Il fiume Bianco e i Dénka: Memorie
Part 6
La bambina colse il momento che non la vedesse il custode e corse da me, mi strinse una mano e disse: ah! signore, comprami tu insieme con mia madre, che è quella là che ci guarda; è buona, sai, e gaia come son io, e sapremo fare tutto quello che tu vorrai. — Quanto avrei desiderato di aver denaro! le avrei comperate a qualunque prezzo; il mio cuore mi diceva che di quelle due anime si avrebbe potuto far qualche cosa per guadagnarle a Dio. Ma così.... io non risposi; la parola mi si strozzò in gola; rivolsi gli occhi al cielo e dissi con tutta l'anima: deh! Signore, abbi pietà almeno di queste due infelici! — La Negretta, che vide i miei occhi umidi di pianto, si tenne più che sicura ch'io le avrei comperate, e s'affrettò a confortare la madre. Ma ecco il custode che entra nella _zerìbah_ affaccendato e di buon umore. Egli getta un rapido sguardo sopra gli schiavi, ed ingiunge loro di mostrarsi quanto più possono piacevoli e lieti; poscia li fa mettere a circolo, e li passa a rassegna per l'ultima volta prima di esporli al mercato; e ne fa una scrupolosa ispezione per dar l'ultima mano al loro esteriore.
— Che vuol dire? esclamò egli arrestandosi davanti a _Scibàka_; ove sono le perline di vetro, o fanciulla?
La fanciulla guardò timidamente sua madre, che colla sveltezza propria delle Negre rispose:
— Le ho detto io poco fa di levarsele, perchè mi pareva più convenevole....
— Che sciocchezza! disse il custode con accento perentorio. E volgendosi verso la giovinetta:
— Rimettile subito al collo, capisci? soggiunse egli facendo girare una sferza che teneva in mano, e fa presto. E tu aiutala, diss'egli alla madre; le perline di vetro possono produrre una differenza di cento piastre egiziane nella vendita.
Fuori della _zerìbah_, in un vasto piazzale, erano raccolti i compratori che aspettavano il momento dell'asta. Ad un segnale che diede il Gran-Capo, l'Arabo dall'occhio bieco, il custode, condusse fuori gli schiavi da vendere, fra i quali _Scibàka_ e sua madre che se la teneva per mano coll'aria abbattuta ed agitata aspettando il momento fatale.
Molti spettatori, disposti o no a comperare, secondo che darà l'occasione, si avvicinano agli schiavi; li palpano, li esaminano, e parlano dei pregi rispettivi di essi colla stessa noncuranza con cui un gruppo di stallieri discuterebbe intorno al merito di un cavallo.
La madre di _Scibàka_ intanto guardava e riguardava con occhio inquieto la moltitudine delle fisonomie che si affollavano attorno a lei cercando se tra quelle ce ne fosse una cui essa e l'amata sua figlia si sentissero di poter chiamare padrone con minore ribrezzo.
Un momento prima che l'asta avesse luogo, un uomo, che non si sapeva di dove fosse venuto, ma che non era certo del _Dàr-Fùr_ nè del _Kordofàn_ nè di _Chartùm_ nè _Dongolèse_, un uomo di color bruno, lungo, magro e muscoloso, che aveva un camiciotto bleu, logoro e sudicio, si fece largo in mezzo alla folla come chi voglia incominciare attivamente un affare, e appressandosi al gruppo di schiavi, si pose ad esaminarli da uomo che se ne intende.
Subito che lo vide la madre di _Scibàka_ provò istintivamente un orrore insuperabile, il quale si aumentava sempre più all'avvicinarsi di quell'individuo.
Or egli cominciò senza fare alcun complimento un esame minuzioso sopra quella partita di schiavi: prese la madre di _Scibàka_ per la mascella e le aprì la bocca per osservarle i denti. La piccola _Scibàka_, ch'era vicina, per istinto, apriva anch'essa la sua bocca e faceva tutti que' movimenti che vedeva fare la madre. Quell'uomo poscia le fece tirar su la misera _fàrda_ (veste), che la copriva per vederla tutta: la voltò e rivoltò in tutti i sensi, e la fece camminare e saltare per assicurarsi della sua agilità.
— Qual'è il tuo paese? le disse egli seccamente dopo di averla osservata da capo a fondo.
— Il paese dei _Scìr_[11], rispose ella guardando intorno come per cercare chi potesse liberarla.
