Il fiume Bianco e i Dénka: Memorie

Part 16

Chapter 163,413 wordsPublic domain

Fu durante questo viaggio ch'io esplorai, per la prima volta, co' miei compagni Angelo Melotto e Daniele Comboni, il fiume _Sóbat_ e le tribù _Dénka_ nella penisola del _Sènnaar_ per cercarvi un luogo opportuno ove fondare la Missione-Italiana.

Dopo faticose ricerche, il punto che a noi parve migliore da stabilirci fu sul canale _Tarciàm_, presso il villaggio _Miegiòk_, nella tribù degli _Abialàñġ_.

Giugnemmo in Chartùm il giorno 4 aprile 1859, ove trovammo il Dal-Bosco molto ammalato, e solo.

Il missionario Matteo Kirchner, che da più di un anno esercitava provvisoriamente le funzioni di Provicario Apostolico in _Chartùm_, udita la morte di monsignore Ignazio Knoblecher, avvenuta in Napoli nell'aprile del 1858, si risolse di tornare in Europa e di recarsi a Vienna presso il Comitato della Missione-Africana, e poi a Roma presso la Propaganda per intendersela su alcuni punti risguardanti la vacillante Missione. Prima di partire da _Chartùm_, egli mi scriveva una lettera, che mi venne ricapitata in Santa-Croce, colla quale mi consigliava di tornare a _Chartùm_ co' Missionari italiani, raccomandandomi però di esplorare, durante questo viaggio, le tribù _Dénka_ del _Sóbat_ e della penisola del _Sènnaar_. Scrisse pure a Giuseppe Lanz, presidente in Santa-Croce, dicendogli che al più presto possibile mandasse avviso ai Missionari in _Kondókoro_ di trattenersi in quella Stazione finchè fosse eletto il nuovo Provicario.

Queste lettere, con altre ancora provenienti da Europa, ci furono spedite da Alessandro Dal-Bosco col mezzo di un vapore che solcava per la prima volta le acque del fiume _Bianco_, ed era diretto da M.r Lafarque, mercante francese, il quale ce le consegnava il 13 novembre 1858. Il presidente Giuseppe Lanz spediva la lettera del Kirchner col mezzo dello stesso vapore ai Missionari di _Kondókoro_, acciocchè fossero bene informati dello stato in cui trovavasi la Missione dopo la morte del Provicario Apostolico Ignazio Knoblecher.

La risposta relativa alla lettera del Kirchner ci venne recata l'8 dicembre dallo stesso M.r Lafarque, che col vapore tornava a _Chartùm_, ed era scritta da Francesco Morlang presidente nella Stazione di _Kondókoro_. Eccone il tenore:

«Cari fratelli, non è possibile di poter resistere più a lungo fra questi Negri....» E dopo d'aver dipinto al vivo la deplorevole loro condizione, i pericoli e le sofferenze, a cui andarono soggetti, conchiude dicendo: «Questa Missione cominciò col fumo, e come un fumo svanì. Appena arriverà la barca col nuovo missionario, Luigi Viehwaider, e colle provvisioni per _Kondókoro_, fermatela e scaricatela in Santa-Croce, e poi speditela vuota a noi con un'altra barca, affinchè possiamo caricarle tutte e due degli oggetti che più c'interessano, se i negri _Bàri_ ce lo permetteranno, poichè essi, udita dai mercanti la morte del Provicario Apostolico, pretendono d'essere i padroni di tutto ciò ch'egli possedeva in _Kondókoro_.»

Vennero due barche in Santa-Croce col nuovo Missionario la sera del 13 gennaio 1859, una delle quali conteneva le provvisioni per questa stazione, e l'altra per la stazione di _Kondókoro_.

Il 15 gennaio con una delle due barche io partiva da Santa-Croce co' miei compagni missionari per ritornare a _Chartùm_, e coll'altra il sacerdote Luigi Viehwaider continuava poi il viaggio per soffermarsi in _Kondókoro_ fino al ritorno in Africa del nuovo Provicario, che doveva essere Matteo Kirchner.

