Il fantasma di Canterville e il delitto di Lord Savile

Part 5

Chapter 53,780 wordsPublic domain

— Ma certo, egli si occuperà di voi, mio buon amico... Appunto per questo egli è qui. Tutti i miei leoni, lord Arturo, sono dei leoni che prendono parte alla rappresentazione. Tutti saltano attraverso i cerchi, quando io comando loro... Ma devo prevenirvi che dirò tutto a Sibilla... Ella verrà domani da me a prendere il the, e se il signor Podgers troverà che avete un cattivo carattere, o qualche tendenza alla gotta, o un'amante a Bayswater, io non glielo nasconderò.

Lord Arturo sorrise e scosse la testa.

— Io non ho paura; Sibilla ed io ci conosciamo così bene!

— A dire il vero sono un po' contrariata di sentirvi dir questo... La migliore divisa del matrimonio è uno scambievole malinteso... no, io sono completamente unica. Ho solo dell'esperienza, il che, frattanto, è quasi la stessa cosa... Signor Podgers, lord Arturo Savile muore d'impazienza che voi gli leggiate nella mano. Non gli dite, però, che è fidanzato ad una delle più belle fanciulle di Londra; è già un mese che il Morning Post ne ha dato l'annunzio...

— Cara lady Windermere, — esclamò la marchesa di Jedburgh, — abbiate la bontà di lasciarmi trattenere ancora un minuto il signor Podgers; egli sta dicendomi che monterò sulle tavole del palcoscenico, e ciò m'interessa assai.

— Se vi ha detto ciò, lady Jedburgh, io non esito a togliervelo... Venite qua subito, signor Podgers e leggete nella mano di lord Arturo.

Bene! — esclamò la marchesa facendo una piccola mossa ed alzandosi dal divano — se non mi è permesso di montare sulle tavole del palcoscenico, mi sarà lecito almeno di assistere allo spettacolo, spero...

— Naturalmente. Assistiamo tutti alla sentenza soggiunse lady Windermere.

— Ed ora, signor Podgers, diteci qualche cosa di bello, perchè lord Arturo è uno dei miei più cari amici.

Podgers prese la mano del giovane, la osservò, divenne stranamente pallido e non fece parola. Un brivido sembrò passare per il suo corpo. Le sue grandi e folte sopracciglia furono assalite da un tremito convulso, da un tic bizzarro, irritante. Delle grosse goccie di sudore imperlarono la sua fronte e le sue dita grassoccie divennero fredde ed umide.

A lord Arturo non sfuggirono questi strani segni di agitazione e per la prima volta in vita sua ebbe paura. Il suo istinto naturale fu il fuggire dalla sala, ma si contenne. Era meglio conoscere il pericolo, qualunque fosse, che restare in quella angosciosa incertezza.

— Attendo, signor Podgers.

— Attendiamo tutti, — soggiunse lady Windermere, con il suo tono vivace, impaziente.

Il chiromante non rispose.

— Io credo che lord Arturo debba montare sulle tavole del palcoscenico — esclamò lady Jedburgh — e che dopo la vostra sortita il signor Podgers abbia paura di dirglielo.

Ad un tratto l'ometto lasciò andare la mano destra del giovane, afferrò vivacemente la sinistra e si curvò tanto su questa, che la montatura in oro dei suoi occhiali sfiorò quasi la pelle.

Rapidamente il suo volto divenne bianco d'orrore; ma egli riuscì a ricuperare il suo sangue freddo e rivolgendosi a lady Windermere, le disse con un sorriso forzato:

— È la mano di un bel giovane.

— Certo, ma sarà egli un buon marito? Ecco quello che bisogna sapere.

— Io credo che un marito non debba essere troppo seducente — mormorò lady Jedburgh, con aria grave. — È così pericoloso....

— Mia cara fanciulla, non sono mai troppo seducenti gli uomini — ribattè lady Windermere. — Ma ciò che mi occorre sono i particolari: non vi sono che i particolari che interessano. Che deve dunque accadere a lord Arturo?

— Ebbene, fra qualche giorno lord Arturo dovrà fare un viaggio.

— Sì, quello di nozze, naturalmente.

— E perderà un parente.

— Non sua sorella, spero, — disse lady Jedburgh, con tono ipocrita.

— No, certo, non sua sorella: un semplice, lontano parente.

