Il giro del mondo in ottanta giorni

Part 12

Chapter 123,572 wordsPublic domain

Durante il tragitto non accadde alcun incidente nautico. Il piroscafo, sostenuto sulle sue larghe ruote, appoggiato dalla sua robusta velatura, rollava poco. L’Oceano Pacifico giustificava a sufficienza il suo nome. Il signor Fogg era calmo e poco comunicativo come d’ordinario. La sua giovine compagna si sentiva sempre più avvinta a quell’uomo con altri vincoli che quelli della riconoscenza. Quella natura silenziosa, così generosa nel suo complesso, l’impressionava più ch’ella nol credesse, e quasi inconsapevolmente ella si lasciava invadere da sentimenti di cui l’enigmatico Fogg non pareva subire menomamente l’influenza.

Inoltre, mistress Auda s’interessava prodigiosamente ai progetti del gentleman. Ella s’inquietava degli incagli che potevano compromettere il successo del viaggio. Sovente ella discorreva con Gambalesta, che leggeva nel cuore di mistress Auda. Il bravo giovane aveva ora, rispetto al suo padrone, la fede del carbonaio; egli non rifiniva dagli elogi sull’onestà, la generosità, la devozione di Phileas Fogg; indi rassicurava mistress Auda sull’esito del viaggio, ripetendo che il più difficile era fatto, che si era usciti da quei paesi fantastici della Cina e del Giappone, che si ritornava alle contrade incivilite, e finalmente che un treno da San Francisco a Nuova York ed uno transatlantico da Nuova York a Londra basterebbero, senza dubbio, a compiere quell’impossibile giro del mondo nei termini convenuti.

Nove giorni dopo aver lasciato Yokohama, Phileas Fogg aveva esattamente percorso la metà del globo terrestre.

Infatti il _General Grant_, il 23 novembre, passava al 180º meridiano, quello sul quale si trovano nell’emisfero australe gli antipodi di Londra. Di ottanta giorni messi a sua disposizione, il signor Fogg, vero è, ne aveva impiegati cinquantadue, e non gliene rimanevano che ventotto da spendere. Ma bisogna notare che se il gentleman si trovava a mezza strada soltanto “per la differenza dei meridiani,„ egli aveva in realtà compiuto più di due terzi del tragitto totale. Quali giravolte forzate, difatti, da Londra ad Aden, da Aden a Bombay, da Calcutta a Singapore, da Singapore a Yokohama! A seguire circolarmente il cinquantesimo parallelo, che è quello di Londra, la distanza non sarebbe stata che di circa dodicimila miglia, mentre Phileas Fogg era costretto, dai capricci dei mezzi di locomozione, di percorrerne ventiseimila, delle quali aveva fatto circa diciassettemila e cinquecento, a quella data del 23 novembre. Ma ora la strada era diritta, e Fix non era più fra’ piedi ad accumularvi ostacoli!

Accadde altresì che, quel 25 novembre, Gambalesta provasse una gran gioia. I lettori ricordano che il nostro testardo erasi ostinato a mantenere l’ora di Londra al suo famoso oriuolo di famiglia, ritenendo false tutte le ore dei paesi ch’egli percorreva. Ora, quel giorno, quantunque non l’avesse mai posto nè innanzi nè indietro, il suo orologio si trovò d’accordo coi cronometri di bordo.

Se Gambalesta ne menò vanto è cosa facile a capire. Egli avrebbe voluto proprio sapere quello che Fix avrebbe potuto dire, se fosse stato presente.

“Quel briccone che mi spifferava tante fandonie sui meridiani, sul sole, sulla luna! ripeteva Gambalesta. Guardate mo’ che gente! Se si stesse ad ascoltarli, belli orologi si avrebbero allora! ero ben sicuro io che un giorno o l’altro il sole si deciderebbe a regolarsi sul mio orologio!...„

Gambalesta ignorava questo: che se il quadrante del suo orologio fosse stato diviso in ventiquattr’ore come gli orologi italiani, egli non avrebbe avuto motivo alcuno di vantarsi, perocchè le lancette del suo strumento, quando sarebbero state le nove del mattino a bordo, avrebbero indicato nove ore della sera, vale a dire la ventunesima ora dalla mezzanotte — differenza precisamente eguale a quella che esiste tra Londra e il centottantesimo parallelo.

