Part 5
Figlia, figlia, non so più se sia bene, non so se sia male. Non so quel che dev'esser fatto, non so quel che dev'essere impedito. Ho pregato Dio, ho frugato il mio cuore in tutti i versi, ho cercato di districare la mia volontà dal viluppo dei dubbi mortali, di tutto il mio sangue che mi faceva velo, mi sono vuotata come il ferito per terra si vuota di sangue, quasi ogni mattina mi sono svegliata di soprassalto credendomi caduta in fondo a non so che ruina da non so che altezza e alla sera più d'una volta m'è parso d'esser ricaduta con gli occhi aperti ancor giù, ancor più basso. Figlia, figlia, e niente mi vale, e niente mi conta! Vedi, non devo avere negli occhi che lo sguardo fisso dello spavento, lo sguardo di chi non può se non riconoscere l'atrocità della forza che lo schiaccia senza scampo.
Che ho fatto? Che cosa accade? che altra sciagura si prepara? che desolazione si rinnova? che abominazione ritorna? Non so più, non distinguo più. Non so quel che farò per tentare di salvarmi. Non so quel che farò per finire di perdermi. Sono presa al petto, sono presa al capo, tutta un dolore, trafitta dai miei stessi gridi che ricaccio dentro serrando i denti, messa in brandelli e viva come una preda lasciata lì dalla bestia già sazia. T'invoco, t'imploro; e che parole vorrei intendere da te, che aiuto potrei da te ricevere, non lo so neppur concepire.
_Mortella._
Mamma, davanti a te, in questo momento non posso che rimanere silenziosa.
_Costanza._
Tremo, non sto in piedi, mi pare che le ossa mi si disgiungano. Non puoi capire. S'egli ora entra qui, se resta con te, se vi parlate, non credo, non credo che potrò sopportare l'attesa. Il cuore mi si schianterà. Non puoi capire. È peggio, è assai peggio che quando bambina ti dovettero operare e udivo bollire nel mio cervello l'acqua in cui si sterilizzavano i ferri del chirurgo, e il tettuccio di tortura era là con i suoi congegni e le sue ruote, e il tuo povero piccolo viso già spariva sotto la maschera di garza... Tu non ti ricordi, tu non sai. Ma è peggio, è peggio.
_Mortella._
Come? Perché? Non sta per entrare qui l'ospite senza macchia che mi dimostrerà la mia ingiustizia e mi costringerà a chinare la fronte, forse a cadere in ginocchio, forse a baciargli le mani? Non eri sicura di questo? Non ne sei più sicura? Non me lo mandi qui a un colloquio di assoluzione e di pace?
_Costanza._
Ah, non ragiono, non ragiono. Tremo. Non so che viso ho; ma tutta la mia vita in me è bianca di terrore. E come non ho più lacrime, credo che non ho più sangue. Ti prego, ti prego! Non lo vedere, non gli parlare. Rinunzia. Ti supplico! Abbi pietà di me.
_Mortella._
Ma chi me l'ha proposto? Ma chi me l'ha chiesto, anzi imposto?
_Costanza._
Mi ricredo, mi pento. Sono un'insensata. Siamo tutti insensati. No, non bisogna. Che bene ne può venire? Basta guardarti. Basta respirare quest'aria, respirare questa luce, sentirti vivere, sentir vivere queste cose intorno a te. No, non è possibile. Ti supplico. Me ne vado. Lo porterò via. Non ci vedrai più, né me, né lui. Stanotte stessa partirò, lo farò partire. Prima dell'alba saremo lontani, al confine del mondo. Te lo giuro.
_Mortella._
Mamma!
La sua voce, il suo aspetto rivelano un tal crollo di tutto l'essere, che la madre ne ha un gran sussulto come d'un altro spavento impreveduto, come d'un altro mostro indistinto che le si drizzi davanti e sia per afferrarla.
_Costanza._
Che è?
