Il fiume Bianco e i Dénka: Memorie
Part 2
19. L'amicizia, accarezzando ripetutamente con la mano diritta l'indice della mano sinistra.
20. L'inimicizia, intrecciando e staccando a più riprese l'indice dell'una con quello dell'altra mano.
21. L'ossequio verso di alcuno, avvicinando le mani al cuore e agitandole alcun poco.
22. L'abbondanza, collocando orizzontalmente la palma della mano presso la bocca e soffiandovi sopra.
23. La miseria, pigliando coll'indice e il pollice l'estrema parte superiore del vestito e scotendolo mentre levasi e crollasi il capo. — Questo gesto esprime talora indifferenza.
24. Il difetto assoluto di denaro e di vitto, facendo scoppiettar l'unghia del pollice contro gli incisivi della mascella di sopra, con un movimento orizzontale della mano. Questo gesto propriamente significa: nulla; ma vuol dire ancora: non m'importa un bel niente; io non ne voglio sapere; e qualche volta indica disprezzo.
25. Il vigore e la bravura, movendo con forza dall'alto al basso la mano chiusa davanti al petto, avvertendo però di tenere il pollice aperto e ben teso.
26. La perfezione, agitando un po' la mano, tenendone la palma rivolta al cielo, e l'estremità dell'indice sul polpaccio del pollice.
27. La fine, il compimento d'un atto, battendo con la palma della mano destra sopra la mano sinistra chiusa sulla piegatura del pollice.
28. Si attesta la divinità, qualcuno de' propri antenati, sè stesso, scotendo la barba colle prime tre dita della mano, e alzando al cielo gli sguardi.
29. S'implora la pietà, il favore, l'intercessione di alcuno, avvicinando le mani alla barba della persona che si sollecita, e stringendo poi tosto una delle sue mani tra le proprie.
30. Alcune volte viene indicata la qualità del mussulmano, alzando le mani tese di qua e di là della faccia, e appuntando i pollici nella parte inferiore delle orecchie, come quando l'Arabo recita il _tekbìr_ nella preghiera; o levando l'indice della mano diritta, cerimonia d'obbligo nella professione della fede mussulmana, accennando nello stesso tempo di sì o di no colla testa, secondo che l'individuo indicato è o non è vero mussulmano.
II.
Vendette — Guerre — Armi — Coraggio passivo e fierezza — Ostinazione degli Arabi — Il suicidio — Le montagne dei _Dénka_ — Il _Tarciàm_.
I _Baggàra_, come tutti gli Arabi e i popoli barbari, non hanno tribunali per deliberare intorno alle pene dovute ai delinquenti; non hanno polizia per invigilare, prevedere ed evitare i delitti; non hanno prigioni per tenervi chiusi i rei o gli accusati e per far loro scontare la pena ch'essi han meritata; e quindi s'attengono alla legge del taglione, che è la legge della Bibbia, di Menu e del Corano. Occhio per occhio (_aèn be aèn_), orecchio per orecchio (_uèden be uèden_), sangue per sangue (_ed-dàm b'ed-dàm_); l'uccisore deve morire quand'egli non acqueti i parenti della sua vittima, cedendo loro una parte delle proprie sostanze.
All'insulto fatto ad un Arabo _Baggàra_ o ad un suo ospite deve rispondere sovente un'intera famiglia, o tutta la tribù dell'offensore.
Il più leggiero pretesto dà origine tante volte a lotte le più lunghe e le più sanguinose fra tribù e tribù.
Io so di una carovana la quale recandosi dal _Kordofàn_ al _Dar-Fùr_ venne di notte tempo assalita, a poca distanza dalle frontiere, dagli arabi _Baggàra_ i quali uccisero quindici uomini, senza darsi alcun pensiero di trafugarne le mercanzie.
Un Arabo, che conosceva appieno e raccontava minutamente le circostanze di questo incidente, asseriva che i _Baggàra_ avevano compiuto così un atto di giustizia, una vendetta, tarda sì.... ma legittima.
Otto anni prima, alcuni mercanti, _giallàba_, che battevano questa medesima via, s'erano incontrati in pochi _Baggàra_, la cui marcia era sembrata loro sospetta, e ne uccisero due, mettendo gli altri in fuga. Ma da questo momento i _Baggàra_ vendicati lasciaron libera la strada, che potè essere poi percorsa dalle carovane senza alcun timore.
