Il fiume Bianco e i Dénka: Memorie
Part 3
Molti fra noi male sopportano un forte dolor di capo, di denti, di stomaco; la più leggiera ferita strappa loro un grido; ma l'Arabo invece saprà sostenere senza risentirsi e senza rammaricarsi i più atroci tormenti; e non è ch'egli non soffra; egli soffre quanto noi soffriamo; ma il punto d'onore gli fa dire come allo stoico: «Non sarà mai, o dolore, ch'io ti confessi in nessun modo.» Non la sete, non la fame nè la stanchezza nè le ferite profonde di una lancia potranno indurlo ad inquietarsi; e mentre nei divani dell'Egitto si veggono i _Fellahìn_, condannati al bastone o alla sferza, trascinarsi piagnolosi ai ginocchi delle autorità turche perchè sia loro conceduto il perdono o alleviata la pena, s'è ammirato più d'una volta l'Arabo del _Sudàn_ subire lo spaventevole supplizio del palo senza accordare a' carnefici assetati di vendetta il trionfo di un gemito, la soddisfazione di una lagrima.
Io so d'un Arabo il quale, facendo parte d'un drappello militare che aveva seguito il governatore del _Kordofàn_ in una spedizione contro i _Baggàra_, si rese colpevole d'omicidio, ed assiso quindi presso il cadavere della sua vittima attendeva paziente e tranquillo che i satelliti del Governo venissero ad arrestarlo. Alcuni soldati, che di là passarono per caso, lo videro, l'afferrarono e lo condussero alla tenda del Governatore.
Più di venti uomini stringevano l'omicida il quale non opponeva alcuna resistenza; e chi lo tirava per le braccia, chi per le gambe, chi pel collo e chi per i capelli; e com'egli fu davanti al Governatore: «Sappi, o Signore, sclamò, ch'io non ebbi la viltà di fuggire dopo l'uccisione del mio Capo, ma attesi imperterrito la mia cattura; or dì adunque a' tuoi cani che mi lascino in pace, affinchè libero io possa, se mai, marciare al supplizio come un uomo.» Il Governatore ordinò fosse lasciato libero; e l'Arabo allora cominciò ad esporre i motivi che, secondo lui, erano più che sufficienti a giustificare il suo delitto. Ma il Governatore lo condannò a morire legato alla bocca di un cannone carico a palla, a cui egli stesso avrebbe dovuto dar fuoco. Mentre si facevano i preparativi per l'esecuzione della sentenza, l'Arabo che aveva sentito con tutta indifferenza la propria condanna uscì dalla tenda ove si trovava, e avvicinatosi a un gruppo di soldati che lì presso erano accoccolati, pregò uno di essi che fumava a voler cedergli un istante la pipa; quindi si raccolse più che gli fu possibile in sè stesso, fumò mezza pipa, e quando lo si venne ad avvertire che tutto era pronto pel suo supplizio, la restituì al padrone, lo ringraziò, lo salutò e mosse con passo fermo verso il cannone, infame strumento della sua morte.
Le esecuzioni, di cui noi fummo parecchie volte testimoni in Europa, offrono uno spettacolo ben differente; la maggior parte dei colpevoli che prima d'essere caduti nella mano inesorabile della giustizia facevano i rodomonti, vinti poi dal terrore furono veduti strascicarsi sul palco più cadaveri che persone vive.
Noi abbiamo veduto l'Arabo fiero e dotato della più squisita suscettibilità; ma invincibile è pure la sua ostinazione; non c'è caso di smuoverlo quando egli si sia fissato con la mente in un'idea, in un capriccio qualunque; le preghiere tornano vane, inutili le minacce, il bastone e la sferza; la morte stessa non l'indurrebbe a mutar consiglio; meglio è allora abbandonarlo a sè stesso finchè da sè stesso rinsavisca.
