Il fiume Bianco e i Dénka: Memorie
Part 5
I Negri _scìluk_ sono il popolo più turbolento, più audace, più traditore, più ladro di tutta la vallata del _Bàhr-el-Àbiad_. Il Re però e tutti i Capi sanno reprimere colla forza questa loro indole perversa, nell'interno della tribù; ma non impediscono che venga dispiegata al di fuori, anzi la favoriscono col ricever parte dei loro furti. I genitori stessi avvezzano i loro ragazzi a rubare. Fra questi Negri il latrocinio è ammesso come cosa naturalissima, sempre però fuori della loro tribù, quando non si tratti di derubare un forestiero. — Mi ricordo che un giorno, giusto nel paese dei _Scìluk_, stanco di starmi seduto in barca nel mio ristretto e disagiato casotto, montai sulla riva e m'addentrai nel bosco non più di cento passi, perchè i miei barcaiuoli m'aveano avvertito che non conveniva allontanarsi troppo dal fiume per timore dei Negri. Eran circa due ore dopo il mezzodì; avevo appena mangiato un boccone; m'acconciai comodamente all'ombra di una pianta a fare il chilo, e deposta da banda la mia pezzuola e la tabacchiera d'argento, che mi tenevo cara assai non tanto pel suo valore intrinseco, quanto per la persona che me l'aveva regalata, m'addormii. Svegliatomi dopo alcuni minuti, non trovai più nè pezzuola nè tabacchiera. Alcuni giovinetti Negri, che ho veduto poi a qualche distanza fuggir via, se n'erano serviti. È incredibile l'audacia di questi monelli. Non c'è luogo dove non penetrino, malgrado la più oculata sorveglianza; strisciano, guizzano, si schiacciano contro terra, coperti d'erba, di paglia, di foglie; rischian la vita per un nonnulla. Io stetti lì ancora un cinque minuti, mortificato, immobile sotto l'albero, colle braccia incrociate, e lo sguardo fisso a terra, esclamando di tratto in tratto: — Ah! che birboni!!... e tornai poi in barca a rintanarmi nel mio casotto.
Del resto i Negri _scìluk_ nelle loro grandi spedizioni si raccolgono in numero di cento e più, e discendono o rimontano il fiume sopra leggiere piroghe, armati di lancia e di scudo e muniti di grossi utensili, per dare la caccia all'ippopotamo e al coccodrillo. Essi vanno disciplinati; hanno dei Capi, degli statuti, dei diritti riconosciuti in un certo senso persino dal Governo. Se discendono il fiume, spiano continuamente gli Arabi della riva sinistra e i _Dénka_ della riva destra, e tirano specialmente alle loro vacche. Qualora riescano ad impossessarsene le spingono nel fiume, e d'isola in isola le conducono presso alle loro abitazioni. I _Scìluk_ poi del sud fanno le loro spedizioni lungo il _Sóbat_ e fino all'imboccatura del fiume delle Gazzelle (_Bàhr-el-G¨azàl_), cercando di derubare per sorpresa i _Gianghè_ della riva sinistra o i _Nuèr_ della riva destra.
Durante la spedizione, che può durare anche più di un mese, essi dànno la caccia agli ippopotami e ai coccodrilli[10]. Da questi ultimi hanno il muschio, di cui fanno mercato; e dei primi conservano la pelle e i denti canini, ricercatissimi specialmente da qualche Inglese.
I _Scìluk_ appetiscono assai la carne dell'ippopotamo che tagliano a lunghe striscie; quindi la sospendono a corde tese all'ombra e all'aria aperta, non mai al sole; e passate circa ventiquattr'ore hanno la carne secca che può servir loro di nutrimento per qualche mese. Rarissime volte mangiano la carne del coccodrillo, che è molto indigesta e sa di muschio. Vidi a mangiarne una volta i miei barcaiuoli, e io avrei proprio desiderato di assaggiarla, tanto più che quel coccodrillo l'avevo ucciso io stesso con un colpo di carabina; ma non mi fu possibile di accostarne briciolo alla bocca; il puzzo spiacente che mandava mi sconcertò talmente, che dovetti uscire di barca per non rigettare.
