Il fiume Bianco e i Dénka: Memorie
Part 7
Il _Ràies_ della mia barca e alcuni dongolèsi ch'erano presenti all'ultima parte del dialogo, cercavano di persuadere l'_uakìl_ a condiscendere a' miei desideri. L'_uakìl_, perplesso da prima, messo un sospiro, alla fine s'indusse a fare sciogliere le schiave per consegnarmele. Un servo, dietro l'ordine avuto, cominciò a levare le pesanti catene che stringevano i piedi delle sventurate; un altro servo con un coltellaccio tagliava i grossi legami di pelle che tenevano raccomandata al collo di esse una stanga lunga e forcuta; le mani erano già sciolte, nè si legavano a tergo che durante la notte. Frattanto il Negro _Ciòl_ e il mio turcimanno _Cher-Allàh_ confortavano quelle povere donne, assicurandole che noi eravamo venuti per liberarle e per ricondurle alle loro case.
La cosa fin qui era andata a meraviglia; di meglio non s'avrebbe potuto sperare, ed io pregavo il Signore perchè avesse a terminare felicemente; non vedevo l'ora però di trovarmi al sicuro nella barca colle povere schiave, e di partir presto da _Hèllat-Kàka_. Un andirivieni ch'io osservavo da un quarto d'ora in poi di certuni, accigliati in viso, che mormoravano non so che tra' denti... alcune espressioni che udivo da certi altri... ecco davvero un brutto affare per quello sfortunato mercante!... l'_uakìl_ non avrebbe dovuto cedere alle pressioni di quel signore!... E vi fu chi disse: le schiave non sono ancora partite, e non se n'andranno!.. a momenti saranno qui gli Arabi muniti di lancia, e stiamo a vedere come se la caverà questo signore. Tutto ciò m'impensieriva assai, e mi faceva temere qualche brutto tiro da parte specialmente degli Arabi. Io raccomandai al _Ràies_ e al mio Turcimanno di starsene bene all'erta e di avvisarmi appena s'accorgessero d'un allarme. — Le schiave erano pronte e noi eravamo lì lì per partire, quando tutt'a un tratto il _Ràies_ mi si presenta con gli occhi spalancati, e mi dice: Signore t'arresta per carità!... entrino le schiave nella capanna... son qui gli Arabi armati contro di noi... ti raccomando prudenza se ti è cara la tua e la nostra vita. — Poco dopo eccoci circondati da uno stuolo di Arabi, il cui Capo:
— Che vuol dire tutto questo, gridò ad alta voce, rivolgendosi vivamente verso di me; sappi che noi rispondiamo d'una maniera sola a chiunque abbia delle pretensioni in questo nostro paese; e che il miglior partito che tu possa scegliere è di andartene via tosto co' tuoi compagni e di lasciare le schiave che costano denaro.
— _Hàder_, eccomi pronto a' tuoi cenni, io risposi con un accento tanto sommesso quanto il suo era prepotente, e fatto cenno a' miei compagni di seguirmi, senza dir altro, presi il sentiero che conduceva alla barca.
Dopo alquanti passi mi accorsi d'avere a fianco l'_uakìl_; lo guardai fiso senza dir verbo; ed egli non trovava parole per assicurarmi che non era complice per nulla in ciò ch'era avvenuto, che non aveva neanche sospettato che un orecchio straniero avesse spiato il nostro colloquio e l'avesse poi riferito agli Arabi, ch'era spiacentissimo di questo incidente; e mi pregava, mi scongiurava a non giudicarlo severamente; e a prova di quanto asseriva, mi prometteva che avrebbe fatto di tutto per darmi in mano le schiave prima ancora che sorgesse il sole del giorno dopo.
