Il fiume Bianco e i Dénka: Memorie
Part 12
Crudeltà sì orribili e fatti così atroci sembrerebbero incredibili se non fossero veri; e provengono, in moltissime circostanze, dall'inasprimento graduale delle due parti; il padrone diviene più crudele, perchè lo schiavo diventa più ostinato; e così quegli aumenta le percosse e i maltrattamenti a misura che in questo cresce l'ostinazione; e reciprocamente imbrutiscono.
Il Capo avrebbe voluto spedire i suoi schiavi al mercato di _el-Obèid_, nel _Kordofàn_, per esservi venduti; ma _Belàl_, nello stato in cui si trovava, non avrebbe potuto sostenere le fatiche del viaggio. Egli intristiva ogni dì più; non voleva più mangiare nè bere; era divenuto affatto insensibile agli ordini del padrone e alle preghiere della moglie, la quale gli diceva col cuore trafitto:
— Mangia, amor mio, chè tu hai fame! Bevi, te ne scongiuro, chè tu hai sete!
— No, egli rispondeva laconicamente, io non ho fame, nè sete.
— Ma questa tua fissazione.... ti condurrà alla morte....
— Alla morte; ripigliò lo schiavo con aria cupa, tu non hai bisogno di dirmelo; lo so anch'io, e lo desidero.
_Bachìta_ si sentì scossa da un tremito, e non parlò più.
Dopo due giorni si presentarono a lei due donne con aria mesta e cogli occhi lagrimosi, le quali le recavano il triste annunzio che suo marito era morto. Erano le due donne arabe, ch'ella aveva vedute nella boscaglia.
_Bachìta_ alzò le mani al cielo; diede una lunga occhiata al suo bambino che le stava a fianco; i suoi grandi occhi si dilatarono per l'orrore, ma non versarono una lagrima; il colmo della sventura aveva impietrito il cuore di quella donna.
Da questo momento ella aborriva il Capo, e se qualche volta era pur costretta di vederlo, la paura la faceva fuggire inorridita.
Egli se n'avvide, e propose di venderla al più presto col figlio sul mercato di _el-Obèid_. Ma la Negra voleva ad ogni costo tornare in patria.
— Se tu non sarai buona, le diceva allora il padrone, e se non ti mostrerai allegra, io ti venderò separata dal figlio, e lui manderò tanto lontano che non potrai vederlo mai più.
Ella si sforzò d'esser tale, quale la pretendeva il Capo, nella speranza che la si venderebbe col figlio ad uno stesso padrone.
Fu comperata da un Arabo, che per circa quattro anno trattò madre e figlio con umanità; ma venuto disgraziatamente a morte, il suo erede li condusse sulla piazza di _el-Obèid_ per esservi venduti. Uno o due giorni dopo il loro arrivo, i due schiavi furono consegnati ad un sensale, vecchio del mestiere, il quale disse che la vendita doveva aver luogo al domani.
La povera _Bachìta_ fu condotta col figlio in un gran cortile, per passarvi la notte, ov'erano raccolti molti altri Negri e Negre di diverse tribù e d'ogni età, i quali se la ridevano allegramente.
— Ah! benissimo, sempre così, figliuoli miei, sclamò il sensale: i Negri a me affidati debbono esser sempre di buon umore! È _Mahàmmed_, a quel che pare, la causa di tanto baccano: soggiunse egli volgendosi con tono di approvazione verso il Negro che faceva delle buffonate, le quali eccitavano gli applausi clamorosi degli altri Negri; applausi, ai quali _Bachìta_ e il figlio erano ben lontani dal prender parte.
_Bachìta_ s'assise colla faccia appoggiata ad una siepe, e coll'amato suo figlio fra le braccia.
Coloro che esercitano il traffico di carne umana fanno studiatamente ogni sforzo per mantenere l'allegrezza nei loro magazzini, essendo questo il miglior modo di tener distratti gli schiavi e di far dimenticare ad essi la loro condizione.