I _Scìluk_ sono divisi in due classi. Quelli che si trovano ad _Hèllat-Kàka_, o più a nord, che sono assai pochi in confronto degli altri, vengono, per così dire, considerati come schiavi degli Arabi da quelli che abitano più a sud, i quali si estendono fin quasi al lago _No_, formato dalla mescolanza delle acque del fiume Bianco (_Bàhr-el-Àbiad_) con quelle del fiume delle _Gazzelle_ (_Bàhr-el-G¨azàl_ o _Kèilak_). In realtà però i _Scìluk_ del nord vollero emanciparsi dal predominio tirannico del Re e de' suoi Consiglieri, mescolandosi cogli Arabi, dei quali non si può dire che sieno schiavi. Questi _Scìluk_ non hanno stabili abitazioni, sono erranti; io ne vidi attendati fin presso al 14º grado, e vivono unicamente di pesca, di caccia e di furti; mentre i _Scìluk_ del sud hanno stabili dimore ed esercitano, sebbene con poco amore e con poco studio, anche l'agricoltura. Essi coltivano il _dòkn_ (_holcus dùrah_), e i campi sono per lo più alquanto discosti dalle abitazioni. Avvicinandosi il tempo della raccolta, i coltivatori abbandonano le capanne e fanno dimora in mezzo ai loro seminati, per frastornar gli uccelli che non mangino il grano, e per guardarli dai ladri. Allora non riposano la notte che sopra grandi alberi per difendere così la loro proprietà senza il timore d'essere assaliti dagli animali feroci.
Il _Scìluk_ è per natura infingardo, poltrone, come ordinariamente sono tutti i Negri. Bere la _merìssah_ (specie di birra), fumar la pipa al suono del tamburo e della _rabàba_ (strumento simile alla ghitarra) presso donne e fanciulle, che gesticolano, ballano, e cantano a più non posso, è il più bel divertimento, l'unica sua ambizione.
In tempo di pace, la quale non si prolunga mai oltre il mese della luna nel quale s'è conchiusa, i Negri _scìluk_ fanno _el-sùk_ (il mercato) cogli Arabi _Baggàra_, cogli _Abù-Ròf_, coi _Dénka_. Nei loro mercati essi vendono ai _Baggàra_ della riva sinistra del fiume ed agli _Abù-Ròf_ della riva destra correggie d'ippopotamo e muschio di coccodrillo; e ai _Dénka_ carne secca e tabacco, ricevendo in cambio grano di _dùrah_.
I Negri _scìluk_, come tutti i Negri ch'io ho conosciuto in sulle rive del fiume _Bianco_, hanno una maniera singolare onde preservarsi dal freddo della notte. All'avvicinarsi della sera essi accendono un gran fuoco, ne attivano la combustione, e allorquando le legna sono ridotte in cenere, vi s'avvolgono con tutto il corpo unto d'olio di ricino, formandosi così come una crosta di cenere che serve loro di vestimento, nel quale dormono saporitamente e assai meglio che tanti poveri sventurati qui da noi, i quali sui loro letti non hanno abbastanza da coprirsi nella stagione invernale. Appena che coll'alba sorge il mattino, si spogliano del loro inviluppo notturno, lavandosi con molta cura nelle acque del fiume, e ricomparendo poi nel vecchio loro costume, di cui la natura sola n' ha fatto le spese, e che essi non sarebbero disposti a mutare con nessun altro. La è questione d'abitudine; non vogliono saperne di camicia e di calzoni; essi hanno dell'eleganza ben altra idea da quella che noi n'abbiamo; torturano gli orecchi, le labbra, il naso con grossi anelli di ferro e di rame; bizzarri abbigliamenti portano al collo, alle braccia, ai fianchi, ai piedi; si tingono il corpo di terra rossa; alcuni tengono irti i capelli; altri li voglion rasi e si coprono il capo con una pasta di cenere intrisa con olio, a cui danno diverse forme più o meno ridicole, ma tutte in modo da farli parer mostruosi. Ecco le loro galanterie; qui sta tutta la loro ambizione; così è — de gustibus non est disputandum — e tanto basti.
Un contrassegno, un'impronta particolare, fatta con un ferro rovente, il più delle volte sulle spalle, sulle guance, o sulla fronte serve a distinguere tribù da tribù, e talora villaggio da villaggio.