_Mortella._
È vero dunque?
_Costanza._
Che cosa?
_Mortella._
Quel che ho pensato contro di te, quel che penso contro di te, quel che tu sembri ora?
_Costanza._
Che sembro?
_Mortella._
Quel che confessi ora?
_Costanza._
Che confesso?
_Mortella._
Ah, è orribile.
Bandino solleva la portiera, e il padrigno entra nella stanza con lui. Per un istante, si trovano l'uno a fianco dell'altro. Costanza si volge come a un'apparizione che la impietri. Non parla più, sembra che non respiri più. La figlia abbassa la voce.
Guardali.
_Gherardo Ismera._
Grazie, Mortella, d'avermi permesso di farvi questa visita. Come state?
_Mortella._
Bene, molto bene. Venite avanti, venite avanti. Sedetevi.
L'uomo fa l'atto di avvicinarsi.
A rivederci, mamma. A rivederci, Bandino.
Il giovine s'accosta alla madre e la conduce verso la porta. Mentre egli solleva la portiera, ella si volge a guardare suo marito e sua figlia che restano in piedi l'uno di fronte all'altra; e vede che Mortella sorride. La portiera ricade. I due sono soli.
_Gherardo Ismera._
State dunque bene, ora?
_Mortella._
Bene, molto bene, padre d'anima. Ringrazio la vita. Avvicinatevi. Non abbiate paura di calpestare i fiori.
_Gherardo Ismera._
Ho sempre cercato di non calpestarne.
_Mortella._
Ah, veramente? Sì, lo so. È la piccola Gentucca, la Rondine, che m'ha giuncata la stanza come si fa per le feste grandi in chiesa. Ecco, in fatti, una gran bella giornata.
Ella non si diparte dal tono del motteggio. Qualcosa d'acuto e d'acerbo è in lei, qualcosa di agile e di vigile, che le dà l'aspetto d'una persecutrice incalzante.
_Gherardo Ismera._
Molto augurata, molto attesa da me, cara Mortella. Non so dirvi come io sia felice di potermi ravvicinare a voi che foste per tanto tempo la mia piccola amica selvaggia e tenera, la piccola Grazia dei giardini pensili, che condusse verso di me qualcuna delle più fresche ore di mia vita.
Egli è guardingo come qualcuno che saggia i suoi modi, non sapendo ancóra quale gli valga; ma tiene la sua voce nel tono più naturale.
_Mortella._
Sono la stessa ancóra? Mi ravvisate? Forse mi rimane una gocciola di rugiada nel cavo di ciascuna mano. Sono la stessa?
_Gherardo Ismera._
Proprio la stessa, in questo chiarore singolare che mi ricorda la luce inverdita dai velarii di capelvenere nella grotta di Pane, laggiù, dove ascoltavamo gemere in tutti i toni le cento candele delle stalattiti. Ve ne ricordate?
_Mortella._
Che memoria! È strana questa luce. Oggi non c'è stato uno che non abbia detto entrando: «Che strana luce!». Siamo nella profondità, siamo nel gorgo. Forse, senza saperlo, somigliamo le cose che inghiotte il mare: il rottame e l'annegato.
Ella sembra avere alla commessura delle labbra una sorta di sorriso inestinguibile che dà al suo motteggio qualcosa di spettrale.
_Gherardo Ismera._
Vorrei aiutarvi a scacciare dal vostro spirito ogni imagine triste, vorrei tentare di guarirvi, cara Mortella.
_Mortella._
Lo so, lo so. Ho un certo sorriso nella bocca, che deve somigliare una povera nottola crocifissa sopra una porta sgangherata. L'ho. Lo sento. È là. Non lo posso schiodare. Vi fa compassione. Vi fa credere che io sia mentecatta.
_Gherardo Ismera._
No, no. Che dite mai? È un sorriso molto dolce, un sorriso di bambina smarrita.
_Mortella._
Veramente?