— Eh via! che fai tu qui pensosa? chiese il sensale indispettito avvicinandosi a _Bachìta_; e distribuendo poi a lei e al figlio un certo numero di schiaffi e di calci, uscì dal cortile, dopo d'aver ingiunto a tutti di tenersi tranquilli e di dormire.
_Bachìta_, sempre ferma al suo posto, piangeva pensando al domani col cuore affranto dallo scoraggiamento, poichè ella presentiva che il suo caro figliuolo sarebbe stato venduto in anima e in corpo al primo venuto per quanto brutale e crudele egli fosse, purchè avesse denaro per comperarlo; che sarebbe stato condotto Dio sa dove, e che non l'avrebbe veduto mai più. Ella pensava a tutto questo per tutta la notte senza poter chiuder occhio, e di tratto in tratto stringevasi la sua creatura fra le braccia.
Ma ecco che spunta il giorno; la viva merce umana si leva da terra; entrano nel cortile compratori d'ogni paese; l'asta incomincia, e il figlio di _Bachìta_ viene aggiudicato ad un mercante di _Chartùm_, mentre la madre passa nelle mani d'un mercante di _el-Obèid_.
Il _Chartumèse_ prese allora il giovinetto duramente per un braccio, e lo spinse in un canto dicendogli con voce rauca: — aspettami qui.
L'asta continuava, e il mercante nubiano aveva l'intenzione di comperare altri schiavi per condurli poi sul mercato di _Chartùm_ e venderveli a più caro prezzo.
Frattanto il giovinetto vedendo che sua madre veniva condotta via da un altro padrone, le si slanciò incontro gridando ed aggrappandosi alla povera e sdruscita sua farda. Il Nubiano gli corse dietro scagliando orribili imprecazioni contro la madre e contro il figlio, cui percosse con varî colpi di sferza.... Ah! no, non batterlo così, disse la madre soffocata dal dolore.... egli è mio figlio. — Ed il mercante le rispose con un'alzata di spalle.
Il giovinetto continuava a gridare.... guardava la madre con aria compassionevole e sempre più si stringeva a lei. Ma quel miserabile uomo glielo strappò, strappandole insieme una parte della meschina sua veste, mentre l'infelice sclamava con voce lacerante: mamma, mamma mia!
La madre coll'anima trafitta dai gemiti del figlio fu strascinata alla casa del suo padrone. Ella lo supplicò che il figliuol suo non fosse bastonato; ed egli si pose a ridere dicendo: che ho io a fare col mercante che ha comperato il tuo figliuolo? In quel momento parve alla madre le si spezzasse qualche cosa nella testa: e al furor suo s'aggiunse una specie di vertigine.... tutto s'intenebrò agli occhi suoi, e fino al dì seguente non seppe più nulla di questo mondo.
Riacquistati i sensi, quella donna era triste, taciturna, dispettosa.
Il padrone minacciava di batterla se non si fosse mostrata un po' gaia.
Ma a nulla valsero le sue minacce, e dopo un anno fu costretto di venderla. Ella passò quindi di mano in mano, sino a tanto che, illanguidita, sbattuta e ammalata la comperò un miserabile uomo di _Bùri_, villaggio sulla riva sinistra del fiume _Azzurro_ assai vicino alla città di _Chartùm_. Qui la povera Negra era divenuta più triste, più melanconica, più cupa, più irritabile di prima, e più impaziente dell'orribile giogo della schiavitù. Ed anche da qualche tempo quella impazienza prendeva il carattere d'una follia furiosa. Due volte si gettò nel fiume per annegarsi e due volte fu salvata. Ella era giunta a quel punto della vita, in cui per lei era meno amaro il morire che il vivere.
_Bachìta_ contava allora quaranta e più anni; e quindici n'aveva passati nella più dura schiavitù, fra le pene più atroci; aveva perduto il marito, che amava tanto; e al figlio pensava ora come a creatura morta.
