Il giro del mondo in ottanta giorni
Part 11
Questo punto è un approdo importante del Pacifico, dove poggiano in porto tutti i piroscafi che fanno il servizio della posta e dei viaggiatori tra l’America del Nord, la Cina, il Giappone e le isole della Malesia. Yokohama è situata nella medesima baia di Yeddo, a poca distanza da quell’immensa città, seconda capitale dell’impero giapponese, già residenza del taikun, nel tempo in cui quell’imperatore civile esisteva, e rivale di Meaka, la grande città che abita il mikado, imperatore ecclesiastico e discendente degli dêi.
Il _Carnatic_ andò a schierarsi al molo di Yokohama, vicino alle gettate del porto ed ai magazzini della dogana, in mezzo a buon numero di navi appartenenti a tutte le nazioni.
Gambalesta pose il piede senz’alcun entusiasmo su quella terra tanto curiosa dei Figli del Sole. Il meglio ch’ei potesse fare era di pigliarsi il caso per guida, e andare alla ventura per le strade della città.
Gambalesta si trovò dapprima in una città assolutamente europea, con case a facciate basse, ornate di verande sotto le quali si entrava in eleganti peristilii, e che copriva con le sue strade, con le sue piazze, co’ suoi _docks_, co’ suoi magazzini, lo spazio compreso dal promontorio del Trattato sino al fiume. Colà, come a Hong-Kong, come a Calcutta, formicolava un miscuglio di gente di tutte le razze. Americani, Inglesi, Cinesi, Olandesi, mercanti pronti a vender tutto ed a comperare di tutto, in mezzo a’ quali il Francese si trovava tanto estraneo come se fosse stato gettato nel paese degli Ottentotti.
Gambalesta aveva bensì un espediente; quello di raccomandarsi agli agenti consolari francesi o inglesi stabiliti a Yokohama; ma gli ripugnava il raccontare la sua storia, così intimamente commista a quella del suo padrone, e prima di risolversi a ciò, egli voleva aver esaurito tutti gli altri mezzi.
Laonde, dopo aver percorso la parte europea della città, senza che la sorte lo avesse in nulla aiutato, egli entrò nella parte giapponese, deciso, all’occorrenza, di avanzarsi sino a Yeddo.
Quella porzione indigena di Yokohama è chiamata Benten, dal nome di una dea del mare, adorata sulle isole vicine. Ivi si vedevano ammirabili viali di abeti e di cedri, porte sacre di un’architettura strana, ponti nascosti in mezzo ai bambù ed alle canne, tempii riparati sotto la vôlta immensa e malinconica dei cedri secolari, bonzerie in fondo alle quali vegetavano i sacerdoti del buddismo e i settari della religione di Confucio, vie interminabili in cui si poteva raccogliere una messe di fanciulli dalla carnagione rosea e dalle guance rosse, piccoli fantocci che parevano intagliati da qualche paravento indigeno, e che si trastullavano in mezzo a cani barboni dalle gambe corte e a gatti giallastri, senza coda, molto pigri e molto carezzevoli.
Nelle vie, era tutt’un formicolìo, un andirivieni incessante: bonzi che passavano processionalmente picchiando i loro tamburelli monotoni, yakunini, ufficiali di dogana o di polizia, dai cappelli acuminati incrostati di lacca, e che portavano due sciabole alla cintura, soldati vestiti di cotonine azzurre a righe bianche e armati di fucili a percussione, uomini d’armi del mikado, insaccati nella loro giubba di seta, con giaco e saio di maglie, e un’infinità di altri militari di ogni condizione, poichè al Giappone la professione del soldato è altrettanto stimata quanto in Cina è sprezzata. Poi frati questuanti, pellegrini in lunghe vesti, semplici borghesi dalla capigliatura liscia e di un nero d’ebano, testa grossa, busto lungo, gambe gracili, statura poco elevata, carnagione colorita dalle cupe tinte del rame sino al bianco latteo, ma mai gialla come quella dei Cinesi da cui i Giapponesi differiscono essenzialmente. Finalmente, tra le carrozze, i palanchini, i cavalli, i portatori, le carriole a vela, i _norimon_ a pareti di lacca, i _cango_ soffici, veri letti in bambù, si vedevano circolare a piccoli passi col loro piedino calzato di scarpe di tela, di sandali di paglia o di zoccoli in legno lavorato, alcune donne poco belle, dagli occhi dipinti, dal petto depresso, dai denti anneriti secondo la moda del giorno, ma portanti con eleganza l’abito nazionale, il _kirimon_, specie di veste da camera incrociata da una ciarpa di seta, la cui larga cintura si risolveva di dietro in un nodo stravagante, — che le moderne Parigine sembrano aver tolto a prestito alle Giapponesi.