— Potrebbe anch'esser vero, disse l'amatore, e distese la lunga e larga sua mano e tirò a sè la giovinetta; le toccò il collo e il busto; le tastò le braccia, esaminò i denti, e poscia la spinse verso la madre, la cui fisonomia esprimeva le crudeli angosce che le facevano provare i movimenti di quello stomachevole straniero.
La giovinetta atterrita si pose a piangere.
— Cessa adunque di miagolare, disse il venditore; non fare smorfie, poichè principierà subito la vendita.
E di fatto la vendita cominciò.
La madre fu messa all'asta prima della figlia, e seguita la vendita, essa volse indietro l'occhio inquieto; e sua figlia le stese le braccia; quindi la madre rivolgendo uno sguardo angoscioso al nuovo suo padrone ch'era d'età matura e di benevola fisonomia:
— Ah! padrone, vi prego, disse, per ciò che avete di più caro su questa terra, comprate pure mia figlia....
— Io lo vorrei, ma temo di non poterlo fare; non ho denaro che basti, rispose egli riguardando con affettuoso interesse la giovinetta, la quale lanciava intorno sguardi timidi e impauriti.
Il banditore vanta i pregi di lei, e parla a lungo per farla tenere in molta stima; le offerte si elevano con una rapidità progressiva, e sorpassano già la somma della quale può disporre il padrone della madre.... Insomma la giovinetta toccò in anima e in corpo a quell'uomo sconosciuto, di color bruno, lungo, magro, muscoloso, logoro e sudicio, pel quale la madre provava un orrore insuperabile. Iddio la protegga! io sclamai nel momento stesso che quelle due infelici creature emisero un grido il più acuto e straziante, e corsi via mordendomi per dolore ambo le mani.
Lo stesso _Ràies_ della mia barca, il 18 febbraio 1860, mi diceva: — Ora vieni meco, o signore, ch'io ti condurrò a vedere in una capanna dieci schiave, che furono rapite l'altr'ieri sulla riva destra del fiume dal mercante * * * che tu devi conoscere; e a quanto adesso mi fu raccontato quelle donne sono _Dénka_; ma non ho potuto sapere a quale tribù appartengano; vieni e vedrai tu stesso come sieno trattati gli schiavi appena strappati dalle loro famiglie, massime quando la tribù è vicina.
— No, io non vengo; non potrei assistere a tanto spettacolo senza sentirmi spezzare il cuore; farei di tutto per superarmi, se avessi denaro da comperarle per ridonarle poi ai loro cari, ma così io non posso venire; ritorniamo in barca.... Mi spiacerebbe assai che quelle donne fossero della tribù degli _Abujò_, o degli _Aghèr_, o degli _Abialàñġ_; le quali tribù tu sai che furono da me visitate l'anno passato; ma che io voglio visitare pure quest'anno co' missionari tedeschi. Or dimmi un poco, o _Ràies_: — Quelle schiave, lo sai di sicuro che sono _Dénka_?
— Eh! senza alcun dubbio, me l'ha detto un _Scìluk_, che ne capisce la lingua; e mi disse ancora che son tutte, o quasi tutte maritate, e che tre o quattro hanno il latte; i poveri bambini saranno là che piangono le loro madri e che ne voglion le poppe!
— E che cosa farà il Turco di quelle donne?
— Le venderà in _Chartùm_ per quel poco che valgono, perchè hanno partorito, e quindi il loro prezzo non è caro.
— Ma.... e non è ora proibita la vendita degli schiavi in _Chartùm_?
— Sì, è proibita pubblicamente, ma gli schiavi si vendono di nascosto; e il Divano lo sa, e tace.
— E i compratori di quelle donne come se ne serviranno?
— Trattandosi di donne che hanno partorito, i compratori se ne servono per lavorare la terra e inacquarla, per la seminatura e per i raccolti, o le affittano anche a coloro che ne hanno bisogno.
— Quanto tempo durano in vita queste povere donne?
— Veramente, non lo so; secondo la loro complessione. Quelle che sono vigorose e forti possono durare anche otto o dieci anni; e le scarte finiscono in tre o quattro.
— E se ammalano?