Il beduino _Sciànfara_, come dice la tradizione, pretendeva il taglione per la morte violenta di suo padre. Egli aveva ucciso in diverse imboscate novant'otto de' suoi nemici. Finalmente, sorpreso da alcuni all'orlo di un pozzo, non seppe trovar modo allo scampo e dovette egli stesso perire, ma dopo d'averne ammazzato uno ancora con un colpo di pugno nel petto. Egli però aveva giurata la morte a cento, e il suo voto.... verrà esaudito. Il cadavere dell'Eroe fu sospeso ad un albero e non tardò a decomporsi; le sue ossa si disarticolarono; e un pastore della tribù nemica, passando per caso sotto quell'albero, premette col piede sulla punta di un osso e restò ferito. Nello stesso giorno gli si contrassero spasmodicamente i muscoli e dovette soccombere. Così il voto di _Sciànfara_, secondo la favola, ebbe il suo compimento.
Una delle cause, e forse la più attiva, delle lotte che di quando in quando intraprendono le tribù del deserto, è la sete ardente che tutti i popoli nomadi hanno del bottino. Guerra e bottino suonano presso loro la stessa cosa; essere vincitore vuol dire spartirsi la preda; vedere un Arabo tornare dal campo di battaglia coronato di gloria, è vederlo ricco di montoni e di cammelli tolti al nemico. Insomma l'eroismo degli Arabi è l'eroismo de' Cosacchi. Essi combattono a cavallo armati di lancia e di sciabola, sparpagliati, stuzzicando il nemico di fronte e dai lati, e tenendolo inquieto continuamente; uccidono il cavaliere per avere la sua giumenta; salvano sè stessi per assicurare la propria.
Havvi in ciascuna tribù una quantità di giovani poveri, i quali ambiscono di far mostra del loro coraggio e di procacciarsi in tal maniera la dote che essi debbono, volendo sposarsi, offerire al padre della fidanzata, dote che generalmente consiste in un certo numero di capre, di pecore, di cammelle o d'altro.
Per questi giovani la guerra è una buona fortuna; la loro suscettibilità quindi per il punto d'onore non conosce confini; il più leggiero pretesto dà origine spesso a lotte le più tremende. Raro è il caso che una tribù viva in pace per più di due anni senza che succeda alcuna infrazione delle leggi del deserto. I vecchi allora ne gioiscono, mentre s'incamminano senza inquietudine verso la tomba. Ma la gioventù?... La gioventù s'agita, si lamenta, si dispera per tanta disgrazia; finchè sorge qualcuno fra i principali personaggi della tribù, rinomato per bravura ed esperienza delle cose di guerra, il quale approfittando della speciale condizione in cui trovansi gli spiriti irrequieti della gioventù, la chiama a sè e le dichiara ch'egli è pronto a guidarla ovunque per derubare i vicini de' loro bestiami, per saccheggiare le carovane, per la tratta dei Negri.
Il Capo, in due o tre giorni, s'è formata una truppa di circa un migliaio d'uomini, e la campagna incomincia.
Da questo momento esploratori sono inviati qua e là per investigare di nascosto ogni cosa; e il Capo sa minutamente quanto succede di giorno in giorno, di ora in ora, nel deserto e presso le tribù vicine. — Viene egli a conoscere che gli uomini forti di una tribù sono partiti per la guerra o per la caccia? — Egli si mette in marcia, sorprende le loro mandre guardate da piccoli fanciulli, le rapisce e dispare in un istante. — È stata veduta una carovana nel deserto? — Egli dispone subito la sua gente a gruppi, e tutti se ne vanno silenziosi verso la carovana tenendo gli occhi sempre all'erta; e questi la precedono, quelli la fiancheggiano, altri la seguono a poca distanza, protetti dalle colline di sabbia che nascondono alla stessa il segreto dei loro passi. Il Capo frattanto e tutti i suoi bravi la spiano cautamente, contano le sue armi, ne studiano l'accampamento, osservano la maniera di allestire i cammelli; l'aspettano al varco, e allora, la sera o il mattino, quando mercanti, servi e cammellieri sono occupati a scaricare o a caricare le tende, le casse, il mobilio, la cucina, i viveri, le mercanzie, o nel momento che si prendono un po' di riposo, un po' di cibo, o appena desti dal sonno, gli Arabi, ad un cenno del loro Capo, si slanciano contro di loro, uccidono quanti si oppongono all'improvviso loro assalto e tutto portano via, non lasciando colà che un campo di morti.