Gambalesta passeggiò per alcune ore in mezzo a quella folla variopinta, guardando anche le curiose ed opulente botteghe, i bazar ove s’ammucchia tutta la canutiglia dell’oreficeria giapponese, le _restaurations_ adorne di banderuole e di bandiere, nelle quali gli era vietato d’entrare, e quelle case di thè dove si beve a tazza colma l’acqua calda e odorosa, e il _saki_, bevanda estratta dal riso in fermentazione, e quelle comode tabagìe dove si fuma un tabacco finissimo e non già l’oppio, il cui uso è quasi sconosciuto al Giappone.
Indi, Gambalesta si trovò nei campi in mezzo alle immense risaie. Ivi, si presentavano alla vista, con fiori che sfoggiavano i loro ultimi colori e i loro ultimi profumi, delle camelie sfarzose, non già sopra arboscelli, ma sopra veri alberi, e nei recinti i bambù, i ciliegi, i susini, i meli, che i Giapponesi coltivano più pei loro fiori che pei loro frutti, e che dei fantocci smorfiosi, degli arganelli striduli difendono dal becco dei passeri, dei colombi, dei corvi, ed altri volatili voraci. Non un cedro maestoso che non alberghi qualche grande aquila, non un salice piangente che non nasconda nel suo fogliame qualche airone, malinconicamente appollaiato sopra una zampa; insomma dovunque cornacchie, anitre, sparvieri, oche selvatiche, e gran numero di quelle grù che i Giapponesi trattano da Eccellenze, e che simboleggiano per essi la longevità e la felicità.
Errando così, alla ventura. Gambalesta scorse alcune violette tra l’erbe:
— To’! diss’egli, ecco la mia cena.
Ma avendole odorate, non trovò in loro alcun profumo.
— Fortuna avversa! pensò egli.
Vero è che l’onesto giovane aveva, in previsione, fatta la colazione più copiosa che avesse potuto, prima di lasciare il _Carnatic_; ma dopo una giornata di passeggiata, si sentì lo stomaco molto vuoto. Egli aveva pur notato che pecore, capre o maiali mancavano assolutamente alle mostre dei macellai indigeni, e, siccome sapeva che era un sacrilegio l’uccidere i buoi, unicamente riservati ai bisogni dell’agricoltura, ne aveva concluso che la carne fosse rara al Giappone. Non s’ingannava; ma in mancanza di carne da macello, il suo stomaco si sarebbe volentieri rassegnato ai pezzi di cinghiali o di daini, alle pernici od alle quaglie, al pollame od al pesce, di cui i Giapponesi si nutrono quasi esclusivamente in un col prodotto delle risaie. Ma dovette far buon viso a cattiva fortuna, e rimandò alla domane la cura di provvedere al suo vitto.
Venne la notte, Gambalesta rientrò nella città indigena, ed errò nelle vie in mezzo alle lanterne multicolori, guardando i gruppi di funamboli eseguire i loro prodigiosi esercizii, e gli astrologhi all’aria aperta che addensavano la folla intorno al loro cannocchiale. Indi egli rivide la rada, smaltata dai fianchi dei pescatori, che attiravano il pesce alla luce di resine infiammate.
Finalmente le strade si spopolarono. Alla folla succedettero le ronde di yakunini (specie di guardie di pubblica sicurezza). Quegli ufficiali, nei loro magnifici costumi e in mezzo al loro seguito, parevano tanti ambasciatori, e Gambalesta ripeteva tra sè piacevolmente, ogni volta che incontrava taluna di tali pattuglie risplendenti:
“Ci siamo! Ecco un’altra ambasciata giapponese che parte per l’Europa!„
CAPITOLO XXIII.
Nel quale il naso di Gambalesta si allunga smisuratamente.
