Il fantasma di Canterville e il delitto di Lord Savile
Part 2
Appena entrarono nel viale del castello di Canterville il cielo si oscurò improvvisamente, uno stormo di cornacchie passò silenzioso sopra le loro teste, e prima del giungere all'abitazione grosse gocce di pioggia cominciarono a cadere.
Furono ricevuti sugli scalini dell'ingresso da una vecchia donna vestita di seta nera, con la cuffia e grembiale bianco: era la signorina Umney, la governante che il signor Otis aveva acconsentito di conservare al suo servizio per le vive insistenze di lady Canterville.
Mentre la famiglia scendeva dalla vettura, la signorina Umney fece un profondo inchino e disse con l'accento strano del buon tempo antico:
— Ben venuti al castello di Canterville.
Tutti s'incamminarono dietro di lei, attraverso un bel vestibolo in stile Tudor e giunsero nella biblioteca, una lunga e larga sala, con un gran finestrone a vetri, dove il _the_ era pronto. Poi che si furono sbarazzati degli indumenti di viaggio, si sedettero, e mentre la governante preparava la colazione volsero lo sguardo intorno. Ad un tratto lo sguardo della signora Otis cadde sopra una macchia rosso scura del pavimento, precisamente accanto al caminetto, e senza rendersi esatto conto di ciò che stava per dire, chiese alla signorina Umney:
— Mi pare che sia stato versato qualche cosa in quel punto.
— Sì, signora, — rispose la governante. — Vi è stato versato del sangue.
— È indecente! — esclamò la signora Otis — Io non voglio macchie di sangue nel salone: bisogna farle togliere al più presto...
La vecchia sorrise e a bassa voce, in aria di mistero, soggiunse:
— È il sangue di Eleonora di Canterville, che fu uccisa in quel punto da suo marito, Sir Simone di Canterville, nel 1575. Sir Simone le sopravvisse nove anni e disparve ad un tratto in circostanze misteriose: il suo corpo non fu mai ritrovato: ma il suo spirito continua ad abitare questa casa. La macchia di sangue non si è mai potuta togliere... è impossibile.
— Tutte queste non sono che sciocchezze — esclamò Washington Otis. — Il rimedio per smacchiare dell'incomparabile Pinkerton farà sparire tutto in un batter d'occhio.
E prima che la governante terrorizzata potesse intervenire egli si era posto in ginocchio e fregava il pavimento con un piccolo pezzo di una sostanza che somigliava a cosmetico nero.
In pochi minuti la macchia era scomparsa, senza lasciar traccia.
— Sapevo bene che il Pinkerton avrebbe rimediato a tutto! — esclamò in tono di trionfo, volgendo lo sguardo intorno sulla famiglia piena, di ammirazione.
Ma aveva appena pronunziate queste parole che un lampo illuminò la stanza scura e un rumore di tuono mise in agitazione tutti e in special modo la signorina Umney, che svenne.
— Che brutta stagione, — disse con calma il ministro accendendo un sigaro.
— Mio caro Hiram, — chiese la signora Otis — cosa potremo fare di una donna che sviene così facilmente?
— Le daremo una multa sopra il suo salario e vedrete che non cadrà più in deliqui!
La governante non tardò a riaversi; ma, ancora sconvolta, con voce austera, avvertì la signora Otis ch'ella avrebbe avuto delle noie in quella casa.
— Ho visto coi miei occhi cose tali da far rizzare i capelli sulla testa ad un cristiano e per notti e notti non ho potuto chiudere occhio per le cose terribili avvenute fra queste mura, — aggiunse essa.
Il signore e la signora Otis sorrisero ed affermarono vivamente che essi non avevano affatto paura dei fantasmi. La vecchia governante, dopo aver invocata la benedizione della Provvidenza sui suoi nuovi padroni e domandato un aumento di salario, ritornò zoppicando nella sua stanza.
II.
La tempesta imperversò tutta la notte. Il giorno dopo, quando la famiglia scese per la colazione, la macchia sul pavimento era riapparsa.
— Non credo che sia colpa dell'impareggiabile smacchiatore, — disse Washington — perchè ne ho fatta la prova su ogni genere di macchia. Deve essere stato il fantasma.
Quindi tornò a cancellare la macchia con qualche fregamento, ma questa il giorno dopo riapparve, sebbene la biblioteca fosse stata ben chiusa e la signora Otis ne avesse portata seco la chiave. Da quel momento la famiglia cominciò ad interessarsi della cosa, ed il signor Otis fu sul punto di credere di avere troppo teorizzato negando l'esistenza del fantasma. Sua moglie espresse anzi l'intenzione di affiliarsi alla Società spiritica ed egli preparò una lunga lettera ai signori Myers e Podmore, autori del _Phantasms of the liviny_, spiegando loro la persistenza delle macchie di sangue che derivavano da un delitto commesso.
Quella notte ogni dubbio sulla esistenza oggettiva del fantasma si dileguò.
La giornata era stata calda e il sole splendente: la famiglia aveva approfittato del rinfrescare serotino per fare una passeggiata in carrozza, e non rientrò in casa che alle nove per una leggera cena.