Condannata a lavorare, vecchia com'era, tutto il giorno dai primi albori del mattino sino a notte avanzata presso la gente, a cui veniva dal suo padrone affittata, sotto la più severa ed incessante sorveglianza, destinata a patir sempre, a goder mai, disprezzata, schernita, percossa, senza libertà, senza patria, senza famiglia, senza una speranza di felicità più o meno vicina.... quale creatura maledetta da Dio.... oh! come poteva ella mai sentirsi attaccata alla vita!!! E pure?...
Mentre un giorno la povera Negra da _Bùri_ si recava a _Chartùm_ seguendo il sentiero lungo il fiume, s'incontrò per avventura coi giovani della Missione cattolica, i quali accompagnati dal loro maestro se n'andavano verso _Bùri_ nell'ora del passeggio avanti sera. La Negra si fermò a squadrarli meravigliata.... e tutt'a un tratto manda un grido di gioia, poichè ha ravvisato fra questi suo figlio, che tosto riconosce la madre....
— Chi è costei? chiese il maestro al giovine, fuori di sè per l'allegrezza.
— È mia madre.... mia madre!
— E tu, o donna, conosci questo giovine?
— Se lo conosco! è mio figlio.... mio figlio! rispose.
Questi due nomi, madre e figlio, furono pronunciati dalla donna Negra e dal giovinetto Negro con tanta espressione di affetto da non poter dire.
Oh! prezioso e solenne momento per una madre infelice di ritrovare il figlio, cui credeva perduto, e per sempre, e di rivederlo così ben vestito, pasciuto e contento!... Sì, che la tapina non aveva che un sucido cencio che le cingeva le reni, ed era smunta, affamata, oppressa sotto il peso delle fatiche, che il barbaro suo padrone le imponeva; ma da questo momento, io dico, meno crudele doveva tornare a lei la sventura e meno discara la vita.
Dopo il fortunato incontro passò lungo tempo, nè si seppe più nulla di lei, per quante ricerche sieno state fatte dai Missionari e dal suo figliuolo. Quando il venti novembre 1859, anno di fame in _Chartùm_, pochi giorni avanti la mia partenza pel fiume _Bianco_, verso la mezzanotte io sento picchiare alla porta del cortile, ove solevo dormire sotto una grande _rekùba_ coi giovanetti della Missione; sbalzo dall'_angarèb_ su cui ero sdraiato, corro alla porta e domando: chi v'ha là! — Risponde una voce: «sono la povera schiava di _Bùri_, che viene a ricoverarsi presso il suo figliuolo nella casa della Missione.»
Io le aprii la porta, ed ella entrò continuando: «sono stanca di vivere una vita peggiore della morte; più non valgo a sostenere le dure fatiche, che m'impone l'inumano mio padrone; e non potendo eseguire quanto mi viene da lui comandato, io sono ogni giorno fortemente battuta; tel dica questo magro mio corpo coperto di piaghe; e voi che siete buona gente, deh! non vogliate abbandonare una donna infelice; liberatemi, voi che lo potete, da un cane rabbioso che mi perseguita, come avete liberato mio figlio da' suoi persecutori! — Il figlio era presente, e fissava la madre versando grosse lagrime senza proferir parola.
La Missione l'accolse benignamente in seno, e pensò subito a riscattarla.
Dopo due giorni venne sborsato al padrone della schiava il prezzo del riscatto, che fu di trecento piastre egiziane (circa settanta cinque lire italiane).
Parve allora a quella povera donna d'essere passata dalla morte alla vita; dalla dominazione del male a quella del bene, dal duro carcere d'un essere condannato alla libertà d'un'anima perdonata.