_Gherardo Ismera._
M'intenerisce.
_Mortella._
Ah! Credevo che vi sbigottisse un poco, che ve ne ricordasse un altro...
_Gherardo Ismera._
Quale?
_Mortella._
Quello per cui l'amico vostro incominciò a morire.
_Gherardo Ismera._
L'amico mio?
_Mortella._
Sì, l'amico vostro: mio padre. Non era il vostro compagno di giovinezza, il diletto? l'unico fratello dell'anima vostra?
_Gherardo Ismera._
Certamente.
_Mortella._
Come! Non avete nella voce una vampa d'amore? Non avete un sospiro di rimpianto?
_Gherardo Ismera._
Perché dovrei menomare, con una dimostrazione che non mi conviene, un sentimento da me custodito intatto? Quale amore sopporta d'esser misurato?
_Mortella._
Non è una sua parola? Mi sembra di riconoscerla.
_Gherardo Ismera._
Forse.
_Mortella._
Gli ho anche udito dire: «L'amicizia è un dono di vita che si fa in piedi per riceverlo in ginocchio».
_Gherardo Ismera._
N'era ben degno.
_Mortella._
Ma in ginocchio non si riceve anche il colpo di grazia?
_Gherardo Ismera._
Mortella, voglio parlarvi...
_Mortella._
Sì, parlatemi di lui. Voglio udirvi parlare di lui, e specialmente di quell'ultimo sorriso che gli metteste negli angoli della bocca, sopra le mascelle serrate che non poté disserrare più... Guardatemi, guardatemi. Lo imito, senza volere.
Ella è così intieramente posseduta dall'imagine paterna, che per alcuni attimi la figura della convulsione mortale sembra riespressa dal suo gioco terribile.
_Gherardo Ismera._
Ma che demenza è la vostra?
_Mortella._
Anche voi, anche voi, senza volere, l'imitate nel sonno.
_Gherardo Ismera._
Che démone v'ha presa? Cessate, Mortella.
_Mortella._
Vi ho visto dormire! E credevo che non dormiste più, che in fondo a qualche corridoio bianco aveste ucciso il sonno, come il sire di Glamis, come il sire di Cawdor.
_Gherardo Ismera._
Perché sfuggite? Venite qui, Mortella. Lasciatevi prendere per le mani.
Com'egli le si appressa, ella si allontana, si sottrae, implacabile e inafferrabile.
_Mortella._
Non vi affaticate. Già ansate un poco, e avete le labbra grige come se aveste mangiato la cenere. Se qualcuno entrasse, penserebbe che facciamo i ragazzi, che giochiamo a bomba.
_Gherardo Ismera._
Non giocate più a questo gioco lugubre. Basta. Siete voi che vi nutrite di cenere.
_Mortella._
Bene. Siamo due, saremo due. State tranquillo, sedetevi. Non v'importa di sapere quel che dal fondo viene a galla sul vostro viso, nel sonno?
_Gherardo Ismera._
Dove mi avete visto dormire?
_Mortella._
Sedetevi. Ve lo dirò. Laggiù, sul sedile di pietra, presso la tavola dell'oriuolo a sole, nell'ora calda, nell'ora del pisolo. Siete stanco, stanco per aver preso troppo, per voler ancóra tutto prendere; siete stremato, e non volete confessarlo. Quando siete solo, v'accasciate súbito. Vi spiavo.
_Gherardo Ismera._
Ah, fate questo?
_Mortella._
Credevo che aspettaste qualche preda. Ma tardava. L'ombra del vostro capo s'allungava sul quadrante solare che non ha più il suo stilo. Pencolando un poco a destra e un poco a sinistra, pareva che segnasse un'ora di qua e un'ora di là. Tutte feriscono, una sola uccide: lo sapete.