— Staremo a vedere, gli dissi; io adunque non partirò che domani; e tu rifletti intanto che senza le schiave non potrò visitare la tribù degli _Abialàñġ_, e me n'andrò difilato a _Chartùm_, ove hai moglie e figliuoli, ed ove spero di rivederti. Vedi bene che allora non ti rincresca, ma troppo tardi, di non avermi consegnato quelle donne.... _selàm aalèk_ (io ti saluto); e lo lascia così.
Come fummo tutti in barca, ordinai al _Ràies_ di scostarla dalla riva e di gettar l'áncora per evitare ogni possibile assalto, durante la notte, da parte degli Arabi. Le armi da fuoco erano cariche; non era a temer nulla; potevamo riposarci tranquilli. Ma io non avrei potuto dormire, e non dormii; la mia anima era troppo agitata: pensavo alle schiave _abialàñġ_, al grave pericolo incorso in _Hèllat-Kàka_, alle ultime parole dell'_uakìl_, che avrebbe fatto di tutto... per darmi in mano le schiave... prima che sorgesse il sole di domani... e speravo che ciò sarebbe avvenuto, che Dio avrebbe esaudito i voti ardenti del mio cuore... e m'immaginavo di vederle in barca con noi riboccanti di gioia per la libertà ottenuta... Oh! il senso della libertà quanto è sublime!... Come sarà bello, come sarà dolce per queste povere madri di rivedere le proprie famiglie, e di contemplare il volto dei loro figliuoletti resi ancora più cari dalle rimembranze dei pericoli corsi e dei crudeli timori di non più rivederli! Oh! quanto ci saranno grati i mariti, ai quali avremo ridonate libere le mogli! E tutta la tribù quale opinione non concepirà di noi! Quanto bene fra loro ci sarà dato di fare, coll'aiuto di Dio!... È vero che la Missione cattolica è stata richiamata dal fiume _Bianco_ a cagione del terribile clima che non permette ai Missionari di vivere, fatte poche eccezioni, più di due o tre anni; ma coi debiti riguardi e colla grazia del Signore, scegliendo una stazione migliore di quella di _Chartùm_ e di Santa Croce, qual sarebbe la stazione ch'io vorrei stabilire nella tribù degli _Abialàñġ_ presso il canale _Tarciàm_, perchè non potremo noi vivere?... Sono vissuto anch'io... Ah! sì, io farò tutto il possibile affinchè Roma conceda, almeno a noi missionari italiani, di ritornare fra questa tribù.
Con tali pensieri passai tutta la notte; e già cominciava a sorgere il mattino, e dalla parte di _Hèllat-Kàka_, ove tenevo fissi gli sguardi, non vedevo a comparire nessuno. Presto sorgerà il sole, dicevo, e l'_uakìl_ non si farà vedere nè solo nè colle schiave; ormai ho perduta ogni speranza! Povere schiave! quanto io vi compiango! qual piena di angoscie e di patimenti vi aspetta! poteste almeno confortarvi in Dio e in una futura giustizia, chè allora meno tremenda vi si presenterebbe la vita; ma languire nella degradazione, subire il giogo di una barbara servitù, perdere gradualmente la facoltà di sentire, senza una speranza di felicità più o meno vicina... questa deve essere la prova più crudele, io penso, che l'uomo possa sostenere quaggiù.
— Ecco che il sole si alza, mi diceva il _Ràies_, e l'_uakìl_ non s'è ancora veduto; veramente... mi pare che due uomini s'avanzino; eccoli là, o signore; e vengono dal quartiere degli schiavi.
— Oh! fosse l'_uakìl_, io sclamai, che mi desse qualche buona notizia!... ma io ne temo assai.
— Sì, è proprio lui in persona... è lui in compagnia di un _faqìh_ (sacerdote) dongolèse ch'io pure conosco; e vengono, senza alcun dubbio, per concertare qualche cosa di buono intorno alle schiave; altrimenti non si sarebbero lasciati vedere.
