Il fantasma di Canterville e il delitto di Lord Savile
Part 4
Giunti, trovarono Washington e i gemelli che li aspettavano al cancello con delle lanterne, il viale essendo scurissimo.
Nessuno aveva trovato traccia di Virginia. Gli zingari erano stati raggiunti nei prati di Brockley, ma la fanciulla non era con loro. Essi avevano spiegato la ragione della loro partenza precipitata dicendo che si erano sbagliati sulla data della fiera di Charton e che la paura di non giungere in tempo li aveva obbligati ad affrettarsi. Inoltre si erano mostrati desolatissimi della scomparsa della figlia del ministro, il quale aveva loro accordato di accampare nel suo parco.
Purtroppo Virginia era perduta, almeno per quella notte, e fu con profondo accasciamento che il padre e i giovani rientrarono in casa, seguiti dal palafreniere che conduceva a mano il cavallo e il poney. Nel vestibolo trovarono riuniti tutti i domestici spaventati.
La povera signora era stesa su un divano, nella biblioteca, quasi pazza dal dolore, e la vecchia governante le inumidiva la fronte, con acqua di Colonia.
Il ministro volle che essa mangiasse qualche cosa e fece servire la cena per tutti: ma tutti erano muti e i gemelli stessi, sempre vivaci, erano tristi e taciturni per la scomparsa dell'adorata sorellina.
Finita la cena, nonostante le preghiere del piccolo duca, il signor Otis volle che tutti andassero a coricarsi, affermando che non c'era nulla da fare per quella notte, e che il mattino dopo avrebbe telegrafato a Scotland-jard perchè fosse subito posto a loro disposizione qualche bravo agente.
Al momento in cui tutti uscivano dalla stanza da pranzo, l'orologio della torre suonò mezzanotte e appena le vibrazioni dell'ultimo tocco si spensero, fu inteso un rumore seguito da un grido acuto. Un tremendo colpo di tuono scosse la casa; una musica celeste risuonò nell'aria; un pezzo di muro si staccò rumorosamente in cima alle scale, e sul pianerottolo apparve Virginia, pallida, quasi bianca, con una piccola scatola in mano. Tutti si precipitarono verso di lei; la madre se la strinse appassionatamente al cuore; il piccolo duca la soffocò sotto i suoi baci e i gemelli eseguirono un selvaggio ballo di guerra intorno al gruppo.
— Gran Dio! figlia mia dove sei stata? — chiese il padre con aria burbera, persuaso che essa avesse voluto fare un brutto scherzo. — Cecilio ed io abbiamo percorso tutta la campagna a cavallo per cercarti e tua madre ha corso pericolo di morire di spavento. Non bisognerà far mai più di tali scherzi!
— Meno che col fantasma! — gridarono i gemelli, continuando le loro capriole.
— Mia cara, grazia a Dio, eccoti ritrovata; non devi lasciarmi mai più! — mormorava la madre abbracciando la fanciulla, che tremava, e lisciando i suoi capelli d'oro sparsi sulle spalle.
— Papà, disse dolcemente Virginia, — sono stata col fantasma; egli è morto.... Vai a vederlo. È stato molto cattivo, ma si è sinceramente pentito di tutto il male che ha fatto e, prima di morire, mi ha dato questa scatola di gioielli.
Tutta la famiglia gettò su lei uno sguardo silenzioso e spaventato; ma essa aveva il volto grave e serio. Muta si volse e li precedette attraverso l'apertura fattasi nel muro, e li fece discendere per un corridoio segreto. Washington seguiva con un candeliere acceso.
Giunti ad una gran porta di quercia ferrata con grossi chiodi, Virginia la toccò, e quella girò sui grossi cardini. Apparve una stanza stretta e bassa, col soffitto a volta e con uno spiraglio per finestra. Un grande anello di ferro era attaccato nel muro e a questo anello era incatenato un grande scheletro, steso tutto lungo sul pavimento e che sembrava allungasse le sue scarne dita per arrivare ad un piatto e una brocca di forma antica, posti in modo che egli non li potesse toccare. La brocca doveva essere stata un tempo piena d'acqua, perchè l'interiore era tutto verde di muffa e sul piano non rimaneva che della polvere.