Noi giugnemmo in _Chartùm_, come dissi, il 4 aprile, e vi trovammo Alessandro Dal-Bosco molto ammalato. Daniele Comboni tartassato da febbri continue desiderava di tornarsene in Europa. E Angelo Melotto stanco dalle fatiche del viaggio, e molestato quasi ogni giorno da fortissimi dolori di capo, diveniva sempre più debole; mai però che si lamentasse de' suoi mali o mostrasse desiderio di ripatriare per ristabilirsi in salute. Egli amava di passeggiar solo in giardino, e quando, dopo caduto il sole, entrava nella sua stanza, spossato, per cercarvi un po' di riposo, ed io lo visitavo, e' non faceva che parlarmi della futura Missione Italiana sul _Tarciàm_, e mi pregava a non voler abbandonarne il pensiero, qualunque fosse per essere la decisione del Comitato di Vienna. Poveri Negri, egli soleva dire spessissimo, quanto mi fate compassione! quanto io v'amo.... e quanto vorrei fare per voi, mi costasse pur anche cento volte la vita.... lo sa Iddio. Ma.... le mie forze diminuiscono ogni dì più, caro don Giovanni, e mi sento consumare a poco a poco. — Io badavo a lui continuamente; finchè la sera del 27 maggio lo vidi strascicarsi nella stanza più presto del solito e distendersi sul povero suo letticciuolo accanto alla finestra aperta, perchè altrimenti gli pareva di non poter respirare, e teneva gli occhi immobili e fissi al cielo. Corsi allora e sedetti a lui vicino, lo confortai e mandai pel medico Peney, che venne dopo alcuni minuti; questi gettò uno sguardo sopra l'ammalato e rimase per alcuni istanti silenzioso, e poi mi chiese:

— Quando s'è fatto in lui questo cangiamento?

— Veramente, risposi, è da tre o quattro giorni ch'io lo veggo triste, malinconico, pensoso, che non mangia proprio nulla; e giusto poco fa egli mi diceva che fu preso nel giardino da un capogiro, che lo fece cadere a terra; e chi sa quante volte ciò gli sarà accaduto; ma non parlò mai, forse per non contristarmi, sapendo quanto io l'amo.

Il medico mi strinse la mano e crollò il capo, volendo dire: non c'è più speranza di poterlo salvare.

— O Dio! è tremendo! io sclamai, rivolgendomi al mio servo fedele _Cher-Allàh_, ch'era presente e che aveva bagnato di lagrime il nero suo volto.

Partito il medico, l'infermo volle confessarsi, ricevette il Viatico, egli stesso domandò l'Estrema Unzione.... Il dolce suo viso divenne poi tutto raggiante di speranza e di fede. Di quando in quando rivolgeva verso me i cilestri e grandi suoi occhi.... Era lo sguardo calmo e lucido di un'anima disciolta per metà dai legami di questa terra. — Io vegliai tutta la notte presso a lui raccomandandolo al Signore, e l'osservavo declinar rapidamente; pure pregavo Iddio perchè non volesse rapirmi il compagno e l'amico; ma era giunto a tal punto, che l'affezione più tenera non poteva conservare la menoma illusione ch'ei potesse rimettersi. A mezza notte tutt'a un tratto emise un grido straziante di dolore, dopo del quale perdette i sensi, nè più ritornò in sè stesso.

— Prega, prega, io dissi allora a _Cher-Allàh_, il quale m'era vicino, che anche questa prova finisca presto! essa mi lacera il cuore.... Alle ore nove antimeridiane del giorno 28 maggio i suoi dolori erano cessati, e il suo volto aveva uno splendore misterioso e solenne, che imponeva silenzio anche ai singhiozzi dolorosi di quanti erano presenti.

Tutti ci avvicinammo attorno a lui rattenendo il respiro....

— Don Angelo! io dissi dolcemente.... ma egli era morto....

Pochi giorni dopo, Daniele Comboni partiva per l'Europa, ed io ricevetti lettera, che fra l'altre cose mi parlava pure della nuova elezione del Provicario Apostolico Matteo Kirchner, il quale capitò in _Chartùm_ verso la metà del novembre 1859.