Di fatto, l'_uakìl_, giunto col _faqìh_ a trenta o quaranta passi dalla riva del fiume, mi chiamò per nome, dicendo che gli premeva di parlare con me solo. — Io feci avvicinare la barca alla riva, smontai, ed eccomi a lui, ansioso d'ascoltarlo.
— Sappi, o signore, egli disse allora, che ier sera ci unimmo a consiglio in cinque persone, e dopo lunga e matura deliberazione fu deciso che conveniva rilasciarti le schiave, a condizione però che tu stesso te le venga a prendere dalla capanna, ove si troveranno slegate, senza che nessuno di noi le custodisca. Ma vieni solo, o accompagnato da due o tre uomini al più, per non dar troppo nell'occhio.
— In una parola, io soggiunsi, voi volete fare di me un ladro; tuttavia accetto volentieri la vostra proposta; ma dimmi... non è pericoloso l'esporsi così di giorno... se ci colgono gli Arabi ci fanno in brani: tu sai il brutto tiro di ieri, ch'io non mi sarei mai aspettato.
— Sta sicuro, o signore; fidati di me; oggi non ti può capitar nulla di sinistro; il Capo arabo, che ti si presentò ieri co' suoi bravi è partito stanotte per la tratta dei Negri; del resto fu una smargiassata la sua, perchè ti sapeva _Frangi_ incapace di vendicarti; non avrebbe fatto così con un _Turco_.
— E quando debbo venire?
— Mezz'ora dopo che noi saremo partiti, rispose; ma prima permetti che ti dica, in un orecchio, che sarà bene che tu faccia un regalo, e un bel regalo a questo _faqìh_, poichè se la cosa andò a terminare così, a lui principalmente ne dobbiam dare il merito.
— Che cosa dovrò dargli, che non ho denaro?
— Un sacchetto di perline di vetro, che so che ne possiedi di bellissime.
— Ehi! _Cher-Allàh_! portami qui due sacchetti di perline di vetro, delle più belle che abbiamo; e ne consegnai uno all'_uakìl_ e un altro al _faqìh_, i quali partirono contentissimi.
Passata mezz'ora, me n'andai io pure al quartiere degli schiavi col missionario Antonio Kaufman, col turcimanno _Cher-Allàh_ e col Negro _Ciòl_. — Fuori delle capanne non vedemmo anima viva; tutte erano chiuse, ad eccezione della capanna delle schiave _abialàñġ_, che se ne stavano dentro ritte in piedi, bell'e slegate, guardandosi l'una l'altra senza capirne nulla. — Appena però videro il negro _Ciòl_ e il turcimanno _Cher-Allàh_ mandarono un grido di gioia, che mi fece piangere di tenerezza; ma io tosto imposi loro silenzio con un movimento della mano; e _Ciòl_ e il Turcimanno fissarono gli occhi sopra gli occhi loro in modo così grave ch'esse dovettero subito immaginarsi che avvenisse qualche cosa di straordinario. — Zitto, o sorelle, disse _Ciòl_,... parlate piano,... potrebbero sentirci gli Arabi,... e allora voi siete perdute;... noi siamo ladri... ladri buoni venuti per furarvi di soppiatto, e per liberarvi dalle mani dei ladri cattivi;... vi raccomando il maggiore silenzio. — E tutti uscimmo con precauzione dalla capanna, senza che ci vedesse, o che ci volesse vedere, nessuno. — Quel _faqìh_, che Iddio lo benedica! non poteva aver meglio disposto le cose. — La via che dal quartiere degli schiavi metteva alla barca era calcolata un quarto d'ora di cammino; ma noi l'avremo fatta... in cinque minuti.
Or eccoci in barca, al sicuro. — Sii lodato, o mio Dio, io dissi fra me, che traesti queste creature infelici dalla casa della servitù! Ah! perchè esse non sanno lodarti e ringraziarti con me! In mezzo a tanta gioia, il mio cuore ribocca di compassione per loro che non t'intendono e non ti sentono; ma verrà tempo.... sì verrà.... e venga presto, in cui possano intenderti e sentirti.... e allora piovan pure sopra di loro le sventure come un diluvio da tutte parti, ch'esse troveranno rifugio nel tuo seno, o Dio di libertà!...