Virginia s'inginocchiò presso lo scheletro e giungendo le sue piccole mani si mise pregare in silenzio, mentre la famiglia guardava con stupore la scena terribile.
— Oh! Oh! — esclamò ad un tratto uno dei gemelli, che aveva gettato uno sguardo alla finestra per cercare di capire in che parte della casa era posta quella stanza. — Oh! il vecchio mandorlo che era seccato è tutto fiorito. Vedo benissimo i fiori al chiaro della luna....
— Dio gli ha perdonato! — disse gravemente Virginia alzandosi e la sua fisonomia parve rischiarata da un vivo splendore.
— Voi siete un angelo — esclamò il duca, cingendola col braccio al collo e baciandola.
VII.
Quattro giorni dopo questi strani avvenimenti, verso le undici di sera un funebre corteggio usciva dal castello di Canterville.
Il carro era tirato da otto cavalli neri con la testa ornata di un grosso pennacchio di penne di struzzo che ondeggiavano mollemente. La bara di piombo era coperta da un ricco drappo scarlatto, sul quale spiccavano, ricamate in oro, le armi dei Canterville. Ai lati del carro camminavano a piedi i domestici, portando torcie accese. Tutta questa processione era grandiosa e produceva profonda impressione. Lord Canterville dirigeva le esequie; egli era venuto appositamente dal paese di Galles per assistere alla sepoltura, e occupava la prima vettura con la piccola Virginia; poi veniva il ministro degli Stati Uniti e sua moglie; quindi Washington e i due ragazzi, nell'ultima vettura stava la vecchia Umney.
Tutti avevano riconosciuto a lei il diritto di vedere scomparire per sempre quel fantasma che l'aveva perseguitata per ben cinquant'anni. Una profonda fossa era stata scavata in un angolo del cimitero, precisamente in faccia alla siepe, e le ultime preci furono dette nel modo più patetico dal reverendo Augusto Dampier.
Terminata la cerimonia, i domestici uniformandosi a un vecchio costume nella famiglia Canterville spensero le loro torce.
Quando la bara fu calata nella fossa, Virginia si avanzò e vi pose sopra una grande croce, fatta di fiori di mandorlo bianchi e rosei. In quell'istante la luna uscì fuori dalle nuvole e inondò della sua luce silenziosa e argentea il cimitero, mentre da un boschetto vicino veniva il canto di un usignolo. Virginia ricordò allora la descrizione che il fantasma aveva fatto del Giardino della Morte, e i suoi occhi si empirono di lacrime.
L'indomani mattina, prima che lord Canterville partisse per la città, il ministro s'intrattenne con lui a proposito dei gioielli dati dal fantasma a Virginia, gioielli veramente magnifici, sopratutto una collana di rubini, montati in stile veneziano, mirabile capolavoro del sedicesimo secolo. L'insieme dei gioielli aveva un tale valore che il signor Otis provava scrupolo a permettere che sua figlia li ritenesse.
— Mylord, — disse egli, — so che in questo paese il diritto di manomorta vale per i piccoli oggetti come per i terreni, ed è chiaro, chiarissimo per me, che questi gioielli debbano rimanere a voi come proprietà di famiglia. Vi prego quindi di portarli con voi a Londra e di considerarli come parte della vostra eredità, restituitavi sia pure in condizioni eccezionali. Quanto a mia figlia, essa è ancora fanciulla e fino ad ora, sono superbo di dirlo, essa è poco attaccata a questi gingilli di vanità.
Ho anche saputo da mia moglie, che è competente in cose artistiche, avendo avuto la fortuna di passare varî inverni a Boston quando era giovinetta, che queste pietre hanno un grande valore e che vendendole frutterebbero una somma vistosa. Quindi, lord Canterville, voi riconoscerete, ne sono sicuro, che è impossibile che io permetta di lasciarle nelle mani di un membro della mia famiglia; d'altronde, poi, tutti questi gingilli, giuocattoli, così appropriati, così necessari alla aristocrazia britannica, sarebbero assolutamente fuori posto in mezzo a persone allevate con severi principî e, posso proclamarlo, con i principî immortali della semplicità repubblicana.
Oso confessarvi però che Virginia tiene molto allo scrigno contenente i gioielli; le sarebbe caro conservarlo come ricordo degli errori e della sventura del vostro avo.