— Ah!... Sono crudelmente delusa, — disse lady Windermere. Non ho assolutamente nulla da raccontare domani a Sibilla. Chi si preoccupa ormai dei parenti lontani? Ora non è più moda. Però io credo che essa farà bene a comperare un abito di seta nera: serve sempre per la chiesa... Ed ora andiamo a cena. Forse non resterà più nulla: speriamo almeno di trovare ancora del brodo caldo. Francesco una volta faceva del brodo eccellente, ma ora egli è sempre occupato dalla politica e non sono mai più sicura di nulla con lui. Vorrei proprio che il generale Boulanger rimanesse un po' tranquillo... Duchessa, voi sarete stanca...

— Affatto, mia cara Glady, — rispose la duchessa avviandosi verso la porta — io mi sono molto divertita ed il vostro chiromante è stato piacevolissimo.

II.

Dieci minuti dopo, col volto bianco di terrore, gli occhi pieni di tristezza, lord Arturo Savile si precipitava fuori di Beusinck House.

Si fece largo attraverso i valletti impellicciati, che attendevano i loro padroni sotto la tettoia. Sembrava non vedesse e non sentisse più nulla.

La notte era rigida ed i becchi del gas, lungo il viale, scintillavano ed oscillavano sotto le folate di vento; ma le sue mani avevano il calore della febbre e le sue tempie parevano infuocate. Egli andava qua e là, a caso, come un ebbro. Un agente di polizia lo guardò curiosamente mentre gli passava accanto, ed un mendicante, che si era staccato da una porta per chiedergli l'elemosina, indietreggiò spaventato nel vedere un volto che appariva più sventurato del suo.

Una volta lord Arturo si arrestò sotto un lampione e guardò le sue mani: credette vedervi traccie di sangue ed un debole grido uscì dalle sue labbra tremanti.

— Assassino! Questo aveva letto il chiromante nel palmo della sua mano.

— Assassino! La notte stessa pareva lo sapesse ed il vento ripeteva alle sue orecchie il grido orribile. Ogni angolo nero era pieno di questa parola.

Egli la vedeva ghignare perfino dai tetti delle case.

Entrò nel Parco, il cui bosco pareva affascinarlo: s'appoggiò ad una ringhiera, esausto di forze, e calmò l'ardore delle sue tempie sul ferro umido, rimanendo assorto nel silenzio misterioso delle piante.

— Assassino! Assassino! — gridò come se ripetendo l'accusa il significato della parola fosse scemato.

Il suono della sua voce lo fece rabbrividire e tuttavia desiderò quasi che l'eco lo sentisse e svegliasse da' suoi sogni la città addormentata. Avrebbe voluto fermare il primo passante per raccontargli tutto.

Poi errò per _Oxford-Street_, in vie strette e brutte; due donne, dal volto dipinto, passando, lo schernirono.

Da un tetro palazzo arrivò a lui uno strepito di bestemmie e di schiaffi, seguito da acute grida; e confusamente, sotto una porta umida e fredda vide delle schiene piegate, dei corpi rifiniti dalla miseria e dalla vecchiaia.

Una strana pietà s'impadronì di lui.

Quei figli del peccato e della miseria erano essi predestinati alla loro sorte, come egli alla sua? Non erano forse, essi pure, marionette di un mostruoso burattinaio?

Ma non fu il mistero, ma la commedia della sofferenza che lo colpì, la sua assoluta inutilità, la sua grottesca mancanza di senso comune. Tutto gli parve incoerente, privo d'armonia. Egli si sentiva stupito dalla discordanza esistente fra l'ottimismo superficiale del nostro tempo e la realtà dell'esistenza.

Poco dopo si trovò di fronte a Marylebone Church. L'argine silenzioso sembrava un lungo nastro d'argento pallido, macchiate qua e là da mobili ombre.

Tutto intorno si stendeva la linea dei becchi di gas, vacillanti, e dinanzi ad una piccola casa, circondata da un muro, stava una vettura solitaria, di cui il cocchiere dormiva saporitamente a cassetta.

Lord Arturo si avviò a passo rapido verso _Portland-Place_, volgendosi ad ogni momento, come se temesse d'essere seguito.

In cima a _Rich-Street_ due uomini erano intenti a leggere un piccolo avviso su di una palizzata. Uno strano sentimento di curiosità lo punse, ed egli attraversò la strada in quella direzione. Avvicinandosi, la parola _assassino_, scritta in lettere nere lo colpì.