Qual penna varrebbe a descrivere la gioia di quel giorno, in cui venne sborsato il prezzo del suo riscatto, di quel primo giorno di libertà? poter essa agire, parlare, respirare, uscire di casa ed entrarvi senza essere sorvegliata.... senza correre alcun pericolo.... chi varrebbe, dico, a rivelare i sentimenti di quell'anima libera all'ombra della Missione, che le guarentiva i diritti che Dio ha dato all'uomo? Com'era bello, com'era dolce per una madre contemplare il volto dell'amato suo figlio cui credeva perduto, reso ora più caro dalla rimembranza dei mille pericoli corsi! Tanta gioia che riversavasi dal suo cuore allontanava da lei il sonno.
Nulla possedeva, è vero, quella donna che potesse considerare come cosa propria al mondo; nondimeno non poteva dormire; tanto era grande il suo contento!
O voi, che togliete all'uomo la libertà, in qual misura renderete conto a Dio!
Mentre _Bachìta_ trovavasi libera e beata nella Missione Cattolica col diletto suo figlio, capitò dall'Europa in _Chartùm_ il Provicario Apostolico Matteo Kirchner, ed io venni da lui incaricato di partire pel fiume _Bianco_ colla _Stella-Mattutina_ (grande _dahabìah_ della Missione) e con tre altre barche vuote per richiamare, col beneplacito di Roma, i missionari Francesco Morlang presidente e Luigi Vichweider da _Kondókoro_ (tra il 4º e il 5º lat. N.), e Giuseppe Lanz presidente e Antonio Kaufman da Santa-Croce (6°, 40′ lat. N.), e per condur via meco i giovanetti negri e le giovinette, ch'erano presso i Missionari nelle dette stazioni, mentre il Provicario sarebbe tornato in _Assuàn_, rimpetto a _File_, per fondarvi una nuova Stazione.
Allora il Provicario pregava _Bachìta_ perchè volesse, in compagnia d'un'altra Negra, ch'era cristiana, partir meco sul fiume _Bianco_ per lavorare il pane a' barcaiuoli della grande _dahabìah_, promettendole che quando fosse ritornata, ella sarebbe venuta co' Missionari nella novella Stazione presso l'amato suo figlio. _Bachìta_ v'acconsentì volentieri, e partimmo insieme il primo dicembre 1859.
Durante il viaggio ella mi parlava spesso del figlio, e non vedeva l'ora di rivederlo e di star sempre con lui. Mi narrava le avventure della sua vita, specialmente dopo d'essere fuggita da _Nóba_ in cerca del marito; e me ne disse tante da farci un romanzo.
Quant'io ho detto non è che un embrione di ciò che avrebbe potuto dettare una penna meglio esercitata che la mia; ed oserei dire che nessuno varrebbe a descrivere ciò che quella donna espresse col linguaggio della parola, degli occhi e del gesto.
Io pure le parlavo spesso del figlio, e le dicevo che fu riscattato da noi Missionari sul mercato di _Chartùm_ per istruirlo e per educarlo alla nostra religione, che è religione d'amore, che c'insegna di non far male a nessuno, e di giovare, potendo, a tutti, perchè tutti siamo fratelli, figli di un solo padre che è Dio, il quale non ebbe mai principio nè può aver fine, che dal nulla ha creato cieli e terra, che tutto regge e governa, che non può fare e voler che il bene, che conosce e penetra ogni cosa, che ha una potenza infinita, una bontà senza limiti, una bellezza ineffabile.
Le parlavo del figliuolo di Dio, di Gesù Cristo; della sua venuta al mondo, della sua vita, della sua passione e della sua morte per redimere l'umanità decaduta, ed insegnare a tutti la via che conduce al cielo.... anche a te, o _Bachìta_.
Povera la mia _Bachìta_! e tu non conoscevi Gesù Cristo, che ti amò sempre, e ti ama tanto perchè fosti abbandonata da tutti e maltrattata.... nè pur lo conosceva tuo figlio, ma or che lo conosce e n'è divenuto seguace, oh! quanto è felice! ed io voglio che tu lo sia con lui.... e lo sarai senza dubbio se ascolterai i miei consigli....