Un mercante europeo viaggiava in un deserto del _Sudàn_, e guida della sua carovana era un Arabo, a cui solo era nota la via che si dovea percorrere per giungere a un dato luogo. Dopo due o tre giorni di cammino, l'Arabo non avendo di che cibarsi chiese al cuciniere, che preparava la cena pel mercante, qualche cosa da mangiare. Il cuciniere gli rispose con mal garbo d'aver pazienza un poco. L'Arabo aspettò un quarto d'ora, e poi rinnovò la domanda. Il cuciniere indispettito gli diè sulla voce, e intanto capitò là il mercante che fece all'Arabo un acerbo rimprovero, perchè voleva essere servito prima di lui ch'era il padrone. L'Arabo, che credeva di non meritare tali parole di censura e di biasimo, insistette nella sua domanda, che questa volta espresse con un «voglio mi si dia da mangiare.» Allora il mercante: ebbene, disse, poichè sei così prepotente da volere quel che vuoi tu, e non quello che voglio io, sappi che ti tratterò da qui innanzi come un asino indocile.... e stasera non cenerai per dio! — Così fu — l'Arabo tacque, abbassò il capo e si ritirò in disparte.
All'indomani il mercante si levò di buon'ora, e com'era solito di fare, uscito dalla tenda, risvegliò la sua gente ed ordinò il carico de' cammelli; quindi rientrò a bervi il caffè aspettando che tutto fosse in punto per rimettersi in via. Ma poco dopo un servo veniva ad avvertirlo che la guida si ricusava di sellare la sua cammella e di continuare il cammino. Egli stimò bene di tacere, sperando che l'Arabo non l'avrebbe durata a lungo nel suo proposito; fece un giro intorno all'accampamento; passò vicino alla guida fingendo di non essersi accorto di nulla. Venuto il momento della partenza, l'Arabo colla sua lancia in mano era sempre là immobilmente assiso sopra la sabbia come uno che non dovesse far parte di quella carovana. Ma.... come? — disse il mercante — tu non se' pronto ancora? — No, rispose, poichè non posso partire; tu non ignori che ieri io non assaggiai briciola; il mio ventre è vuoto ed ha bisogno di riposo. E poi tu mi dicesti, n'è vero? ch'io sono un asino; e tu pure devi sapere che non è possibile che un asino possa guidare degli uomini. — Alzati, te lo impongo, gridò allora con voce animata il mercante. — L'Arabo non si mosse di così com'era. — Ed egli lo percosse con un colpo di sferza. — E l'Arabo sempre fermo al suo posto come una statua. — Il mercante cavò quindi dalla sua cintura una pistola, e drizzatane la bocca alla fronte della guida: tu partirai, le disse, o ti farò saltare in aria la dura tua cervice.
Un Italiano, un Francese, un Inglese, un Turco avrebbero ubbidito, o si sarebbero difesi. Ma l'Arabo? l'Arabo armato della sua lancia nè volle ubbidire nè difendersi, e levatosi ben tosto da sedere, gittò via la lancia e cominciò a danzare davanti al mercante dicendo: ammazzami adunque, ammazzami presto: sono io forse un turco da temere la morte?
Il mercante ch'era ben lungi dal credere che la cosa la sarebbe andata a finire così, si trovò in un bell'imbarazzo. Aspettare che di là passasse qualche carovana e unirsi ad essa.... avventurarsi senza guida in un deserto ove non esisteva traccia alcuna di via.... era un esporsi a morir di sete con tutta la sua gente. Egli s'appigliò finalmente al partito, ch'io credo sia stato il migliore, di seguire cioè le tracce già stampate da' cammelli nella sabbia, e rifare così la strada, la quale l'avrebbe condotto ad un pozzo, che aveva abbandonato da circa due giorni; sperava frattanto d'incontrarsi in alcuni Arabi e di provvedersi d'un'altra guida. Montò in sella, e senza lasciare trasparir nulla di ciò che lo inquietava moltissimo comandò alla sua gente di ritornare verso il pozzo, mentre egli contava i passi del suo cammello, risoluto di retrocedere e di uccidere la guida, se prima d'averne contati cento non l'avesse veduta marciare alla testa della carovana.