Finalmente il capo si chinò, si fermò; e l'ombra segnò l'ora che non dimentico. Eravate assopito. Vi spiavo. Eravate in balìa di me. Mi ricordo d'aver veduto una volta rimontare d'un tratto a galla un palombaro che aveva perduto i suoi calzari di piombo: una specie di mostro grondante. Così qualcuno è risalito nel vostro sonno, all'improvviso: quell'altro uomo, quel mostro che v'abita. Era spaventevole. E non m'era nuovo: lo conoscevo!
Egli tenta di dissipare l'incanto con uno scoppio d'ilarità fittizia.
_Gherardo Ismera._
Oh, che brutta storia! In cambio di tante belle storie che vi ho raccontate ai bei tempi! Siete ingrata, Mortella. Ma voglio essere il vostro medico come a quei tempi ero il vostro interprete. Bisogna che io risani la vostra imaginazione con una cura solare. Vi vedo supina per ore ed ore su la tavola scottante di quel vecchio oriuolo inerme.
_Mortella._
Come ridete male!
_Gherardo Ismera._
Come rimpiango il vostro sorriso d'allora! Non era crocifisso. Basta, via. Datemi le mani, perché io vi esorcizzi.
_Mortella._
Nella mia imaginazione ho troncate le vostre e le ho conservate in fondo a uno specchio come nel ghiaccio.
_Gherardo Ismera._
So anche quest'altra storia.
_Mortella._
Sapete dunque che la faccia di quell'altro, quella grinta senza colore, io la conobbi chinata su quelle due mani che preparavano la siringa per la puntura cotidiana prescritta al paziente?
_Gherardo Ismera._
Mortella, non abbiamo testimoni che giustifichino la vostra eccitazione vana. Non c'è nessuno qui, davanti, a cui dobbiate conservare l'attitudine crudele che, per un pervertimento non del tutto nuovo, avete imposta a voi stessa. Non vi ostinate a falsare la vostra anima, che era tanto sincera. Consideratemi come un medico sagace e tuttavia come un amico affettuoso. Siamo soli, siamo noi due soli.
_Mortella._
Credete che siamo noi due soli?
_Gherardo Ismera._
Sembra.
_Mortella._
Non l'avete veduto entrare?
_Gherardo Ismera._
Non continuate a giocare coi miei nervi.
_Mortella._
Era al vostro fianco. Non era mio fratello, era lui. Ho detto a mia madre: «Guardali!». Non avete inteso? La stessa forza del tradimento aveva rincatenato l'ospite all'ospite.
_Gherardo Ismera._
Non andate troppo oltre.
_Mortella._
È là, seduto, con quella fronte di luce su tutta quella tristezza che incava le sue gote, che affina il suo mento. Non vi voltate. È là.
Ella ha veramente il battito dell'allucinazione nelle palpebre, e la voce della sua fede crea l'apparizione nell'ombra glauca e bassa.
_Gherardo Ismera._
Ah, vi compiange.
_Mortella._
In piedi vi aveva fatto quel dono di vita. Per affrettare la fine dell'uomo messo in croce, gli rompevano i ginocchi. Così egli non s'alza più.
_Gherardo Ismera._
Tacete. Siete odiosa.
_Mortella._
Non vi vale coprirvi gli occhi. Dev'essere rimasto seduto così anche nella vostra memoria, ma con quel sorriso atroce che gli avete scolpito nelle mascelle di pietra, là, come una statua d'Egina. Vi guarda. È lucido. Comprende. Sa. È certo.
_Gherardo Ismera._
Ma tacete, ma tacete! O vi schianto.
Fuori di sé, egli balza e minaccia. Implacabile, l'altra riempie d'agonia l'aria che lo soffoca.
_Mortella._
No! Ora un sussulto gli getta la testa indietro, e un altro, e un altro. È irrigidito, inchiodato su le reni. Si solleva, s'inarca, ricade. Il respiro non passa più a traverso i denti stretti. Il cuore sobbalza, non batte più, è vuotato. L'avete ucciso! Gherardo Ismera, l'avete ucciso.
