Il fiume Bianco e i Dénka: Memorie
Part 15
Sicuri del loro prestigio questi Capi non hanno altro segno della loro dignità, che l'alterezza dell'atteggiamento; e ve n'ha che per maestà di aspetto, nobiltà di portamento e di gesto, potrebbero rivaleggiare con qualcheduno de' nostri potentati. Io solevo riceverli nella mia capanna con quel rispetto col quale avrei accolto uno de' nostri principi d'Europa, se avesse avuto il coraggio di venire a visitarmi. Facevo distendere il più bel tappeto per terra, e gli invitavo a sedersi; ordinavo fosse loro portato il _scìbuk_, e poi qualche bibita dolce ch'essi gustavano assai. E bisognava vedere quanto aggradivano tali attenzioni, e qual piacere mostravano d'avermi ospite nel loro paese.
Nella capanna di ogni Gran-capo è un enorme tamburo analogo ai nostri timballi, che gli Arabi chiamano _noggàra_, fatto con un tronco d'albero. I lati della cassa sono di diverso spessore, di maniera che lo strumento, quand'è percosso, rende due suoni affatto distinti; e secondo il modo con cui viene battuto, questo tamburo dà tre differenti segnali: uno per la guerra, un altro per la caccia, il terzo per riunire a festa; e centinaia d'uomini si adunano con incredibile rapidità.
XI.
Forme di saluto presso i _Dénka_ — Matrimoni — Religione — Buffoni — Dialogo sulla schiavitù e sul diritto di punizione — Partenza da Santa-Croce verso _Chartùm_; stato della Missione; morte del missionario Angelo Melotto; ritorno a Santa-Croce.
Le forme di saluto presso i _Dénka_ sono, per così dire, stereotipate, invariabili. Ecco qui le loro frasi di complimento allorquando s'incontrano due uomini per via:
— _Màde_ (_màdó_), ti saluto.
Questa parola deriva, senza dubbio, dalla voce màd — amico mio, compagno mio, e viene ripetuta più volte alternativamente dai salutanti.
— _Jín a-ci-nín; ci-nín; ci-nín?_ Hai tu dormito? hai dormito? hai dormito?
Con questa frase i _Dénka_ vogliono significare: stai bene? ed essa viene ridetta tre volte contemporaneamente, nell'atto che l'uno dei salutanti batte la palma della propria mano su quella dell'altro.
— _Jín a-bo-tenò?_ Donde vieni?
— _G¨in a-bo e-pan...._ Io vengo dal paese....
— _Kòg e-pan-tuí a-nin?_ La gente di quel paese dorme?
— _Jéne, a-nin._ Sì, dorme.
— _Dè tòn ci'vtìg e tù-tuí?_ V'ha novella (guerra) uscita di là?
— _A-cin-tòn._ Non v'ha novella (guerra).
— _Ur ko mor ko tind-du ko mìvt-ku ko mèd-ku a-nin?_ Tuo padre e tua madre e la tua donna e i tuoi figliuoli e i tuoi amici dormono?
— _Jéne, a-nin._ Sì, dormono.
— _Tig-è kòu._ Voltami (mostrami) il tergo.
Con quest'ultima frase i _Dénka_ intendono di lasciar partire l'amico in pace, e ne esprimono il senso anche col movimento della mano.
E finalmente dicono:
— _Lor à-puat, ko jín a-cin ke bi-jók e-kuér-ig._
— Va col bene, e che tu non cosa incontri per via.
Le donne, le cui abitudini sono riservatissime, non dànno nè ricevono saluti se non dalle loro antiche conoscenze.
Il matrimonio dipende affatto dalla sostanza del pretendente; e il padre della ragazza richiesta in isposa la contratta con lui.
I vincoli del matrimonio sono sacri fra i _Dénka_, non ostante la poligamìa, la quale viene praticata da coloro che hanno mezzi sufficienti per mantenere più d'una donna. Ogni infedeltà è punita severamente tanto nell'uomo quanto nella donna.
I figliuoli sono considerati come la prova più evidente dell'attaccamento che unisce gli sposi, come il suggello dell'affetto conjugale: e la madre di numerosa prole ha diritto ad onori, che non le vengono mai contrastati.
