Il fiume Bianco e i Dénka: Memorie
Part 4
I primi viaggiatori e mercanti europei che visitarono i Negri _scìluk_, li trovarono sospettosi, diffidenti, e per conseguenza pericolosi e crudeli. E tali divennero specialmente dopo la spedizione egiziana in _Nubia_ (1821), del cui passaggio si risentirono tanto, mentre essa era diretta verso il fiume _Sóbat_, e nel suo ritorno a _Scèndi_. Ma il loro odio contro i Bianchi, ch'essi credevano tutti Turchi, crebbe assai più allorquando, un anno dopo, intesero la disumana strage di _Scèndi_, per la quale si volle in qualche modo vendicata la morte d'_Ismail-Pascià_[7]; odio che il monarca e i vecchi del paese non tralasciarono mai d'istillare nel cuore dei giovani, allo scopo di renderli avversi ad ogni relazione coi Bianchi. Fin d'allora i _Scìluk_ ebbero in fondo all'anima il vago sentimento d'una forza aggressiva, crescente, minacciosa de' popoli bianchi, dalla quale temevano o presto o tardi d'essere schiacciati. E quando gli Europei dopo alcuni anni tentarono di metter piede fra loro per recar doni al Capo supremo, in apparenza, ma in realtà, pensavan essi, per vedere, scrutare, fiutare, corrompere e spiare così il terreno per farne una conquista; quando furono veduti con taccuini in mano, con cannocchiali, con istrumenti misteriosi ficcarsi da per tutto, notar tutto, misurar tutto, voler saper tutto.... tanto più crebbero i sospetti ed i timori d'un'invasione, e immaginavano questa invasione accompagnata da tutti gli orrori dell'odio e della vendetta, persuasi com'erano che i Bianchi nutrissero contro di loro gli stessi sentimenti, ch'essi nutrivano contro i Bianchi. Ma a poco a poco i _Scìluk_ cominciarono a distinguere i Turchi dagli altri Bianchi europei ed a comprendere che questi non avevano mire ostili, e che tutt'al più attendevano al solo commercio.
La prima volta ch'io vidi i _Scìluk_ fu nel 1858, allo spuntar dell'alba del 28 gennaio. Ero coi miei compagni e col missionario Matteo Kirchner, che fu poi degno successore del defunto Provicario Ignazio Knoblecher, quando la _dahabìah_ (gran barca) della Missione, carica delle provvisioni di un anno per le due stazioni di Santa Croce, nella tribù dei _Kic_ fra il 6º e il 7º lat. N., e di _Kondókoro_, nella tribù dei _Bàri_ tra il 4º e il 5º grado, arrenò in un banco di sabbia presso la sponda sinistra, ov'erano attendati provvisoriamente alcuni Negri _scìluk_ pescatori colle loro famiglie. I nostri barcaiuoli fecero tutti gli sforzi per disimpacciarla, ma inutilmente. Dovemmo aspettare il chiaro giorno, ed invitare que' Negri che venissero in nostro soccorso, promettendo loro un bel regalo in perline di vetro che essi amano tanto. Ma non ci fu verso di persuaderli a venire fin quasi al mezzodì; essi non si fidavano della nostra lealtà; ci credevano Turchi. Allora uno dei nostri barcaiuoli, di nome _Mahàmmed-Chèr_, saltò in acqua e s'avvicinò alla sponda mostrando loro alcune file di perline di vetro delle più belle che avevamo per adescarli, assicurandoli nello stesso tempo che i Bianchi che si trovavano nella gran barca non eran Turchi, e che perciò non temessero di nulla. Capitarono quindi sopra una mal connessa barchetta circa dodici _Scìluk_, e giunti alla distanza d'una decina di passi da noi, s'arrestarono, ci squadrarono ben bene, si scambiarono a bassa voce alcune parole, vollero vedere la quantità de' regali che noi avremmo data; fecero poi sforzi incredibili, insieme coi nostri barcaiuoli, per cavare la barca dall'arena, ma non riuscirono nè manco a smoverla. Noi demmo loro il regalo convenuto e li pregammo d'indurre anche i loro compagni, che ci stavano osservando dalla riva, perchè venissero a prestarci assistenza, facendo loro nuove promesse. Accorsero allora su quattro o cinque barchette tutti i _Scìluk_ pescatori che colà si trovavano e che saranno stati intorno a trenta, muniti di lancia, lasciando sole le donne con i bambini. A dir vero noi temevamo questi liberatori, che alzando la voce pretendevano vedere quali e quante perline avremmo loro date; e vedutele ce le presero fuor di mano quasi colla forza; lanciando poi grida selvagge cominciarono a spingere la _dahabìah_ verso il corso d'acqua navigabile; ma non appena essa fu smossa, le donne dalla riva, agitando le braccia e mettendo acutissimi strilli, incitavano i loro mariti a fuggire. Questi saltarono tosto nelle loro piroghe e in pochi istanti guadagnarono la sponda, negandoci ogni ulteriore soccorso e dicendo che noi eravamo Turchi. Stemmo lì fermi fino al giorno seguente; i Negri durante la notte erano già scomparsi; che cosa fare?... Noi credemmo miglior partito di alleggerire la _dahabìah_ delle casse più pesanti, improvvisando alla meglio una zattera coi remi e con altro per adagiarvele; quindi tentammo a tutto fiato di smuoverla, ma indarno; calammo allora altra roba sulla zattera; e finalmente alle due pomeridiane, la Dio mercè, siamo usciti dal difficile passo e ci rimettemmo sul buon canale. I barcaiuoli ricaricarono con gran fatica ogni cosa, e alle ore cinque e mezza partimmo col vento in poppa.
