Il fiume Bianco e i Dénka: Memorie
Part 17
Io ebbi l'occasione di assistere ad una danza di mille e più persone, tra uomini e donne. Essa doveva cominciare dopo caduto il sole; ma già fin dal mattino le grida d'allegria e gli apparecchi, specialmente della gioventù, annunziavano che la doveva essere una gran festa. Era l'annuale commemorazione d'una strepitosa vittoria riportata sui _Liria_, tribù belligera posta a sud-est dei _Bàri_. — Mezz'ora prima del cader del sole, i danzatori e le danzatrici eran tutti al loro posto, in un vasto piazzale a cielo scoperto, le donne e le ragazze dipinte colla massima cura di bianco, di rosso, di giallo sul fondo della loro pelle lucida e nera come l'ebano; e quelle vestivan pelli di montone, queste cingevano alle reni una fascia larga un quattro dita, dalla quale pendevano davanti spessi cordoncini di cotone o catenelle di ferro, ed alcune avevano a tergo una lunga coda di vacca; anelli poi d'avorio, di rame o di ferro ne decoravano le gambe e le braccia, e numerose file di perline di vetro a vari colori adornavano il collo; gli uomini poi ed i fanciulli, in atteggiamento di guerrieri, in divisa di gala, formavano una siepe compatta, irta di lance; e gli uni avevano certi berrettoni delle forme più strane, e gli altri mazzi di piume ondeggianti sul capo, e pelli e code di bestie feroci che pendevano da ogni parte del loro corpo. — Mostrarsi nelle danze sotto un aspetto sempre nuovo e bizzarro è per questi Negri una soddisfazione incomparabile. — Già si erano requisiti tutti gli strumenti musicali disponibili, e n'era risultato un miscuglio indescrivibile di tamburi, di tamburoni, di corni, di pifferi e di cornette, a cui dovevano aggiungersi i vigorosi battimani delle donne. Ma ecco che incomincia la festa, vero delirio. — Suonano i tamburi. — Un buffone apre la danza, lanciando furiosamente le braccia in ogni direzione senza mai perdere la misura del tempo; ritorconsi le sue gambe come quelle d'un acrobata, ed or s'allungano parallelamente al suolo, or vi si puntano verticalmente, ed or sollevansi in aria; e tutti questi movimenti si seguono con una rapidità, una furia vertiginosa, e fra lo strepito d'una musica tanto monotona quanto selvaggia. Egli fa scambietti e capriole con una foga e un eccitamento degni del più infatuato _dervisc_. — Io mi aspettavo ad ogni tratto di vederlo cadere, colla schiuma alla bocca, in preda ad un accesso d'epilessia. — In capo a una mezz'ora, il buffone riposa, e dopo una breve pausa si rimette a saltare e a contorcersi con più lena che mai, invitando ed animando i circostanti a dar principio tutt'insieme alla danza. — Al suon de' tamburi s'unisce allora quello de' tamburoni, de' corni, de' pifferi, delle cornette e dei battimani, per cui ne risulta una musica d'inferno. — Uomini e donne quindi, fanciulli e fanciulle si mettono in orgasmo, e nell'ebbrezza della gioia cominciano una specie di danza sfrenata, accompagnata da salti, contorcimenti, urli non più uditi e stringimenti di spalle così nuovi, così bizzarri da non poter farsene un'idea da chi non ha veduto. Oh! che bocche! che occhi! che sorrisi satanici! che facce stravolte!... mi par di vederle tuttora; ed or mi s'eccita il riso come alla vista di una gran mascherata; or mi si stringe il cuore come all'imagine d'una gran baldoria di pazzi; e se considero la bellezza selvaggia del quadro, ci provo la voluttà d'un artista. — Circa alle due dopo la mezza notte, tutti tornarono alle loro capanne.
Nella tribù dei Bàri son frequenti le scosse di tremuoto. Il missionario Francesco Morlang, nei quattro anni che dimorò nella Stazione di _Kondókoro_, attesta d'averle sentite ogni anno, ed in tre epoche differenti:
1.º Pochi giorni prima del cominciar delle piogge, continuando per circa un mese, e facendosi sentire specialmente la notte dalle sei alle otto volte.
2.º Poco prima delle piogge copiose di agosto.
3.º Sul finire della stagione piovosa: ma queste ultime scosse sono assai leggiere in confronto delle altre, che più d'una volta furono così veementi da scrostare le pareti della casa della Missione, e da produrvi considerevoli fenditure.