Fra la tribù dei _Kìc_ io conobbi un povero pescatore, monogamo, di nome _Auán-did_ (gran-volpe), il quale aveva otto figliuoli; e fui assicurato che nessun poligamo n'ebbe mai tanti. In somma dalle osservazioni ch'io ho potuto fare, i monogami dànno in media più figli dei poligami. Osservai pure che nelle tribù lungo il fiume _Bianco_ la popolazione va scemando, al che concorre certo anche l'infame commercio di carne umana.
Le feste in occasione di nozze si riducono a poca cosa.
La fanciulla viene semplicemente condotta alla sua nuova dimora dai parenti più stretti, seguiti da un corteggio più o meno numeroso d'invitati. Giunti alla capanna dello sposo, se questi possiede grosso bestiame, scannasi un bue, e se ne leva la pelle; le carni tagliate a grandi pezzi s'arrostiscono sulla viva brace, ed ivi si mangiano dai due sessi, benchè abitualmente le donne non mangino che nelle loro capanne.
Che se il fidanzato è un povero pescatore, il convito nuziale si limita a un po' di pesce.
Qualche volta però, se è lo sposalizio solenne di un Capo, trovasi legato presso la sua capanna un montone (_gñón amàl_) inghirlandato d'erbe e di fiori, sul quale monta a cavallo prima la sposa e poi lo sposo, quindi ad uno ad uno tutti quelli della comitiva; e finalmente lo _Tièt_ (sacerdote e medico), tenendo in corda il montone, lo fa girare più volte intorno alla capanna dello sposo, e poi lo lascia andar nella foresta per esservi divorato la notte dalle bestie feroci; e tutto questo perchè il Genio malo tenga lontano ogni disgrazia dalla novella famiglia.
I doveri della donna fatta sposa consistono principalmente nel coltivare il terreno che circonda la capanna, provvedere, occorrendo, e preparare i pasti cotidiani, ungere il corpo del marito, e raddolcirgli le amarezze della vita co' suoi canti e colle sue smorfie.
Il canto fra i _Dénka_ è assai monotono, e la voce de' cantori e delle cantatrici piagnolosa, per non dire gemebonda, e d'un suono decisamente nasale.
Tutte le tribù _dénka_ ch'io ho visitato amano la danza, ma non così come i popoli della montagna.
Esse non hanno alcun amore per le arti, mentre questo è istintivo in altre tribù poste più al sud.
Nessuno fra i _Dénka_ può dirsi che abbia un vero concetto religioso: nondimeno essi hanno nella loro lingua non una, ma due parole per indicare l'Essere Supremo, cioè _Dèn-did_ — pioggia-grande o _Ġáran_. Inoltre essi usano in modo costante, per designare l'atto d'adorazione dai Missionari praticato, la voce _a-ciòr_; ed hanno i verbi _ciòr_ e _làm_, che esprimono pregare Iddio; mentre il verbo _vtiég_ significa pregare gli uomini. Di più, nel mio lavoro, il _Sènnaar e lo Sciangàllah_, ho detto quale idea essi abbiano di Dio, della creazione e di una vita futura. (Vedi vol. I, pag. 240-242). E qui faccio pure osservare che del verbo _to_-essere, usato nel tempo passato colla forma _Tòu_, i _Dénka_, parlando di Dio, esprimono sempre la forma presente, ancorchè vogliano significare un'esistenza relativamente a noi passata; per es: Dio è sempre stato e sempre sarà, traducono — _Dèn-did a-to tin akorièg ko a-to tin akoriég_ — Dio è sempre ed è sempre. Abbiamo anche veduto con quali frasi tutte le tribù _dénka_, le quali abitano lungo il fiume _Bianco_ dal 6º al 12º grado lat. N., chiamino le stagioni, in cui l'anno è diviso, e qual profondo significato esse racchiudano. Aggiungo ancora che la lingua dei _Dénka_ ha locuzioni per formare le idee astratte[32].
Dalle quali cose io deduco che se l'intelligenza dei Negri _dénka_ è ora evidentemente inferiore a quella dei Bianchi, tale inferiorità non è necessaria e senza rimedio, ma è un risultato dell'azione combinata di molte circostanze le più sfavorevoli allo sviluppo dell'intelligenza dell'uomo; ed io credo che l'azione energica di queste circostanze, prolungata da secoli, abbia potuto alterare presso questi Negri, come presso altri, un tipo primitivo più nobile, imprimendo sopra la loro fisonomia, riflesso della loro anima, la prova materiale della loro morale degradazione. Se io quindi esamino le istituzioni e la maniera di vivere di questi Negri, sono indotto, confrontandoli agli antichi Germani, ai Galli, ai Bretoni, che non erano meno barbari, a conchiudere ch'essi possono essere civilizzati, come lo furono quelli, nel volgere di alcuni secoli.