Gli occhi rotondi di _Bachìta_ si riempivano di pianto, e da essi cadevano vive lagrime. Io pure piangevo di tenerezza, poichè pareami in quel momento che un raggio di fede, un raggio d'amore divino penetrasse nelle tenebre di quell'anima pagana.
— Ah! padre, diceva allora _Bachìta_, io voglio essere quello che è divenuto mio figlio.
— E lo sarai; Gesù Cristo ti aiuterà, come ha aiutato il tuo figliuolo, e così potrete essere un giorno ambidue angeli del cielo.
_Bachìta_ recitava ogni mattino e ogni sera il _Pater noster_ e l'_Ave Maria_ colla Negra compagna e col turcimanno _Cher-Allàh_; e fra il dì, durante il lavoro, non faceva che parlare colla sua collaboratrice di Dio, di Gesù Cristo, e del proprio figliuolo; e sospirava il momento di vederselo e di goderselo da vicino. Ma oh! sventurata, che più non l'avresti veduto qui sulla terra!... Fra le paludi dei _Nuèr_ fu colta da un sì terribile vaiuolo, che la trasse improvvisamente al sepolcro.... Su quel sepolcro tutti piangemmo _Bachìta_; ed io rimasto poi solo m'inginocchiai e dissi: eterno Iddio! Dà pace a quest'anima, che visse tanto oppressa, e fa che risorga immortale per partecipare alla gloria degli eletti; e che questa terra di maledizione sia una volta liberata dall'obbrobrio della schiavitù!
«Quando l'Africa possederà una razza emancipata e colta, — e bisogna bene che prenda una volta o l'altra la sua parte nel gran dramma dell'incivilimento umano, — la vita vi si spiegherà piena d'una magnificenza e di uno splendore appena sognati dai popoli settentrionali.»
«In quel misterioso e lontano paese dell'oro, dei diamanti, dei profumi, delle palme ondeggianti, dei fiori sconosciuti, della fertilità prodigiosa, nasceranno nuove forme per l'arte e splendori inauditi; e la razza nera, liberata dal disprezzo e dall'oppressione in cui la tengono, disvelerà forse le ultime e più magnifiche rivelazioni della vita umana. Essa dolce ed umile di cuore, disposta a lasciarsi guidare da un genio superiore e ad appoggiarsi alla sua forza, tenera e semplice come i fanciulli e sempre pronta a perdonare, sarà forse l'espressione più pura della vita cristiana, intima e vera. Forse quel Dio che castiga coloro che ama ha fatto passare la misera Africa per la fornace della prova, onde fondare in essa quel nobile e possente regno cui stabilirà quando tutti gli altri avranno fallito alla loro missione, poichè gli ultimi saranno i primi.»
«Allora la ricordanza della casa di servitù sarà per la razza nera, come l'Egitto per l'Israelita, un argomento di gratitudine verso colui che gli ha riscattati!»
«Poichè, mentre gli uomini di Stato fanno dispute, e gli uomini sono sbalzati qua e là dall'onda agitata degli interessi e delle passioni, la gran causa della libertà umana resta tra le mani di Colui del quale è stato detto:
«Egli non si ritirerà, nè perderà coraggio finchè non abbia stabilito la giustizia sulla terra.
«Egli libererà il misero e l'afflitto, che non hanno soccorsi.
«Egli salverà la vita dei poveri e la guarentirà dalla violenza e dall'oppressione, ed il loro sangue sarà prezioso agli occhi suoi»[26]
IX.
Le tribù _Dénka_ della vallata superiore del fiume _Bianco_ e la loro lingua — Stagioni e loro nomi — Il _charìf_ — Una bufera — La stagion delle piogge, ed accrescimento e decrescimento del fiume sotto latitudini diverse — Morte di Francesco Oliboni — Un sogno.