— Ah! Ah! presto, io dissi poi loro che mi guardavano aprendo i grandi occhi attonitamente, voi vedrete e abbraccerete i vostri mariti e i vostri figliuoli.... siete voi contente così?...
— Presto! ripeterono in coro, quasi non comprendessero il significato di quelle parole. Io dico ch'esse credevano di sognare. — Nella loro testa tutto era tenebre e confusione. A primo tratto quelle povere vittime, consunte ed imbrutite dalle privazioni e dagli acerbi maltrattamenti, stentavano a comprendermi; tutto il loro sangue a quelle mie parole — presto voi vedrete e abbraccerete i vostri mariti e i vostri figliuoli, — era rifluito verso il cuore; cangiossi il colore delle loro labbra, e le vidi quasi venir meno. Una specie di languore, un inesprimibile bisogno di riposo invadeva le loro membra; ed i nervi che si trovavano in una violenta tensione dall'istante del loro rapimento, cedevano ora sotto l'influenza d'un profondo sentimento di sicurezza.
— Lasciamole riposare qualche ora, io dissi, e tu, cuciniere, prepara intanto da mangiare anche per queste povere donne, che debbono sentirsi sfinite.
Dormirono quasi tre ore continue; dormirono un sonno tranquillo, come non l'avevano ancora fatto dopo quel momento terribile, in cui erano state rapite. Svegliatesi bevettero del brodo e mangiarono qualche cosa con gusto; quindi parvero rinvenute da morte a vita. — Mi fissavano gli occhi addosso, e si sforzavano d'esprimermi in cento modi i loro ringraziamenti, la loro gratitudine, perchè le avevo liberate dalle mani dei Bianchi cattivi, come dicevano, cominciando così a distinguere anch'esse Bianchi da Bianchi.
— No, non ringraziate noi, io diceva loro, ringraziate Iddio, e a Lui siate grate perchè è Lui, che vi ha liberate; è Lui che per mezzo della nostra coscienza ci ha obbligati a fare verso di voi quello che abbiam fatto, e che ci obbliga a fare sempre così in simili circostanze. — Parlai loro della grandezza di Dio, d'un Redentore pieno di compassione, e di una celeste patria — Donai quindi a ciascuna un piccolo Crocifisso dicendo: ecco qui il Redentore di tutti, il figliuolo di Dio che, fattosi uomo, nella natura umana volle morire sulla Croce per salvare tutti noi dalla schiavitù di satana. Io volendo essergli seguace giurai d'imitarlo additando agli uomini le vie del bene, e procurando di emancipare, se mi fosse possibile, tutti gli schiavi, anche a costo di espormi ai più gravi pericoli, acciocchè nessuno sia costretto a vivere separatamente dalla sua famiglia, da' suoi parenti ed amici, e a morire in terra lontana. Così ho fatto con voi, sorelle mie, perchè questo Crocifisso mi ha insegnato a fare così. Sicchè voi, tutte le volte che vi rallegrerete della vostra libertà la quale avete ricuperata, ricordatevi che la dovete a Lui, a questo Crocifisso, e a Lui mostrate la vostra riconoscenza amandolo sempre. E ogni volta che vedrete questo Crocifisso, pensate alla vostra emancipazione; pensate a ciò che Egli ci ha insegnato cioè, l'amore a Dio soprattutto e l'amore al prossimo nostro per l'amore che dobbiamo a Lui.
Tutto ciò dissi loro per mezzo del mio buon turcimanno _Cher-Allàh_, il quale piangeva ripetendo queste dottrine, che per lui non erano nuove, ma le udiva ogni giorno da me, che lo apparecchiavo a farsi cristiano; e le riceveva con quella fiducia e con quella docile fede che l'Evangelo richiede; e siccome le sentiva profondamente, così sapeva esporle con tanto affetto e con tale efficacia da far vibrare nei cuori di quelle povere Negre alcune corde rimaste sino allora silenziose.
