiva, pattinando sulle rotaie, cominciavano ad imprimere al treno una certa velocità, si udirono grida di “Fermate! fermate!„
Non si ferma un treno in cammino. Il gentleman, che proferiva queste grida, era evidentemente un Mormone in ritardo. Egli correva a precipizio. Fortunatamente per lui, la stazione non aveva nè porte nè barriere. Egli si slanciò dunque sulla via, saltò sulla predella dell’ultima carrozza, e cadde anelante sopra un sedile del vagone.
Gambalesta, che aveva seguito con emozione gl’incidenti di quella ginnastica, sen venne a contemplare il ritardatario, al quale s’interessò vivamente, quando venne a sapere che quel cittadino dell’Utah erasi così dato alla fuga per mettere fine ad una scenetta di famiglia.
Allorchè il Mormone ebbe ripreso fiato, Gambalesta si arrischiò a chiedergli garbatamente quante mogli avesse, — al modo in cui aveva preso il largo, gliene supponeva una ventina almeno.
“Una, signore! rispose il Mormone alzando le braccia al cielo, una ed era abbastanza!„
CAPITOLO XXVIII.
Nel quale Gambalesta non riesce a far intendere il linguaggio della ragione.
Il treno, lasciando Great-Salt-Lake e la stazione di Ogden, salì durante un’ora verso il nord, sino a Veber-River, avendo percorso novecento miglia all’incirca da S. Francisco. Da quel punto in avanti, esso ripigliò la direzione dell’est tramezzo ai massi accidentati dei monti Wahsatch. Precisamente in questa parte del territorio compresa tra le dette montagne e le Montagne Rocciose propriamente dette, gl’ingegneri americani si trovarono alle prese con le più serie difficoltà. Perciò in quel tratto la sovvenzione del governo dell’Unione ascese a quarantottomila dollari per miglio, mentre non era che di sedicimila dollari in pianura, ma gli ingegneri, come fu già detto, non violentarono la natura, giuocarono con lei d’astuzia, girando le difficoltà, e per arrivare al gran bacino, una sola galleria, lunga quattordicimila piedi, venne scavata in tutta la lunghezza del _rail-road_.