Le ragazze dei _Scìluk_ sono piuttosto brutte; laide se le consideriamo dal lato materiale, e laidissime dal lato morale. Esse vanno affatto ignude fino al momento del loro matrimonio, il quale ha luogo, come presso tutte le tribù negre del fiume _Bianco_, intorno ai vent'anni. Allora si coprono con due pelli di capra o di montone, davanti e di dietro, le quali pelli s'uniscono solamente alla cintura, lasciando scoperta la parte esteriore delle coscie. Un numero maggiore o minore di bovi, secondo il potere dello sposo, è la dote della futura sua moglie. La dote vien consegnata ai genitori di lei, i quali dovranno conservarla per farne la restituzione al marito, nel caso che la moglie, stanca di lui, volesse fare ritorno alla propria famiglia; e questo non è solo costume particolare dei _Scìluk_, ma di tutti i Negri lungo le rive del fiume.
I _Scìluk_ sono cupidi di schiavi, ma specialmente gli abitanti del nord, i quali s'uniscono quasi sempre cogli arabi _Baggàra_ nelle loro spedizioni per la tratta di altri Negri, dei quali fanno poi crudele mercato.
Il luogo, nel quale venivano raccolti i poveri schiavi, era _Hèllat-Kàka_, ove traevano mercanti di molti paesi per comperare... carne umana. Nel 1859, quand'io mi trovavo appunto sul luogo, mi fu detto che ve ne erano stati venduti presso a 500, quasi tutti dell'età di otto o dieci anni. Molti di quegli infelici muoiono in breve tempo, altri di stento ed altri di nostalgia. I loro padroni prima di esporli in vendita, gli ingrassano, come si fa de' polli d'India; cercano di guarirli dalla nostalgia colla musica, co' balli, col canto; ne evirano alquanti, e insegnano o fanno loro insegnare qualche parola araba; il che ne aumenta il prezzo, che è ordinariamente cento piastre egiziane (quasi venticinque lire italiane) per un ragazzo, duecento per una bimba, circa ottocento per una giovane di diciassette o diciott'anni, bella, la quale sappia parlare un po' l'arabo e che non abbia ancora partorito; ed altrettante per un giovinetto evirato. Il Re dei _Scìluk_ ha un tanto per cento sugli schiavi venduti da' suoi sudditi. Se muore uno schiavo, il suo corpo vien gittato nel deserto e fatto pascolo delle belve; se egli ammala, e la sua malattia è creduta contagiosa e difficile a guarire, lo si adagia alla meglio sopra il fusto di un albero nell'interno della foresta, ed accanto gli si pone un vaso d'acqua e qualche cosa da mangiare; e lo si lascia là ignudo giorno e notte, esposto all'aperto, qualunque sia la stagione. Avviene talvolta che l'acqua venga meno, che gli manchi il cibo, che il male aggravi; egli allora invoca aiuto, smania, si contorce... Gridi pur l'infelice quanto ha fiato, pianga, urli, si disperi, che nessuno avrà pietà di lui... Oh potesse almeno discendere da quella pianta malaugurata!... Non gli è possibile; v'è legato così, da non potersi per niun modo svincolare. — Tutto ciò mi parrebbe incredibile, s'io stesso non fossi stato testimonio d'un simile fatto.