Ma se Fix fosse stato capace di spiegare quest’effetto puramente fisico, Gambalesta, senza dubbio, sarebbe stato incapace, se non di comprenderlo, per lo meno di ammetterlo. E ad ogni modo, se per un caso impossibile l’ispettore di polizia si fosse inopinatamente mostrato a bordo in quel momento, è probabile che Gambalesta, a buon diritto pien di rancore, avrebbe tratto con lui un soggetto affatto differente ed in tutt’altro modo.

Ma dov’era Fix in quel momento?...

Fix era precisamente a bordo del _General Grant_.

Infatti giungendo a Yokohama, l’agente abbandonando il signor Fogg che si proponeva di ritrovare nella giornata, erasi recato immediatamente dal console inglese. Lì egli aveva finalmente trovato il mandato, che correndogli dietro da Bombay, aveva già quaranta giorni di data — mandato che eragli stato spedito da Hong-Kong con quello stesso _Carnatic_ a bordo del quale lo si credeva. Immaginatevi il dispetto del _detective_. Il mandato tornava inutile! Il signor Fogg aveva lasciato i possedimenti inglesi! Un atto d’estradizione era ora necessario per arrestarlo!

“E sia! disse tra sè Fix dopo il primo momento di collera. Se il mio mandato non è più valido qui, lo sarà in Inghilterra. Quel furfante pare proprio che voglia ritornare in patria credendo di aver ingannato la polizia. Bene. Io lo seguirò sin là. Quanto al danaro, Dio voglia che ne rimanga! Ma in viaggi, in premi, in processi, in ammende, in elefanti, in spese d’ogni specie, il mio omo ha già lasciato più di cinquemila sterline sulla strada. Alla fin fine, la Banca è ricca!„

Essendosi così deciso, Fix s’imbarcò anch’esso sul _General Grant_. Egli era a bordo, quando il signor Fogg e mistress Auda vi giunsero. Con sua somma sorpresa, egli riconobbe Gambalesta sotto il suo vestito di giocoliere. Si nascose prestamente nel suo camerino, affine di cansare una spiegazione che poteva compromettere tutto, — e, mercè la quantità dei viaggiatori, egli sperava di non essere visto dal suo nemico, allorchè quel giorno appunto si trovò faccia a faccia con lui a prora della nave.

Gambalesta saltò alla gola di Fix senza altra spiegazione, e, con gran piacere di certi americani che scommessero immediatamente per lui, egli somministrò all’infelice ispettore una solenne grandinata di pugni, che dimostrò l’alta superiorità del pugillato francese sul pugillato inglese.

Quando Gambalesta ebbe finito, si sentì più calmo e sollevato. Fix si rialzò tutto ammaccato, e, guardando il suo avversario, gli disse freddamente:

“È finito?

— Sì, pel momento.

— Allora dobbiamo parlare insieme.

— Io con voi?...

— Nell’interesse del vostro padrone.„

Gambalesta, come soggiogato da quell’imperturbabilità, seguì l’ispettore di polizia, e entrambi si assisero a prora dello _steamer_.

“Voi mi avete picchiato, disse Fix. Bene. Me l’aspettava. Adesso ascoltatemi. Fin qui io sono stato l’avversario del signor Fogg, ora sono con lui.

— Finalmente! esclamò Gambalesta, voi lo credete un onest’uomo?

— No, rispose freddamente Fix, lo credo un briccone.... Zitto là! non vi movete e lasciatemi dire. Fintantochè il signor Fogg stette sui possedimenti inglesi, ebbi interesse a trattenerlo, aspettando un mandato d’arresto. Tutto quanto feci fu per questo. Io lanciai contro di lui i sacerdoti di Bombay, io vi ubbriacai a Hong-Kong, io vi separai dal vostro padrone, io lo feci mancare alla partenza del piroscafo di Yokohama....„

Gambalesta ascoltava coi pugni stretti.

“Adesso, ripigliò Fix, il signor Fogg sembra tornare in Inghilterra? Sta bene. Lo seguirò fin là. Ma d’ora innanzi, io metterò ad allontanare gli ostacoli del suo cammino tanta cura e tanto zelo quanto ne posi fin qui ad accumularveli. Lo vedete! il mio giuoco è cambiato, ed è cambiato perchè il mio interesse lo impone. Aggiungo che il vostro interesse è pari al mio, perchè in Inghilterra soltanto voi saprete se siete al servizio di un delinquente o di un onest’uomo!„

Gambalesta aveva ascoltato attentissimamente Fix, e fu convinto che Fix parlava in assoluta buona fede.