Fuori di sé, tutto bianco e tremante, egli si scaglia contro l'accusatrice, l'afferra pei polsi e la scrolla brutalmente.
_Gherardo Ismera._
Tacete! Tacete! Non voglio più udire le vostre infamie. La vostra demenza non merita che il bavaglio. La vostra furia non merita che la segregazione. Io e vostra madre abbiamo ancóra autorità bastevole per imporre il provvedimento necessario. Non v'è altro mezzo di ricondurre alla ragione una sciagurata e feroce calunniatrice, nemica di tutti e di sé, indegna ornai di compassione. Avete inteso? Vi comando il silenzio.
Ella si svincola selvaggiamente.
_Mortella._
M'avete quasi slogato i polsi. Siete vile. Ma non credete ch'io mi svenga. Siete perduto. Non potrete più riprendere la maschera del tentatore sapiente. Avete omai la faccia dell'altro, sino all'ora della morte: la faccia dell'assassino.
_Gherardo Ismera._
Ma, o insensata, dov'è per voi la prova, la larva d'una prova? Un'ombra d'indizio almeno!
_Mortella._
Una testimonianza.
_Gherardo Ismera._
Quella del vostro delirio?
_Mortella._
Quella della mia anima bastava a me. Di dentro, dal profondo, con l'anima sveglia, col solo mio dolore, avevo scoperta la verità intiera.
_Gherardo Ismera._
Sognato un sogno criminoso.
_Mortella._
E qui, nella casa, fin dalla prima sera del ritorno, tutta l'aria era chiara di quella verità, chiara dal fondo della tomba al colmo del tetto, come per un annunzio di resurrezione.
_Gherardo Ismera._
E basta?
_Mortella._
Non basta. Quando l'azione s'è levata come se fosse stata allora allora commessa, un testimone inoppugnabile l'ha riconosciuta.
_Gherardo Ismera._
Un nuovo fantasma?
_Mortella._
Una carne viva, una coscienza viva, che per un senso d'umanità aveva attenuata la certezza in sospetto per poter serbare il segreto ed evitare l'orrore d'una denunzia. Io l'ho cercata, l'ho frugata, l'ho forzata a rispondere, a testimoniare, a confermare la prova interiore con la prova manifesta.
_Gherardo Ismera._
Chi?
_Mortella._
Lo chiedete? Non credevo che poteste sbiancarvi di più. Il medico, il dottor Securani, Paolo Securani... Qualche ora fa, era qui; e il mio male era il suo male.
Egli si lascia cadere su una sedia, come in una specie d'ottenebrazione repentina.
_Gherardo Ismera._
Sì, v'è un contagio del delirio.
_Mortella._
V'è un veleno che resiste al dissolvimento, e che si potrebbe ritrovare intatto, nella cosa senza nome, pur dopo tre anni. È il granello incorruttibile dell'ospitalità. Potrebbe forse ancóra servire... Ci pensate?
Egli è assorto, intento al suo intimo travaglio. Ella gli si accosta e un poco si piega verso di lui senza pietà, osservando le mani ch'egli tiene posate su le ginocchia.
Non avete più sguardo. I vostri occhi hanno perduto lo sguardo. Così la viltà v'immezzi codeste mani micidiali che vi cadano dai polsi a terra sfatte, con quel disegno ch'io ci leggo, che ora io veggo trasparire palese come le vene...
Egli balza in piedi, con un gran fremito riscotendosi e tendendo le pugna chiuse.
_Gherardo Ismera._
Ah, no! Sono ancóra tanto potenti che saprebbero piegare il vostro odio e il vostro orgoglio come già seppero aprire alla vostra ansietà il cammino che doveva condurvi verso voi stessa, in opera di vita, in opera di salute.
_Mortella._
Il vinto si risolleva?