Era la notte del quattro dicembre 1859, la terza volta che percorrevo il fiume _Bianco_ fra _Chartùm_ e Santa Croce; la mia barca era ferma presso _Hèllat-Kàka_; quella notte per me fu una delle più agitate del viaggio; non mi sentivo bene; non potevo prender sonno; avevo tante cose per la mente che m'inquietavano — il pensiero d'aver perduto così presto la cara e dolce compagnia degli amati miei fratelli missionari, coi quali solevo dividere il tempo in utili e preziose conversazioni, Francesco Oliboni ch'era morto poco dopo il nostro arrivo nella missione di Santa Croce, Angelo Melotto ch'era morto poco dopo il nostro ritorno da Santa Croce a _Chartùm_, Isidoro Zili ch'era pur morto in _Chartùm_, Alessandro Dal Bosco che vi lasciai gravemente ammalato, Daniele Comboni che sofferente di febbri era tornato in Europa. E i missionari tedeschi?... quasi tutti erano morti. Ma ancora più m'inquietava il pensiero del richiamo, che per mezzo mio ordinava il Prov. Apostolico Matteo Kirchner, col beneplacito di Roma, de' pochi missionari superstiti dalle stazioni di Santa Croce e di _Kondókoro_ sul fiume _Bianco_. Ecco, io sclamavo allora, troncato d'un sol colpo il filo delle mie speranze... dopo tante e tante fatiche sostenute, dopo il sacrificio di tante vite! oh quanta maledizione pesa su questo suolo africano! quanto incomprensibili sono i giudizi di Dio!... ma sia fatta la volontà sua. E voi, anime a me tanto care, che or vi beate lassù nel cielo della vista del Padre universale e onnipotente, il cui Figlio incarnato sparse per tutti il preziosissimo suo sangue, ah! pregate affinchè lo Spirito Santo che dall'uno e dall'altro procede infiammi col fuoco dell'amor suo i gelidi cuori di tanti poveri Negri, e illumini le oscure loro menti perchè sieno fatti degni di entrare in grembo alla vera Chiesa da Gesù Cristo fondata... deh! pregate anche per me, che ignoro la sorte che m'attende, affinchè il Signore mi conceda, quando a lui piacerà, di rivedervi in cielo. — A un'ora dopo la mezza notte, appena addormentato mi svegliai; tutti i barcaiuoli e il mio servo dormivano profondamente; a me non riuscì più di chiuder occhio; udivo ad intervalli il latrato dei cani _scìluk_ e il ruggito del leone; quindi in un momento di silenzio mi tuonò all'orecchio improvvisamente una voce squarciata e selvaggia, che non tacque più fin quasi all'alba; essa veniva dalla foresta, ed ora mi pareva d'averla vicina, ora la sentivo lontana, poi tornava a risonare più vicina, a seconda del vento che spirava, e sempre in tono di lamento, di disperazione; e prorompeva di tratto in tratto in grida acutissime, che mettevan freddo nelle vene. Io svegliai allora il servo e i barcaiuoli perchè essi pure ascoltassero quelle grida; e tutti eravam persuasi fossero le grida d'un infelice che domandasse soccorso. All'alba del giorno, io con tre barcaiuoli e il servo movemmo verso quella parte della foresta donde era venuta la voce, e dopo breve cammino scoprimmo il cadavere d'uno schiavo in mezzo a un lago di sangue, che alcuni cani, più fortunati di lui! leccavano. — Gittammo un grido di stupore. — Accanto al cadavere era una donna che accarezzava il suo volto sanguinoso, singhiozzando, ridendo convulsivamente, mormorando con voce infantile parole di disperazione e d'amore. Il cadavere, caldo ancora, aveva sei ferite nel petto; aveva un occhio crepato, morsicate le braccia e le mani, e stava disteso in terra sotto l'albero, sopra il cui fusto era stato legato quand'era vivo, ed ora vedevasi ancora la fune e un piccolo vaso di terra senz'acqua. Chi fosse quella donna, pazza di dolore, non l'abbiam potuto sapere; nessuno capiva la lingua che parlava.... Ah! forse sarà la moglie, io dissi, di questo sventurato!... Ma e chi l'ha ucciso così crudelmente?... e perchè?... mistero!
Il 17 febbraio 1860, essendo io di ritorno da _Kondókoro_ e da Santa Croce coi missionari tedeschi Francesco Morlang, Antonio Kaufman, Giuseppe Lanz, con due laici, membri pure della missione, e con quattro giovinetti Negri e sei giovinette, catecumeni, m'arrestai colla _dahabìah_ davanti alla maggiore borgata di _Hèllat-Kàka_, distante dal fiume circa un quarto d'ora, per comperare delle uova, delle galline, de' fagiuoli e due o tre montoni da mangiare durante il resto del viaggio fino a _Chartùm_.
Nella mia assenza di circa due mesi, la popolazione araba di _Hèllat-Kàka_ s'era aumentata di forse duecento abitanti provenienti dalle montagne di _Tèghele_, i quali, come gli altri Arabi che da parecchi anni erano qui stabiliti, non avendo che poco bestiame, scelsero a loro dimora questa posizione perchè assai opportuna per la tratta dei Negri. Gli schiavi venivano poi venduti o qui sul luogo, o sui mercati di _Dàr-Fùr_ e di _Kordofàn_.