“Siamo amici? domandò Fix.

— Amici, no, rispose Gambalesta. Alleati, sì, e con le debite riserve, poichè, alla minima apparenza di tradimento, io vi torco il collo.

— Accettato, disse tranquillamente l’ispettore di polizia.

Undici giorni dopo, il 3 dicembre, il _General Grant_ entrava nella baia della Porta d’Oro, e approdava a San Francisco.

Il signor Fogg non aveva ancora nè perduto nè guadagnato un sol giorno.

CAPITOLO XXV.

Nel quale si dà un’occhiatina a San Francisco in un giorno di meeting.

Erano le sette del mattino, quando Phileas Fogg, mistress Auda e Gambalesta posero piede sul continente americano, — se pure si può dare questo nome al molo galleggiante sul quale sbarcarono. Codesti moli, che si alzano e s’abbassano con la marea, facilitano il carico e lo scarico delle navi. Là vanno ad imbozzarsi i _clippers_ di ogni dimensione, gli _steamers_ di tutte le nazionalità, e quegli _steamboats_ a diversi piani, che fanno il servizio del Sacramento e de’ suoi affluenti. Là s’ammucchiano i prodotti di un commercio che si estende al Messico, al Perù, al Chilì, al Brasile, all’Europa, all’Asia, a tutte le isole dell’Oceano.

Gambalesta, nella sua gioia di toccare alla perfine la terra americana, aveva creduto dover operare il suo sbarco eseguendo un salto pericoloso della più alta scuola. Ma quando ricadde sul molo il cui tavolato era tarlato, mancò poco passasse da parte a parte. Tutto giubilante del modo con cui aveva “preso piede„ sul nuovo continente, l’onesto giovane cacciò un grido formidabile, che fece volar via un’innumerevole frotta di cormorani e di pellicani, ospiti abituali dei moli mobili.

Il signor Fogg, appena sbarcato, s’informò dell’ora in cui partiva il primo treno per Nuova York. Partiva alle sei di sera. Il signor Fogg aveva dunque un’intera giornata da spendere nella capitale californiana. Fece venire una carrozza per mistress Auda e per sè. Gambalesta montò in serpe, e il veicolo, a tre dollari la corsa, si diresse verso _International-Hôtel_.

Dal posto elevato che occupava, Gambalesta osservava con curiosità, la grande città americana: strade larghe, case basse ben allineate, chiese e templi di un gotico anglosassone, _docks_ immensi, magazzini di deposito come tanti palazzi, taluni in legno, altri in mattoni; nelle strade, molte carrozze, omnibus, _tramway_ (ferrovie a cavalli) e sui marciapiedi ingombri, non solo Americani ed Europei, ma benanco Cinesi e Indiani, — insomma di che comporre una popolazione di più di duecentomila abitanti.

Gambalesta fu non poco sorpreso di quello che vedeva. Egli supponeva di trovare ancora la città leggendaria del 1849, la città dei masnadieri, degli incendiari e degli assassini, accorsi alla conquista delle pepite, quell’immenso cafarnao di tutti gli spostati, dove si giuocava la polvere d’oro, con un revolver da una mano e un coltello dall’altra. Ma il “bel tempo„ era passato. San Francisco presentava ora l’aspetto di una grande città commerciale. L’alta torre del palazzo di città, da cui vigilano le scolte, dominava tutto quell’insieme di vie e di viali, che s’intersecano ad angoli retti in mezzo ai quali risaltano degli _squares_ verdeggianti; indi, una città cinese che pare essere stata importata dal Celeste Impero in una scatola da giocattoli. Non più _sombreros_, non più camicie rosse alla maniera degli appaltatori di _placers_, non più Indiani pennuti, ma cappelli di seta e abiti neri, portati da gentlemen dotati di un’attività divorante. Certe vie, tra l’altre Montgommery-street, — il Regent-street di Londra, il _boulevard_ degl’Italiani di Parigi, il _Broadway_ di Nuova York, — erano fiancheggiate da splendide botteghe, che offrivano nelle loro vetrine i prodotti del mondo intero.