Ma non appena questa si mosse, ecco l'Arabo che si rizzò lestamente, si diresse verso la sua cammella, la sellò in un batter d'occhio, le si slanciò sopra, e raggiunta la carovana la rimise sul sentiero che dovea condurla là dove il mercante era diretto. Or questi in tutto quel giorno non fece parola alla guida come non l'avesse veduta, e come niente fosse accaduto. Venuta la sera, e posto l'accampamento, l'Arabo si prostrò ai piedi del mercante piangendo come un bambino; ma il mercante due volte lo respinse; e due volte l'Arabo, pentito, gli s'inginocchiò davanti dicendo: ah! perdonami, o Signore; non è il gastigo da me giustamente meritato ch'io temo; conosco il male che feci e l'angustia che ti recai colla mia condotta, e son pronto a scontarne la pena; ma ti supplico, per ciò che hai di più caro al mondo, a non conservar rancore contro di me, a volere dimenticar tutto; e ti giuro che non avrai più di che lagnarti del mio servizio. — Il mercante ordinò al cuciniere gli si portasse da mangiare; l'assicurò del suo perdono, ed imparò ancora una volta come gli Arabi debbano essere trattati.
Vogliamo notare però che, quando l'Arabo non sia giunto a un certo grado di ostinazione, se v'ha mezzo d'indurlo a far qualche cosa è quello delle minacce e della forza, non mai quello delle promesse e della preghiera.
Il suicidio è rarissimo fra gli Arabi, e non v'ha, si può dire, caso in cui lo si approvi o lo si scusi; tutti, senza eccezione, lo condannano e gli si dichiarano contro più o meno severamente secondo i motivi dai quali esso è determinato. E faccio qui osservare che gli Arabi, quelli almeno coi quali io parlai, non vogliono nè manco supporre che l'attentato contro la propria esistenza possa avvenire con volontà pienamente libera, e quindi con perfetta coscienza dell'atto che viene commesso. L'istinto naturale della propria conservazione è così sentito, che non permette loro di fare una tale supposizione.
L'uomo, dice il Beduino, deve colla sua savia condotta saper evitare la passione, il dolore, il rimorso, l'infortunio che lo inducono a tanta viltà; o se pure è colto da qualche sciagura improvvisamente, deve trovarsi apparecchiato ad affrontarla e a vincerla. L'Arabo insomma non la intende di scusare in nessun modo il suicida da lui sempre considerato qual vile insofferente del dolore; e però sommamente spregievole.
E chi crederebbe esservi fra noi, che pur non siamo beduini, chi loda ed esalta il suicidio? — Si volesse almeno riflettere che mentre fra gli Arabi il sentimento di alta riprovazione dei suicidi ne diminuisce grandemente il numero, presso noi invece la lode e la scusa tanto spaventosamente l'accrescono.
La riva destra del fiume, da _Chartùm_ al 12º grado, non presenta al viaggiatore quell'interesse che gli desta nell'animo la riva sinistra.
Passato il confine della dominazione egiziana, e dopo le secolari foreste vergini e impenetrabili che a sinistra la dividono dalla potente e brutale razza dei Negri _Scìluk_, s'ergono a destra del _Bàhr-el-Àbiad_ le montagne dei _Dénka_. — Ed ora mi tornano alla mente con affettuoso e profondo sospiro i bei momenti quando io e la buon'anima del missionario Angelo Melotto, mio collega, nel 17 marzo del 1859, salimmo la cima di una delle più alte di quelle montagne, per adocchiare in un istante tutta la parte da noi con tanta fatica esplorata nella penisola del _Sènnaar_ ove abitano alcune tribù _dénka_, fra le quali speravasi di fondare la Missione Italiana. — Le montagne dei _Dénka_, poste tra il 12º e il 13º grado di latitudine, diconsi _Niemàti_ dalla tribù più vicina degli _Abialàñġ_; e sulla carta del Werne trovansi del pari fra questi due gradi e son chiamate da lui _G. Njemàti_; le vedo pure segnate sulla confusa carta di Brun-Rollet sotto il nome di _Dj. Hemàja_, e su quella del Zimmerman di _Jeb.-jemàti_. Dagli Arabi poi sono dette _Giobàl-ed-Dénka_, perchè un tempo i _Dénka_ della penisola s'estendevano a nord fino a quelle montagne; ma, fatti scopo alle continue incursioni degli Arabi _Abù-Ròf_, si ritirarono poi alquante miglia geografiche verso sud. Tuttavia gli _Abù-Ròf_ fanno a cavallo frequenti scorrerie tra i _Dénka_ per derubare il _dùrah_, di cui abbondano, e, potendo, anche i loro figliuoli[3].