Io non potrò dimenticare mai il giorno 20 febbraio 1860, che fu per me uno dei più bei giorni della mia vita!
Giorno stupendo sotto tutti gli aspetti! Le acque biancastre del fiume si agitavano un poco per il vento leggiero, che, contro il solito, spirava dal sud favorevole al nostro cammino, e scintillavano ai raggi del sole. Ad un'ora pomeridiana partimmo da _Hèllat-Kàka_ a vele spiegate e a seconda della corrente.
In meno di due ore, gridò il _Ràies_, noi saremo sulle rive dei _Dénka Abujò_; e il Negro _Ciòl_ lo ripeteva alle donne _abialàñġ_.
Quante inesprimibili sensazioni non doveano essere racchiuse nei cuori di quelle Negre all'avvicinarsi della barca alla loro tribù! Chi avrebbe potuto indovinare tutto ciò che agitavasi nel loro seno! Avrei scommesso ch'esse non osavano credere a quella gioia incomparabile che le attendeva, e tremavano internamente che uomo gliela potesse rapire.
Giunti alle sospirate sponde degli _Abujò_, molti Negri eran là che ci aspettavano ansiosi di sapere s'io fossi riuscito a liberare le schiave. _Ciòl_ fu il primo a smontar sulla riva. Tutti i Negri gli corsero intorno per sentire dalla sua bocca... cose nuove, cose grandi, inaudite, mentre vedevano che le schiave _abialàñġ_ erano ritornate libere. Ciòl raccontò loro qualche cosa in fretta perchè gli premeva sbrigarsi e far atto di presenza di sè al Gran-Capo _Akòl-Guorgièb_, il quale, come gli fu detto, era nelle furie perchè egli aveva pernottato fuori della _zerìbah_ senza il suo permesso.
Io smontai pur sulla riva col mio Turcimanno, e dissi a _Ciòl_: noi ti seguiremo; ho vivo desiderio di vedere il tuo Signore, di dargli un affettuoso saluto, e di offerirgli il regalo, che fin dall'anno passato gli avevo promesso. Ma ancora stasera voglio ritrovarmi in barca, poichè penso di viaggiare tutta la notte, ed essere domani mattina per tempissimo fra gli _Abialàñġ_ per consegnare le donne ai loro mariti.
— Sarà difficile però, rispose _Ciòl_, che tu possa, o signore, persuaderle a rimanersene in barca. Nella notte fa troppo freddo in questa stagione, e perciò esse non potrebbero dormire. Sono stanche, poverette! ed hanno bisogno di riposo. Per altro.... interrogale, e vedi che cosa ti risponderanno.
Il mio Turcimanno, prima ancora d'interrogarle, m'avvertiva in un orecchio che con grande suo dispiacere aveva sentito _Ciòl_ a far loro certi discorsi.... da metterle quasi in dubbio sulla nostra buona fede....
— Basta, basta; ho capito tutto.... Non c'è tempo da perdere; tu, o mio _Cher-Allàh_, colla tua solita prudenza fa di consigliarle a restare in barca, assicurandole che noi non saremmo capaci di trarle in inganno. Qualora però esse non vogliano accettare il tuo consiglio, non insistere, perchè faresti peggio. Va adunque, e sappimi dire.
_Cher-Allàh_ ritornò tosto cogli occhi spalancati per lo stupore e disse:
— Signore, signore, le donne _abialàñġ_ si rifiutano assolutamente di passare la notte in barca con noi; esse vogliono andare presso il Capo _Akòl-Guorgièb_ per riposarsi nelle capanne, ove, dicono, possono meglio che nella barca ripararsi dal freddo; ma promettono che domani ritorneranno da noi perchè le conduciamo nel loro paese.