Egli, col beneplacito di Roma e del Comitato di Vienna, ordinò:

che i pochi Missionari superstiti del _Sudàn_ dovessero raccogliersi quanto prima in _Assuàn_, rimpetto a _File_;

che le Stazioni di _Chartùm_, di Santa-Croce e di _Kondókoro_ venissero affidate ad alcuni Negri, fedeli guardiani;

che ogni anno si dovessero visitare da tre o quattro Missionari, per turno.

Diede quindi a me l'incarico di partir tosto pel fiume _Bianco_ colla grande d_ahabìah_ della Missione e con tre altre barche vuote fino a Santa-Croce e a _Kondókoro_, per caricarle della suppellettile e condur via i Missionari e que' giovinetti orfani, che avrebbero voluto seguirci. Mi raccomandò pure di esplorare un'altra volta, co' Missionari tedeschi, il _Tarciàm_, nel ritorno da _Kondókoro_ e da Santa-Croce verso _Chartùm_.

Frattanto il Provicario Apostolico si sarebbe recato in _Assuàn_ a prepararvi la nuova Stazione, ove avremmo dovuto raccoglierci tutti.

Con questi ordini io feci vela pel fiume _Bianco_ il primo dicembre, e il 22 dello stesso mese giunsi in Santa-Croce, ove sani e lieti trovai i due missionari Giuseppe Lanz e Antonio Kaufman, il quale era venuto in questa Stazione da _Kondókoro_, con quella stessa barca che aveva condotto in _Kondókoro_ il missionario Viehweider.

Questi due Missionari, udite ch'ebbero le disposizioni del Provicario Apostolico intorno alla Missione ed i motivi che lo avevano indotto ad attuarle, non seppero darsi pace, e vi si assoggettarono a malincuore, dicendo che questo nuovo progetto di missione toglieva a' Missionari ogni speranza di giovare ai poveri Negri, come avrebbero desiderato. Il pensiero poi di dover passare due volte il deserto per visitare le Stazioni del fiume _Bianco_ gli atterriva più, che una continua dimora nel _Sudàn_, ove se nel corso di pochi anni morirono parecchi Missionari, non era tanto da incolparsi il clima, quanto le molte cure e diverse, delle quali essi erano soverchiamente aggravati, trovandosi tutt'al più due soli in una Stazione lontana, ov'era impossibile prima d'un anno di sperare soccorsi. Essi dicevano che sarebbe stato miglior partito quello di concentrare tutti i Missionari sul fiume _Bianco_ in una sola stazione che non fosse troppo lontana da _Chartùm_, affinchè tornassero più frequenti e più facili le relazioni; e così uniti tentare un'ultima prova.

XII.

Da Santa Croce a _Kondókoro_ — Costumi dei _Bàri_ — Tremuoti, venti, temperatura — I _Bàri_ e la Missione — L'islamismo e la schiavitù — Conclusione.

Da Santa-Croce mossi verso _Kondókoro_ la mattina del 26 dicembre, non più solo, ma colla cara compagnia di Giuseppe Lanz. Frattanto il signor Kaufman doveva incassare e mettere in punto ogni cosa. A questo scopo io avevo lasciata una barca vuota a sua disposizione, colla quale si tenesse pronto a partire appena noi fossimo ritornati. Cagione di tanta fretta era il timore che il fiume giungesse al suo maggior decrescimento, e non ci permettesse quindi di recarci a _Chartùm_ con barche assai cariche.

Fino alla sera del 26 dicembre noi vedemmo continue, dalla parte sinistra del fiume, le abitazioni provvisorie dei _Kìc_, mentre dalla parte destra, oltrepassata la tribù dei _Tuìc_, eravamo entrati in quella dei _Bòr_, i quali soggiornavano ancora nell'interno sopra canali del fiume.

Il 27 dicembre avevamo a destra ancora i _Bòr_, e a sinistra gli _Eliàb_, tribù che sono quasi sempre in guerra coi negri _Scìr_, i quali abitano sulle due rive del fiume verso il sud.