Tutti i _Dénka_ ammettono due principii indipendenti; l'uno buono, ch'essi chiamano _Dèn-did_ (pioggia grande) o _Ġáran_; e l'altro cattivo, che appellano _Giòn-did_ (angelo grande o gran demonio), e dicono che da questi due principii emanarono gli spiriti buoni (_giòk a-puat_) e gli spiriti cattivi (_giòk-à-rag_); credono inoltre che i loro _Tit_ (sacerdoti) conversino spesso col gran demonio e coi suoi spiriti subalterni e se la intendano con loro. Siccome poi dal _Giòn-did_ procede ogni male, così essi procurano di placarlo coi sacrifici, s'egli è adirato contro gli uomini; nè si prendono alcun pensiero di pregare _Dèn-did_ o _Ġáran_ perchè li protegga, li difenda o gli aiuti, mentre Egli è sommamente buono, com'essi dicono, e quindi non può fare che il bene. La credenza negli spiriti maligni è generale in tutta l'Africa Interna.
Presso i _Dénka_ la foresta è la dimora di tutti gli spiriti maligni, che cospirano contro gli uomini; e nello stormir del fogliame par loro d'intendere misteriosi dialoghi.
«La superstizione, figlia della terra dove si produce, vi germoglia come i fiori dei campi, ed è intimamente legata al luogo che la vide nascere. Gli abitanti del nord sotto il loro cielo di piombo popolarono tutte le caverne, tutte le rovine di spettri irritati e vendicativi. Qui poi la selva impenetrabile, co' suoi nembi di gufi e di pipistrelli, è riguardata come l'abitazione dei genii malefici, mentre gli Orientali, che abitano un paese brullo, esposto a tutto l'ardore d'un sole fiammeggiante, temono soprattutto il mal occhio.
Il carattere insomma della superstizione dipende dalla natura dei luoghi, e diventa, a così dire, un problema geografico.»
Come in tutta l'Africa, così fra i _Dénka_ non mancano i buffoni, che fan professione di provocare altrui al riso con motti, lazzi ed atti stranissimi. Uno di questi, piccolo e grassoccio, con un naso singolarissimo che faceva ridere a vederlo, con una pelle ruvida, agilissimo ne' suoi movimenti, un uomo insomma che nessuno avrebbe riconosciuto della razza dei _Dénka_, i quali, come già dissi, sono piuttosto lunghi e magri ed hanno una pelle liscia e delicata, veniva a visitarmi quasi ogni giorno, e qualche volta, convien che lo dica, disturbava la mia quiete, mentre più spesso mi faceva passare la malinconia e mi teneva allegro. Egli faceva dei salti e delle capriole così agili, da produrre, colle sue quattro membra volteggianti, l'effetto delle ale d'un mulino a vento. Coperto dai piedi alla testa di ciocche di foglie e di code di diversi animali, era così comico da non poter figurarselo. I suoi frizzi e le sue burle parevano inesauribili: tutto gli era permesso, e bisognava lasciar fare perchè non facesse di peggio; si avvicinava a me, stendendomi la mano, e mentre io stavo per prenderla, spiccava un salto indietro come un daino, balzando lontano. Talora mi faceva capire che aveva fame, voleva da mangiare, e si doveva accontentarlo; tal'altra si metteva a cantare, e non la finiva più con quella voce che mi produceva l'effetto d'un babbuino che grugnisce. — Una mattina, in cui ero molto occupato nello studio del _dénka_, venne accompagnato da una truppa di giovinetti e di giovinette, e si pose davanti alla porta della mia capanna, e dopo alcuni gesti burleschi, intonò la sua voce e prese la parola. Il discorso fu per me inintelligibile; ei si ripigliava spesso, soffermandosi a certe frasi per lasciar tempo ai circostanti d'applaudire; allora da tutte le bocche di que' giovinetti uscivano degli Ih, ih! e degli _à-puat, à-puat!_ — bene, bene! e il baccano diveniva infernale. A momenti, come per istimolar gli applausi, il buffone proferiva un _brrr_ di tal potenza da far vibrare il tetto della mia capanna, e da costringere a ritirarsi i lucertoloni che facevan capolino dalle fessure di essa. — Io non ne potevo più, e li cacciai via tutti colle parole d'uso _tig-kè-kòu_ — voltatemi (mostratemi) il tergo, esprimendone il senso con un movimento un po' brusco della mano. Il buffone e i giovanetti s'allontanarono per poco; ma tosto ritornarono; e il buffone quatto quatto entrò nella capanna senza aprir bocca, prese un mio farsetto che vide appeso ad una corda, e nudo com'era, se l'indossò; avvicinatosi poi a me con un tuono imperioso mi disse: _Tig-è-kòu_ — voltami (mostrami) il tergo, scimmiottando così quanto io avevo fatto dapprima con lui, e mi cacciò fuori della capanna. — Addio _dénka_ per quest'oggi! io sclamai, e con gran soddisfazione de' giovinetti che mi circondavano, non potei trattenere uno scroscio di risa.