_Hèllat-Kàka_, dal tempo che Seid Pascià vicerè dell'Egitto proibì la compera e vendita degli schiavi, n'era divenuta l'emporio, e gli Arabi crescevano ogni di più. Le loro capanne sono spartate da quelle dei Negri _scìluk_ e compongono il gruppo principale di questa contrada. Due de' miei vecchi barcaiuoli, che da parecchi anni conoscevano questi Arabi, mi dicevano che non era che da poco tempo ch'essi avevano migliorata d'assai la loro condizione, da quando, cioè, cominciarono a tener commercio con alcuni mercanti d'avorio che percorrevano il fiume _Bianco_, dai quali compravano ogni anno buon numero di schiavi, qualche volta con piastre egiziane, ma il più delle volte con grossi denti di elefante, ch'essi ritraevano dagli Arabi dell'interno. Così è, alcuni mercanti di _Chartùm_, ch'io ho conosciuto, Turchi specialmente, i quali viaggiavano sul fiume _Bianco_ coll'unico scopo di sordido guadagno, vedendo che la quantità dell'avorio diminuiva sempre più, che i concorrenti aumentavano e che crescevano le spese; nè avendo i mezzi da procacciarsi carabine di grosso calibro, e di assoldare uomini per dar la caccia agli elefanti, come facevano gli Europei, ricorsero ad uno spediente assai facile onde provvedere ai loro interessi, abusando ferocemente della impunità dei loro atti ingiusti e crudeli. Questi mercanti non s'allontanano mai dal fiume, ed allorchè veggono in sulle rive donne e fanciulle venute per lavarsi e per riempiere d'acqua le loro _bórme_ (vasi di terra), o giovinetti che guardano il bestiame, o qualche casotto di poveri pescatori, si fanno subito annunziare dai Negri loro turcimanni quali buoni amici, che vanno in cerca di denti di elefante per comperarli, e mostrano alcune perline di vetro delle più belle, e ne promettono in dono per adescare gl'innocenti; anzi dalla barca ne gettan loro alquante file. Le donne allora, e i giovinetti specialmente, provocati dai doni bugiardi dei traditori, si raccolgono in buon numero; approfittano quindi gl'inumani del timore, che ispira loro lo scarico dell'armi da fuoco; uccidono i più forti che potrebbero opporre una resistenza; altri feriscono; molti mettono in fuga, e s'impadroniscono così a sangue freddo delle donne e de' fanciulli. Gli sventurati vengono tosto condotti in _Hèllat-Kàka_, ove il padrone della barca lascia un suo rappresentante chiamato _uakìl_, perchè procuri di venderli al più presto; mentre egli ritorna in traccia di nuova preda. Qualche volta questi mercanti avevano l'abilità di provvedersi di grano di _dùrah_ a buon mercato, con quattro o cinque sole fucilate, che spaventassero i Negri venditori, i quali per campare la vita lasciavano volentieri la loro merce. Non era più possibile di porre il piede sicuri sopra una riva, ov'erano state commesse tali e tante crudeltà. I Negri non potevano più fidarsi, e con ragione, degli stranieri, e studiavano ogni modo per vendicarsi.
V.
Una zerìbah di schiavi — L'asta, la vendita, la separazione — Le dieci schiave _Abialàñġ_ rapite a tradimento — Il loro quartiere in _Hèllat-Kàka_ — Scena commoventissima — Brutto rischio — Audaces fortuna juvat — Uno de' più bei giorni della mia vita — Diffidenza punita — Il tradimento.
Io ebbi occasione nel 1859 d'introdurmi fra le capanne degli Arabi in _Hèllat-Kàka_, e di vedere co' miei occhi l'inumano governo che si fa di membra e d'anime umane.
Ecco là una grande _zerìbah_ (ricinto), la quale circonda otto o dieci capanne; la porta d'ingresso è chiusa e non viene aperta agli estranei se non sono compratori di schiavi. Io non era uno di questi, nè avrei avuto il denaro per esserlo; pure volevo entrare ed osservare quel luogo di miserie per poter poi descriverlo con chiarezza; e vi riuscii.