Qualche anno prima del mio arrivo nel _Sudàn_, una grossa carovana, composta di 120 uomini e 200 cammelli, cadde vittima d'una insidiosa aggressione degli arabi _Benì-Geràr_. Un solo uomo, di nome _Abd-El-Kàder_, ebbe la sorte d'aver salva la vita e di poter dare esatti ragguagli del crudele e pietoso avvenimento.
La carovana, partita da _Dòngola_, era diretta a _El-Obèid_ nel _Kordofàn_, ove trasportava merci provenienti dall'Europa e dall'Egitto, e datteri di Nubia. Essa si trovava vicina al pozzo _Bir-Uày_, ove si sarebbe accampata; quando 600 Arabi dei _Benì-Geràr_, montati sopra 300 cammelli e guidati da un Capo de' più arditi, passarono un po' a sud del pozzo allo scopo di sorprendere e derubare i _Kubabìsc_ del numeroso loro gregge che intorno a quei luoghi da qualche giorno pascolava. I pastori però ch'erano alla custodia di quel bestiame non appena ebbero qualche sentore dell'avvicinarsi dei _Benì-Geràr_, lasciarono quel posto e s'avviarono verso il pozzo di Elài, che dista da _Bir-Uày_ un giorno e mezzo circa di cammino. E quando i _Benì-Geràr_ s'accorsero della ritirata dei _Kubabìsc_, due esploratori annunziarono al loro Capo la venuta della carovana al pozzo _Bir-Uày_. Quindi il Capo adunò la sua gente per chiedere se fosse miglior partito quello di dar tosto l'assalto alla carovana, o l'altro di seguir prima le orme dei _Kubabìsc_ e impadronirsi dei loro bestiami. E tutti furono d'avviso di mover tosto verso il pozzo di _Elài_, imperciocchè la carovana per tre giorni almeno sarebbe rimasta al pozzo _Bir-Uày_ per ristorarsi delle fatiche del viaggio e per dar riposo e nutrimento ai cammelli.
Partíron subito, e dopo alquante ore di buon trotto giunsero in _Elài_, ove il gregge dei _Kubabìsc_ non era custodito che da qualche vecchio e da alcuni giovinetti, i quali, come videro i _Benì-Geràr_, si diedero alla fuga. I _Benì-Geràr_ s'impadronirono di tutto il bestiame e lo incalzarono verso _Bir-Uày_, ove arrivarono dopo due giorni. Colà si misero in agguato, presso la carovana, dietro a due lunghe colline di sabbia aspettando il momento opportuno per assalirla.
I mercanti frattanto coi loro servi vivevano sicuri, tranquilli, allegri almanaccando intorno ai guadagni che speravano ricavare dal traffico delle loro mercanzie.
La vigilia del giorno fissato per la partenza, colui che soleva dirigere la carovana diè l'ordine di riunire i cammelli ch'erano sparsi qua e là, lasciati liberi di pascere gli arbusti spinosi della vallata. Tutti furono rinvenuti ad eccezione di un solo, che apparteneva a un mercante, il quale non poteva darsi pace d'averlo perduto; e vedendo appressarsi la notte, comandò a un suo schiavo di ricercarne le tracce e di seguitarle finchè l'avesse trovato. Lo schiavo, riconosciute le pedate, rinvenne il cammello del mercante, ma presso i _Benì Geràr_, i quali, come del cammello, divennero padroni anche dello schiavo.
Frattanto il mercante, passate alcune ore, vedendo che oltre il cammello anche il servo era scomparso, voleva egli stesso mettersi in cerca dell'uno e dell'altro; ma il suo amico _Abd-El-Kàder_: no, disse, è notte, e temo che tu smarrisca la via; andrò io, che sono un po' più pratico del deserto.