Si arrestò ed una vampa di fuoco gli salì al volto.

Era un avviso ufficiale, che offriva una ricompensa a chi avesse fornito delle informazioni per l'arresto di un uomo di mezza taglia, sui trenta o quaranta anni, portante un cappello a cencio con gli orli rialzati, un abito nero e dei pantaloni in tela, di cotone rigato. Quest'uomo aveva una cicatrice sulla gota destra.

Lord Arturo lesse l'avviso, poi lo rilesse ancora. Si chiese se l'uomo sarebbe stato arrestato e come avesse riportato quella cicatrice. Forse un giorno, anche il suo nome sarebbe stato sulle mura di Londra. Un giorno, forse anche la sua testa, sarebbe stata messa a prezzo.... Questo pensiero lo riempì d'orrore.

Tornò sui suoi passi e fuggì nella notte.

Appena sapeva dove si trovasse. Aveva un vago ricordo d'avere errato in un laberinto di sordide case, d'essersi smarrito in un dedalo gigantesco di nere vie, e l'aurora cominciava a spuntare quando finalmente si accorse di essere nel _Picadilly-Circus_.

Siccome seguiva _Belgrave-Square_, s'imbattè sui grandi carri da spedizione che si avviavano verso _Covent-Garden_.

I carrettieri, nei loro bianchi grembiali, col volto abbronzato dal sole, i capelli incolti, camminavano a lunghi passi, facendo schioccare di tanto in tanto la frusta e scambiandosi gli uni con gli altri qualche parola.

Sopra un enorme cavallo grigio, il primo di un tiro a sei, stava un giovane paffuto, con un mazzo di fiori infilato sul cappello. Attaccato fortemente alla criniera della sua cavalcatura, rideva clamorosamente.

Nella luce mattinale, le grandi ceste di legumi si staccano come dei blocchi di diaspro verde sui petali pallidi di alcune rose meravigliose.

Lord Arturo provò un sentimento di viva curiosità, senza sapere perchè. V'era qualcosa su quella delicata gaiezza dell'alba che gli sembrava fonte di un'inesprimibile commozione: ed egli pensò a tutti quei giorni che incominciano belli, ridenti e terminano cupi, tempestosi.

Quegli esseri rozzi, con la loro rude voce, il loro spirito triviale, il loro andamento trascurato, quale strana Londra essi vedevano! Una Londra liberata dai delitti della notte e dal fumo del giorno, una città pallida, fantastica, paurosa, una città cosparsa di tombe.

Si domandò quello che essi ne pensavano e se sapevano qualche cosa dei suoi splendori e delle sue vergogne, dei suoi superbi piaceri e della sua orribile fame, di tuttociò che vi fermenta e che vi ruina dalla mattina alla sera.

Probabilmente non rappresentava per essi che una mèta di commercio, un mercato dove recavano i loro prodotti per venderli e dove non rimanevano che qualche ora, lasciando forse alla loro partenza le strade ancora silenziose e le case sempre addormentate.

Provò uno strano godimento a vederli passare. Per quanto volgari fossero, con le loro grosse scarpe a chiodi, avevano in essi qualcosa di arcadico. Lord Arturo sentì che quelli erano i veri figli della natura e che questa aveva loro insegnato la pace: ed invidiò tutta la loro ignoranza.

Quando lasciò _Belgrave-Square_, il cielo aveva preso la tinta di un turchino evanescente e gli uccelli cominciavano a cinguettare nei giardini.

III.

Quando lord Arturo si ridestò, era già mezzodì ed il sole filtrava attraverso la serica cortina color d'avorio. Si levò dal letto e andò a guardare dalla finestra. Una vaga nebbia era sospesa sulla città, ed i tetti delle case sembravano d'argento appannato. Nel verde tremulo del viale alcuni fanciulli s'inseguivano, simiglianti a farfalle bianche, e i marciapiedi erano ingombri di gente diretta verso il Parco.

Mai gli era sembrata così bella la vita; e mai il male gli parve così lontano. Entrò un domestico, recando un vassoio con il cioccolato.

Egli bevve il cioccolato, quindi, sollevata una pesante portiera, passò nella stanza da bagno.