Questo scrigno essendo antichissimo e per conseguenza molto sciupato, mi sembra non abbia nessun valore.
Vi confesso anzi che sono molto stupito di vedere uno dei miei figli mostrare dell'interessamento ad un oggetto dei tempi passati e non saprei trovare altra spiegazione se non nel fatto che Virginia nacque in uno dei vostri sobborghi di Londra, poco dopo il ritorno di mia moglie da una escursione ad Atene.
Lord Canterville ascoltò senza interrompere, il discorso del degno ministro, tirandosi di quando in quando i baffi grigi per nascondere un involontario sorriso, e quando questi ebbe finito, gli strinse cordialmente la mano e così rispose:
— Mio caro signore, la vostra graziosa fanciulla ha reso all'infelice mio avo un servizio grandissimo.
La mia famiglia ed io le siamo riconoscenti per il meraviglioso ardire ed il sangue freddo di cui ella ha dato prova.
I gioielli le appartengono ed, in fede mia, sono convinto che se avessi così poca riconoscenza da toglierglieli, il vecchio birbante sortirebbe nuovamente dopo quindici giorni dalla sua tomba e mi renderebbe la vita un'inferno. Quanto ad essere essi gioielli di famiglia, lo sarebbero solo se fossero stati descritti come tali in un testamento, in un atto legale, mentre l'esistenza di quei gioielli fu sempre ignorata. Vi assicuro che sono tanto miei come del servo di casa.
Quando madamigella Virginia sarà grande, sarà incantata, oso affermarlo, di essi; inoltre signor Otis, voi dimenticate di aver comprato con la villa, anche il mobilio e il fantasma dietro inventario. Dunque quello che ha appartenuto al fantasma è vostro. Malgrado tutte le prove di attività che sir Simone ha dato di notte nel corridoio, egli è legalmente morto e la vostra compra vi ha reso proprietario di ciò che a lui apparteneva.
Il ministro rimase seccato del rifiuto di lord Canterville e lo pregò a riflettere di nuovo sulla sua decisione, ma l'eccellente Pari tenne fermo e finì per decidere il ministro ad accettare il regalo che il fantasma aveva fatto alla figlia sua.
Quando nella primavera del 1890 la giovane duchessa di Cheshire fu presentata al ricevimento della regina in occasione del suo matrimonio, i gioielli che recava indosso furono oggetto di generale ammirazione.
Gli sposi erano così belli e si amavano tanto che tutti furono incantati del loro matrimonio, eccettuata la vecchia marchesa di Dembleton, che aveva fatto ogni sforzo per accaparrare il duca a fargli sposare una delle sue sette figlie; a tale scopo anzi, aveva dato nientemeno che tre pranzi costosissimi.
Cosa strana, il signor Otis aveva per il piccolo duca una viva simpatia personale, malgrado che in teoria fosse nemico della nobiltà e per esprimersi con le sue stesse parole, avesse ragione di temere che in mezzo alle influenze snervanti di una aristocrazia fatta di piaceri, fossero dimenticati i veri principî della semplicità repubblicana.
Ma non si tenne alcun conto delle sue osservazioni e quando egli si avanzò, dando il braccio alla propria figlia, nella corsia di San Giorgio in Hannover-Square, appariva l'uomo più fiero di tutta l'Inghilterra.
Dopo la luna di miele, il duca e la duchessa tornarono alla villa di Canterville e l'indomani del loro arrivo, nel pomeriggio si recarono a fare una visita nel solitario cimitero presso il bosco di pini.
Da prima furono un poco imbarazzati circa l'epigrafe da porsi sulla pietra del sepolcro dì Sir Simone, ma finirono per decidere che si sarebbero limitati a farvi scolpire le iniziali del vecchio gentiluomo e i versi scritti sulla finestra della biblioteca.
La duchessa aveva portato seco delle magnifiche rose e le cosparse sulla tomba; poi proseguirono verso le rovine del coro della vecchia abbazia; e infine andarono a sedersi sopra una colonna spezzata.
Suo marito, coricato ai suoi piedi, la fissava negli occhi luminosi. Ad un tratto, gettando la sua sigaretta, le prese la mano ed esclamò:
— Virginia; una donna non deve avere segreti per suo marito.