— Non lo credere, _Cher-Allàh_; esse non torneranno più. _Ciòl_ si metterà d'accordo col Gran-Capo, e da questa bella occasione vorranno tutti e due trar partito per aumentare il loro bestiame; vedrai che la cosa andrà a finire così senza dubbio, io dissi a lui sotto voce.
— Dopo averle colmate di tanti benefizi, esse, ingrate! ti contraccambiano in questo modo....
— No, mio caro _Cher-Allàh_, non parlare così; queste povere donne non ne hanno la menoma colpa. Abituate a sentirsi raccontare ed a vedere dalla loro infanzia tanti pessimi esempi dei Turchi, che sono bianchi, come possono fidarsi così presto della buona fede de' Missionari, specialmente se qualcheduno ne insinui il dubbio nei loro cuori? Tutta la colpa sarà di _Ciòl_ e del Gran-Capo _Akòl-Guorgièb_, dato il caso che mettan su gli _Abialàñġ_ contro di noi, arrogandosi il merito della liberazione delle schiave per cupidigia di guadagno, mentre essi ci conoscono perfettamente.
— Che cosa risposero adunque le schiave? domandò _Ciòl_ al mio Turcimanno.
— Risposero che vogliono venire presso il Gran-Capo, e che domani mattina torneranno con noi alla barca.
— Se potranno, io soggiunsi fra me, o se, potendo, vorranno.
I due missionari Antonio Kaufman e Francesco Morlang desideravano conoscere di persona il Gran-Capo degli _Abujò_, _Akòl'Guorgièb_, e chiesero a _Ciòl_, se egli credeva opportuno che venissero essi pure con noi. _Ciòl_ rispose che il suo Signore gli avrebbe veduti volentieri; e partimmo tutti insieme colle donne _abialàñġ_.
Trovammo il Gran-Capo accovacciolato davanti alla sua capanna. Appena lo vidi io corsi a lui per dargli e per ricevere il saluto che è in uso fra i _Dénka_; ma non così i due compagni missionari, ai quali Ciòl fè cenno, quando furono a una certa distanza, d'aspettare, ed egli, deposta la lancia e la clava, si presentò al Gran-Capo, a cui disse ch'erano miei amici _frangi_ e non _turchi_; ed io abbassai la testa in segno di approvazione. Quindi il Gran-Capo (_Bègñ-did_) così mi parlò: «sono lieto di conoscere i tuoi amici e di stringere io pure amicizia con loro; spero che anch'essi serberanno cara memoria di questo mio paese quando saranno lontani; se buone sono le loro intenzioni verso di me, come sono le mie verso di loro, la nostra amicizia potrà essere vantaggiosa ad ambe le parti. Sono quasi le precise parole che egli pronunciò nell'occasione ch'io lo visitai la prima volta colla buon'anima del mio compagno Angelo Melotto[13]; e come allora, le pronunciò pure adesso lentamente, a pause, come se le avesse studiate prima, e facesse di tratto in tratto uno sforzo per rammentarsele. Finalmente essi furono ammessi al suo cospetto, e gli s'inchinarono più volte, mentre egli stette fermo al suo posto, immobile, guardandoli fissamente senza dir nulla.
Poco dopo il Gran-Capo ordinò a un suo servo, che gli stava vicino osservandolo attentamente e in atteggiamento di umile venerazione, che stendesse due pelli sul terreno per sederci, e ci fece portare del latte.
Io gli presentai il regalo che fin dall'anno passato gli avevo promesso, e che consisteva in un paio di babbuccie rosse, in una _fàrda_ (veste che si cinge alle reni), e in una scure; cose ch'egli aveva molto desiderato, e per le quali mi si mostrò obbligatissimo. Dopo di che ci diede licenza di ritirarci in una grande capanna che era stata apparecchiata per noi; ed egli ordinò a _Ciòl_ di condurgli davanti le schiave _abialàñġ_, colle quali parlò a lungo fino a notte, ma non ho potuto sapere di che cosa. Poco dopo ci venne apprestata la cena, cioè pasta di _duràh_ cotta nel latte. Durante la cena io sentii _Akòl-Guorgièb_ a disputare e a discutere calorosamente con alcuni.