I tremuoti si fanno più frequenti e terribili verso le montagne del sud.
Quanto alla direzione dei venti: i venti del nord nel paese dei _Bàri_ principiano sul terminare della stagione piovosa e continuano fino al marzo.
Ai venti del nord succedono quelli dell'est, e durano circa un mese; ma si rinnovano poco prima dei venti del nord. Questi venti dell'est cagionano ai Missionari dolori di capo, inappetenze e febbri.
I venti del sud cominciano sul finir di aprile, e continuano fino al settembre. Nel settembre poi ed ottobre predominano quelli dell'ovest.
Nei primi tre mesi delle piogge i temporali provengono più comunemente dalla parte sud, sud-est; nei mesi poi di giugno, luglio ed agosto ci vengono direttamente dal sud; ed in settembre ed ottobre dall'ovest; ma questi ultimi temporali, come quelli che talora derivano dal nord-est, non apportano mai piogge copiose.
Quanto alla temperatura: secondo le osservazioni fatte dai Missionari in _Kondókoro_ nel 1858, il maggior calore era ordinariamente fra le 4 e le 5 pomeridiane, e la temperatura meno calda al levar del sole.
Nell'ora più calda, in casa, | Al levar del sole non il term. non segnò | segnò | mai più nè mai meno | mai meno di di | di | nel genn. 30 R. 27 | nel genn. 18 R. » febb. 31 » 26 | » febb. 20 » » mar. 31 » 21 | » mar. 19 » » apr. 26 » 24 | » apr. 18 » » mag. 24 » 19 | » mag. 17 » » giug. 26 » 22 | » giug. 18 » » lugl. 24 » 20 | » lugl. 17 » » agos. 23 » 19 | » agos. 16 » » sett. 26 » 18 | » sett. 16 » » ott. 27 » 20 | » ott. 18 » » nov. 27 » 22 | » nov. 20 » » dic. 28 » 24 | » dic. 18 »
In quest'ultimo mio viaggio da _Chartùm_ verso _Kondókoro_, che durò dal 1º dicembre 1859 fino al 29 marzo 1860, il massimo calore nei primi giorni era intorno alle tre pomeridiane; ma più mi avvicinavo all'equatore, la temperatura si faceva più calda verso le quattro ore.
Il giorno più caldo l'ebbi il 15 dicembre fra le paludi dei _Nuèr_, in cui il termometro segnò 28 R. nella camera della _dahabìah_ alle 3½ pomeridiane; e il giorno meno caldo l'ebbi l'8 dicembre sul finir del paese dei _Scìluk_, in cui il termometro non segnò più di 25 R. verso le 3 pomeridiane, ed al levar del sole 13½.
I Bàri, benchè sapessero che il Morlang gli avrebbe abbandonati e che più nessun Missionario sarebbe rimasto fra loro, se ne mostrarono indifferenti. Non può dispiacere ai _Bàri_, mi diceva il Morlang, la nostra partenza, mentre tante volte i loro Capi, che pretendono d'essere mantenuti a spese della Missione colle loro famiglie, tentarono di scacciarci colla forza. Essi han conosciuto che principale scopo della Missione è d'istruirli ed educarli a religione e civiltà; ma non vogliono intenderla; e quando noi parlavam loro di religione, essi rispondevano francamente e con ischerno: convertite prima i vostri servi (dongolèsi), e poi penserete a noi; dateci ora da mangiare, giacchè calcate il nostro terreno, o fate ritorno ai vostri paesi. E si noti che il terreno della Missione era stato già comperato, ed a caro prezzo, non una, ma due volte dal Provicario Apostolico Ignazio Knoblecher, e che i Missionari, ogni anno, han dovuto far regali ai tre proprietari del medesimo terreno, Lutverì, Leghè, Vanì, ed al loro Gran-capo (Màtat) chiamato _Medì_. Senza un gran regalo non era dato a noi neppur di seppellire i nostri morti.
Il 16 gennaio 1860 tutto era pronto per la partenza, ed alle ore dieci antimeridiane io comandai ai nostri barcaiuoli di discendere il fiume. Quand'ecco io vedo balzare nella _dahabìah_ tutto furioso il Gran-capo _Medì_ con altri Negri armati, i quali ci strappano, si può dir, di mano l'unico fra i 47 battezzati, la maggior parte adulti, che promettesse qualche speranza di buona riuscita[33], e un altro buon giovinetto suo compagno, poco più che dodicenne, non però battezzato, di nome _Ladò_, senza padre e senza madre, che m'avea pregato per carità di prenderlo meco offerendomisi qual servo fedele[34]; e tutti e due doveano venire con noi dietro il consenso del Gran-capo e dei loro parenti. Ma come, da un momento all'altro, questi hanno mutato consiglio? — io dicevo tra me. — Qual può essere stata la cagione di tal cambiamento?...