— Cecilio mio, io non ne ho.
— Sì, voi ne avete — rispose egli sorridendo, — non mi avete mai detto ciò che seguì mentre voi eravate rinchiusa col fantasma.
— Non l'ho mai detto a nessuno, replicò gravemente Virginia.
— Lo so, ma a me potreste dirlo.
— Vi prego, Cecilio; non me lo domandate, non posso dirvelo. Povero sir Simone! gli devo molto; sì, Cecilio, non ridete, gli devo veramente molto.... Mi ha mostrato ciò che è la vita; ciò che significa Morte e perchè l'amore è più forte della morte.
Il duca si alzò e abbracciò amorosamente sua moglie.
— Voi potete conservare il vostro segreto, finchè io possederò il vostro amore — egli disse a voce sommessa.
— Voi l'avete sempre avuto, Cecilio.
— E voi lo direte un giorno ai nostri figli, non è vero?
Virginia arrossì.
IL DELITTO DI LORD ARTURO SAVILE
I.
Era l'ultimo ricevimento che lady Windermere dava avanti che s'iniziasse la primavera.
Bentinck House, più del solito, appariva piena di una folla di visitatori, fra cui spiccavano sei membri del gabinetto, venuti direttamente dall'udienza dello speaker, in abito di gala e decorazioni.
Le belle signore indossavano costumi elegantissimi, e, all'estremità della galleria dei quadri, la principessa Sofia di Carlrsühe, una grossa dama dal tipo tartaro, con dei piccoli occhi neri e meravigliosamente vellutati, parlava, con voce acuta, un cattivo francese, ridendo sonoramente.
C'era in quelle sale uno strano miscuglio di società: delle orgogliose paresse cicalavano cortesemente con dei violenti radicali; dei demagoghi popolari si strisciavano a degli scettici famosi; una brigata di vescovi seguiva una grande prima donna di salone in salone; sulla scala, un gruppo di membri dell'Accademia reale discuteva animatamente, e nella sala da pranzo i geni si spingevano fra loro.
Era quella insomma una delle più belle serate di lady Windermere e la principessa vi si trattenne sino alle undici e mezzo passate.
Subito dopo la sua partenza, lady Windermere tornò nella galleria dei quadri, dove un famoso economista stava esponendo, ad una virtuosa ungherese, con aria solenne, la teoria scientifica nella musica.
Ella si mise a conversare con la duchessa di Paisley.
Era meravigliosamente bella, coll'opulento seno di un bianco avorio, ed i grandi occhi azzurri, color miosotys, ed i pesanti fermagli in brillanti de' suoi capelli d'oro; capelli d'oro puro, non di quella tinta paglia pallida che usurpa oggi il bel nome dell'oro; capelli di un oro che pareva tessuto coi raggi del sole, capelli che circondavano il suo volto come d'un nembo di santa, con quel fascino che è proprio della peccatrice.
Strano soggetto psicologico!
Di buon'ora, nella vita, ella aveva scoperto questa importante verità, che, cioè, niente rassomiglia tanto all'innocenza quanto un'imprudenza e, dopo una serie di avventure, — la metà delle quali avute innocentemente, — era riuscita a conquistarsi tutti i privilegi di una personalità.
Essa aveva più volte cambiato marito. Infatti, contava nel suo bilancio tre matrimoni; ma siccome non aveva mai mutato amante, il mondo aveva dopo qualche tempo smesso di sparlare sul suo conto.
Ora aveva quarant'anni, niente figli, ed in complesso una passione sfrenata del piacere, passione che è il segreto di quelli che restano sempre giovani.
Ad un tratto girò curiosamente lo sguardo per la sala e con la sua limpida voce di contralto disse:
— Dov'è il mio chiromante?
— Il vostro?... esclamò la duchessa, trasalendo involontariamente.
— Il mio chiromante, duchessa. Io ora non posso vivere senza di lui.
— Cara Gladys, voi siete molto originale! — mormorò la duchessa, cercando ricordarsi ciò che veramente era un chiromante e sperando non fosse la stessa cosa che un chiropodista.
— Viene regolarmente a vedere la mia mano due volte la settimana, — proseguì lady Windermere, — e vi pone molto interesse.