Nell'anno 1860 io tornai a visitare i _Scìluk_ e li trovai trattabili e pieni di fiducia specialmente verso gli Europei non Turchi, ch'essi sapevano distinguere assai bene.
In questa occasione io ebbi la fortuna di parlare più volte con un Capo di questi Negri, il quale oltre la propria lingua e quella dei _Dénka_ parlava speditamente anche l'araba, essendo egli stato schiavo per alcuni anni nella casa di un Turco, alla morte del quale potè ricuperare la libertà che aveva perduta fin da tenero giovinetto.
Da questo Capo io raccolsi principalmente quanto sto scrivendo sui Negri _scìluk_, ed ho ragione di credere che tutto ciò che mi disse sia vero, perchè è conforme a quello che udii ripetere da qualche Arabo, il quale da lungo tempo trattava con questi Negri, ed a ciò ch'io stesso ho potuto osservare.
Ho detto altrove che i _Scìluk_, come i _Nuèr_, non sono compresi nel novero dei veri _Dénka_ (_Gièn_), dai quali vengono considerati come antichi invasori delle loro terre; e di fatto essi fanno uso di un'altra lingua, sebbene intendano e parlino pure quella dei _Dénka_[8].
Io volli notare alcune parole della lingua propria dei _Scìluk_, per indagare a quale altra razza potessero appartenere, e dedurne così la provenienza.
Ecco le poche parole ch'io trascrivo quali trovo segnate sul mio giornale di viaggio, a fronte delle quali porrò quelle della lingua _dénka_, per conoscerne e valutarne il divario.
Nomi _scìluk_ Nomi _dénka_
Dio — _Kuàe_ Dio — _Dèn-did_ (pioggia grande) Uomo — _Giâló_, _Dâno_ Uomo — _Ran_, _Móg_ Donna — _Dakóu_ Donna — _Tík_ Fanciullo — _Dèn_ Fanciullo — _Mèvt_, _Uén_ Fanciulla — _Gñàn_ Fanciulla — _Gñà_ Cielo — _Màl_ Cielo — _Vniàl_ Terra — _Figñ_ Terra — _Pigñ_ Acqua — _Fíu_ Acqua — _Píu_ Fuoco — _Màg_ Fuoco — _Màg_ Vento — _Rùde_ Vento — _Ióm_ Pane — _Bièl_ Pane — _Kuín_ Albero — _Tàu_ Albero — _Tim_ Frutto — _Gñuèl_ Frutto — _Tàu_ (l'_a_ quasi _o_) Casa — _Uàt_ Casa — _G¨ùt_ (l'_a_ quasi _o_) Barca — _Jái_ Barca — _Rièi_ Stella — _Kièlo_ Stella — _Kuél_ Tabacco — _Tàbo_ Tabacco — _Tàb_ Pipa — _Dak_ Pipa — _Tógñ-e-tàb_ (vaso del tabacco) Bestia — _Diàn_ Bestia — _Lái_ Lancia — _Ton_ Lancia — _Tòn_
_Pronomi personali_
_Scìluk_ _Dénka_
Io — _janèn_ Io — _g¨èn_ Tu — _jin_ Tu — _jín_ Egli, Ella — _ñġatì_ Egli, Ella — _jèn_ Noi — _Uèn_ Noi — _òg¨_ (l'_e_ quasi _o_) Voi — _Un_ Voi — _uék_ Eglino, Elleno — _Ġi_ Eglino, Elleno — _kék_ (ġ dura)
Tutti — _Ġebène_ (_ġ_ dura) Tutti — _ké-vdia_, _rór-e-bèn_ (Tutti gli uomini)
_Addiettivi indicativi numerali cardinali_