La domane, Gambalesta, stanco, affamato, disse a sè stesso che bisognava mangiare a qualunque costo, e che il più presto era il meglio. Egli aveva bensì l’espediente di vendere l’orologio, ma sarebbe piuttosto morto di fame. Era allora il caso pel poveraccio, o mai più, di utilizzare la voce forte, se non melodica, cui la natura avevagli concesso. Egli sapeva alcune canzoncine di Francia e d’Inghilterra, e risolse di metterle a prova. I Giapponesi dovevano certamente essere amanti di musica, poichè tutto si fa in casa loro al suono dei cimballi, del _tam-tam_ e dei tamburi, ed essi non potevano che apprezzare i talenti di un virtuoso europeo.
Ma forse l’ora era troppo mattutina per organizzare un concerto, e i dilettanti, inaspettatamente risvegliati, non avrebbero pagato il cantore in moneta dall’effigie del mikado.
Gambalesta si decise dunque di aspettare alcune ore; ma, cammin facendo, fece la riflessione che sembrerebbe troppo ben vestito per un artista ambulante, e gli venne l’idea di scambiare i suoi abiti con altri più in armonia con la sua posizione. Questo scambio doveva, d’altra parte, produrre un po’ di danaro, da applicarsi immediatamente a soddisfare il suo appetito.
Presa questa risoluzione, rimaneva di porla in esecuzione. Non fu che dopo lunghe ricerche che Gambalesta scoprì un rigattiere indigeno, al quale espose la sua domanda. L’abito europeo piacque al rigattiere, e ben presto Gambalesta si trovò coperto con una vecchia veste giapponese ed in testa una specie di turbante tutto scolorito dall’azione del tempo. Ma in cambio alcune monetuccie d’argento gli risuonavano in tasca.
“Bene, pensò egli, mi figurerò di essere in carnevale.„
La prima cura di Gambalesta in tal modo “giapponizzato„ fu di entrare in una _teahouse_ (bottega da thè) di modesta apparenza, e qui, con un avanzo di pollo e delle manate di riso a discrezione, egli fe’ colazione da uomo pel quale il pranzo sia ancora un problema da risolvere.
“Ora, disse tra sè allorchè fu copiosamente ristorato, si tratta di non perdere la testa. Non ho più l’espediente di vendere queste spoglie per delle altre ancor più giapponesi. È d’uopo dunque pensare al mezzo di lasciare più prontamente possibile questo paese del Sole, di cui non conserverò che un doloroso ricordo!„
Gambalesta pensò allora a visitare i piroscafi in partenza per l’America. Egli intendeva offrirsi in qualità di cuoco o di domestico, non chiedendo altra retribuzione che il passaggio e il vitto. A San Francisco poi s’ingegnerebbe a trarsi d’impaccio. L’importante era di percorrere quelle quattromila miglia del Pacifico, che intercedono tra il Giappone e il Nuovo-Mondo.
Gambalesta non essendo uomo da trascurare una buona idea, si diresse verso il porto di Yokohama. Mano mano che si avvicinava ai _docks_, il suo progetto, che gli era parso così semplice al momento che glien’era venuta l’idea, gli pareva ognora più ineseguibile. Perchè mo’ si avrebbe bisogno di un cuoco o di un cameriere a bordo di un piroscafo americano, e quale fiducia inspirerebbe egli, vestito a quel modo? Quali raccomandazioni far valere? Quali referenze indicare?
Mentre rifletteva così, i suoi sguardi caddero sopra un immenso cartellone che una specie di _clown_ portava su e giù per le vie di Yokohama. Quel manifesto era così concepito in inglese:
COMPAGNIA GIAPPONESE ACROBATICA DELL’ONOREVOLE WILLIAM BATULCAR
_Ultime rappresentazioni prima della loro partenza_ _per gli Stati Uniti d’America, dei_ LUNGHI-NASI-LUNGHI-NASI
_sotto l’invocazione diretta del Dio Tengù_ GRANDE ENTUSIASMO.
“Gli Stati Uniti d’America! esclamò Gambalesta, ecco il fatto mio!...„
Egli seguì l’uomo-cartellone, e, dietro a lui entrò ben presto nella città giapponese. Da lì a un quarto d’ora egli si fermava dinanzi ad una vasta baracca, coronata da parecchi trofei di banderuole, e le cui pareti esterne rappresentavano senza prospettiva, ma in colori sfacciati, un’intera compagnia di bagatellieri.
Era lo stabilimento dell’onorevole Batulcar, specie di Barnum americano, direttore di una compagnia di saltimbanchi, bagatellieri, pagliacci, acrobati, equilibristi, ginnasti, che, secondo il manifesto, dava le sue ultime rappresentazioni prima di lasciare l’impero del Sole per gli Stati dell’Unione.