«La _zerìbah_, mi diceva il _Ràies_ della mia barca, appartiene a un Gran-Capo mercante di schiavi, e contiene mercanzia umana; quel Capo vende bene la sua merce, e quindi ha cura di nutrirla e d'alloggiarla meglio che può, onde presentarla alla vendita in buona condizione; nessuno vi troverai legato; sono schiavi fatti da qualche tempo e provenienti da tribù lontane; vedremo poi come sieno trattati gli schiavi fatti di fresco, o troppo vicini al loro paese.»
Due o tre fanciulli, una o due ragazze esposti fuori del ricinto sotto ad una tettoia, servono di mostra. Entriamo nella _zerìbah_ senza paura, benchè un Arabo dall'occhio bieco c'inviti con poca cortesia a restar serviti. Io do un'occhiata intorno.... saranno state cinquanta persone; tutti Negri, mariti, mogli, fratelli, sorelle, padri, madri, fanciulli e bambini lattanti da vendersi separatamente o a partite, secondo il gusto di chi compra. E tante anime immortali, riscattate dal sangue e dalle angoscie d'un figlio di Dio, in quell'ora misteriosa in cui la terra tremò, ed in cui le rupi si squarciarono e i sepolcri si dischiusero.... tante anime saranno presto vendute, affittate, ipotecate o scambiate con droghe ed altri valori di simil genere, secondo la posizione commerciale o la fantasia del compratore! Quell'Arabo dall'occhio bieco, che ci fece restar serviti è il custode di tutta questa merce umana; e vuol vederli i suoi Negri sempre allegri, contenti, a mangiare, ballare, cantare e a ridere vivamente. Colui che rifiuta di essere di buon umore, o colui che non può sbandire dall'anima il pensiero della moglie, dei figli, del domestico tetto, è notato come un soggetto pericoloso, e si trova esposto a tutte le durezze che un uomo crudo e senza altra legge che la volontà propria può fargli subire. La vivacità, il brio e l'allegrezza, massime in presenza dei visitatori, sono loro imposti costantemente, ed essi vi sono stimolati o dalla speranza di avere un buon padrone, o dal timore delle punizioni che riceveranno non essendo venduti. L'ora nella quale io visitai quegl'infelici era ora di riposo, e se ne stavano distesi per terra, o sopra stuoie, in varie attitudini, all'ombra che proiettavano le capanne e qualche albero nella _zerìbah_; parte di essi dormiva, e parte era desta e taciturna; io vidi però alcuni che piangevano, perchè designati dal Gran-Capo per essere venduti quel giorno stesso. Verso sera, cioè dopo due o tre ore, doveva incominciar l'asta; mercanti del _Dàr-Fùr_, del _Kordofàn_, di _Chartùm_, di _Dòngola_ si trovavano già da alcuni giorni in _Hèllat-Kàka_ per comperare schiavi e per rivenderli poi nei loro paesi. Tra coloro che piangevano mi cadde sott'occhio una donna che poteva avere trent'anni, e a fianco a lei era una bambina, a cui era stato dato il nome di _Scibàka_, che non ne aveva più che dieci, la quale si teneva stretta alla madre e la guardava attonita. Entrambe balbettavano un po' l'arabo ed erano belle assai; parlavano insieme sommessamente per non essere sentite; ed oh! figliuoletta mia, diceva la madre col cuore affranto dallo scoraggiamento, questa è forse l'ultim'ora che passiamo insieme....
— No, mamma, non parlar così, noi saremo vendute ad uno stesso padrone, e tu sarai sempre mia e io sarò sempre tua.
— Se si trattasse di tutt'altra cosa, direi che tu la indovini, o figlia, ma io ho molta paura di perderti!
— Coraggio, mamma, non piangere; lo disse proprio il. Capo, che se saremo buone e ci daremo l'aria la più gaia, egli ci venderà ad uno stesso padrone.
La madre si asciugò colle mani gli occhi lagrimosi, e si sforzò di sorridere alla figlia e poi le disse: levati dal collo, o cara, le perline di vetro, che ti fan parere troppo bella, perchè temo altrimenti che il caro prezzo che tu costeresti impedirebbe forse d'essere comperate da uno stesso padrone.
— Or bene, madre, lo farò.
— Ascoltami ancora. Va da quel signore, che par che ci guardi commosso del nostro stato infelice, e pregalo.... ma pregalo assai a voler comperarci tutte e due.