Il fiume _Bianco_, dalla tribù dei _Scìr_ (tra il 5º e il 6º gr. lat. N.) fin dove riceve il fiume delle _Gazzelle_ (_Bàhr-el-G¨azàl_), scorre lento da sud a nord, nord-ovest, per innumerevoli svolte in mezzo ad una vasta e paludosa regione; e dagli abitanti che si trovano sulle rive, o a poca distanza, i quali sono tutti _Dénka_, prende il nome di _Kir_.
Questo fiume, a nord del paese dei _Scìr_, forma due grandi isole, degli _Eliàb_ e dei _Bòr_, e a diritta presso il villaggio di _Akuàk_ (tra il 6º e il 7º grado) lascia scorrere un canale, il quale bagna parte della tribù dei _Bòr_, tutta la tribù dei _Tuìc_, e parte della tribù dei _Nuèr_; e dopo un lungo corso di circa 180 miglia geografiche ritorna le sue acque al fiume, presso il _Sóbat_.
A sinistra poi io conosco assai bene un corso d'acqua perenne, chiamato dagli Arabi viaggiatori _Bàhr-eg-Gemìt_, proveniente dal sud, il quale si getta nel lago _Giàk_, tra il 6º e il 7º grado lat. N., a pochissima distanza dal fiume _Kir_, dopo d'aver bagnato le tribù degli _Eliàb_, dei _G¨òk_ e dei _Kìc_; ma questo fiumicello, se pur non sia un canale, non è assolutamente da confondersi col fiume _Jèji_, di cui abbiamo parlato.
Le tribù _Dénka_ che abitano a diritta del fiume sono:
I _Bòr_, tra il 6º e il 7º grado lat. N. I _Tuìc_, a settentrione dei _Bòr_ e confinanti con essi. I _Risc_, a nord dei _Tuìc_. I _Neruà_, a sud-est } E gli _Ehluàg_, a nord-est } dei _Rìsc_.
A sinistra:
Gli _Eliàb_, tra il 6º e il 7º grado lat. N. I _Kìc_, tra il 6º e l'8º grado lat. N.[27]. I _G¨òk_, tre o quattro giorni circa di cammino a sud-ovest dei _Kìc_. I _Ròl_, a settentrione dei _G¨òk_ e confinanti con essi. Gli _Atuòt_, a sud dei _G¨òk_.
Oltre alle dette tribù _Dénka_, sulla geografica posizione delle quali ebbi esatte relazioni, che potei riscontrare anche col fatto, molte altre se ne trovano che parlano la stessa lingua e sono:
I _Rèk_, a destra del fiume _G¨azàl_ presso l'8º grado lat. N. I _Lào_, ad ovest, nord-ovest dei _Rèk_. Gli _Auàn_, a sud-ovest dei _Rèk_. Gli _Agiàk_, a sud degli _Auàn_.
Che se a queste tribù aggiungiamo quelle dei _Nuèr_, dei _Gianghè_ e dei _Scìluk_, delle quali abbiamo parlato, e così pure le tribù che dal fiume _Sóbat_ (9°, 11′, 25″), si estendono fin oltre l'11º grado, nella penisola del _Sènnaar_, cioè i _Donghiòl_, gli _Agnar-kuèi_, gli _Abujò_, gli _Aghèr_, gli _Abialàñġ;_ e le tribù dei _Gnièl_, dei _Beèr_ e dei _Jòm_, nell'interno della penisola stessa, al parallelo delle montagne dei _Bèrta_, avremo un numero di ventidue tribù almeno, che parlano la lingua _dénka_; lingua che più d'ogni altra si estende nella grande vallata del fiume _Bianco_; e le differenze di pronunzia e di sintassi che esistono fra le diverse tribù che la parlano, sono così poche da accorgersene appena.