Il 13 gennaio, alcuni mercanti fra i _Bàri_ avevano spedito 150 soldati dongolèsi in un paese posto fra le montagne di _Belegnàn_ e quelle dei _Liria_, a sud-est di _Kondókoro_, per vendicare, dicevan essi, il sangue di 5 loro servi, che pochi giorni prima erano stati colà trucidati senza alcun motivo, mentre si recavano ai _Liria_ per comperare denti di elefante. Or questi soldati avevano costretto per via alcuni giovani _Bàri_ di _Kondókoro_ a seguirli, fra i quali un parente del Gran-capo _Medì_, il quale, sapendo un po' di arabo, avrebbe dovuto servir loro d'interprete. I soldati dongolèsi diedero alle fiamme quel paese, ne uccisero gli abitanti, ad eccezione delle donne e dei fanciulli che divennero loro schiavi, portaron via tutto il bestiame, e festosi per la vittoria riportata e pel grosso bottino, pensavano di ritornare a _Kondókoro_. Quando tutt'a un tratto i _Liria_ calarono dalle montagne numerosissimi e precipitaronsi loro addosso uccidendone in pochi istanti 120, e mettendo gli altri in fuga. I giovani _Bàri_ morirono quasi tutti, anche il parente del Gran-capo. — L'infausta notizia giunse in _Kondókoro_ poco prima della nostra partenza. — _Medì_, come l'ebbe intesa, montò sulle furie, imprecò ogni male a tutti i forestieri che si trovavano in _Kondókoro_, disse ch'erano stati la rovina del suo paese, voleva ad ogni modo veder morto un giovine copto, che era stato il promotore della spedizione contro i _Liria_. — Ecco, senza dubbio, la cagione del subitaneo cambiamento del Gran-capo e dei parenti dei due giovinetti, che ci furono strappati di mano, mentre essi piangevano e avrebbero voluto seguirci.
Nell'ora stessa che noi lasciammo _Kondókoro_ vi giugneva una grande _dahabìah_ da _Chartùm_, e un'altra la seguiva a poca distanza, tutte e due condotte da soldati del Governo egiziano, capitanati da un Circasso, il quale per ordine superiore avrebbe dovuto fra due mesi ricondurre a _Chartùm_ 500 schiavi. — E tanto vitupero pure adesso continua!
E vi sarà ancora chi osa dire che la schiavitù è tolta?... Legga costui, se non le ha mai lette, le dolenti pagine, ma vere, dell'illustre viaggiatore Giorgio Schweinfurth, là dove descrive la tratta del l'uomo[35], e poi mi dica se la schiavitù è tolta.
In sul finire di quel capitolo: «L'Egitto, egli dice, la più antica, la più feconda delle terre istoriche, ha qui una grande missione da adempiere; ma che vuoi sperare dall'islamismo? Con esso non c'è alleanza possibile.
«Per aprir la via del Signore, dice il Corano, uccidete coloro che vorrebbero uccidervi, ma non siate voi i primi a cominciare le ostilità, perchè Dio non ama i peccatori; uccideteli dovunque gli incontriate; scacciateli da dove vorrebbero scacciar voi; perchè la tentazione dell'idolatria è peggiore della morte.» Figlio del deserto, l'islam fa un deserto di tutti i luoghi dove penetra. Supporre che possa esser capace di progresso, è un sogno, un'illusione attinta nei libri. I suoi fedeli rassomigliano ai germi di vegetazione, che dormono nelle sabbie delle valli deserte: una scossa di pioggia, un nulla, può suscitarli ad una vita effimera; le piante si levano un giorno; poi, al contatto del soffio fatale, inaridiscono, e tutto ridiventa sterile.