_Gherardo Ismera._
Non sono vinto, né ho bisogno di risollevarmi. Non sono mai stato più alto in me: alto abbastanza per la fólgore. E sia! il mio coraggio può guardare la sua azione, senza vacillare e senza impallidire.
_Mortella._
Di più, non avreste potuto, non potreste.
_Gherardo Ismera._
Non parlo del mio viso d'uomo ma del mio coraggio silenzioso a cui avete opposto la vostra agitazione insensata e un fantasma foggiato dalla vostra angoscia che mi turba, in questa camera chiusa che sembra molle di lacrime, che è il luogo stesso del vostro delirio e del vostro martirio, ove non è possibile difendere il cuore dalla compassione o dal rimpianto...
_Mortella._
Non compassione, non rimpianto. Io ho combattuto la buona guerra, senza fiacchezza, senza viltà.
_Gherardo Ismera._
Né io commetterò una viltà contro il mio atto, se ho impallidito dinanzi a una imagine difformata e infamata del mio atto. Credete voi, potete voi credere che io abbia obbedito a un sentimento di paura o di vergogna nel contrastarvi il mio segreto? Credete voi che il mio diniego ostinato, che la mia dissimulazione sorridente, che la mia stessa violenza abbian tentato di coprire una colpa ignominiosa e di sfuggire a un marchio infame? Mi conoscete voi per tale che, dopo aver osato, cerchi di eludere il pericolo con sotterfugi e con astuzie di piccolo malfattore? Sono io quegli che s'affanna a trovare la parola e il gesto abili per mentire a sé stesso e guadagnare l'impunità? M'avete rappresentato qualcuno che mi abita, un altro che si nasconde in me. Non uno ma mille; non un'anima ma mille anime, certo: una somma di forze concordi e discordi, talvolta schiacciante. Tale è l'uomo vivo, tale sono io vivo fra tante larve asservite. E lo guardavo, e lo ascoltavo, quell'altro, quell'estraneo, dianzi, qui, mentre giocava con voi il gioco lugubre, mentre schivava il vostro assalto, si sottraeva alla vostra persecuzione. E lo consideravo con una tristezza ch'era ben più amara del vostro sarcasmo. Che mancava alla sua umiliazione? Gli mancava che voi gli deste una delle vostre vesti e ch'egli singhiozzasse ai vostri piedi come una femminetta colta in fallo! L'assassino che si confessa e si pente nella stanza verginale, con la nuca sotto il calcagno della vendicatrice! Gli somiglio? Ditelo.
_Mortella._
Non meno vile, avete preferito di scrollarmi e di torcermi i polsi.
_Gherardo Ismera._
Sì (perdonatemi, perdonatemi!), per non potere più dominare l'insofferenza di quella tortura inutile, di quel gioco sinistro e vano. Ho sperato di sopraffarvi, di piegarvi, e di salvare ancóra il mio segreto dalla profanazione.
_Mortella._
Dalla profanazione?
_Gherardo Ismera._
Sì. Voi che pretendete d'esservi per vóto assunta in puro spirito e che tuttavia non sapete vedere di là dai piccoli segni materiali, voi che rimanete chiusa nel cerchio del vostro specchio rivelatore, voi che rimanete affascinata da due mani pallide e da un viso chino, voi che volete smuovere la cenere fredda per ritrovarvi il granello della prova, conoscete voi la sentenza superba d'un uccisore? «Se questo mio è un delitto, io voglio che tutte le mie virtù s'inginocchino davanti al mio delitto».
_Mortella._
Era una voce d'eroe ribelle.