_Abd-El-Kàder_ aspettò che tutti si fossero ritirati nelle loro tende; si ravvolse in una cappa bianca, e con un triste presentimento nell'anima si diresse pian piano a quella parte verso la quale s'era incamminato lo schiavo. — In tutto l'accampamento regnava un silenzio profondo. — Dopo circa un quarto d'ora, salì sopra una collina di sabbia, discese, traversò una stretta valle, ove qua e là vedeva qualche macchia nera. — Erano cammelli accosciati. — Ebbe allora per un momento la tentazione di rinunziare all'impresa di procedere più innanzi; cominciò a sospettare d'un'imboscata, e temeva d'essere sorpreso da qualcheduno dei nemici. Ma la curiosità vinse la paura e tirò avanti in punta di piedi, finchè trovossi sur una seconda collina e vide a un tratto brillare davanti a' suoi occhi i fuochi accesi dei _Benì-Geràr_. — L'oscurità della notte lo proteggeva; egli potè arrestarsi un istante; contò press'a poco i fuochi e gli uomini; si stese in terra, e tese l'orecchio; udì confusamente qualche discorso che gli parve si riferisse alla sua carovana; e tutto commosso di ciò che aveva veduto ed udito tornò frettoloso e tremante all'accampamento de' suoi.
Tutti erano quieti nelle loro tende; solamente l'amico l'attendeva con qualche buona notizia; ma quando intese ciò ch'eragli avvenuto: ci siamo, sclamò; ora convien pensare a salvarci.
Furono tosto chiamati a consiglio i mercanti, i servi e i cammellieri, ai quali _Abd-El-Kàder_ raccontò ogni cosa e gli invitò a una pronta deliberazione.
Ecco i due quesiti proposti: «dovrem noi partire stanotte?... o sul far dell'alba?...
Meglio sarebbe stato, secondo il parer mio, appigliarsi al primo partito. I mercanti però risolsero di differire la partenza allo spuntar del giorno, poichè nella notte, com'essi dicevano, il grugnito de' cammelli avrebbe svegliato i nemici, i quali sarebbero accorsi per impedire che fossero caricati. — Ma il grugnito de' cammelli, io dico, gli avrebbe pure svegliati all'alba, quando fossero stati addormentati. — Meglio era partire la notte, perchè allora i _Benì-Geràr_ dormivano senza dubbio; avrebbero dovuto quindi svegliarsi, accordarsi, riunire i loro cammelli; la qual cosa richiedeva tempo e presentava maggiori difficoltà fra le tenebre della notte. Oltre a che la carovana, se fosse riuscita a partire prima d'essere assalita, poteva mutar direzione nel suo cammino e rendere così malagevole al nemico l'inseguirla; e nel caso fosse stata raggiunta, essa avrebbe potuto opporgli una resistenza assai meno pericolosa che durante la lunga e faticosa operazione del suo allestimento, il quale sarebbe stato certamente interrotto dagli Arabi all'alba del mattino. Di fatto, mentre un po' prima dell'aurora i cammellieri, i servi e i mercanti stessi s'affaccendavano a mettere in pronto la carovana, duecento _Benì-Geràr_ montati sopra cento cammelli sboccarono nella valle, e al primo vedere la loro preda saltaron giù dalle cavalcature, e sparpagliati in un grandioso disordine, agitando convulsivamente le lance, imprecando, e mandando grida selvagge, le s'avventarono contro come leoni affamati. I mercanti credendo dapprima di non avere altri nemici da combattere tentarono di resistere all'improvviso assalto; tirarono alcuni colpi di fucile contro di loro che non erano armati che di lance: ma, tutt'a un tratto, e nel momento in cui la carovana cominciava a pigliar confidenza nelle proprie forze, cento cammelli da una parte e cento dall'altra trasportarono sul campo di battaglia quattrocento Arabi ancora. Fu quindi un terrore, un'angoscia da non potersi descrivere. La gente della carovana stretta tutt'all'intorno dai _Benì-Geràr_ venne barbaramente trucidata in pochi minuti. Solo _Abd-El-Kàder_, non avendo ricevuta alcuna ferita, riuscì a gittarsi a terra e a fingersi morto. Ma un Arabo passandogli accanto lo punse leggermente colla sua lancia, e da un movimento che vide lo riconobbe per vivo; lo fece alzare