Allorchè Gambalesta giunse a _International-Hôtel_, gli sembrava di non aver mai lasciato l’Inghilterra.

Il pianterreno dell’albergo era occupato da un immenso “bar,„ specie di _buffet_ aperto _gratis_ a qualunque viandante. Carne disseccata, zuppa con le ostriche, biscotto e cacio di Chester vi si smaltivano senza che il consumatore avesse a slacciare la borsa. Egli non pagava che la bevanda, birra, porto o xeres, se gli venisse voglia di rinfrescarsi la bocca. La cosa parve “molto americana„ a Gambalesta.

La trattoria dell’albergo era attraente. Il signor Fogg e mistress Auda presero posto dinanzi ad una tavola e furono abbondantemente serviti in certi piatti lilliputiani da moretti del più bel nero.

Dopo colazione, Phileas Fogg, accompagnato da mistress Auda, lasciò l’albergo per recarsi agli uffici del console inglese, onde far vidimare il passaporto. Sul marciapiede egli trovò il suo servo, che gli chiese prima di partire con la ferrovia del Pacifico, non sarebbe prudente comperare qualche dozzina di carabine Enfield o revolver Colt. Gambalesta aveva udito parlare di Siù e di Pawnies, che fermano i treni come semplici ladri spagnuoli. Il signor Fogg rispose che la era una precauzione inutile, ma lo lasciò libero d’agire a modo suo. Indi, egli si diresse verso gli uffici dell’agente consolare.

Phileas Fogg non aveva fatto duecento passi, che “per caso, casissimo,„ egli incontrò Fix. L’ispettore si mostrò estremamente sorpreso. Come! Il signor Fogg e lui avevano fatto insieme la traversata del Pacifico, e non si erano incontrati a bordo! Ad ogni modo, Fix non poteva essere che onorato di rivedere il gentleman al quale doveva tanto, e, qualora gli affari lo richiamassero in Europa, sarebbe contentissimo di proseguire il suo viaggio in così piacevole compagnia.

Il signor Fogg rispose che l’onore sarebbe stato suo, e Fix — cui, premeva di non perderlo di vista, — gli chiese il permesso di visitare con lui quella curiosa città di San Francisco. Il che venne concesso.

Ecco dunque mistress Auda, Phileas Fogg e Fix a gironzare per le vie. Si trovarono in breve in Montgommery-street, ove l’affluenza della popolazione era enorme. Sui marciapiedi, in mezzo alla strada, sulle rotaie de’ _tram-ways_, ad onta del passaggio incessante delle diligenze e degli omnibus, sulla soglia delle botteghe, alle finestre di tutte le case, e persino sui tetti, folla innumerevole. Alcuni uomini-cartelloni circolavano in mezzo ai crocchi. Bandiere e banderuole si agitavano al vento. Grida erompevano da ogni parte.

“Urrà per Kamerfield!

— Urrà per Mandiboy!„

Era un _meeting_. Tale fu almeno la supposizione di Fix, ed egli la comunicò al signor Fogg, soggiungendo:

“Noi faremo forse bene, signore, di non frammischiarci a questa calca. Ce ne può incoglier male.

— Sicuramente, rispose Phileas Fogg, e i pugni, per essere politici, non cessano di esser pugni!„

Fix si credette in dovere di sorridere udendo questa osservazione, e, affine di vedere senza essere involti nel tafferuglio, mistress Auda, Phileas Fogg e lui presero posto sul pianerottolo superiore di una scalinata che metteva ad un terrazzo situato di prospetto a Montgommery-street. Dinanzi a sè, dall’altro lato della via, tra la mostra di un mercante di carbone e la bottega di un negoziante di petrolio, spiccava una larga scrivania all’aria aperta, verso la quale le diverse correnti della folla sembravano convergere.

Ed ora, perchè mo’ questo _meeting_? In quale occasione lo si teneva? Phileas Fogg lo ignorava assolutamente. Si trattava forse della nomina di un alto funzionario militare o civile, di un governatore di Stato, di un membro del Congresso? Era lecito congetturarlo, al vedere l’animazione straordinaria che infervorava la città.