_Gherardo Ismera._
E che conoscete voi dell'eroismo se non le imagini divulgate, le figure visibili? V'è un altro senso, oltre gli occhi e gli orecchi. La peggiore azione può celare una bellezza profonda. E vi sono sacrifizii insoliti a cui non può accostarsi né la vostra ragione né la vostra fede. Anche nell'amicizia, come nell'amore, il dono di morte può valere il dono di vita. Voi che giudicate, potreste comprendere? Sapreste voi sciogliere il mio enigma come io seppi interpretare i vostri sogni? Povera creatura inconsapevole, intenta a guatare, a spiare per tutte le fenditure della mia anima, a foggiare con ciascuna delle mie parole un ordegno per aprire il mio cuore!
_Mortella._
L'aprirò.
_Gherardo Ismera._
Non basta. Solo potrebbe leggervi chi avesse veramente toccato il fondo della colpa e del dolore, l'apice della volontà e della bellezza.
_Mortella._
Tutto avete sovvertito.
_Gherardo Ismera._
Tutto ho esaltato. Non tentai di creare voi stessa sopra voi stessa?
_Mortella._
Avete pesato sopra di me con tutte le vostre forze perverse.
_Gherardo Ismera._
Se il mio fu un gioco, sembraste portarlo come un'ala.
_Mortella._
Ne ho il segno tristo, e ho pianto invano per cancellarlo.
_Gherardo Ismera._
Nel piangere, quante volte mi domandaste il perché del vostro pianto! Dove sono scorse quelle lacrime da voi sola conosciute, che la piccola Rondine non poté apprendere? Avevate un ardore di martire, dicendomi talvolta: «Non sapete quanto si soffra!». Vi rispondevo: «Lo so». E mi agguagliavo alla vostra angoscia, come colui che per misurare il dolore si coricò su la graticola rovente, a fianco del tormentato. Che fate in cambio, oggi, per me, se non disconoscermi, sfregiarmi, avvilirmi? Stanco sono, voi dite, per aver troppo preso. Più spesso io ho donato, e non ho quel che ho donato.
_Mortella._
Riconosco l'arte del démone astuto. Ma no, non ho pietà di voi, né di me, né d'altri. Per distruggere in me il ricordo di quel che fu, sarei già morta, se non mi fossi imposto il cómpito di vivere per assolvere il mio vóto. Posso mettermi alfine la mia veste bianca. Inutilmente ancóra tentate, a parole, di sovvertire quel che è fermo. Siete convinto, siete confesso, siete giudicato.
_Gherardo Ismera._
No. Io solo posso giudicarmi. Chiunque possegga sé, per essersi conquistato a prezzo di travagli, considera come suo privilegio il diritto di punirsi o di farsi grazia; e non lo concede ad altri. Se tutti i miei atti mi valgono quanto mi costano, nessuno mi vale più di quello che voi svilite. Se guardo dentro di me, nello stesso orrore di me stesso io non mi sento menomato; anzi sento che il mio démone grandeggia là dove l'anima mi scava. Vi sono profondità donde nascono stelle.
_Mortella._
Porterò la mia nella mia mano, stasera, come un fuoco bianco. E la vostra?
_Gherardo Ismera._
Attendo che me ne nasca una nuova.
_Mortella._
Da un nuovo orrore? o dalla morte?
_Gherardo Ismera._
Che è la morte? «Credete veramente che si possa morire?». È una vostra antica domanda.
_Mortella._
«Si può uccidere». È la vostra risposta. Ma, se foste prossimo alla morte, potreste ancóra mentire?
_Gherardo Ismera._
Che gioverebbe mentire? E che potrebbe ormai avvenirmi, che già non fosse in me?
_Mortella._
Fate dunque che il vostro coraggio alzi davanti a me l'imagine vera del vostro atto. Perché avete ucciso? Come avete ucciso? Dite. Mondatevi d'ogni menzogna e d'ogni frode, come se la nostra sera fosse venuta e io avessi già per voi la mia veste bianca.
Ella è protesa verso di lui, in un fremito d'aspettazione, simile a una fiamma che si travagli. L'uomo sembra per alcuni attimi vacillare all'orlo del suo segreto. Ma si scrolla e ricusa.
_Gherardo Ismera._