La fede nella potenza del caso o del destino domina fra i _Dénka_ come presso molte altre tribù dell'Africa. Questi Negri credono che gli avvenimenti non dipendano dalla loro volontà, ma da una forza occulta che dirige ogni cosa, e che bisogna rendersi favorevole. Da ciò ne vengono i sacrifici, che fanno di quando in quando al Genio malo, onde allontanare i maleficî e gli avversi destini.
Nell'abbrutimento meraviglioso, in cui essi vivono, non hanno tuttavia smarrita ogni traccia di legge morale. Rispettano soprattutto la donna e la roba altrui, e i trasgressori vengono puniti severamente. Io vidi un giovane a cui fu tagliata la mano, perchè aveva rubato due braccialetti di rame e alcune perline di vetro. E un uomo sui trent'anni, che osò scherzare licenziosamente con una donna che non gli apparteneva, fu battuto quasi a morte e poi scacciato dalla tribù.
Durante la mia dimora nella tribù dei _Kìc_, dopo le funzioni del mio ministero, m'occupavo principalmente nello studio della lingua del paese, senza la quale è impossibile adempiervi a dovere la propria missione. Oltre a che mi trovai nella necessità, insieme co' miei compagni, di esercitare i mestieri del cuciniere, del fornajo, del cacciatore, del falegname, del lavandajo, del sarto ecc. ecc.
Prima di chiudere questo capitolo voglio trascrivere un dialogo ch'io tenni con un Negro _dénka_ intorno alla schiavitù ed al diritto di punizione.
— Senti, io gli chiedevo un giorno, quanti saranno, press'a poco, tra uomini e donne, quelli che vengono rapiti a questa tua tribù dagli Arabi, dai mercanti e dai dongolèsi nel corso di un anno?
— Io non saprei dirtelo con precisione, ma certo non meno di quindici o venti, quasi tutti giovani, poichè si possono vendere a più caro prezzo.
— Che cosa ne dici della schiavitù?
— Che vuoi che te ne dica... mi pare ch'ella sia un'infamia da parte di coloro, dai quali viene esercitata.
— E presso voi è praticata la schiavitù?
— No, per noi non sono schiavi che i prigionieri fatti in guerra.
— E questi son forse venduti da voi, o ve ne servite nei vostri bisogni?
— Noi gli scambiamo coi prigionieri nostri fratelli, che si trovano presso la tribù nemica; e se qualcheduno ci resta, lo vendiamo ai mercanti o ai turchi.
— E perchè venderlo, se tu mi dicesti pur ora che la schiavitù è un'infamia da parte di coloro, dai quali viene esercitata?
— Perchè fanno così anche i nostri nemici.
— Ma.... se essi adunque fanno il male, perchè farlo anche voi? Ignori forse che non è lecito di comperare e di vendere l'uomo, come si farebbe di qualunque merce?
Il Negro tacque; ed io dico ch'era la prima volta ch'egli udiva parlar così, poichè m'accorsi che le mie parole fecero una strana impressione sopra quel cuore selvaggio ed incolto, e nel suo occhio rotondo e penetrante brillò qualche cosa, che fu tosto seguita da un curioso sorriso, abituale alla razza dei Negri. Poi egli continuò:
— Ma... non siete voi Bianchi che rubate i Negri, che li mangiate, che li comperate e li vendete come fossero bovi o denti di elefante?
— Sì, io risposi, così fanno i Turchi e gli Arabi, ma non i Bianchi del mio paese, i quali in tal caso sarebbero severamente puniti. Davanti alle nostre leggi la libertà dell'uomo è sacra ed inviolabile; Dio stesso ci comanda di rispettarla, d'amarci tutti come fratelli e di non far male a nessuno, nè manco ai nostri nemici, ai quali dobbiamo perdonare, se vogliamo che Dio perdoni a noi.