In quel momento, un considerevole movimento si manifestò nella folla. Tutte le mani erano in aria. Talune, solidamente chiuse, sembravano alzarsi ed abbassarsi rapidamente in mezzo ai gridi, — modo energico, senza dubbio, per formulare un voto. Una specie di flusso e riflusso agitava la massa che rifluiva. Le bandiere oscillavano, sparivano un istante e ricomparivano fatte a brani. Le ondulazioni della folla si propagavano fino alla scalinata, mentre tutte le teste si dimenavano alla superficie come il mare improvvisamente scosso da una tempesta. Il numero dei cappelli neri diminuiva a vista d’occhio, e per la maggior parte sembravano aver perduto la loro altezza normale.

“È evidentemente un _meeting_, disse Fix, e la questione che lo provocò dev’essere palpitante. Non sarei sorpreso se si trattasse ancora dell’affare dell’_Alabama_, quantunque esso sia già risolto.

— Può essere, rispose semplicemente il signor Fogg.

— Ad ogni modo, ripigliò Fix, due campioni sono in campo, l’uno di fronte all’altro; l’onorevole Kamerfield e l’onorevole Mandiboy.„

Mistress Auda, al braccio di Phileas Fogg, guardava con sorpresa quella scena tumultuosa, e Fix stava per chiedere ad un vicino la ragione di quell’effervescenza popolare, allorchè un movimento più vivo si pronunciò. Gli urrà, conditi d’ingiurie, raddoppiarono. L’asta delle bandiere si trasformò in arma offensiva. Non più mani: pugni dappertutto. Dall’alto delle carrozze fermate, dagli omnibus arrestati nella loro corsa, era un ricambio indiavolato di stramazzoni. Ogni cosa serviva di proiettile. Stivali e scarpe descrivevano in aria delle traiettorie molto tese, e parve altresì che qualche revolver frammischiasse alle vociferazioni della folla le sue detonazioni nazionali.

La calca si avvicinò alla scalinata e rifluì sui primi gradini. Uno dei partiti era evidentemente respinto senza che i semplici spettatori potessero riconoscere se il vantaggio rimaneva a Mandiboy o a Kamerfield.

“Credo prudente di ritirarci, disse Fix, cui premeva che il “suo omo„ non ricevesse qualche mala botta o si cacciasse in un brutto imbroglio. Se in tutto questo ci entra per caso l’Inghilterra e che noi siamo riconosciuti, saremo molto compromessi in una baruffa!

— Un cittadino inglese...„ rispose Phileas Fogg.

Ma il gentleman non potè terminare la sua frase. Dietro a lui, da quel terrazzo che precedeva la scalinata, si udirono urli spaventosi. Si gridava: “Urrà! Hip! Hip! per Mandiboy!„ Era una turba di elettori che giungeva alla riscossa, pigliando di fianco i partigiani di Kamerfield.

Il signor Fogg, mistress Auda e Fix si trovarono tra due fuochi. Era troppo tardi per iscantonare. Quel torrente d’uomini, armati di bastoni piombati e di _cassetéte_ era irresistibile. Il signor Phileas Fogg e Fix, preservando la giovane donna, furono maledettamente scrollati. Il signor Fogg, non meno flemmatico che di consueto, volle difendersi con quelle armi naturali che la natura ha poste alla punta delle braccia di qualunque inglese, ma inutilmente. Un enorme omaccione dalla barba rossa e dalla carnagione colorita, largo di spalle, che pareva il capo della turba, alzò il suo formidabile pugno sul signor Fogg, ed avrebbe conciato in brutto modo il nostro gentleman, se Fix, per devozione, non avesse ricevuto il colpo in vece sua. Un’enorme gobba si sviluppò istantaneamente sotto il cappello di seta del _detective_, trasformato in semplice berretta.

“_Yankee!_ disse il signor Fogg, lanciando al suo avversario uno sguardo di profondo disprezzo.

— _English!_ rispose l’altro.

— Ci ritroveremo!

— Quando vi piacerà.

— Il vostro nome?

— Colonnello Stam Proctor. Il vostro?

— Phileas Fogg.„

Indi, ciò detto, la marea passò oltre. Fix fu gettato a terra e si rialzò con gli abiti laceri, ma senza ammaccature serie. Il suo soprabito da viaggio si era diviso in due parti inuguali, ed i suoi pantaloni rassomigliavano a quei calzoni di cui certi Indiani, — questione di moda, — non si vestono se prima non ne hanno tolto via il fondo. Ma insomma, mistress Auda era stata risparmiata, e, solo, Fix si era buscato il suo pugno.