Questi Negri, abitanti tra il 12º e il 9º lat. N., sono chiamati _Dénka_ dagli Arabi della penisola del _Sènnaar_; dagli Arabi poi situati alla sinistra del fiume _Bianco_ sono detti _Gianghè_, come la tribù che divide i _Scìluk_ dai _Nuèr_. Ma gl'indigeni si riconoscono col nome di _Gièn_; e con questo nome generale appellansi tutte le tribù che parlano la lingua dei _Dénka_, avendo ciascuna anche un nome proprio significativo, come meglio vedremo parlando delle tribù _Dénka_ del Nilo superiore, le quali hanno con queste comuni i costumi.
I _Scìluk_ però e i _Nuèr_ non sono compresi nel novero dei _Gièn_, dai quali vengono considerati come antichi invasori delle loro terre. E in fatto essi fanno uso di un'altra lingua, sebbene intendano e parlino pure quella dei _Dénka_.
Chi amasse entrare in particolari sulla conquista che la potente e fiera tribù dei _Scìluk_ fece, molti anni sono, del _Sènnaar_, rendendosi tributario il paese fino a _Bèrber_, non ha che a leggere il Bruce e il Brocchi[4].
Presso l'11º grado, a destra del fiume Bianco, s'alza un piccolo monte, che gli Arabi nominano _Tefafàn_ o _Bìbar_, e i _Dénka Kur-uìr_, cioè masso del fiume. In questo punto Brun-Rollet sulla sua carta segna un influente, ch'io trovo notato anche su altre carte, a cui dà il nome di _Pìper_ (dal monte _Bìbar_); ma in realtà non è che un canale, o, per usare della frase dei _Dénka_, un occhio del fiume (_ñġàen_) chiamato da essi _Tarciàm_, il quale esce dal fiume presso il monte _Bìbar_, e dopo un giro di circa quindici miglia geografiche ritorna nel fiume stesso. La sua maggiore distanza dal fiume è dalle quattro alle cinque miglia. Ciò riscontrai col mio collega defunto Angelo Melotto in una nostra esplorazione fra i _Dénka Abialàñġ_.
III.
Caratteristiche della razza negra — Il paese dei _Scìluk_ — I cani — Odio contro i Turchi — Raffronti della lingua dei _Dénka_ con quella dei _Scìluk_.
Il viaggiatore che parte dal Cairo e si dirige, rimontando il Nilo, verso il sud, traversa successivamente l'_Egitto_, la _Nubia_, il _Sènnaar_; e a misura ch'egli s'avvicina all'equatore vede cangiarsi intorno a sè il teatro delle creazioni di natura.
Arrivato però a _Chartùm_ (15°, 37′), s'egli continua il suo cammino lunghesso il fiume _Azzurro_ sino a _Fazòql_, e quindi segue il _Tómat_ fin quasi alle sue sorgenti, si troverà finalmente in mezzo alle tribù nere dei _Bèrta_, e crederà così d'aver veduto concatenarsi l'Egiziano aborigene col crespo Etiope per una gradazione insensibile di colore, che non gli permetterà di segnare il punto ove finisce l'uomo bianco ed ove incomincia il nero.
Che se dalla città di _Chartùm_ veleggia pel fiume _Bianco_ verso il mezzodì, egli distinguerà facilmente dall'Arabo giallognolo o bruno i negri _Dénka_ della penisola del _Sènnaar_, che dal 12º grado si estendono fino al 9º di lat., e i negri _Scìluk_, posti agli stessi paralleli, a sinistra del fiume.
Ma i _Bèrta_, i _Dénka_, i _Scìluk_, i quali tutti hanno la pelle nera, ci presentano forse tutti il tipo del vero Negro, del crespo Etiope?
Il color della pelle, che cade subito sott'occhio, non può essere trascurato da un osservatore superficiale. Le differenze di forme potranno sfuggirgli, ma non quelle di colore, le quali saranno per lui base d'una classificazione grossolana.