A mezzodì dello stesso giorno facemmo stazione in _Akuàk_, presso cui esce dal fiume il canale delle giraffe (_Bàhr-ez-Zeràf_).

Fin qui la prospettiva per me non ebbe nulla di gradevole. Ma da questo punto, ecco cangiarsi la stucchevole monotonia delle rive. Alle altissime erbe e ai folti canneti succedono, a destra del fiume, le magnifiche boscaglie dei _Bòr_; e già sì veggono frequenti le mimose, le palme-dòm, l'ebano, i nàbak, le euforbie velenose e giganti, gli alòk, come dicono gli Arabi, i kakamùt ed altre piante, del frutto delle quali si pascono i Negri. Ora il fiume, diviso in canali, raccoglie pochissima quantità d'acqua, e con fatica si può procedere avanti. Un grande e profondo canale esce a sinistra al 5°, 56′, 44″ lat. N., e rientra al 6° 14′, 30″. L'isola tra questo canale e il fiume è chiamata dagli Arabi _Gesì-rat-el-Eliàb_, ed è la più grande del fiume _Bianco_, dopo quella formata dal canale delle giraffe, e dopo le isole dei _Scìr_. Queste isole favorite dall'umidità e dal calore sono stupendamente feconde; alcune abitate da poveri pescatori appartenenti a tribù diverse, i quali compongono una casta al tutto speciale; altre lasciate incolte; e qui Negri mandriani conducono a pascolare i loro bestiami; e qualcheduna è riservata alla coltivazione del tabacco, del sesame, de' fagiuoli, del dùrah e del cotone. Il ricino vi cresce naturalmente, e sonvi di ricino folti boschetti.

Dal letto poi del fiume sporgono qua e là banchi di conchiglie, sui quali raro è il caso che non veggansi cercar pasto il falcone e la cicogna.

Il giorno 29 dicembre, poco prima del terminare dell'isola degli _Eliàb_, vedemmo sboccar nel fiume, dalla parte destra, due grandi canali di acqua, ch'escono dal medesimo presso il 5º grado lat. N.

Questi canali navigabili comunicano fra di loro per mezzo di altri piccoli canali, e formano così una quantità d'isole, che ti sembrano deliziosi giardini circuiti da artificiali fossati. Immense boscaglie, quasi ondeggianti per l'ineguaglianza del terreno, accompagnano il viaggiatore a destra e a sinistra al di là dei canali, ed or s'avvicinano or s'allontanano da' suoi sguardi sotto aspetti sempre nuovi e di meravigliosa bellezza. In queste boscaglie i _Scìr_ hanno le loro stabili dimore durante la stagione piovosa; ma allor ch'eravamo nella stagione asciutta, essi abitavano le isole, veri luoghi fatati. Qui vedevi un uomo che custodiva un armento, là una donna e tre o quattro giovinette che pascolavano un branco di capre; più oltre alcuni Negri accosciati sotto una pianta che fumavano la pipa; ed altri che aizzavano bestiami al passaggio di un canale mentre uno li precedeva a nuoto, segnando loro la via per condurli a pascoli migliori nelle isole vicine. Drappelli poi di fanciulle precedevano le nostre barche con battimani, canti e balli, nella speranza di ottenere in dono delle perline di vetro: tutto in somma concorreva a presentarci i più incantevoli panorami.

I costumi dei _Scìr_ sono assai bizzarri, e quasi al tutto conformi a quelli dei _Bàri_, dei quali dirò tosto qualche cosa, dietro le relazioni avute dai Missionari di _Kondókoro_.

Anche la lingua di questi Negri è quella dei _Bàri_, lingua assai dolce e armoniosa.

La mattina del primo gennaio 1860 entrammo nella tribù dei _Bàri_, ove il fiume prende il nome di _Ciufìri_, nel quale si trovano sparse qua e là diverse ed eleganti isolette, che ne dividono il corso in più rami, il cui letto poco profondo rende difficile oltremodo la navigazione. La riva destra s'inalza notabilmente, il terreno diventa sabbioso, e le boscaglie non vi sono più così fitte come prima; mentre la riva sinistra si fa sempre più bassa e paludosa, e la foresta vi sparisce quasi del tutto.