Domandate agli Europei che dimorano in Egitto, se gli abitanti di quel paese potrebbero seguire le nostre usanze senza rinunziare al maomettanismo; e vi risponderanno con una negativa, e poi aggiungeranno non esservi luogo a sperare che quel popolo abbia mai a cambiare di culto. Dei nostri costumi, gli Egiziani adottarono unicamente il vestiario; ma vestano all'orientale o all'europea, i sudditi del Kedìve non mutano le loro idee sulla schiavitù. È moda nel bel mondo egiziano d'aver la casa piena di schiavi, e la cosa è colà indispensabile. Entrate nella dimora di un ricco Egiziano; troverete adagiato sopra un divano un uomo silenzioso e contemplativo, di cui nulla turba il riposo. Alieno da ogni nobile passatempo, ogni attività gli è sconosciuta; egli ignora la caccia, la pesca, l'equitazione, il modo di condur un battello; fino il passeggio è estraneo alle sue abitudini. Se ha sete, leva una mano, e chiama «_Ja, uàled!_» (Ehi, ragazzo!) e uno schiavo gli porge da bere. Vuoi fumare o dormire? «_Ja, uàled!_» ed è servito, senza ch'egli muova un dito.
Se un bel giorno non ci fossera più _aulàd_ (ragazzi), che ne sarebbe di questi grandi signori sui loro divani? Ora una tale letargica apatia invade tutti gli Stati Orientali. Perchè la schiavitù si abolisca, bisogna prima che l'Oriente si trasformi e risorga a nuova vita. Se un tal cambiamento è impossibile, la schiavitù rimarrà per l'Egitto una necessità, per quanti impegni il Governo si assuma contro di essa.
Si è spesso parlato de' vantaggi da cui lo schiavo è circondato, degli agi di cui gode. Certo tra l'_uàled_ degli Orientali e l'antico servo della gleba degli Europei, il contrasto è grande; tuttavia gli Europei facevano dello schiavo un membro utile alla società, mentre gli Orientali ne fanno un ozioso. Caricare delle pipe, porgere un bicchiere, preparare il caffè, sono occupazioni indegne d'un uomo; e i vantaggi che l'_uàled_ ne trae furono caramente pagati colle angoscie della lotta, il viaggio nel deserto, la fame, la fatica, le malattie contagiose, che uccisero tanti suoi compagni, e si aggravarono anche sopra di lui.
Ma la conseguenza più dolorosa di questa caccia dell'uomo è lo spopolamento. Ho veduto distretti interi del _Dàr-Fertìt_ convertiti in deserti pel rapimento di tutte le ragazze del paese. Gli Arabi e i Turchi vi diranno che salassano soltanto delle tribù senza valore, gente che, se avesse modo di moltiplicare, adopererebbe la potenza del numero ad esterminarsi fra loro. — Io penso tutto il contrario. — È giunto il tempo in cui l'Africa deve partecipare al commercio del mondo. Bisogna pertanto che la schiavitù sia abolita. Anzichè mantenerla, meglio varrebbe che Turchi e Arabi e tutti quanti i popoli inattivi scomparissero dalla terra: dal momento che lavorano, i Negri sono loro superiori.»
Giugnemmo il 24 gennaio in Santa Croce, e il 29 marzo in _Chartùm_ lieti d'abbracciare il missionario Alessandro Dal Bosco alquanto ristabilito in salute.
Dopo due mesi ci recammo tutti in _Assuàn_, ove il Provicario Apostolico Matteo Kirchner ci attendeva con impazienza. Colà passammo quasi due anni; e finalmente, essendo stata ceduta la Missione dell'Africa Centrale ai Padri Francescani, noi tornammo in Europa. Ma i Francescani non valsero a sostenerla che per circa due anni, e quindi essa venne affidata a Monsignor Comboni, che coll'ardente suo zelo e colla sua instancabile attività riuscì a fondare qua e là diverse Stazioni, ove bravi missionari, assistiti da alcune suore del Buon-Pastore, ottennero frutti che fino allora non erano stati mai ottenuti.
Secondo ciò che ne dicono gli annali di questa Missione pare che l'aurora d'un giorno migliore cominci a sorgere per la disgraziata razza africana.
Ed ora che da ogni parte la mano della beneficenza si stende a mostrare gli abusi, a riparare i torti, ad alleviare i patimenti, e a far conoscere ed amare al mondo gli infimi, gli oppressi e gli obliati; ora che per l'iniziativa del Re de' Belgi surse il Comitato Internazionale per l'esplorazione e l'incivilimento dell'Africa Centrale; in questo generale movimento par sia giunta, io dico, l'ora propizia anche per l'Africa, che da secoli incatenata e grondante sangue ai piedi dell'umanità incivilita ne implora gli aiuti.