Il naturalista al contrario poco o niun caso fa del colore, il quale talora non serve nè manco a distinguere le varietà d'una medesima specie; e altrettanto dicasi delle tinte dei fiori e delle foglie nelle piante, dei peli e dei capelli negli uomini. La materia colorante, la sostanza, (il pigmentum), che sta nelle cellule dello strato mucoso dell'epidermide, si sviluppa e si condensa sotto l'influenza di alcune circostanze, fuori delle quali sparisce o vi si mostra appena. Quindi è che l'Arabo giallognolo dell' _Heggiàs_ si fa bianco in _Algeri_ e in _Aleppo_, e bruno nel _Sènnaar_ e sulle rive del _Senegàl_. Il corpo umano trasportato da una in un'altra latitudine, vi perderebbe la vita se non si producessero in lui delle modificazioni. Sotto una temperatura elevata, un'aria secca, un vento rapido, la traspirazione sarebbe eccessiva se la pelle non fosse resa assai meno porosa e quasi impermeabile a certi fluidi, che sono i veicoli stessi della vita. Una pelle densa e rugosa sottrae il corpo dall'azione troppo brusca delle variazioni atmosferiche; lo preserva da congestioni cerebrali e da colpi di sole; lo ripara dal freddo, imperciocchè arresta l'irradiazione e la dispersione del calore del sangue: sicchè la pelle dei Negri è al tatto meno calda della nostra, e li protegge come protegge noi il vestito.
Questa pelle densa però non presenta presso tutti gli Africani le medesime tinte di colore. Ma egli è certo che fra i popoli più barbari del centro dell'Africa la pelle offre una tinta assai nera, o s'avvicina a quella della fuliggine, pelle dura, rugosa, la quale facilmente si screpola. Presso i Negri del _Sudàn_ le unghie sono bianche o, dirò meglio, sembrano tali, e talvolta sono leggermente colorite, e tal'altra hanno un color rosa.
Non si creda però che la pelle abbia lo stesso colore in tutte le parti del corpo. Ov'essa è più densa ha un colore più oscuro, come sui ginocchi, sul gomito, sulle tempie ecc.
La pianta del piede però, la palma della mano, la pelle posteriore al ginocchio sono le parti meno oscure.
Il sudore dei Negri, che in generale è poco abbondante, manda un odore acuto, acre, spiacevolissimo. Quindi non deve far meraviglia se le bestie feroci attaccano i Negri a preferenza dei Bianchi. Il loro fiuto annunzia assai più facilmente l'avvicinarsi dei primi che non quello dei secondi.
Se non che non è la pelle, come già dissi, che noi dobbiamo interrogare per conoscere le differenze reali che passano tra l'una e l'altra razza.
La fisonomia del Negro puro è talmente caratteristica, che è impossibile, anche a chi non sia molto addentro in questi studi, non riconoscerla a prima vista, quando pure l'individuo avesse la pelle bianca. Le sue labbra sporgenti, la fronte bassa, i denti in fuori, i capelli corti, lanosi, semiricciuti, la barba rada, il cranio depresso, il naso largo e schiacciato, il mento fuggente, le mascelle salienti, gli occhi rotondi, le orecchie grandi, le braccia lunghe e gracili, le gambe arcuate con polpaccio piccolo, i ginocchi semipiegati, i piedi lunghi e piatti col tallone sporgente all'indietro, lo sterno tondeggiante, il corpo un po' curvo all'innanzi e il portamento stanco, gli danno un aspetto speciale fra tutte le altre razze umane.
La Negra sovente raccoglie da terra degli oggetti, senza punto piegare le gambe; chinando il corpo tutto d'un pezzo, a partir dal bacino, ella prende colla mano ciò ch'ella desidera. Una donna bianca a grande stento potrebbe imitare tale movimento.
Ciò premesso, i _Bèrta_, quantunque la loro pelle sia nerissima, non ci presentano il tipo del vero Negro[5], mentre invece sono veri Negri i _Dénka_ e i _Scìluk_. Dei _Bèrta_ ho già parlato in un altro mio lavoro, ove scrissi pur qualche cosa dei _Dénka_, dei quali però molto ancora mi resta a dire, che dirò più tardi quando mi toccherà di parlare delle tribù _Dénka_ del Nilo superiore. Or qui non farò che trascrivere alcune note, le quali trovo sparse qua e là ne' miei vecchi giornali di viaggio risguardanti i Negri _scìluk_ e il loro paese.
Il paese dei _Scìluk_, che conta dai 15 ai 20 mila, abitanti, dal 12º grado si estende lungo la riva sinistra del fiume fin quasi al 9º di lat. settentrionale, mentre non oltrepassa un quarto di grado in longitudine, partendo dalla riva verso occidente. Esso in generale è fertilissimo; l'estremità sud-ovest però è assai paludosa, e sabbiosa è quella a nord.