La luce scendeva dolcemente attraverso sottili lastre di onice trasparente, e l'acqua, nella vasca di marmo, aveva lo splendore della luna.

Lord Arturo s'immerse fino al collo, poi cacciò bruscamente la testa nell'acqua, come per purificarsi di qualche vergognoso ricordo.

Uscito dal bagno si sentiva quasi calmo. Dopo colazione, si distese sopra un divano ed accese una sigaretta.

Sopra il caminetto, coperto da un bellissimo broccato antico, stava un grande ritratto di Sibilla Merton, com'egli l'aveva veduta la prima volta al ballo di lady Noël.

La graziosa testa era leggermente piegata a sinistra, come se il collo, sottile e fragile, durasse fatica a sopportare tanta bellezza. Le labbra, leggermente dischiuse, sembravano bozzate per una musica assai dolce, e dai suoi occhi, immersi nel sogno, traluceva la più tenera purezza verginale.

Modellata nel morbido abito di crespo di Cina, col grande ventaglio di piume nella mano, si sarebbe detto ch'ella fosse una di quelle delicate figurine, quali se ne vedono nei boschi di ulivi, presso Tanagra, e nella sua attitudine aveva qualcosa della grazia greca.

Nondimeno ella non era piccola. Era perfettamente proporzionata, cosa rarissima in un'età in cui la maggior parte delle donne sono generalmente più grandi del naturale oppure insignificanti. Contemplandola, in quell'istante, lord Arturo si sentì invaso da quella terribile pietà che nasce dall'amore. Sentì che sposandola col _fatum_ di morte che gravava su lui, sarebbe stato un tradimento simile a quello di Giuda, un delitto peggiore di tutti quelli che immaginarono i Borgia.

Quale felicità avrebbe potuto essere fra loro quando, ad un tratto, egli poteva essere chiamato a compiere la spaventosa profezia scritta nella sua mano? Quale esistenza avrebbe egli potuto condurre, giacchè il destino portava una tale sventura nella sua bilancia? Necessitava ritardare a qualunque costo le nozze. Egli vi era risoluto. Sebbene amasse ardentemente quella fanciulla e il solo contatto delle dita di lei bastasse a farlo trasalire in un godimento squisito, egli riconobbe chiaramente quale era il suo dovere e vide che non aveva il diritto di unirla a sè prima di avere commesso il delitto.

Soltanto dopo commesso il delitto egli avrebbe potuto recarsi all'altare con Sibilla Merton, e riporre la sua vita nelle mani della donna amata, senza timore di agire malamente. Solo allora egli avrebbe potuto stringerla fra le braccia, senza ch'ella dovesse mai curvare la fronte sotto la sua onta. Prima occorreva _compiere questo_ e, per il bene di entrambi, nel più breve tempo possibile.

Molti altri, al suo posto, avrebbero preferito il sentiero infiorato del piacere alle ascese del dovere; ma lord Arturo era troppo coscienzioso per anteporre il piacere ai principî.

Per un poco egli provò una naturale ripugnanza per l'opera ch'era destinato a compiere; ma poi si convinse che non era un delitto, ma un sacrificio: e la sua ragione gli rammentò che nessun'altra via gli era possibile. Bisognava scegliere fra il vivere per sè e il vivere per gli altri, e, per quanto il suo compito fosse terribile, egli sapeva di non dover lasciar trionfare l'egoismo su l'amore, perchè, presto o tardi, ciascuno di noi è chiamato a risolvere lo stesso problema. A lord Arturo esso veniva presentato assai presto nella vita, prima che il cinismo avesse corroso il suo cuore e l'egoismo intaccato il suo carattere; per cui egli non esitò a fare il suo dovere.

Fortunatamente egli non era un sognatore, nè uno sfacendato dilettante. Se fosse stato tale, egli avrebbe, come Amleto, esitato lasciando con la sua esitazione rovinare il piano. Egli era invece essenzialmente pratico; la vita, per lui, era azione più che pensiero. Egli possedeva il più raro dei doni, il senso comune.

I crudeli sentimenti della sera innanzi si erano completamente dileguati, ed egli provava quasi vergogna ripensando alla pazza fuga per le vie della città ed alla terribile agonia della notte. Egli si domandava ora come avesse potuto esser così dissennato da dare in escandescenza contro l'inevitabile.