Scìluk Dénka
1 — _dièl_ 1 — _tók_ 2 — _ariòu_ 2 — _ròu_ 3 — _adèk_ 3 — _diàk_ 4 — _añġuèn_ 4 — _ñġuàn_ 5 — _abìġ_ 5 — _vdiéc_ 6 — _abik-ièl_ 6 — _vde-tèm_ 7 — _abi-riòu_ 7 — _vde-ròu_ 8 — _abi-dèk_ 8 — _bêd_ 9 — _abi-ñġuèn_ 9 — _vde-ñġuàn_ 10 — _fiàr_ 10 — _vtiár_ 11 — _fiàr ógiàk-ièl_ 11 — _vtiár-ko-tók_ 12 — _fiàr ógià-riòu_ 12 — _vtiár-ko-ròu_ 13 — _fiàr ógià-dèk_ 13 — _vtiár-ko-diàk_ 14 — _fiàr ógià-ñġuèn_ 14 — _vtiár-ko-ñġuàn_ 15 — _fiàr ógià-biġ_ 15 — _vtiár-ko-vdiéc_ 16 — _fiàr ógià abik-ièl_ 16 — _vtiár ko-vde-tèm_ 17 — _fiàr ógià abi-riòu_ 17 — _vtiár-ko-vde-ròu_ 18 — _fiàr ógià abi-dèk_ 18 — _vtiár ko-bèd_ 19 — _fiàr ógià abi-ñġuèn_ 19 — _vtiár ko-vde-ñġuàn_ 20 — _fiàr-riòu_ 20 — _vtiár ròu_ 21 — _fiàr-riòu ógiàk-ièl_ 21 — _vtiár ròu ko-tók_ 22 — _fiàr-riòu ógià-riòu_ 22 — _vtiár ròu ko-ròu_ 30 — _fiàr-dèk_ 30 — _vtiár diàk_ 40 — _fiàr-ñġuèn_ 40 — _vtiár ñġuàn_ 50 — _fiàr-abìġ_ 50 — _vtiár vdiéc_ 60 — _fiàr-abìk-ièl_ 60 — _vtiár vde-tèm_ 70 — _fiàr-abì-riòu_ 70 — _vtiár vde-ròu_ 80 — _fiàr-abì-dèk_ 80 — _vtiár bèd_ 90 — _fiàr-abì-ñġuèn_ 90 — _vtiár vde-ñġuàn_ 100 — _fiàr fiàr_ 100 — _buòt_
_Addiettivi indicativi possessivi_
Scìluk Dénka
mio } _ġià_ (_ġ_ dura) mio } _kedià_ mia } mia }
tuo } _ġiìn_ (_ġ_ dura) tuo } _kedù_ tua } tua }
suo } _ġiì_ (_ġ_ dura) suo } _kedè_ sua } sua }
nostro } _miuón_ nostro } _kedà_ nostra } nostra }
vostro } _miubèn_ vostro } _kedún_ vostra } vostra }
loro — _ġitinaciá_ loro — _kedèn_
Basta, io credo, questo brevissimo saggio per iscorgere chiaramente che la lingua propria dei _Scìluk_ è bensì diversa da quella dei _Dénka_, ma presenta press'a poco la stessa fisonomia, e che quindi i Negri che parlano questa lingua debbono appartenere alla medesima razza. Si vuole che i _Scìluk_ sieno provenienti dal sud-ovest.
IV.
Il regno dei _Scìluk_ e il loro Governo — Mezzi d'incivilimento — Punizioni — Diritto di elezione al trono — Residenza reale — Quanto si possa fare assegnamento della parola di un re Negro — Il latrocinio — Divisione, carattere e costumi vari dei _Scìluk_ — La schiavitù presso i _Scìluk_ e gli Arabi in _Hèllat-Kàka_ — I mercanti d'avorio divenuti rapitori e mercanti di schiavi.
Tra i Negri che s'incontrano lungo le rive del fiume _Bianco_, non havvi che la tribù dei _Scìluk_ che abbia un Re, il quale risiede a _Dènab_, ed esercita una indeterminata autorità generale, che viene spesso limitata dalle reciproche gelosie e dal capriccio di alcuni Capi de' villaggi vicini, i quali compongono una specie di Consiglio di Stato.