e lo condusse davanti al suo Capo. — La carneficina era già consumata; tuttavia il Capo allettato dall'odore del sangue propose di legarlo a un albero, e così per passatempo di ucciderlo a colpi di giavellotto. — A un segnale del Capo il crudele divertimento incominciò a spese di quel disgraziato. Ma per un singolare accidente, cui il Capo ascriveva a miracolo, dieci o dodici colpi successivi di lancia sfiorarono la pelle di _Abd-El-Kàder_ senza ferirlo gravemente. Il Capo allora stupito esclamò: la tua vita, o amico, è molto dura, o Dio ti vuol salvo. Ebbene! sii adunque libero, e vattene pure ove meglio ti aggrada. — _Abd-El-Kàder_ che da quel momento era libero, ma libero in mezzo al deserto, senza camicia e senza cibo, stette fermo al suo posto. — E dunque! gli domandò il Capo, tu non pensi di andartene? e che altro t'aspetti? — E dove mai, egli rispose, vuoi tu ch'io me ne vada? e come potrò campare la vita senza alimento alcuno? ho io nè manco un otre per conservarvi un po' d'acqua? — Gli Arabi frattanto si dividevano i datteri tolti ai mercanti; e per far giuste le parti li contavano ad uno ad uno. — Il Capo quindi, messa la mano in una cesta, ne prese trenta e li consegnò ad _Abd-El-Kàder_, a cui diede pure un vecchio otre, e poi gli disse: or vattene; che ti guidi Iddio e che ti benedica. — _Abd-El-Kàder_, incerto della via che avrebbe dovuto prendere per imbattersi in qualche carovana ed unirsi ad essa, s'avviò pensoso e sconfortato verso il pozzo per riempirvi d'acqua il suo piccolo otre. Ma l'otre era forato, e invano n'avrebbe chiesto un altro agli Arabi. Egli allora si risolse di non abbandonare il pozzo, e di attendervi rassegnato tutto ciò che di lui avesse voluto il destino. La sera del giorno stesso i _Benì-Geràr_ erano scomparsi, e l'infelice _Abd-El-Kàder_, sentendosi morir di fame, mangiò i trenta datteri senza poi sentirsene sazio. Fortuna che il torrente che conduceva al pozzo era coperto d'arbusti spinosi chiamati dagli Arabi _es-segiàr_, e _rhamnus lotus_ dai botanici, il cui frutto, che è una bacca, forniva anticamente l'alimento ai _Lotofagi_; e gli Arabi, che lo dicono _nàbak_, ne fanno uso pure oggidì; _Abd-El-Kàder_ dovette rassegnarsi a questa manna che gli dava il deserto, la quale però ci voleva per salvargli la vita. Così tirò avanti per quindici giorni; ma in ultimo era ridotto sì male da non potersi più reggere in piedi, e fu costretto a ritirarsi in un antro sinuoso, ove per pietà invocava la morte. Finalmente un _gawàs_ (sgherro) turco guidato da un Arabo e diretto, a dromedario, verso El-Obèid s'avvicinò al pozzo per rinnovar l'acqua al suo otre.
_Abd-El-Kàder_, che altro non s'aspettava che la morte, li vide di lontano e cominciò a sperare la vita; fece sforzi incredibili per levarsi da terra e mover loro incontro, ma invano; le braccia e le gambe più non gli servivano: a stento riuscì a strascicarsi fino alla bocca della spelonca e a mandar fuori lamenti e gemiti da intenerire il cuore più duro. Il _Gawàs_ fu il primo ad udir quelle grida, e disse al Beduino che lo accompagnava: ascolta.... ascolta tu pure.... queste sono certamente le grida d'una bestia che soffre dolore.... ed escono da quella grotta che tu vedi là presso il torrente; eccola, eccola la fiera che si contorce.... debbo io inviarle contro la palla della mia pistola?
— No, no, rispose il Beduino: io son d'avviso ch'esse sieno invece le grida d'un infelice che chiede soccorso, e io voglio assicurarmene: balzò giù dal dromedario, e dopo pochi salti fu alla spelonca. — Oh spettacolo!! — Il Beduino levò di peso _Abd-El-Kàder_ e sei portò al pozzo, ov'egli venne trattato con umanità e si sentì subito ristorato. I due passeggieri consecrarono inoltre quel giorno a sotterrare i morti compagni di _Abd-El-Kàder_, i cui corpi disseccati dal sole giacevano ancora sopra la sabbia rossa del loro sangue; e l'indomani partirono tutti e tre alla volta di _El-Obèid_.