L'unica questione che ancora lo turbava era come avrebbe egli potuto compiere la sua missione, poichè l'omicidio, come i riti del paganesimo, esige una vittima ed un sacerdote.

Non essendo un genio, non aveva nemici, nè era il caso di soddisfare qualche personale rancore; la sua missione conteneva una grave solennità.

Fece una lista dei nomi dei suoi amici e parenti sopra un foglietto del taccuino, e dopo un rigoroso esame, si decise per lady Clementina Beauchamp, una cara vecchia che abitava in Curzon-Street, sua cugina in secondo grado, per parte di madre.

Lord Arturo aveva sempre amato lady Clem — così la chiamavano tutti, — e siccome egli era ricco, in seguito all'eredità lasciatagli da lord Rugby, nessun avrebbe potuto vedere in quella morte un fine pecuniario.

Veramente, più egli rifletteva e più lady Clem gli pareva la persona da scegliersi e, persuaso che ogni indugio era una cattiva azione verso Sibilla, dicise di occuparsi subito dei preparativi. La prima cosa da farsi era, indubbiamente, regolare il conto del chiromante.

Si sedette dunque al tavolo e riempì uno _chèque_ di cento ghinee, pagabile all'ordine del signor Septimus Podgers. Quindi telefonò al suo cocchiere di attaccare la vettura e si vestì per uscire.

Nel lasciare la stanza, gettò uno sguardo sul ritratto di Sibilla Merton e giurò che qualunque cosa accadesse, le avrebbe sempre lasciato ignorare ciò ch'egli compiva per amor suo e che avrebbe sempre conservato il segreto del suo sacrificio nel più profondo del cuore.

Recandosi al club Buckingham, si fermò da una fioraia ed inviò a Sibilla una bella cesta di narcisi, dai petali bianchi e dai pistilli simili agli occhi del fagiano.

Giunto al club, si recò direttamente alla biblioteca, ordinò al cameriere un bicchiere di citrato di soda, e chiese un libro di tossicologia.

Per la sua triste opera, il veleno era il mezzo migliore, assolutamente migliore. Nulla gli ripugnava più della violenza, e del resto era ben costretto a trovare, per uccidere lady Clem, un mezzo che non attirasse l'attenzione pubblica, poichè gli faceva orrore l'idea di diventare la curiosità del giorno in casa di lady Windermere, o di vedere il suo nome sui giornali, in pasto al pubblico.

Egli doveva, inoltre tener conto del padre e della madre di Sibilla, i quali, appartenendo ad un secolo puritano avrebbero potuto opporsi al matrimonio, in caso di scandalo; — per quanto egli fosse persuaso che se avesse fatto loro conoscere le causa della cosa, sarebbero stati i primi ad apprezzare la sua condotta.

Aveva dunque tutte le ragioni per decidersi in favore del veleno, sicuro negli effetti e scevro di rumore. Il veleno avrebbe agito senza bisogno di ricorrere ad atti brutali, per i quali, come la maggior parte degli inglesi, provava una profonda avversione.

Però non conosceva nulla della scienza dei veleni, e siccome il cameriere non sembrava capace di trovare nella biblioteca altro che la _Guida di Ruff_ ed il _Baily's Magazine_, cercò egli stesso negli scaffali e finì per scoprire un'edizione della _Farmacopea_ ed un esemplare della _Toxicologia_ di Erskine, edita da Mathew Reid, presidente del Collegio reale dei medici ed uno dei più antichi membri del club Buckingham, dove era stato eletto per sbaglio, confuso con un altro candidato.

Lord Arturo rimase molto sconcertato dai termini tecnici impiegati nei due libri, e si pentì di non aver fatto maggiore attenzione alle lezioni di Oxford; ma finalmente nel secondo volume di Erskine, trovò una narrazione interessantissima e completa delle proprietà dell'acconito, scritta in modo semplice e chiaro.

Questo era proprio il veleno che gli abbisognava. I suoi effetti, diceva il libro, sono quasi immediati; non dà spasimi, e preso sotto forma di un globulo di gelatina, secondo il modo raccomandato da sir Matkew, non ha nulla di sgradevole.

Lord Arturo prese nota sul suo taccuino della dose necessaria per produrre la morte, ripose il volume nello scaffale, e risalì la via di S. Giacomo fino a Pestle e Humbey, la grande farmacia di Londra.