I due più grandi villaggi fra i _Scìluk_ sono _Hèllat-Kàka_, tra il 10º e l'11º lat. N., villaggio che si estende lungo la riva sinistra del fiume per quasi tre miglia geografiche, ed è diviso in tante borgate vicinissime le une alle altre e scostate dal fiume circa un quarto d'ora di cammino; e _Dènab_ (a 9°, 5′), ch'io ritengo col Kotschy sia la capitale dei _Scìluk_ e non _Hèllat-Kàka_, come pretesero alcuni. _Dènab_ trovasi più nel centro della tribù; _Dènab_ è la residenza del Re; _Dènab_ è abitato puramente dai _Scìluk_, mentre _Hèllat-Kàka_ si compone di famiglie di tante e diverse tribù; vi si vede l'Arabo bruno de' _Baggàra_, il giallastro degli _Hossanìeh_, l'uomo di _Nóba_, del _Kordofàn_, del _Dàr-fùr_, il Negro _dénka_, il mercante dongolèse e l'indigeno _Scìluk_.
I Negri _scìluk_ sono di mezza statura, ben tarchiati, forti, ruvidi com'è la loro pelle, han l'occhio vivo, penetrante, feroce; sono per natura bellicosi e vendicativi; essi vivono per solito di pesca, di caccia, di furti e di rapine.
Il Monarca, assistito dal Consiglio di Stato, piuttosto che reggere i suoi sudditi gli opprime.
Il meschino commercio, che da circa ventanni s'è iniziato colle barche de' mercanti passeggieri, i quali sulla riva del fiume, con perline di vetro, comprano dalle donne e dalle fanciulle _gherre_, _borme_ (piccoli e grandi vasi di terra cotta), galline, uova, latte, grano di dùrah (_holcus dùrah_) e, nell'interno della tribù, denti di elefante, non è possibile che progredisca perchè è strozzato da monopoli del Monarca e dei membri del Consiglio di Stato, dalle proibizioni d'esportazione e d'importazione, e dalla capricciosa mutabilità degli ordine; e con tali vincoli posti al commercio, come potrà mai, io dico, attuarsi l'industria? e l'arte di lavorare e rendere fruttifero il terreno, che pure in alcuni luoghi è tanto fecondo, come potrà introdursi, io domando, e perfezionarsi, se quel po' di agricoltura che oggi vi si pratica, in modo però da non meritare quasi il nome di arte, trovasi aggravata di balzelli e vincolata nell'esportazione dei prodotti?...
Conquistare bisogna simili regioni colla forza, ma con una forza che tenda ad edificare, non a distruggere; con una forza che emani da un popolo religioso veramente e civile, il quale sparga qua e là colonie numerose e forti, che s'affratellino con que' poveri Negri e s'accomunino fino a stringere matrimoni, e insegnin loro a legarsi in amichevoli relazioni con tutti, ma specialmente colle tribù che hanno la medesima origine e parlano la stessa lingua, cercando così d'infondere nei loro animi il sentimento di nazionalità e far che incominci a risorgere fra tribù e tribù il commercio che ora è morto; mentre nessuna tribù osa oltrepassare i propri confini se non per portare la guerra alla tribù vicina, affrettandosi poi a ripassarli. I Negri di una tribù, che ordinariamente non supera i venticinque mila abitanti, vivono sempre isolati, fuggendo ogni altro consorzio umano. E in questa mancanza assoluta di comunicazioni, essi rimarranno sempre, quali sono, ignoranti di tutto, timidi, creduli, superstiziosi. Ignari di quanto succede a non molta distanza dal proprio paese, immagineranno cose straordinarie e prodigiose.
Alcuni anni sono Lakonò, Gran Capo d'una tribù sul fiume _Bianco_, raccontava a un certo Solimàn Kàscef che a dieci giorni di cammino dal luogo ov'essi si trovavano, esistevano miniere d'oro inesauribili, le quali erano custodite da esseri mostruosi, che avevano la testa di cane e che si pascevano di carne umana[9].
Qualunque educazione ricevano i Negri da Missionari premurosi e zelanti, lo spirito rimane sempre frivolo e vano, la loro attività sopita, infermo il ragionamento. Sono bambini incapaci di regolarsi da sè, che si trastullano dei gingilli, si dilettano al racconto delle storielle, sorridono alla favola, ammirano i giuochi di prestigio, ma sdegnano affatto la scienza, e non vogliono saperne di religione.