— Anni sono, i compratori si davano molta pena per farle guarire; davan loro medicine e una coperta la notte perchè se ne munissero contro il freddo. Ma tutto ciò serviva a poco o nulla; si buttava via il denaro, ed eran sempre fastidi, come essi dicono. Ora le fanno andare sino a tanto che possono, malate o sane; e quando una Negra crepa ne comprano un'altra: è una cosa più comoda e più vantaggiosa per tutti i versi; così, ripeto, essi dicono; e come le schiave, vengono trattati anche gli schiavi.
— Infelici! io dissi fra me, almeno aveste un qualche conforto nei vostri patimenti, il conforto della religione che unica al mondo può sostenere l'uomo nei momenti più desolati! ma anche questo conforto vi manca! oh Dio! qual prova terribile deve essere per voi quella di vedervi abbandonati da tutti, e sotto il giogo mostruoso d'una violenza senza fine!...
Di buon mattino ordinai al _Ràies_ di staccare la barca dalla riva e di scendere il fiume. Durante il cammino io m'era seduto presso il timone, ov'era il _Ràies_, uomo intelligente e maomettano per la vita.
— E dunque, egli mi disse, che ti pare di quel turco mercante.... rapire quelle povere donne.... e chi sa in qual modo....
— Puoi immaginartelo, io risposi, a tradimento, dopo d'averle adescate con perline di vetro. Egli è un uomo vile, dispregevole, brutale. Povere donne! chi sa come e dove andranno a finire!
— Speriamo, soggiunse il _Ràies_, ch'esse cadano in buone mani. Fra i compratori vi sono molti uomini generosi ed umani.
— Te lo concedo, io dissi, e tu ne saresti uno, che tratti bene, lo so, la tua schiava; ma secondo la mia opinione, voi, uomini umani e generosi, siete in qualche modo responsabili delle brutalità e degli oltraggi che subiscono questi poveri sfortunati. Anche i Turchi, posso dirtelo, trattan bene gli schiavi; ma se il Divano ritirasse la sua sanzione e la sua influenza, quanto non sarebbe diminuita la schiavitù nell'Africa! _Seìd-Pascià_, è vero, ha proibita la schiavitù, fin dal 1854, nei paesi a lui soggetti, e quindi la compera e la vendita degli schiavi; pure noi sappiamo che nel _Sudàn_ grande ne è ancora il numero, e che si possono acquistare a tenuissimo prezzo, se non nei pubblici mercati, in tanti altri modi che vengono suggeriti, e tu lo sai, da quelle stesse autorità, che dovrebbero invigilare perchè la legge fosse osservata. Che importa che i Pascià, gli Ufficiali del Governo e pochi, pochissimi, nel Sudàn trattino bene i loro schiavi, se la maggior parte invece nessuna cura si prende della salute e della vita di quegli infelici, che ammalati abbandona, stroppiati uccide, morti trascina lungi dall'abitato nel deserto perchè se li mangino le jene?... Insomma, lo ripeto, sono i vostri sentimenti generosi ed umani da voi millantati, che autorizzano tante brutalità.
— Sappi però, o signore, continuava il _Ràies_, che la schiavitù avrebbe luogo medesimamente nell'interno dell'Africa, ove dalle tribù stesse dei Negri viene praticata....
— Ma forse non con tanta barbarie; e, se mai, credi a me che i Governi civili d'Europa, qualora fossero assistiti dal vostro Governo, riuscirebbero se non a torla presto del tutto, a mitigarla d'assai.
La barca intanto progrediva il suo cammino, e giunse dopo circa tre ore alla riva destra dei _Dénka-Abujò_.
Era mia intenzione di visitare anche quest'anno (1860) il Gran-Capo di quella tribù, _Akòl-Guorgièb_[12].
Il vecchio mio turcimanno _Cher-Allàh_, il quale conosceva bene il sentiero che conduceva all'abitazione del Capo distante dalla riva del fiume quasi un'ora di cammino, andò solo senza alcuna scorta per annunziargli la nostra venuta. Ma il Gran-Capo era partito per _Dim_, villaggio nell'interno, e non sarebbe venuto che il giorno dopo. _Cher-Allàh_ tornò alla barca verso le undici antimeridiane non più solo, ma accompagnato da un servo del Gran-Capo di nome _Ciòl_, il quale parlava e intendeva bastantemente l'arabico idioma che aveva appreso dagli arabi _Abù-Ròf_, ed era il principale confidente di _Akòl-Guorgièb_. Io avevo conosciuto _Ciòl_ già da un anno, e me n'ero servito vantaggiosamente nella esplorazione che feci allora nell'interno del paese. Or bene, fatti i complimenti d'uso, egli mi disse:
— Domani adunque tu verrai a visitare co' tuoi compagni il Gran-Capo degli _Abujò_, _Akòl-Guorgièb_, ed io ti sarò guida; e, come ho inteso dal tuo Turcimanno, tu vuoi poscia introdurti fra i _Dénka Abialàñġ_; ma io non ti consiglierei davvero a mettere in pericolo la tua vita....