Gambalesta entrò sotto un peristilio che precedeva la baracca, e chiese del signor Batulcar. Comparì il signor Batulcar in persona.
“Che volete? diss’egli a Gambalesta, cui prese a tutta prima per un indigeno.
— Avete bisogno di un servo? domandò Gambalesta.
— Un servo, esclamò il Barnum, accarezzando il folto pizzo grigio che assiepava il suo mento, io ne ho due, obbedienti, fedeli, che non mi lasciarono mai, e che mi servono per niente, a patto ch’io li nutra. Ed eccoli qua, aggiunse egli, mostrando le sue due braccia robuste, rigate da vene grosse come corde di contrabbasso.
— Sicchè, io non posso esservi utile a nulla?
— A nulla.
— Cospetto! pure mi sarebbe convenuto tanto di partir con voi.
— O che! disse l’onorevole Batulcar, voi siete giapponese com’io sono una scimmia! Perchè dunque siete vestito a codesto modo?
— Eh! ognuno si veste come può!
— Quest’è vero. Siete un Francese, voi?
— Sì, Parigino di Parigi.
— Allora dovete saper fare molte smorfie.
— Affè, rispose Gambalesta, punto di vedere la sua nazionalità provocare quella domanda, noi altri Francesi sappiamo fare delle smorfie, è vero, ma non meglio degli Americani!
— Giusto. Ebbene, se non vi piglio come servo, posso pigliarvi come _clown_. Mi capite, giovinotto mio; in Francia si hanno pagliacci stranieri, e all’estero pagliacci francesi!
— Ah!
— Siete robusto, poi!
— Specialmente quando mi alzo da tavola.
— E sapete cantare?
— Sì, rispose Gambalesta, che in passato aveva fatto la sua parte in certi concerti di strada.
— Ma sapete cantare con la testa in giù, con una trottola che gira sulla pianta del piede sinistro e una sciabola in equilibrio sulla pianta del piede destro?
— Altro che! rispose Gambalesta, che si ricordava i primi esercizi della sua giovinezza.
— Gli è che, vedete, tutto sta in questo! rispose l’onorevole Batulcar.
Il contratto fu stipulato _hic et nunc_.
Alla perfine Gambalesta aveva trovato una posizione. Egli era arruolato per far di tutto nella celebre compagnia giapponese. Ciò non lusingava molto il suo amor proprio, ma prima di otto giorni egli poteva essere in viaggio per San Francisco.
La rappresentazione, annunciata con gran fracasso dall’onorevole Batulcar, doveva cominciare alle tre, e ben presto i formidabili strumenti d’un’orchestra giapponese, tamburi e tam-tam, strepitarono alla porta. Si capisce bene che Gambalesta non aveva potuto studiare una parte, ma egli doveva prestare l’appoggio delle sue solide spalle nel grande esercizio del “grappolo umano„ eseguito dai Lunghi-Nasi del dio Tengù. Codesta _great attraction_ della rappresentazione doveva chiudere la serie degli esercizii.
Prima delle tre, gli spettatori avevano invaso la vasta baracca. Europei ed indigeni, Cinesi e Giapponesi, uomini, donne e fanciulli, si precipitavano sulle strette panchette e nei palchi che facevano fronte alla scena. I musicanti eransi ritirati nell’interno, e l’orchestra, al completo, _gong_, _tam-tam_, nacchere, flauti, tamburelli e gran casse, suonava furiosamente.
Questa rappresentazione fu ciò che sono tutti codesti spettacoli di acrobati. Ma convien pure confessare che i Giapponesi sono i primi equilibristi del mondo. Uno, munito del suo ventaglio e di pezzetti di carta, eseguiva l’esercizio tanto grazioso delle farfalle e dei fiori. Un altro, col fumo odoroso della sua pipa, tracciava rapidamente in aria una serie di parole azzurrognole, che formavano un complimento all’indirizzo dell’assemblea. Questi giuocava con delle candele accese, che spense successivamente quando passarono dinanzi alle sue labbra e ch’egli riaccese l’una all’altra senza interrompere un solo istante il suo giuoco di prestigio. Quegli riproduceva col mezzo di trottole giranti le più inverosimili combinazioni; sotto la sua mano quegli arnesi susurroni parevano animarsi di vita propria nella loro interminabile giravolta; correvano sopra cannuccie di pipa, sopra tagli di sciabola, sopra fili di ferro, veri capelli tesi da una parte all’altra della scena; facevano il giro di grandi vasi di cristallo, salivano scale di bambù, si smarrivano in tutti i canti; producevano effetti armonici dei più strani combinando le loro tonalità diverse. I bagatellieri saltavano con le trottole, ed esse giravano in aria; le lanciavano a guisa di volanti, con delle racchette di legno, ed esse giravano sempre; se le cacciavano in tasca, e quando le estraevano giravano ancora, — finchè allo scatto di una molla si convertivano in fuochi di artificio!