Come sopita in loro è la ragione, così lo è l'immaginazione. È vero che i popoli barbari, per lo più, amano molto la poesia, la quale somministra i più brillanti colori, ond'essi si compiaciono di tracciare i graziosi quadri d'un'ingegnosa mitologia. I Greci non hanno aspettato Pericle per creare l'Iliade; e l'Arabo selvaggio, nomade, predatore, recava alla Mecca, assai prima dell'islamismo, il tributo de' suoi versi. Vi s'incontravano allora poeti sporchi, affamati, seminudi, a lunga ed unta capigliatura, cantare le gesta degli Eroi o i saggi dell'amore con quella forbitezza di lingua, con quell'eleganza ardita, con quella grazia ingenua che noi ancora ammiriamo, e di cui n'è prova il _Moallakàt_ di _Sciànfara_.
Nulla, assolutamente nulla di tutto questo presso i Negri. Le loro canzoni rassomigliano ai ritornelli che balbettano i fanciullini; e il più delle volte si compongono di parole slegate, dalle quali difficilmente si può dedurre un concetto. Tali sono i Negri _scìluk_, e tali sono tutti i Negri da me visitati entro il bacino del fiume _Bianco_.
Insomma, fuori d'un miracolo di Dio, il quale può tutto, io non vedo altro mezzo che valga a mettere in sulla via della civiltà i popoli selvaggi dell'Africa Interna che una forza bene intesa e l'incrociamento di razze.
Il Re dei _Scìluk_ punisce con delle multe i furti e le rapine; e gli omicidi colla morte a colpi di lancia o di bastone.
Ciascun villaggio ha il suo Capo, che viene eletto dal Re e che deve invigilare alla osservanza degli ordini superiori, quando si tratta specialmente della vendita dei denti di elefante, la quale non può seguire che dietro il consenso del Monarca, a cui va pagata la tassa. Uno che fosse colto in flagranti sarebbe tosto punito e spogliato di tutto ciò che possiede.
Il regno dei _Scìluk_ non è ereditario, come scrisse qualche viaggiatore. Quando io visitavo per la terza volta questo regno e mi trovavo a _Dènab_ il 7 dicembre 1859, il Re, di nome _Mievdòk_, era già morto sin dal febbraio dello stesso anno, e nelle sue ultime agonie veniva finito con tre colpi di lancia da uno dei suoi parenti più stretti, perchè disdice ad un Monarca sì grande il morire, come essi ripetono, d'una morte troppo comune. Egli sen giaceva ancora insepolto, ben chiuso in una capanna, perchè non era stato eletto il successore, che si diceva dover essere il figlio di un suo fratello chiamato _Ghèu_. «La scelta però dipende dal voto del popolo, e appena il successore sarà stabilito in carica, il defunto Monarca verrà seppellito sotto un tamarindo presso la residenza reale;» così diceva a' miei barcaiuoli un vecchio _Scìluk_, che mostravasi dolente di una nuova elezione, e che meglio era, andava ripetendo, di vivere senza Re.
_Dènab_; con questo nome vengono chiamate diverse borgate, che per notevole estensione si succedono l'una all'altra lungo il fiume; e in mezzo a queste, un po' distante dalla riva, abita il Gran Re dei _Scìluk_, a cui nessuno, pel dovuto rispetto, può presentarsi se non procedendo carpone.
La residenza reale è tutta chiusa da un ricinto quadrato (_zerìbah_), e si compone di circa sessanta capanne di paglia, di cui altre hanno il tetto acuminato, ed altre rotondo come una cupola. Quasi tutte sono abitate dalle donne di Sua Maestà, il quale passa la notte e il giorno or nell'una or nell'altra come meglio gli aggrada. Quattro o cinque di queste capanne son destinate per le donne incinte, e otto o dieci per quelle che soffrono comecchessia incomodi di salute; una grandissima capanna poi, che si distingue fra tutte l'altre anche per la sua forma, è riserbata per la tesoreria. Essa contiene i più grossi denti d'elefante e d'ippopotamo, maravigliose corna di rinoceronte e di diverse antilopi, preziose pelli di animali feroci, i più bei campioni di perline di vetro, stoffe di tela e sciabole donate al Monarca da mercanti arabi, turchi, europei. Questa capanna è considerata come luogo sacro, e solamente le persone che sono in grazia di Sua Maestà possono porvi il piede.