Le parole che compongono questa lingua sono ordinariamente monosillabiche; che se qualche volta il vocabolo è bisillabo o trisillabo, scomposto che sia ne' suoi elementi, è facile a chi per poco conosca la lingua rilevare il significato di ciascun elemento.
Ciò non ostante la lingua _dénka_ è pronta, rapida, abbastanza energica ed armoniosa[28].
Nel lungo studio ch'io feci di questa lingua ebbi a notare diverse voci onomatopeiche esprimenti specialmente i suoni che emettono le bestie; e queste voci talvolta sono monosillabiche e talora composte di due, tre, o anche più sillabe, secondo che semplici o composti sono i suoni emessi dall'ente che vuol essere indicato; per esempio: sing. _miòr_, pl. _miûr_ — bove. _Ñġào_ — gatto. _Pér_ — gazzella. _Kurè_ — tortorella. _Bòu_ — abbaiare. _Ròu_ — ippopotamo. _Tuòt_ — oco selvatico. _Aluluí_ — anitra selvatica. Il crepitare del fuoco si esprime colla parola _letututùc_, per esempio: il fuoco crepita — _màg a-letututùc_, ecc.
Tutte le tribù _Dénka_ da me visitate, le quali abitano lungo il fiume _Bianco_ dal 6º al 12º grado lat. N., contano cinque stagioni, che nella loro lingua sono chiamate così:
La prima, _Alè-kèr_. La seconda, _Alè-jàk_. La terza, _Alè-ruèl_. La quarta, _Alè-rùt_. La quinta, _Alè-mòi_.
La prima stagione, _Alè-kèr_, corrisponde ai mesi di marzo e di aprile. Questa è la stagione, in cui il sole comincia a rianimare la vegetazione dapprima presso i _Dénka_ verso il 6º grado, ai primi di marzo, e così gradatamente fino al 12º grado, ai primi di aprile.
E siccome dopo il 21 marzo il sole ha già passata la linea equinoziale, così tutti i _Dénka_ chiamano questa stagione _Alè-kèr_ — dopo il cerchio massimo. Di fatto la parola _Alè-kèr_ è parola composta della preposizione _alè_ — dopo, e del nome _a-kèr_, che significa cerchio massimo, equatore. I _Dénka_ usano anche il verbo _kèr_, perf. _ci-kèr_, che vuol dire _far cerchio_, per indicare principalmente il giro apparente del sole intorno alla terra.
Le piogge hanno principio fra i _Dénka_ verso il 6º grado, agli ultimi di marzo; e fra i _Dénka_ verso il 12º grado, agli ultimi di aprile; sicchè questa prima stagione comincia poco innanzi le piogge.
In questa stagione il clima è reso meno caldo dai venti freschi ed umidi che spirano dall'est, e dalle nuvole che frequentemente velano il sole, senza però sciogliersi in pioggia.
La seconda stagione, _Alè-jàk_, corrisponde al tempo che corre tra il 21 aprile e il 21 maggio, tempo in cui il sole è già passato al _zenìt_ di tutte le tribù _Dénka_ poste tra il 6º e il 12º grado, dirigendosi verso il tropico del cancro.
Questa è la stagione, in cui i Negri _dénka_ seminano la prima volta fra l'anno il terreno di fagiuoli e di _dùrah_; per la qual cosa essa vien chiamata anche stagione della semina, _akòl-rór a-puòk_ — tempo in cui la gente semina. E siccome i Negri _dénka_ cominciano la semina del grano dopo che il sole passò al loro zenìt, così questa stagione è da essi chiamata _Alè-jàk_, colla quale espressione vogliono indicare — dopo che il sole cadde co' suoi raggi perpendicolarmente sulle loro terre, — mentre la voce _alè_ vuol dire _dopo_, ed _ajàk_, ovvero _a-juàk_, caduta. I _Dénka_ usano pure il verbo _juàk_, perf. _ci-juìk_ — cadere dall'alto.
In questa stagione le piogge son già incominciate, e da per tutto animata è la natura.