Erano le nove pomeridiane quando comparve sull'uscio della nostra capanna il Turcimanno con due Negri.
— Vi presento, o signori, ei diceva, due Negri _abialàñġ_; questi è il marito di una di quelle donne, che voi avete riscattate; e quest'altro è il fratello della giovinetta che non si trovava nella capanna delle schiave in _Hàllat-Kàka_, perchè il Turco se l'aveva condotta via in barca.
I due _Abialàñġ_, deposte le lance, ci baciarono la mano e ci fecero mille ringraziamenti; ma il fratello della giovinetta.... oh! quanto era contristato! Io lo confortai come ho potuto, e dissi all'altro:
— E tu, domani di buon'ora, potrai andartene con tua moglie per terra fra gli _Abialàñġ_; o se la via è troppo lunga, vieni con noi in barca, è ce ne andremo tutti insieme, e più presto, se il vento non ce lo impedisce.
— Magari potesse farlo! sclamò il Turcimanno, volgendosi indietro per paura che qualchedun'altro l'avesse sentito; ma egli nol può. _Akòl-Guorgièb_ non gliel permette; egli pretende dagli _Abialàñġ_ il prezzo di due vacche per ogni donna.
— Come s'intende! che cosa ha da fare egli colle donne? Le donne sono state liberate da noi, e a noi sta di consegnarle ai loro mariti.
— Pur troppo è così; ma la cosa andò a finire nè più nè meno di quello che tu, o mio signore, hai preveduto. Ecco il motivo della calorosa discussione di poco fa tra questo povero Negro e il Gran-Capo.
Il Turcimanno non aveva ben terminate quest'ultime parole che _Ciòl_ venne a chiamar lui e i due Negri _Abialàñġ_, dicendo che il suo Signore voleva parlare con loro.
_Cher-Allàh_ tornò da me dopo mezz'ora tutto tremante....
— Che c'è di nuovo? io gli chiesi.
— Ah! signore, _Akòl-Guorgièb_ e _Ciòl_ non son più quelli di prima, essi non fanno che un gran parlare a quattr'occhi.... ci deve esser per aria qualche cosa.... Io non vedo Torà che sorga l'alba per potermene andare.... Fui a un pelo di prendermi delle sferzate....
— E perchè?
— Perchè ho condotto qui da voi i due Negri _abialàñġ_ senza il suo permesso; e mi disse che guai a me, se parlerò più con loro, e se mi muoverò più da questa capanna.
Durante la notte nessun di noi potè chiuder occhio. Per due o tre fessure e per una finestrella della nostra capanna, noi potevamo osservare un andar continuo e un venire di gente, un correre, un gridare, uno strepitar di lance; e le donne a gruppi sulle porte dei loro abituri presso accesi fuochi che guardavano con tanto d'occhi, parlavano, gesticolavano e a momenti mandavano acutissimi strilli; e noi chiusi là dentro, in mezzo a tanto tafferuglio, senza capirne nulla.
— E che vuol dire tutto questo? io chiesi al Turcimanno.
— Dal senso di qualche discorso che ho potuto intendere, mi pare, o signore, che sieno venuti degli _Abialàñġ_; certo sono i mariti delle donne da noi liberate i quali pretenderanno le loro mogli; e il Gran-Capo non vorrà cederle, in qualunque modo, senza il prezzo, come t'ho detto ancora, di due vacche per ognuna.
— E chi sa quello che Ciòl e _Akòl-Guorgièb_ daranno ad intendere sul conto mio agli _Abialàñġ_?