Ai quattro angoli fuori del grande ricinto della residenza reale sono quattro piccole _zerìbeh_, ciascuna delle quali contiene intorno a cinquanta Negri scelti fra i più forti della tribù; e questi costituiscono la guardia nobile dell'Augusto Monarca. Davanti all'ingresso s'inalzano parecchi superbi tamarindi, dei quali il più maestoso copre colla sua ombra il seggio reale; e qui s'uniscono a consiglio i Capi, qui si danno giudizi, qui si pronunciano sentenze. I padri, che posseggono belle e graziose ragazze, si tengono onorati di poter presentarle ai piedi del Re; così che io credo che il Re dei _Scìluk_ conti più donne del Gran-Sultano dei Turchi.
Per conoscere quanto si possa fare assegnamento della parola di un re Negro, leggiamo ciò che lasciò scritto M. Jules Poncet, negoziante e viaggiatore ch'io conobbi di persona in _Chartùm_, nel suo libro: _Le fleuve Blanc, e les chasses a l'éléphant_:
«En 1860, mon frère Ambroise s'arrêta au-dessus de Dénab, pour essayer d'obtenir du roi des Schellouk la permission de chasser dans ses États. Comme ce Monarque n'a jamais voulu recevoir aucun blanc, mon frère dut lui envoyer notre reis Oued-Khalled, et un de nos employés nommé Messaad, qui ayant habité chez les Schellouk, parlait bien leur langue; mon frère envoyait à sa majesté à titre de cadeau plusieurs sacs en indienne, pleins de différentes verroteries. Nos émissaires partirent de la barque, traversèrent deux gros ruisseaux pour arrivar à la résidence royale. Ils s'assirent sous un tamarinier, et quelques minutes après s'être fait annoncer, le roi sortit de son palais, tenant sa pipe d'une main et son bâton de l'autre, du reste nu comme tous ses sujets; il alla s'asseoir sous son arbre particulier. Un Nègre vint alors dire à nos gens de s'approcher. Ils marchèrent dans la direction du roi jusqu'à une distance de quinze pas, puis s'agenouillèrent en marchant sur les pieds et les mains, selon l'usage, jusqu'à la distance de trois ou quatre pas de sa majesté, qui reconnut d'abord Messaad, à qui il dit: Messaad, pourquoi es tu venu? Ce dernier répondit, ce qui était la vérité, que les Schellouk, après avoir tué son frère l'anné précédente, l'avaient dépouillé de tous ses biens, et qu'à la suite de ces malheurs, il s'était retiré auprès d'un blanc, qui lui avait donné des armes et des hommes pour chasser; que ce même blanc le saluait, e lui envoyait par ma médiation quelques sacs des verroteries, avec prière de lui permettre de chasser l'éléfant, ainsi qu'à lui Messaad, connu de tous les Schellouk, et duquel l'on n'avait rien a craindre.
«Le roi, sans dire un seul mot, ouvrit les sacs qu'il regarda attentivement, en prit deux contenants les plus belles verroteries; puis il distribua le reste à ses gens. Il parut satisfait, et après avoir gardé le silence quelques minutes, il dit à Messaad: Retourne auprès de ton blanc, et dis-lui que je donne pleine permission à Messaad de chasser dans mes États, et que, dès demain, j'en avertirai les chefs de tous les villages.
«Nos deux émissaires se trouvant très-satisfaits de cette promesse, le remercièrent en termes flatteurs, et se retirèrent en marchant sur leurs pieds et leurs mains comme ils étaient venus. Ensuite, ils s'en vinrent raconter a mon frère le résultat de leur ambassade. Le lendemain, Messaad et ses hommes sortirent pour aller chasser. Dejà ils étaient en route, quand mon frère les rappela d'àprès un contre-ordre de sa majesté, que deux émissaires lui avaient apporté peu après leur départ.
«Les députés de ce monarque remirent à mon frère de la part de leur maître, deux boeufs en cadeau, et lui dirent que son conseil l'avait déterminé a retirer sa parole pour cette permission de chasse, ajoutant que les Turcs prenaient le prétexte de chasser pour s'emparer de ses États, et que, d'après cette réflexion, sa majesté ne permettait pas à Messaad de chasser, et qu'en outre, il invitait mon frère de partir de suite avec ses gens.
«Un de ses émissaires, qui s'appelait Cheik Abder-Rhamàn, nous assura, en langue arabe, que c'étaient les conseillers seuls du souverain qui l'avaient fait revenir sur sa promesse.»