— Tutto va bene, egli soggiunse, ma io non comprendo come si debba perdonare al nemico. Quando potrà egli allora correggersi delle sue colpe, se nessuno lo punisce? Continuerà a molestarci, e con tanto più coraggio, quanto meno temerà d'essere punito.
— E a chi spetta tra voi il diritto di punizione?
— Spetta alla persona che rimase offesa.
— E s'ella è impotente a contraccambiare l'offesa ricevuta?
— In tal caso i parenti e gli amici accorrono a vendicarla; e se questi non bastano, tutta la tribù.
— Dimmi: la misura della punizione da chi viene determinata?
— Dalla consuetudine. Presso noi, per ogni delitto è stabilita la pena corrispondente.
— Quali sono le pene che ordinariamente vengono inflitte?
— Secondo le circostanze.... il taglio di un dito o delle dita della mano o del piede, il ferro rovente sulla viva carne, e qualche volta l'esilio, e tal'altra la morte; vi sono poi le multe, a cui vengono condannati i delinquenti.
— Le stesse pene sono forse applicate anche alle donne?
— No, alle donne cattive s'applicano pene meno severe, poichè si ritiene che la colpabilità nella donna sia minore che nell'uomo, e perchè essa è più sensibile al castigo.
— Tu mi dicesti che il diritto di punizione spetta alla persona, che rimase offesa; e ciò avviene, lo so, qualora si tratti di uomini o di donne. Ma se un uomo commette ingiustizia contro una donna, o una donna contro un uomo?...
— Se un uomo commette ingiustizie contro una donna, è il marito che deve vendicarla, e se ella non ha marito, i suoi parenti. Che se è una donna che offende un uomo, in tal caso la punizione viene inflitta da un'altra donna a ciò deputata, ma non mai dall'uomo, fosse pur anche l'offeso, quando non sia il marito, il quale della propria donna può fare tutto quello che gli piace.
— Fammi attenzione (_ñġiég-e-nòm_); tu mi dicesti ancora che la misura della punizione viene determinata dalla consuetudine, e che presso voi, per ogni delitto è stabilita una pena corrispondente; ma.... possono occorrere certe circostanze che diminuiscono la colpa nell'offensore....
— È vero, rispose il Negro; ma se è così, noi ricorriamo allo _Tièt_ (sacerdote e giudice) ed al Gran-capo (_Bègñ-did_) perchè essi decidano sulla proporzione della pena.
— E quale età debbono avere compiuto i giovinetti e le giovinette perchè sieno capaci di punizione?
— A un di presso questa età, egli disse, accennando due giovinetti ch'erano presenti, ed avevano circa dieci anni.
— V'è mai avvenuto di punire qualcheduno che fosse innocente?
— Per quanto io mi sappia, ciò non è mai avvenuto, e difficilmente può avvenire, imperciocchè non si puniscono che coloro che sono colti in flagranti.
— Quanti saranno, press'a poco, i condannati a morte nel corso di un anno?
— Uno o due tutt'al più; ma vi son degli anni in cui non havvi alcuna condanna.
— E i condannati all'esilio, o al taglio delle dita?
— Medesimamente.
— Forse più spesso sarà applicata la pena del ferro rovente, e delle multe, n'è vero?
— Senza dubbio; e la pena delle multe più che quella del ferro rovente.
— Qual'è la pena maggiore a cui va soggetta la donna colpevole?
— È quella d'essere venduta come schiava dal marito.
— E qual'è la colpa che la rende meritevole di tanto gastigo?
— È quella d'essere venuta meno al dover conjugale.
— Si dà mai caso che il marito perdoni alla moglie infedele?
— Certo, che si dà; ma allora il marito, adirato contro di lei, subito la percuote, la discaccia dalla sua capanna, e tutti la guardano di mal occhio e la disprezzano; ma se i suoi genitori vivono ancora, essa fa ricorso a loro, e li prega e li scongiura perchè l'aiutino a pacificare l'offeso marito; piange il suo peccato, e promette che non lo farà più.
— E qualora i genitori riescano ad acquetare il marito?...
— Questi allora invita i genitori colla figlia a ritornare nella propria capanna; gli asperge con acqua, e poi dice loro di sedere; mangiano qualche cosa tutti insieme, e la pace è bell'e fatta.