Ah! sì, Dio faccia spuntare il giorno, in cui la schiavitù distrutta come tante altre iniquità dalla faccia della terra, non sia altro che una memoria, in cui i quadri, quali in questo mio libro ho descritti, non abbiano altro pregio che di ricordare ciò che più non esiste.
FINE.
INDICE-SOMMARIO
PREFAZIONE _Pag._ 5
CAPITOLO I. » 9 Il Provicario Apostolico dell'Africa Centrale Ignazio Knoblecher — Ultime sue parole in _Koròsko_ ai Missionari veronesi — Le rive del fiume _Bianco_ da _Chartùm_ ai _Scìluk_ — Le meraviglie di una foresta — Gli Arabi d'_Abù-Zèt_ — I _Baggàra-Selèm_ — Linguaggio mimico degli Arabi.
CAPITOLO II. » 29 Vendette — Guerre — Armi — Coraggio passivo e fierezza — Ostinazione degli Arabi — Il suicidio — Le montagne dei _Dénka_ — Il _Tarciàm_.
CAPITOLO III. » 55 Caratteristiche della razza negra — Il paese dei Scìluk — I cani — Odio contro i Turchi — Raffronti della lingua dei _Dénka_ con quella dei _Scìluk_.
CAPITOLO IV. » 73 Il regno dei _Scìluk_ e il loro Governo — Mezzi d'incivilimento — Punizioni — Diritto di elezione al trono — Residenza reale — Quanto si possa fare assegnamento della parola di un re Negro — Il latrocinio — Divisione, carattere e costumi vari dei _Scìluk_ — La schiavitù presso i _Scìluk_ e gli Arabi in _Hèllat-Kàka_ — I mercanti d'avorio divenuti rapitori e mercanti di schiavi.
CAPITOLO V. » 97 Una _zerìbah_ di schiavi — L'asta, la vendita, la separazione — Le dieci schiave _Abialàñġ_ rapite a tradimento — Il loro quartiere in _Hèllat-Kàka_ — Scena commoventissima — Brutto rischio — Audaces fortuna juvat — Uno de' più bei giorni della mia vita — Diffidenza punita — Il tradimento.
CAPITOLO VI. » 147 Il fiume _Jâl_ — Il _Sóbat_ e i suoi abitanti — Affluenti del _Sóbat_ e i Negri _scìluk_ — Dall'imboccatura del _Sóbat_ al lago _No_ — Il _Bàhr-el-G¨azàl_ e i suoi affluenti — I _Gnam-Gnàm_; etimologia del nome e cannibalismo di questi popoli.
CAPITOLO VII. » 179 I _Nuèr_ del fiume _Bianco_ — Fuochi notturni — Formiche — Zanzare — Cinocèfali, mostri, cannibali — Credenze religiose; indovini (_Kogiùr_); superstizioni, strani abbigliamenti e caccia dei _Nuèr_.
CAPITOLO VIII. » 195 _Bachìta_ la schiava.
CAPITOLO IX. » 227 Le tribù _Dénka_ della vallata superiore del fiume _Bianco_ e la loro lingua — Stagioni e loro nomi — Il _charìf_ — Una bufera — La stagion delle piogge, ed accrescimento e decrescimento del fiume sotto latitudini diverse — Morte di Francesco Oliboni — Un sogno.
CAPITOLO X. » 249 La stazione di Santa-Croce — La caccia — Il barone De-Harnier vittima di un bufalo selvatico — Le tribù _Dénka_ della vallata superiore del Nilo, e i loro costumi.
CAPITOLO XI. » 271 Forme di saluto presso i _Dénka_ — Matrimoni — Religione — Buffoni — Dialogo sulla schiavitù e sul diritto di punizione — Partenza da Santa-Croce verso _Chartùm_; stato della Missione; morte del missionario Angelo Melotto; ritorno a Santa-Croce.
CAPITOLO XII. » 297 Da Santa-Croce a _Kondókoro_ — Costumi dei _Bàri_ — Tremuoti, venti, temperatura — I _Bàri_ e la Missione — L'islamismo e la schiavitù — Conclusione.