— Dio del cielo! deve essere certo qualche manicure. Ecco ciò che è veramente terribile! Spero per lo meno che sia straniero: così riuscirà un po' meno gradito.
— Certo, è quì. Io non posso dare un ricevimento senza di lui. Egli mi dice sempre che ho una mano veramente psichica e che se il mio pollice fosse stato appena un poco più corto, sarei stata una pessimista convinta e mi sarei rinchiusa in monastero....
— Oh! comprendo... — disse la duchessa che si sentiva molto più sollevata. — Egli dice la buona ventura, non è così?...
— E la cattiva, e molte altre cose di questo genere.
L'anno venturo, per esempio, io correrò un grande pericolo, in terra, o in mare. Bisognerà dunque che io viva in pallone e ogni sera faccia salire in un cestino il pranzo. Tutto questo è scritto qui, sul mio dito mignolo, o sul palmo della mano, non so più precisamente.
— Ma cara duchessa, coi tempi che corrono, la Provvidenza può senza dubbio resistere alle tentazioni. Io penso che ciascuno, una volta al mese per lo meno, dovrebbe far leggere nella sua mano, per sapere ciò che non deve più fare. Se nessuno non ha la bontà di andare a cercarmi Podgers, andrò io stessa....
— Lasciate fare a me, lady Windermere, — interloquì un giovane piccolo, grazioso, che stava vicino ed aveva seguito la conversazione con un sorriso gioviale. — Se è così singolare come voi dite, lady Windermere, io riuscirò a riconoscerlo: ditemi solo come è ed io ve lo condurrò subito.
— Sia. Non ha nulla del chiromante; voglio dire, che non ha nulla di misterioso, di estatico e che neppure ha una figura romantica. È un uomo piccolo, grasso, con una testa comicamente calva e dei grandi occhiali d'oro; è un tipo che sta fra il medico di famiglia ed il pastore di villaggio. Io ne sono desolata, ma la colpa non è mia. Le persone sono così noiose!... Le mie pianiste hanno tutte l'aria di pianiste, e tutti i miei poeti, l'aria di poeti.
Io mi ricordo, che, nella stagione scorsa, avevo invitato a pranzo un terribile cospiratore, un uomo che aveva versato il sangue di un'infinità di persone e che portava sempre una cotta di maglia in acciaio e teneva un pugnale celato nella manica della camicia. Ebbene! Quando lo vidi, la sua figura mi sembrò quella di un vecchio e buon pastore. In tutta la serata non fece che lanciare motti di spirito, e se ciò mi divertì, mi deluse anche fortemente. Quando l'interrogai sulla sua cotta di acciaio, si contentò di sorridere e mi disse che era troppo fredda per poterla portare in Inghilterra.... Ah! ecco Podgers. Ebbene, sig. Podgers, desidererei che leggeste nella mano della duchessa di Paisley.... Duchessa, volete voi togliervi il guanto.... non quello della mano destra.... l'altro.
— Mia cara Gladys, veramente io non credo che ciò sia conveniente, — disse la duchessa, sbottonando a malincuore il guanto.
— Tutto ciò che interessa è sempre conveniente, rispose lady Windermere: — on a fait le monde ainsi. Ma bisogna che io vi presenti, duchessa... Ecco il signor Podgers, il mio chiromante; il signor Podgers, la duchessa di Paisley... e se voi direte che essa ha un monte della luna più sviluppato del mio, io non vi presterò più fede.
— Sono sicura, Gladys, che non v'è niente di ciò sulla mia mano, — pronunziò con tono grave la duchessa.
— Vostra grazia ha infatti ragione, — replicò Podgers gettando uno sguardo sulla piccola mano grassoccia, dai diti corti e tozzi. — La montagna della luna non v'è sviluppata: però la linea della vita è ottima. Volete avere la bontà di spiegare la giuntura della mano... vi ringrazio... Tre linee distinte sopra la palma... voi vivrete sino a tarda età, duchessa, e sarete grandemente felice... Ambizione moderatissima, linea dell'intelligenza non esagerata, linea del cuore...
— Suvvia, siate discreto, signor Podgers! — esclamò lady Windermere.