Inutile descrivere qui i prodigiosi esercizi degli acrobati e ginnasti della Compagnia. I giuochi della scala, della pertica, della palla, delle botti, ecc., furono eseguiti con una precisione sorprendente. Ma la principale attrattiva della rappresentazione era la comparsa di quei “Lunghi-Nasi,„ prodigiosi equilibristi che l’Europa non conosce ancora.
Codesti Lunghi-Nasi formano una corporazione particolare posta sotto l’invocazione diretta del dio Tengù. Erano vestiti come eroi del medioevo e portavano uno splendido paio d’ali alle spalle. Ma ciò che li distingueva in ispecial modo era il lungo naso che si protendeva dalla loro faccia, e l’uso che ne facevano. Quei nasi non erano altro che cannuccie di bambù, lunghe cinque, sei, dieci piedi, talune diritte, altre ricurve, queste lisce, quelle bitorzolute. Orbene: precisamente su queste appendici, fissate con solidità, si operavano tutti gli esercizi di equilibrio. Una dozzina di quei settarii del dio Tengù si coricarono supini, e i loro compagni andarono a sollazzarsi sui loro nasi, ritti a guisa di parafulmini, saltando, balzando da questo a quello, ed eseguendo le più straordinarie cose.
Per terminare, era stata specialmente annunciata al pubblico la piramide umana, nella quale una cinquantina di Lunghi-Nasi dovevano figurare il Carro di Jaggernaut. Ma invece di formare questa piramide pigliando le loro spalle per punto d’appoggio, gli artisti dell’onorevole Batulcar non dovevano sorreggersi che sui loro nasi. Ora, siccome uno di quelli che formavano la base del carro aveva abbandonato la compagnia, e siccome bastava essere vigoroso e destro, Gambalesta fu scelto per surrogarlo.
Certo che il degno giovine si sentì tutto mortificato, quando — triste ricordo della giovinezza — egli ebbe indossato il suo vestito del medio evo, adorno di ali multicolori, e che un naso di sei piedi gli fu applicato sulla faccia! Ma alla fin fine quel naso gli dava il pane, e si fece animo.
Gambalesta entrò in scena ed andò a schierarsi con que’ suoi colleghi che dovevano formare la base del Carro di Jaggernaut. Tutti si stesero a terra, col naso ritto al cielo. Una seconda squadra di equilibristi andò a posarsi su quelle lunghe appendici, una terza le tenne dietro, indi una quarta, e su quei nasi che si toccavano soltanto per la punta, un monumento umano s’innalzò in brev’ora sino al soffitto del teatro.
Ora, gli applausi raddoppiavano e gl’istrumenti dell’orchestra rintronavano come tanti fulmini, quando la piramide vacillò, l’equilibrio si ruppe, uno dei punti d’appoggio della base venne a mancare, e il monumento crollò come un castello di carte....
Era Gambalesta che, abbandonando il suo posto, saltando la balaustra senza il soccorso delle sue ali, ed arrampicandosi sulla galleria di destra, cadeva ai piedi di uno spettatore, esclamando:
“Ah! padron mio! padron mio!
— Voi?
— Io!
— Ebbene, quand’è così, al piroscafo, ragazzo mio!...„
Il signor Fogg, mistress Auda che l’accompagnava, e Gambalesta si erano precipitati pei corridoi al difuori della baracca. Ma ivi essi trovarono l’onorevole Batulcar, furente, che reclamava danni e interessi per il “crollo.„ Phileas Fogg placò il suo furore gettandogli una manata di banconote. E alle sei e mezzo, al momento che stava per partire, il signor Fogg e mistress Auda ponevano piede sul piroscafo americano, seguiti da Gambalesta, che portava le ali sulla schiena, e sulla faccia quel naso di sei piedi che non s’era ancora potuto strappare dal volto.