ALTRE PUBBLICAZIONI DELLA STESSA DITTA EDITRICE
ALEARDI A. — Epistolario con un'introduzione del prof. G. Trezza. 1 vol. in-12, 1879 L. 5 — BELTRAME prof. G. — Il Sènnaar e lo Sciangàllah; 2 vol. con ritratto dell'Autore ed una carta geog. » 8 — BERTINI P. — Tutto pel meglio. Racc. 1 vol. in-12 » 3 — CALIARI prof. P. — La donna cristiana. Conferenze. 1 vol. in-12, 1879 » 1 50 CHAVASSE P. H. — Sull'educazione fisica dei bambini. Consigli di un medico alle madri. Trad. dalla XII ediz. inglese di C. Ruata-Pronati. 1 vol. » 4 — FRIZZO prof. G. — La Geometria per le Scuole Tecniche secondo i nuovi programmi » 2 60 GIULIARI M.r G. C. — Monumenti grafici affidati al marmo, al bronzo, al papiro, alla pergamena e alla carta, relativi alla storia di Verona, 1 op. » 2 — GUERZONI prof. G. — Il terzo rinascimento. Corso di letteratura italiana dato nella Regia Università di Palermo, II ediz. 1 vol. in-12 di pag. 560 » 4 50 — Il primo rinascimento, 1 vol. in-12 di pag. 220 » 3 — LEBRECHT dott. G. — Il Risparmio e la educazione del popolo. Studio sulle Casse di Risparmio italiane ed estere. 1 vol. in-12 di pag. 455 » 5 — MANGANOTTI prof. A. — Manuale di storia naturale applicata al commercio, 1 vol. in-8 » 4 — MATTEAZZI E. — Doveri morali della giovinetta italiana. 1 vol. in-12 » 1 — PATUZZI G. L. — A proposito dei _Pensieri sull'Arte_ e _Ricordi Autobiografici_ di Giov. Duprè. 1 op. » 1 — PEREZ. — I sette cerchi del Purgatorio di Dante. 1 vol. in-12 » 3 — SALA A. — I Musicisti veronesi. Saggio storico critico. 1 opusc. in-12 » 1 — SCOPOLI-BIASI I. — La tavola rotonda. Racconti educativi, 1 vol. in-12, 1877 di pag. 182 » 2 —
DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE:
BELVIGLIERI C. — Scritti storici. — 1 volume in-12.
VERONA 1881 — STAB. G. CIVELLI.
NOTE:
[1] Vedi mie memorie: _Il Sènnaar e lo Sciangàllah_, vol. II, pag. 51.
[2] Vedi mie memorie: _Il Sènnaar e lo Sciangàllah_, vol. I, pag. 87, e vol. II, pag. 251.
[3] Vedi mie memorie: _Il Sènnaar e lo Sciangàllah_, vol. I, pag. 201, 212, 244.
[4] Questo illustre naturalista e ardito viaggiatore italiano fu spedito nel 1825 nel _Sènnaar_ dal vicerè dell'Egitto Mahàmmed-Aly per istudiarvi il terreno; ma troppo presto e con grave danno della scienza cadde vittima dell'insalubrità del clima a _Chartùm_ nel settembre 1826. Venne seppellito nel deserto a mezzodì delle poche capanne, di cui allora si componeva Chartùm; ed ora quella parte di deserto è occupata dagli abitati della città ingrandita. Io feci di tutto per rinvenirne le ossa, assistito dal dottore Peney ispettore sanitario del _Sudàn_, e da un vecchio greco, per nome Dimitri, che aveva conosciuto il Brocchi ed era stato presente alla sepoltura; ma indarno. Io dovetti contentarmi di far porre nel cimitero cristiano una pietra con iscrizione, la quale almeno indicasse il nome dell'illustre bassanese.
[5] Vedi mie memorie: _Il Sènnaar e lo Sciangàllah_, vol. II, pag. 102.
[6] Pianta, del cui fusto che è leggerissimo si servono le donne per passare dall'una all'altra riva del fiume.
[7] Vedi mie memorie: _Il Sènnaar e lo Sciangàllah_, vol. I, pag. 19.
[8] _Viaggio sul fiume Bianco_, Verona, Tipografia Vicentini e Franchini, 1861.
[9] _Expedition zur Entdeckung der Quellen des weissen Nils_. Werne, Berlin, 1848.
[10] Vedi mie memorie: _Il Sènnaar e lo Sciangàllah_, vol. I, pag. 266-270.
[11] Il paese dei _Scìr_ è posto sulle rive del fiume _Bianco_ tra il 5º e il 6º gr. Lat. N. a settentrione dei _Bàri_, coi quali confina.
[12] Vedi mie memorie: _Il Sènnaar e lo Sciangàllah_, vol. I, pag. 215.
[13] Vedi mie memorie «_Il Sènnaar e lo Sciangallàh_.» Vol. I, pag. 217.