Il primo monte che ci si offerse agli sguardi nella tribù dei _Bàri_, a sinistra del fiume, è chiamato dagli indigeni _Gnárkègni_, e dagli Arabi _Gèbel-el-hadìd_ (monte del ferro); e quindi a destra, più a sud, vedemmo le montagne di _Belegnàn_, di _Lokòja_ e di _Longhè_, le quali ci annunziavano vicina la Missione di _Kondókoro_.

Verso il mezzogiorno del 2 gennaio giugnemmo a _Libo_, villaggio posto sulla destra del fiume tra il 4º e il 5º gr. lat. N., distante non più d'un'ora di cammino da _Kondókoro_. In questo villaggio visitai tosto la modesta tomba del mio collega ed amico Angelo Vinco, che primo fra' Missionari s'era introdotto nella tribù dei _Bàri_, e avea fissata la sua stazione in _Libo_, ove morì e fu seppellito il 23 gennaio 1853. — Nessun monumento segna il luogo ove riposano le sue ossa! — La tomba è circondata da gigantesche euforbie. I Negri di quando in quando vanno a cantarvi una canzone, colla quale ricordano gli splendidi regali da lui ricevuti, e che non furono superati da nessun altro Bianco. — Io vi lasciai il tributo delle mie lagrime e la promessa di ricordarlo sempre, finchè avrò vita.

Finalmente alle ore tre pomeridiane dello stesso dì abbracciammo in _Kondókoro_ il missionario Francesco Morlang, che, con dolorosa nostra sorpresa, ci annunziava la morte di Luigi Viehweider avvenuta nella notte del 3 agosto 1859, dopo due mesi di penosissime febbri e sei di dimora in questa Stazione.

Le disposizioni del Provicario Apostolico, ch'io esposi a Francesco Morlang, missionario zelantissimo e coraggioso, produssero nel suo animo quella stessa impressione che n'aveano avuta i Missionari di Santa-Croce.

Francesco Morlang, terzo Presidente nella stazione di _Kondókoro_, mi parlò a lungo intorno alla tribù dei _Bàri_, presso i quali si trovava da circa quattr'anni; e i suoi racconti corrispondevano pienamente a quelli del primo Presidente Bartolomeo Mosgan, il quale dopo un anno e qualche mese di residenza fra i _Bàri_, sfiduciato d'ottenere qualche cosa di buono da quella tribù, l'abbandonava nel marzo 1854, trasferendosi presso i _Kìc_, ove fondò la stazione di Santa-Croce; corrispondevano ancora a quelli del secondo Presidente Antonio Überbacher, che affaticato e stanco, dopo quasi tre anni di continua dimora in _Kondókoro_, vi moriva nel febbraio 1853 senza la più piccola soddisfazione, tanto naturale all'uomo, di veder coronate le sue fatiche d'un esito felice.

I _Bàri_, oltre al possedere gli altri difetti comuni alle razze negre, sentono in sommo grado l'indipendenza, ed hanno un'indole superba e feroce. Lieve querela viene il più delle volte terminata a colpi di lancia o di bastone, ed è causa d'una guerra sanguinosa e fatale.

Il Morlang mi diceva che fra i _Bàri_ più sono quelli che muoiono di morte violenta che di malattia.

Il Negro _bàri_ col crescere dell'età moltiplica i suoi nemici, che non gli permettono di vivere una lunga vita. Perciò rari fra loro sono i vecchi, senza paragone più che fra i _Dénka_, sebbene le qualità del clima vi sieno migliori d'assai.

L'uomo _bàri_ bisognoso di qualche cosa non s'umilia domandando, ma pretende o rapisce se può; e nel caso che regni la fame nel proprio paese, ed egli non possa in altro modo soddisfarla, vende senza pietà ai mercanti d'avorio e ai dongolèsi i suoi figliuoli; e per qualche pugno di grano lascia che la moglie e le figliuole sieno da essi disonorate.