“Grazie, disse il signor Fogg all’ispettore, appena furono fuori della folla.

— Non c’è di che, rispose Fix, ma venite via.

— Dove?

— Da un negoziante di abiti fatti.„

Infatti, codesta visita era opportuna. Gli abiti di Phileas Fogg e di Fix erano a brandelli, come se quei due gentlemen si fossero battuti per conto degli onorevoli Kamerfield e Mandiboy.

Un’ora dopo essi erano convenientemente vestiti e riforniti di cappello. Indi ritornarono a _International-Hôtel_.

Ivi Gambalesta aspettava il suo padrone, armato di una mezza dozzina di revolver-pugnali a sei colpi. Quand’egli scorse Fix in compagnia del signor Fogg, la sua fronte si oscurò. Ma dappoichè mistress Auda ebbe narrato in poche parole tutto quanto era accaduto, Gambalesta si rasserenò. Evidentemente, Fix non era più un nemico, era un alleato. Egli manteneva la sua parola.

Terminato il pranzo, venne la carrozza che doveva trasportar alla stazione i viaggiatori e i bagagli. Al momento di por piede sulla predella, il signor Fogg disse a Fix:

“Non avete più riveduto quel colonnello Proctor?

— No, rispose Fix.

— Io ritornerò in America per rintracciarlo, disse freddamente Phileas Fogg. Non sarebbe conveniente che un cittadino inglese si lasciasse trattare a quel modo.„

L’ispettore sorrise e non rispose. Ma si vede che il signor Fogg era di quella razza d’Inglesi, che, se non tollerano il duello nel loro paese, si battono all’estero, quando si tratta di sostenere il loro onore.

Alle sei meno un quarto, i viaggiatori giungevano alla stazione e trovavano il treno pronto a partire.

Al momento in cui il signor Fogg stava per imbarcarsi, scorse un impiegato, e raggiungendolo:

“Amico, gli diss’egli, ci sono stati disordini oggi a San Francisco?

— No, signore, rispose l’impiegato. Era un _meeting_ organizzato per un’elezione.

— L’elezione di un generale in capo, senza dubbio? domandò il signor Fogg.

— No, signore, di un giudice conciliatore.„

A questa risposta, Phileas Fogg salì nel vagone, e il treno partì a tutto vapore.

CAPITOLO XXVI.

Nel quale si piglia il treno espresso della ferrovia del Pacifico.

_Ocean to Ocean_, — così dicono gli Americani, — e queste tre parole dovrebbero essere la denominazione generale del _grand trunk_, ossia della ferrovia che attraversa gli Stati Uniti d’America nella loro massima larghezza. Ma in realtà, il _Pacific-rail-road_ si divide in due parti distinte: _Central Pacific_ tra San Francisco e Ogden, e _Union Pacific_ tra Ogden e Omaha. Qui si riuniscono cinque linee distinte che mettono Omaha in comunicazione frequente con Nuova York.

Nuova York e San Francisco sono dunque presentemente riuniti da un nastro di metallo ininterrotto che misura non meno di 3786 miglia. Tra Omaha e il Pacifico la strada ferrata valica una contrada tuttora frequentata dagl’Indiani e dalle bestie feroci, — vasta estensione di territorio che i Mormoni incominciarono a colonizzare verso il 1845, dopo che furono scacciati dall’Illinese.

In passato, nelle circostanze più favorevoli, occorrevano sei mesi per andare da Nuova York a San Francisco. Ora vi si mettono sette giorni.

Fu nel 1862 che, ad onta dell’opposizione dei deputati del Sud, che volevano una via più meridionale, il tracciato del _rail road_ fu stabilito fra il quarantesimo e il quarantaduesimo parallelo. Il presidente Lincoln, di sì compianta memoria, fissò egli medesimo, nello Stato di Nebraska, alla città di Omaha, la testa di linea della nuova rete. I lavori furono subito incominciati e proseguiti con quella attività americana che non ama gli incartamenti nè la burocrazia. La rapidità della mano d’opera non doveva nuocere per nulla affatto alla buona esecuzione della strada. Nella prateria si procedeva in ragione di un miglio e mezzo al giorno. Una locomotiva, correndo sui binarii del dì prima, portava i binari del dì dopo, e correva sulla loro superficie mano mano venivano collocati.