— Come?... non ti capisco, io dissi, sappi che anche l'anno passato ne visitai la tribù presso le rive del canale _Tarciàm_, e vi fui ricevuto con molta cordialità dal loro capo _Fadièt-Niàr-Buòn_, a cui promisi anzi che mi sarei stabilito con alcuni miei compagni nella tribù stessa; ed egli se ne mostrò soddisfattissimo. Come dunque or tu mi dici, o _Ciòl_, che non mi consiglieresti d'introdurmi fra gli _Abialàñġ_ perchè metterei in pericolo la mia vita?
— _Ciòl_ allora mi raccontava che un mercante turco essendo passato di là colla sua barca, ed avendo veduto delle donne che attignevano acqua al fiume, le rapì a tradimento, ed uccise cinque persone. «Immaginati adunque, egli mi diceva, quanto gli _Abialàñġ_ debbono essere irritati contro i Bianchi, fra i quali essi non sanno ancora ben distinguere il _Frangi_ dal _Turco_, come lo so io.»
— E quante erano, io domandai, quelle donne?
— Erano nove, tutte donne maritate, ed una fanciulla sugli otto o nove anni, che son dieci. Ora gli _Abialàñġ_ sono nelle furie, e cercano ogni mezzo per riavere le loro donne, o per vendicarsi contro i Bianchi.
— Senza dubbio, soggiunse quindi il _Ràies_ della mia barca, queste sono le dieci schiave, di cui mi parlò quel Negro _scìluk_, le quali, o signore, io volevo farti vedere in _Hèllat-Kàka_.
— Certamente!... io risposi; poi rimasi silenzioso per qualche minuto, colla testa appoggiata alle mani, pensando a quello che avrei dovuto fare. Mi scossi alla fine ed esclamai: Oh! s'io potessi francheggiar quelle donne e ridonarle alle proprie famiglie!... che opera santa!... qual trionfo per me ritornando con esse nella loro tribù!... con quanto giubilo vi sarei da tutti ricevuto!...
— Senti, amico, io dissi a _Ciòl_, tu devi pure sapere ove ora si trovano le dieci donne _Abialàñġ_....
— Lo so di certo che si trovano in _Hèllat-Kàka_. Io e alcuni _Abialàñġ_, poco tempo dopo che furono rapite, le vedemmo da questa riva passare in barca, e le seguimmo co' passi e coll'occhio fino al momento dello sbarco. Allora abbiam chiamato l'uomo bianco, che ci rispose per mezzo di un interprete, e ci domandò che cosa volevamo da lui. Noi chiedemmo di comperare le schiave, ma non è stato possibile d'accordarci nella qualità del prezzo, poichè egli pretendeva piastre egiziane, e noi non potevamo dare che vacche.
— Ebbene; saresti tu disposto, o _Ciòl_, di venire con noi in _Hèllat-Kàka_?... Io sono risoluto di liberar quelle donne, e di liberarle senza piastre egiziane.
— E perchè no, rispose _Ciòl_ un po' titubante; quando io sono con voi non ho di che temere. — Disse poi ad alcuni Negri di avvertire il Gran-Capo della sua partenza, e montò in barca.
I missionari tedeschi, ch'erano meco, approvavano la mia risoluzione; e ciò m'era di grande conforto. Il _Ràies_ però mi diceva:
— Vedi bene, o signore, che ti metti in un bel cimento; spero tuttavia che tu n'esca al meglio, e conta pure sulla fedeltà mia e de' barcaiuoli.
— E più che in ogni altro, io soggiunsi, pongo la mia confidenza in Dio; Egli mi aiuterà, ne son certo. Volgi, o _Ràies_, la prora al sud, fa spiegare la vela, e ritorniamo ad _Hèllat-Kàka_.