Allorquando i _Bàri_ di _Kondókoro_ esercitavano il loro commercio con altri _Bàri_ della stessa tribù, o colle tribù vicine, permutando il loro ferro, il sale, il tabacco ed altro con dùrah, sesame, bestiami ecc., non erano così miserabili come lo divennero dacchè s'introdusse fra loro un malinteso commercio, e con esso, fin dal 1844, l'infame razza dongolèse, che con altri vizi vi portò pure quella turpe malattia la quale dagli indigeni viene curata col ferro rovente, che sì negli uomini che nelle donne serve di medicina ad un tempo e di punizione della loro immoralità.

I _Bàri_, come tutti i Negri, amanti dell'ozio, vedendo che colla vendita dei denti di elefante potevano procacciarsi da vivere con minor fatica che per lo passato, cominciarono a trascurare l'agricoltura, a cui dapprima erano dediti, e il consueto commercio. Ma ora che scarseggiano d'avorio ed hanno perduta la voglia di lavorare, il latrocinio è all'ordine del giorno. I più forti opprimono i più deboli costretti qualche volta a morir di fame, com'è succeduto nell'anno 1859 sotto gli occhi stessi de' Missionari. Parecchi allora trovarono scampo ritirandosi presso i _Bèri_, tribù potente e feroce all'est dei _Bàri_, ed altri presso i _Scìr_; pochi restarono in _Kondókoro_.

I Bàri non hanno alcun Governo; professano tuttavia grande rispetto ai loro _Kimàk_ (Signori) che posseggono molto bestiame, ed ai _Bunèk_ (Sacerdoti). I _Bunèk_ sono per lo più uomini scaltri i quali esercitano la medicina, gittano le sorti pronosticando l'avvenire di una persona, e debbono inoltre comandare alla pioggia. Questi Negri tengono, come si suol dire, la fortuna pel ciuffo, ma qualche volta avviene che sguizzi loro di mano e che il popolo infuriato gli ammazzi. Tale fu la sorte del famoso _Bunèk Níghila_, il quale poco tempo prima ch'io giugnessi in _Kondókoro_ venne barbaramente trucidato dai _Bàri_, che poi se ne divisero il numeroso bestiame di cui mangiarono le carni, lasciando in una deplorevole miseria tutta la sua famiglia.

Non si può negare però che i _Bunèk_ non abbiano una perfetta cognizione dell'efficacia di certe erbe e radici, e non sappiano quindi alleviare ed anche guarire alcune malattie.

L'arte del medicare viene anche esercitata da qualche donna, la quale in tal caso prende il titolo di _Bunìt_ ed è, si può dire, venerata dal suo sesso.

Havvi pure fra i _Bàri_ una classe di persone, che s'occupano esclusivamente in lavorare il ferro, di cui abbonda il paese; e fanno lance, frecce e diversi strumenti con grande abilità e maestria. Essi vengono chiamati col nome di _Tumonèk_ e sono disprezzati dai mandriani e dagli agricoltori, come lo sono i pescatori che pur si dicono _Tumonèk_; nome che dato ad un agricoltore o ad un mandriano sarebbe un insulto bell'e buono. I _Tumonèk_ non hanno mai la parola nelle pubbliche adunanze.

Per convocare il popolo alla danza (_lerì_) che ha luogo ordinariamente la notte, per adunarlo alla guerra, per invitarlo a partecipare della gioia o del dolore di una grande famiglia, di un _Màtat_ o di un _Bunèk_ (capo o sacerdote), usano i _Bàri_ di battere un gran tamburo che, come la danza, è chiamato _lerì_. Questi Negri hanno pure cornette e pifferi; ma il principale strumento musicale è il tamburo, che, secondo la maniera colla quale si batte, manda un suono che esprime il dolore o la gioia di un paese; anima i danzanti o dispone al pianto quelli che seguono il funebre convoglio; chiama alla guerra e ne annunzia poi la vittoria o la sconfitta. Questo tamburone altro non è che un tronco d'albero vuoto, chiuso alle due estremità da una pelle tesa.