Pestle, che serviva sempre personalmente i suoi clienti dell'aristocrazia, rimase sorpreso alla richiesta del giovane, e molto deferentemente gli mormorò qualche parola sulla necessità di una ricetta medica. Ma appena lord Arturo gli ebbe spiegato che il veleno doveva servire per un grosso cane di Norvegia, del quale era costretto disfarsi, perchè mostrava sintomi d'idrofobia, parve pienamente soddisfatto e si congratulò col suo cliente della meravigliosa conoscenza ch'egli aveva della tossicologia.

Lord Arturo, avuta la capsula, la mise in una bella bomboniera d'argento, veduta e comprata in una oreficeria in Bond-Street, e quindi si avviò verso la dimora di lady Clementina.

— Ebbene! cattivo ragazzo, — esclamò la vecchia dama vedendolo entrare nel suo salotto, — perchè non sei più venuto a trovarmi da tanto tempo?

— Cara lady Clem, — rispose sorridendo lord Arturo, — non ho mai un momento libero....

— Vuoi dire che trascorri tutto il giorno con miss Sibilla Merton a comprare trine e a dire sciocchezze.... Io non so comprendere perchè la gente si affanni tanto per sposarsi. Ai miei tempi non si sarebbe neppure sognato di far tanti preparativi, in pubblico e in privato, per una cosa simile!

— Vi assicuro che non ho veduto Sibilla da più di ventiquattro ore, lady Clem.

A quel che so, ella appartiene ora tutta alle sue sarte.

— Ah bene! Ed è questa l'unica ragione che ti conduce presso una vecchia brutta e noiosa come me? Io mi stupisco che voi uomini non sappiate congedarvi dalle donne quando hanno raggiunto la mia età. E dire che si son commesse della pazzie per me, ed eccomi ora un povero essere reumatizzato, con una parrucca ed una salute pessima! Se non fosse quella cara lady Gansen, che m'invia i peggiori romanzi francesi che si pubblichino, io non saprei veramente come passare le giornate. I medici non servono più che a prender danari ai clienti.... Non riescono neppure a guarirmi lo stomaco....

— Vi ho portato io un rimedio per questo, — interruppe gravemente lord Arturo. — È una cosa sorprendente, scoperta da un americano....

— Io non amo le invenzioni americane. Ho letto qualche tempo fa alcuni romanzi di quei paesi e li ho trovati pieni di stupida vanità.

— Non è tutto così lady Clem. Vi assicuro che questo è un rimedio radicale. Dovete promettermi di provarlo.

E lord Arturo trasse dalla tasca la piccola bomboneria e la porse a lady Clementina.

— Questa bomboniera è un delizioso gioiello, Arturo. È veramente gentile da parte tua.... E questo è il portentoso rimedio?.... Ha l'aria di un dolce. Voglio prenderlo subito.

— Dio del cielo, lady Clem! — esclamò lord Arturo, trattenendole il braccio. — Non lo fate. È una medicina omeopatica: se voi la prendete senza aver male allo stomaco, non vi farà nulla. Aspettate di avere una crisi ed allora ingoiatela: rimarrete sorpresa del risultato.

— Avrei voluto prenderla subito, — disse lady Clementina, guardando contro luce la piccola capsula trasparente. — Sono certa che è deliziosa.... Ti confesso ch'io detesto i medici, ma adoro le medicine.... Tuttavia ti prometto di conservarla fino alla mia prossima crisi.

— E quando sopravverrà questa crisi? Molto presto?

— Spero non prima di una settimana. Ieri ho passato una cattivissima giornata.

— Siete dunque sicura di avere una crisi avanti la fine del mese, lady Clem?

— Lo temo; ma come sei premuroso con me, Arturo! L'influenza di Sibilla ha veramente un effetto benefico. Ed ora bisogna salutarci. Io ho a pranzo delle persone avvizzite, persone che non sono gaie, e sento che se non faccio una dormitina adesso, mi sarà impossibile tenere gli occhi aperti durante il pranzo. Addio Arturo. Dì a Sibilla che le voglio molto bene; e mille grazie a te per il prodigioso rimedio americano.

— Non dimenticherete di prenderlo, non è vero?

— Sta sicuro, non lo dimenticherò, birbantello.... Ti scriverò per dirti se mi abbisognano altri globuli.

Lord Arturo lasciò la casa di lady Clementina più sollevato.