Era il mezzodì del 19 febbraio quando partimmo, e alle tre ore circa pomeridiane fummo in _Hèllat-Kàka_. Appena arrivati, io e i tre missionari tedeschi Francesco Morlang, Antonio Kaufman e Giuseppe Lanz, col turcimanno _Cher-Allàh_ e col servo _Ciòl_, preceduti dal _Ràies_, movemmo difilati al luogo delle schiave _Abialàñġ_. Il Ràies già conosceva l'_uakìl_ (il rappresentante), a cui erano state affidate; ed egli doveva presentarmi a lui in persona. Noi seguivamo taciturni il _Ràies_; ed eccoci finalmente al quartiere degli schiavi, uomini e donne, ch'era formato d'una specie di fila di capanne male allineate, le quali avevano qualche cosa di squallido e di desolante. — Mi sentii mancare il cuore quando le vidi. — Io volli osservare di dentro la prima, ch'era assolutamente vuota, con nessun altro mobile che un mucchio di paglia stomachevole pel sudiciume, gettata in un canto, sulla nuda terra, resa dura dai tanti piedi che l'avevano calpestata. Tutte le altre capanne erano abitate da schiavi, alcuni dei quali erano seduti fuori a prender aria perchè non ammalassero, legati come fossero cani rabbiosi. E sebbene non fossero là che da pochi giorni, io non vidi tra loro che uomini tristi, cupi, imbrutiti, e donne deboli e scoraggiate, donne che non erano più donne, ma che erano proprio a livello dei loro compagni.
— Quale è la capanna, io chiesi al _Ràies_, delle schiave _Abialàñġ_?
— Eccola qui, egli rispose.
La porta di quella capanna era aperta ed attraversata da un _angarèb_ (letto arabo), sul quale stavasi sdraiato un giovane dongolèse, che vedendoci a comparire si alzò presto in piedi, si ritirò in disparte e fu tanto sorpreso di questa nostra improvvisa venuta, che dimenticò di farci que' complimenti che sogliono sempre farsi da un mussulmano.
— Sono qui le schiave _Abialàñġ_? io gli domandai.
— Appunto, egli rispose, sono in questa capanna.
— E quante sono?
— Ora son nove; erano dieci, ma la decima, che è una giovinetta di otto o nove anni, se l'ha presa seco nella barca il suo padrone, il quale si recò pel paese dei _Nuèr_ per comperare del grano.
— Tornerà egli presto?
— Fra pochi giorni; così egli promise.
— E queste schiave quando saranno poste in vendita?
— Appena il padrone sarà ritornato.
— Avrei desiderio io di comperarle; e tu, m'immagino, avrai facoltà di venderle, in mancanza del padrone.
— Veramente io non sono l'_uakìl_, rispose, ma vado a chiamartelo, e son qui subito.
— Aspetta.... intanto ci permetterai di dare un'occhiata alle schiave, n'è vero?
— Quando non volete altro, questo posso fare anch'io.
Egli tirò in disparte l'_angarèb_ che, come dissi, attraversava la porta della capanna, e poi se n'andò per l'_uakìl_, e noi entrammo.
No, non le descrivo.... non voglio descriverle.... non posso; mi sento l'anima troppo inclinata a maledire ed imprecare contro i trafficanti di schiavi! Sarei d'altronde ben crudele se volessi mettere alla tortura tanti spiriti gentili, cui toccasse di leggere questa pagina lacerante e sanguinosa. Faccio riflettere solamente che sono nove giovani madri ch'io dovrei descrivere appena strappate all'amore dei loro cari; sono madri per la perdita delle quali si disperano i mariti, e bambini lattanti le piangono e ne bramano il latte; sono madri strozzate fra i ceppi più duri; sono madri che avanti d'essere rapite non han potuto dare l'ultimo amplesso all'amata famiglia; or eccole lì accovacciate fra le loro immondezze, ignude, smunte, affamate, le quali, dopo d'avere indarno invocata la morte, aspettano coll'apatia dell'abbrutimento di mutar destino! Oh tremendi giudizi di Dio! io dicevo rivolgendomi convulsivamente ai compagni, e torcendo in cento guise le mani, senza sapere quello che mi facessi; non posso più reggere a questa vista! quanta espressione di dolore e di angoscia su que' volti e su quegli occhi, che più non piangono! ah! no, il cuore non ha più lagrime da spandere; esso non ha altro che sangue, e manda sangue tacitamente! Ah! Cristo Gesù, io sclamai alzando gli occhi al cielo, Voi, che a così caro prezzo avete redenta l'umanità intiera dalla schiavitù di satana, deh! salvate tante creature infelici anche dalla schiavitù degli uomini!...