Dopo qualche anno alcuni _Baggàra_ raccontavano con tuono di vanto questo avvenimento colle più minute circostanze.
Il suono d'un tamburone, chiamato _noggàra_, battuto a misurati colpi invita la tribù al combattimento ed annunzia ancora una semplice mutazione di posto per comodità dei pascoli.
L'arma degli Arabi nel _Sudàn_, e così presso i _Baggàra_, è la lancia (_hàrba_), la quale serve loro anche da giavellotto. Questi Arabi non hanno nè arco, nè frombola, che tanto solevano usare i loro antenati. I capi specialmente si servono pure di lunghe spade diritte cui imbrandiscono con ambo le mani.
In guerra si difendono collo scudo che non è altro che un telaio ovale, formato d'un legno flessibilissimo e traversato per lungo da un asse della medesima specie, sopra il quale essi stendono e fissano la pelle del dorso d'un'antilope. La sua larghezza è circa di due piedi, e dai tre ai cinque l'altezza. La superficie esteriore è convessa, e nel mezzo della parte opposta sta l'impugnatura. Sull'orlo poi superiore sono, per lo più, alcune tacche, delle quali si valgono per appoggiarvi l'asta della loro lancia e per dirigerne quindi meglio i loro colpi. Quantunque la pelle di cui è formato lo scudo sia molto dura, pure succede talora che vien perforata dalle punte dei giavellotti; perciò il guerriero cerca di ripararne i colpi o colla sua lancia o collo scudo, che oppone in direzione obliqua alla linea percorsa dai giavellotti. L'Arabo minacciato dal nemico s'abbassa, mettendo un ginocchio in terra e coprendosi nello stesso tempo collo scudo; scatta poi su come una molla allorquando alla sua volta egli tenta di attaccarlo.
I _Baggàra_ combattono possibilmente a cavallo, ed allora non hanno lo scudo, di cui sono quasi sempre muniti i soldati a piedi. Questi vengono tradotti a cammello sul teatro del combattimento; e ciascun cammello ne trasporta due, dei quali l'uno siede sul gibbo e l'altro si tiene in sulla groppa del ruminante. Questo mezzo di trasporto torna nel _Sudàn_ assai facile e pronto; e siccome i cammelli vi si trovano in una quantità enorme, così arrivati a posto i combattenti non se ne danno gran pensiero, ma gli affidano a pochi guardiani, i quali a non molta distanza attendono inquieti l'esito della pugna.
Gli Arabi del fiume _Bianco_, come i _Nubi_, hanno quasi tutti legato sopra il gomito sinistro un pugnale del quale si servono a vari usi, e qualche volta per isfogare le loro gelosie o per far mostra del loro coraggio. — Un d'essi ha preso moglie e trovasi contento, beato d'aver ottenuto quella mano, a cui tanti altri aspiravano ardentemente ma invano. Or questi ingelositi della sua felicità non lo perdono d'occhio mai, gli tendono continue insidie, non gli lasciano un istante di riposo; e quand'egli meno ci pensa sente che la punta di un pugnale gli trapassa la polpa d'una gamba o lo ferisce in un braccio o in una spalla. Se il ferito giunge a conoscere il feritore, lo sfiderà poi a duello davanti al Capo della tribù, duello che avrà luogo col pugnale e alla presenza del Capo stesso. Ma nell'atto del tradimento si guardi bene il tradito dal lasciarsi sfuggire un grido, dall'emettere il più piccolo lamento per non meritarsi fama d'uomo debole e vigliacco, servo del dolore; s'egli camminava non s'arresti punto: se parlava non interrompa il discorso, non si conturbi, nè volga il capo verso l'assassino.
Qualche volta un giovine guerriero racconta ad altri giovani le sue prodezze e se ne vanta, dicendo che nessuno può superarlo in valore; e un altro giovine, che non può più tollerare le sue petulanti presunzioni, senza rispondergli afferra il pugnale e se lo conficca in una coscia, e passandolo poi insanguinato al millantatore, lo invita a fare altrettanto s'egli non vuol essere da meno.
Questi costumi sono senza dubbio barbari e feroci; non si può negare però ch'essi imprimano in coloro dai quali vengono praticati una singolare energia, un coraggio passivo, invincibile e stoico. E si noti che questi atti di eroismo si manifestano specialmente fra i giovani che appartengono alle più distinte famiglie della tribù.