Nelle vicine boscaglie più che altrove crescono i tamarindi, e moltissime piante, che gli Arabi chiamano _Àmbag_[6] (_Aedemone mirabilis_), e _verdeggianti nàbak_ (_Rhàmnus Nabèca, secondo Forskal_,) adornano ambedue le rive.
Nei luoghi paludosi cresce naturalmente il riso rosso selvatico, e dopo il 10º grado, rimontando il fiume, s'incontrano boscaglie di palme _delèb_ (_Borassus Aethiopum_) e di palme _dóm_.
I _Scìluk_ coltivano con amore il sesàme, il mais bianco (_dùrah_), piccoli fagiuoli e tabacco. Non parlo degli animali selvaggi, dell'ippopotamo, del coccodrillo, degli animali domestici, poichè son quegli stessi che si trovano nella valle del fiume _Azzurro_, e dei quali già dissi qualche cosa nel mio lavoro «_Il Sènnaar e lo Sciangàllah_.» Non voglio tacere però che fra gli uccelli si mostrano qui più frequenti le anitre, i pellicani, le folaghe (_anas aegiptiaca_, _anas gambensis_, _anas melanotos_, _anas plotus vaillantii_, _pelecanus rufescens_, _sterna leucoptera_, _fulica atra_ ecc.); quindi le gru (_grus pavoninus_, _anatamus camelligerus_); le ibi, tra le quali la _religiosa_; le ardee (_ardea atricollis_, _ardea minuta_, _ardea purpurea_).
Vidi fra i _Scìluk_ una bellissima razza di cani. Il fondo della loro pelle è grigiastro e screziato qua e là di macchie oscure. Essi hanno forme eleganti; somigliano a' nostri levrieri, ma sono più piccoli. Non saprei per qual sentimento, i _Scìluk_ gli amano e li proteggono.... sarà forse per solo interesse, poichè i cani guardano nella notte i loro bestiami. Avvicinandosi qualche fiera alle _zerìbeh_ (ricinti), ove trovasi raccolto il bestiame, essi mettono urli, latrati e guaiti da lacerare le orecchie ad un sordo; i Negri gridano l'allarme, aizzano i cani; questi uniti in frotta s'avventano contro le fiere, e se non possono raggiungerle le inseguono rabbiosamente fino a una certa distanza; qualche volta però piombano loro addosso, e allora ne segue una battaglia feroce, un sottosopra da non poter farsene idea. Le fiere possono rimaner vinte; ma più spesso ci perdono i cani. Qualcheduno nel mattino non si vede più a comparire; qualche altro è là sul terreno disteso vittima della mischia; questi grondano sangue, quelli han rotte le gambe o lacerate le orecchie. Poveri cani!.... e non meriterebbero d'aver dei padroni che gli amassero e li proteggessero un po' meglio di quel che non facciano i _Scìluk_? Ma essi invece sono abbandonati, vagabondi, senza nome, senza una capanna che li ricoveri, senza leggi. Sono tutti nel deserto, vi si scavano delle piccole tane, vi dormono, vi mangiano, vi nascono, vi allattano i piccini e vi muoiono. Tutto l'amore che i _Scìluk_ hanno per loro si riduce a non maltrattarli, a non permettere che sieno maltrattati e a non lasciar loro mancare il cibo. Non ho udito mai che un cane sia divenuto rabbioso; e sì che da quelle parti i cani patiscono seti ardentissime a lungo tempo sostenute. Bisogna dire adunque che la sete ardente non sia il motivo o, dirò meglio, l'unico motivo della rabbia dei cani. Certo è ch'essa nasce spontanea nel cane, nel lupo, nella volpe, nel gatto, e che questi animali la trasmettono agl'individui della loro specie, ai quadrupedi di specie diversa, ed all'uomo; ma non s'è potuto fin qui dimostrare in che consista la disposizione di detti animali, e specialmente del cane, la quale da origine alla rabbia spontanea, nè quali sieno le circostanze o le condizioni a ciò necessarie. E supponendo pure colali condizioni, si ignorano le cause, onde sono poste in atto. Molte, a dir vero, se ne sono divisate, ma non àvvene alcuna la quale regga ad un esame profondo.