CAPITOLO XXIV.
Durante il quale si compie la traversata dell’Oceano Pacifico.
Ciò che era accaduto in vista di Shangai, il lettore lo avrà capito a quest’ora. I segnali fatti dalla _Tankadera_ erano stati veduti dal piroscafo di Yokohama. Il capitano, vedendo una bandiera in derna, si era diretto verso la piccola goletta. Da lì a pochi istanti, Phileas Fogg, saldando il suo passaggio al prezzo convenuto, metteva in tasca del padrone John Bunsby cinquecentocinquanta sterline (14,750 fr.). Indi, l’onorevole gentleman, mistress Auda e Fix erano saliti a bordo dello _steamer_, che aveva fatto senz’altro via per Nagasaki e Yokohama.
Giunto il mattino stesso, 14 novembre, all’ora regolamentare, Phileas Fogg, lasciando che Fix se n’andasse pe’ fatti suoi, erasi recato a bordo del _Carnatic_, ed ivi egli risapeva, con gran gioia di mistress Auda, — e fors’anco di lui, ma egli non ne lasciò trasparire nulla, — che il francese Gambalesta era effettivamente giunto il dì prima a Yokohama.
Phileas Fogg, che doveva ripartire la sera stessa per San Francisco, si pose immediatamente in traccia del suo servo. Egli si rivolse, ma indarno, agli agenti consolari francesi e inglesi, e, dopo aver inutilmente percorso le strade di Yokohama, disperava già di rinvenire Gambalesta, quando il caso, o forse una specie di presentimento, lo fe’ entrare nel baraccone dell’onorevole Batulcar. Egli non avrebbe di certo riconosciuto il suo servo sotto quell’eccentrico arnese di araldo, ma questi, nella sua posizione supina, scorse il suo padrone nella galleria. Egli non potè frenare un movimento del suo naso. Da qui, rottura dell’equilibrio, e il resto.
Ecco quanto Gambalesta riseppe dalla bocca stessa di mistress Auda, che gli narrò allora com’era stato fatto il tragitto da Hong-Kong a Yokohama, in compagnia di un certo Fix, sulla goletta la _Tankadera_.
Al nome di Fix, Gambalesta non mosse ciglio. Egli pensava non esser ancora giunto il momento di dire al suo padrone ciò che era accaduto tra l’ispettore di polizia e lui. Laonde, nel racconto che Gambalesta fece delle sue avventure, egli si accusò e si scusò soltanto di essere stato sorpreso dall’ubbriachezza dell’oppio in una tabagìa di Yokohama.
Il signor Fogg ascoltò freddamente quella narrazione, senza rispondere; indi egli aprì al suo servo un credito sufficiente a che questi potesse procurarsi a bordo degli abiti convenienti. E infatti, prima che fosse trascorsa un’ora, l’onesto giovane, essendosi tagliato il naso e mozzato le ali, non aveva più nulla che ricordasse il settario del dio Tengù.
Il piroscafo che faceva il tragitto da Yokohama a San Francisco apparteneva alla Compagnia del _Pacific Mail steam_, e si chiamava _General Grant_. Era un ampio _steamer_ a ruote, della portata di duemila cinquecento tonnellate, ben attrezzato e dotato di una grande velocità. Un enorme bilanciere si alzava e si abbassava successivamente al disopra del ponte; ad una delle sue estremità s’inarticolava il fusto di uno stantuffo, ed all’altra quello di una leva, che trasformando il movimento rettilineo in movimento circolare si applicava direttamente all’albero delle ruote. Il _General Grant_ era attrezzato come un tre alberi goletta, e possedeva una grande superficie di velatura, che aiutava potentemente il vapore. Facendo le sue dodici miglia all’ora, il piroscafo non ci doveva mettere più di ventun giorno ad attraversare il Pacifico. Phileas Fogg era dunque in diritto di credere che, deposto il 2 dicembre a San Francisco, egli sarebbe l’11 a Nuova York e il 20 a Londra, — anticipando così di qualche ora quella data fatale del 21 dicembre.
I passeggieri erano in buon numero a bordo dello _steamer_: degli Inglesi, molti Americani, una vera emigrazione di _coolies_ per l’America, e un certo numero d’ufficiali dell’esercito delle Indie, che profittavano del loro congedo facendo il giro del mondo.