— Niente mi potrebbe esser più caro, — rispose Podgers inchinandosi, — se la duchessa me ne avesse dato motivo; ma io sono dolente di dover dire che nella mano leggo una grande costanza di affetti insieme ad un sentimento fortissimo del dovere.
— Volete continuare, signor Podgers? — disse la duchessa con uno sguardo di soddisfazione.
— L'economia non è la minore delle virtù di vostra grazia...
Lady diede in una forte risata.
— L'economia è un'ottima cosa, — osservò con una certa compiacenza la duchessa. — Quando sposai Paisley, egli aveva undici castelli e non una casa che fosse abitabile.
— Mentre ora, — terminò lady Windermere, — egli ha dodici case e neppure un castello!
— Eh!, mia cara, io amo...
— Le comodità, — rispose Podgers, — tutte le comodità dei nostri tempi ed i caloriferi in tutte le stanze... Vostra grazia infatti ha ragione: le comodità sono ancora la sola cosa che la civiltà può darci.
— Voi avete mirabilmente decritto il carattere della duchessa, signor Podgers; volete dire quello di lady Flora?
E, rispondendo ad un cenno di testa della padrona di casa, una piccola fanciulla, da capelli rossi di scozzese e dalle spalle altissime, si alzò sgarbatamente da un divano e presentò una lunga mano ossuta.
— Ah! una pianista suppongo... anzi una eccellente pianista, non è vero? Chi sa, forse una musicista di prim'ordine. Riservatissima, onesta e dotata di un vivo amore per gli animali... È giusto?
— Perfettamente! — esclamò la duchessa, volgendosi a lady Windermere. — Assolutamente esatto.
Flora alleva infatti due dozzine di gatti a Maclosckie e sarebbe capace di riempire la nostra casa di città di un vero serraglio di bestie se suo padre glielo permettesse.
— Bene! ma è appunto ciò che io faccio ogni giovedì sera in casa mia! — rispose ridendo lady Windermere. Solamente io preferisco i leoni ai gatti.
— È questo il vostro solo errore, lady Windermere, — pronunziò Podgers con un saluto cerimonioso.
— Se una donna non può rendere incantevoli i suoi errori, non è che una femmina qualunque... — rispose essa, — Podgers, esaminate ancora qualche mano... Venite sir Thomas, mostrate la vostra al signor Podgers.
Un vecchio signore, dal portamento distinto, si avanzò e tese al chiromante una mano grassa e tozza, con un lunghissimo dito medio.
— Natura avventurosa; nel passato quattro lunghi viaggi ed uno nell'avvenire... Naufragato tre volte... No, due soltanto, una in pericolo di naufragare nel prossimo viaggio. Conservatore furibondo; puntuale; appassionato per le collezioni di curiosità... Una malattia pericolosa fra i sedici e diciotto anni... Erede di una grossa fortuna verso i parenti... Grande avversione per i gatti ed i radicali.
— Straordinario! — esclamò sir Thomas. — Dovreste leggere la mano di mia moglie.
— Della seconda moglie? — chiese tranquillamente Podgers, che teneva ancora la mano del vecchio fra le sue.
Ma lady Marvel, donna di aspetto malinconico, con capelli neri e ciglia sentimentali, rifiutò recisamente di lasciarsi rivelare il suo passato e il suo avvenire.
Gli sforzi di lady Windermere non valsero neppure a far togliere i guanti al signor di Koloff, ambasciatore russo.
Veramente molte persone esitavano ad affrontare quello strano piccolo uomo, dal sorriso stereotipato, dagli occhiali d'oro e gli occhi che brillavano come rubini; e quando egli ebbe detto alla povera lady Fermor, ad alta voce e dinanzi a tutti, che ella s'intendeva molto poco di musica, ma che in compenso prendeva delle folli passioni per i musicisti, divenne opinione generale che la chiromanzia era una scienza e che bisognava incoraggiarla, ma a tête-à-tête.
Lord Arturo Savile, che non sapeva niente della disgraziata storia di lady Fermor, e che aveva seguito Podgers con grande interesse, provò una viva curiosità di far leggere nella sua mano. Siccome, però, sentiva un po' di timidezza a farsi avanti, si avvicinò a lady Windermere e, tutto rosso in viso, le disse se Podgers avrebbe voluto occuparsi di lui.