— Dimmi un po': come la passa il seduttore?
— Il seduttore dovrà pagare dieci vacche al marito di quella donna, se ella fu consenziente al mal fatto, altrimenti egli è punito coll'esilio o colla morte.
— Senti ancora, qui fra voi succedono mai alterchi, contrasti tra due o più persone, e in conseguenza busse e ferimenti?...
— Sì, accadono, ma non di spesso. E se l'alterco è fra uomini finisce prestamente, poichè lo _Tièt_, o il _Bègñ-did_, si mette di mezzo e li rappatuma; ma la cosa si fa seria, e può alle volte mutarsi in una catastrofe se altercano donne; esse non la finiscono più; e il peggio che peggio è che gli uomini non possono intromettersi lì per lì per farle venire a una conciliazione, nè manco i mariti; e frattanto il loro sangue s'accende sempre più, e le dispute durano per giorni e giorni e con gravissime conseguenze. Tu, o signore, che da un pezzo abiti fra noi, ne devi essere stato testimonio.
Una volta, verso le sei ore pomeridiane, tornandomi dalla caccia, vidi due donne d'una trentina d'anni ciascuna, le quali parlavano assieme a bassa voce: m'accorsi però che il loro colloquio era animato, e osservai inoltre che altre donne qua e là disperse, e disposte a piccoli gruppi, stavano come in aspettazione dell'esito di quel colloquio. Io, curioso, mi soffermai sotto una pianta in modo da non essere veduto e da veder tutto sino alla fine. Il colloquio fra quelle due donne terminò subito, e sì l'una che l'altra, gesticolando furiosamente, stringendo il pugno, e battendosi il capo, si diresse, a breve distanza, verso uno di quei monticelli che formano le formiche, e vi montò sopra; e allora, cominciarono a scagliarsi contro imprecazioni inaudite; e quindi discesero dalle loro tribune, e s'incontrarono con impeto, si saltarono addosso, si avviticchiarono come due tigri, e principiarono a lacerarsi il viso, il collo, il petto a morsi e a unghiate con una furia che metteva orrore. A un tratto eccole staccarsi e correre ancora sulle loro tribune, e poi nuove imprecazioni, ingiurie sanguinose, accuse incredibili, minacce le più feroci; finchè, essendo caduto il sole, l'una sfidò l'altra per il domani, alla stessa ora. Tutti i gruppi di donne qua e là dispersi s'unirono in due, e ciascuno accompagnò la parte che proteggeva. Io m'avviai alla mia abitazione crollando il capo, e dicendo fra me: questo è veramente un saggio della ferocia femminile che non dimenticherò mai più; domani vorrò ritrovarmi nello stesso luogo, e vedrò come l'andrà a finire;... possibile ch'io non riesca a metter pace fra quelle donne?...
Il giorno dopo, alla stessa ora, le due donne furono ai loro posti, ma questa volta attorniate e incoraggiate dal proprio partito, che le rendeva più fiere. — A qualche distanza si vedevano Negri spettatori. — Di tratto in tratto s'ode fra i due gruppi di donne un confuso grido simultaneo di molte voci; i due gruppi s'avvicinano a poco a poco. — Io provavo un senso di compassione e di orrore. — Si sentono interiezioni di rabbia e di vendetta. Nessuno, se non ha veduto, può farsi un'idea della figura di quelle Negre. Erano faccie convulse, cogli occhi fuori dell'orbita, colla bocca aperta, e la lingua sporgente; eran visi di febbricitanti e di epilettiche, illuminati da sorrisi indefinibili, contratti come da uno spasimo atroce. Esse pestavano i piedi e sbuffavano, e quindi cominciò una mischia così crudele, ch'io non potrei descrivere, perchè non ebbi il coraggio d'assistervi più a lungo, e tornai a casa risoluto di voler metter pace fra quelle donne, e pensando quale sarebbe stata la via più sicura per ottenere l'intento.
Mi posi d'accordo col Capo della tribù e collo _Tièt_, ed ottenni di parlare colle donne che sostenevano la parte principale di quella tragica scena, e riuscii ad acquetarle con tante perline di vetro quante ne hanno voluto, delle più belle che possedevo.
Il 15 gennaio 1859 lasciammo la Missione di Santa-Croce (6°, 40′ lat. N.) per ritornare a _Chartùm_, ove impaziente ci attendeva un nostro confratello, Alessandro Dal-Bosco.