Ah! sì; tutti unanimi innalziamo ardenti voti a Dio, perchè l'Associazione Internazionale per l'esplorazione e l'incivilimento dell'Africa Centrale, fondata a Bruxelles il 12 settembre 1876, dietro l'iniziativa di S. M. il Re dei Belgi, consegua presto il nobile e santo suo scopo! e ci sia dato di sollevare un grido in nome di Dio stesso perchè questa orrenda macchia dell'onore umano sia levata per sempre dalla faccia del mondo! E voi madri, specialmente, voi che avete appreso accanto alla culla dei vostri figli ad amare l'umanità, a simpatizzare con tutti coloro che soffrono; in nome del sacro amore di madre, in nome delle vostre gioie materne, in nome della sollecitudine tenera e profonda colla quale dirigete le giovani vite, in nome delle vostre ansietà per l'avvenire dei vostri figli, ve ne scongiuro, abbiate pietà della madre che ha un cuore come il vostro, ed a cui non è conceduto di proteggere, di guidare e di educare il figlio delle sue viscere! Per l'ora dolorosa dell'agonia di vostro figlio, per la rimembranza del suo sguardo moribondo che non potrete obliare giammai, per quegli ultimi gridi che hanno lacerato il vostro cuore quando non potevate nè salvarlo nè sollevarlo, per la desolazione di quella culla vuota e di quella camera silenziosa, io ve ne scongiuro, abbiate pietà di quelle madri, a cui il traffico degli schiavi strappa nei paesi dell'Africa Interna i loro figli, e pregate il Signore, come sapete voi pregarlo, perchè finisca una volta tanta sventura!!..
Mentre noi contemplavamo inorriditi quelle miserabili creature trattate colla più ributtante crudeltà, sopraggiunse l'_uakìl_, cui erano state affidate le schiave da vendere. Questi appena mi vide, mi salutò per nome, e disse d'avermi veduto più volte in _Chartùm_; e poi salutò il _Ràies_, e gli chiese:
— Che cosa desidera da me questo tuo signore, che mi mandò a chiamare?
— Egli desidera di comperare le schiave che si trovano in questa capanna.
— Così è, io soggiunsi, bisogna che le comperi per ricondurle nella loro tribù, ch'io debbo visitare per ordine superiore.
— E tu lo sai, o signor mio, a quale tribù esse appartengono?
— Lo so di fermo che son donne _Abialàñġ_, senza le quali non mi sarebbe possibile d'introdurmi nel loro paese; e so tante altre cose, che è inutile ch'io ti ripeta, perchè tu pure le sai meglio di me.
A questo punto l'_uakìl_ mi pregò di seguirlo, e mi condusse sotto un'acacia, ove eravam soli, e là s'impegnò un dialogo importante che durò più di mezz'ora; e finalmente io conchiusi, avvicinandomi alla capanna delle schiave:
— Senti; a me sembra che si potrebbe accomodare ogni cosa chiamandomi io debitore verso il tuo padrone del prezzo che sarà tra noi convenuto; prezzo che verrà da me consegnato a lui in _Chartùm_. E tu che ne dici?
— È impossibile; così non mi ci posso adattare assolutamente. Il mio padrone è troppo scaltro da non vedere che in _Chartùm_ egli non potrà legalmente esigere da te il prezzo delle schiave, ancorchè tu te ne obblighi con uno scritto.
— E dunque?... cedimi, io dissi, medesimamente le schiave; e potrai rispondere al tuo padrone ch'io le ho volute ad ogni modo; che se egli avrà delle pretensioni su di esse, io saprò rispondergli davanti al Divano e al mio Consolato in _Chartùm_, dacchè io conosco benissimo la maniera colla quale le ha rapite, a tradimento, ferendo non so quante persone, ed uccidendone cinque, tre uomini e due donne; gli dirai che tu hai dovuto consegnarmele, poichè altrimenti, arrivato in _Chartùm_, io n'avrei mosso lamento contro di lui e contro di te presso le autorità competenti. — L'_uakìl_; così meno ancora, disse, mi ci posso adattare.
— Ebbene, non c'è tempo da perdere; disciogli intanto dai legami le schiave; pel resto vedrai tu poi come meglio giustificare il tuo procedere davanti al padrone.