La conversazione non si aggirò affatto su fantasmi, cosicchè mancarono le più elementari condizioni di attenzione e di impressione che precedono così spesso i fenomeni spiritici. Parlarono, come seppi in seguito dal signor Otis, semplicemente dell'immensa superiorità di Janny Davenport su Sarah Bernhardt come attrice: delle difficoltà di trovare del granturco verde, dei grappoli d'uva, della polenta anche nelle migliori case inglesi: dell'importanza di Boston sull'espansione dell'anima universale; dei vantaggi del sistema di registrare i bagagli dei viaggiatori; e poi della dolcezza dell'accento nuowyorkese in confronto di quello strascicato di Londra.
Non si fece allusione a niente di soprannaturale e neppure indirettamente si parlò di Sir Simone di Canterville; alle ore undici la famiglia andò a coricarsi.
Alle undici e mezzo tutti i lumi erano spenti. Qualche tempo dopo il signor Otis fu svegliato da uno strano rumore nel corridoio davanti alla sua camera; pareva un rumore di ferri agitati che si avvicinassero sempre più. Egli si alzò subito, accese un fiammifero e guardò l'ora. Era un'ora precisa. Calmissimo, si tastò il polso e non lo trovò affatto agitato. Il rumore intanto continuava, accresciuto ora da uno scalpiccìo ben distinto di passi. Allora il signor Otis infilò le pantofole, prese dal cassetto della toletta una piccola bottiglia di forma bislunga, aprì la porta, e vide in faccia appunto a lui, sul pallido chiarore della luna, un vecchio dall'aspetto terribile. Oli occhi sembravano accesi carboni; una capigliatura lunga e grigia ricadeva a ciocche sulle spalle; i suoi abiti, di moda antica, erano sporchi e stracciati, e dai suoi polsi e dal collo dei piedi pendevano pesanti catene, attaccate a ceppi arrugginiti.
— Mio caro signore — disse il ministro, — vogliate avere almeno la bontà di dare un po' d'olio alle vostre catene: io vi ho portato una piccola bottiglia di _Tamnany-Soleil-Levant_. Si afferma che una sola volta sia sufficiente e sull'etichetta vi sono molti certificati dei più eminenti fra i nostri scienziati che ne fanno fede. La lascio qui vicino ai candelieri e mi farò un piacere di procurarvene ancora, se lo desiderate.
Dopo queste parole, il ministro degli Stati Uniti posò la boccetta sopra una tavola di marmo, chiuse la porta e si rimise a letto.
Per qualche tempo il fantasma di Canterville restò immobile, stupito dallo sdegno; poi, lanciando rabbiosamente la boccetta sul pavimento incerato, fuggì attraverso il corridoio, mandando rantoli cavernosi e spandendo una singolare luce verde. Ad onta di tutto questo, quando arrivò allo scalone di quercia vide una porta aprirsi ad un tratto, due piccole figure ammantate di bianco mostrarsi nel vano e un pesante guanciale gli sfiorò la testa.
Evidentemente non vi era da indugiare, per cui, utilizzando come mezzo di fuga la quarta dimensione dello spazio, svanì attraverso il muro, e la casa ritornò nella calma.
Giunto in un piccolo locale segreto dell'ala sinistra del fabbricato, si addossò ad un raggio di luna per riprender fiato e si mise a riflettere onde rendersi conto della situazione.
Mai nella sua brillante carriera, che durava da trecento anni, era stato così grossolanamente insultato. Si ricordò della duchessa vedova, cui egli aveva provocato una crisi di paura, mentre si specchiava, coperta di trine e di diamanti; ricordò le quattro fantesche, alle quali aveva fatto venire le convulsioni isteriche solo col far loro dei versacci fra le portiere di una delle camere dei forestieri: pensò al rettore della parrocchia, a cui aveva spento la candela mentre usciva dalla biblioteca e che da quel momento era stato uno dei clienti più assidui di Sir William Gulle, martire di ogni genere di disordini nervosi; gli ritornò alla mente la vecchia signora di Trémonillac che, svegliandosi al mattino, aveva veduto nella poltrona innanzi al fuoco uno scheletro intento a leggere ciò che essa aveva scritto, e da allora aveva dovuto rimanere in letto sei mesi, per un attacco di febbre cerebrale. Guarita, si era riconciliata con la chiesa ed aveva rotto ogni relazione con quel terribile scettico di Voltaire. Si ricordò pure di quella notte terribile nella quale quel briccone di Canterville era stato trovato agonizzante nel suo abbigliatojo col fante di picche cacciato in bocca, e aveva confessato che, per mezzo di quella stessa carta, aveva rubato a Carlo Fox presso Crockford, la somma di diecimila sterline: egli giurava che il fantasma gli aveva fatto ingoiare quella carta da giuoco. Tutte le sue grandi imprese gli tornavano alla mente. Vide sfilare nella sua memoria il cantoniere che si era bruciato le cervella per aver visto una mano verde battere nel vetro della finestra; e la bella lady Steelfield, che era stata obbligata di portare al collo un nastro di velluto nero per nascondere il segno di cinque dita, impresse come un ferro rovente sulla sua pelle bianca, e che aveva finito per annegarsi nel laghetto del Viale del Re.
Pieno dell'egoistico entusiasmo del vero artista, il fantasma passò nelle sua mente in rivista le parti più celebri da lui rappresentate, e sorrise amaramente ricordando la sua ultima apparizione nella parte di «Raben il Rosso o il lattante strangolato», il suo debutto in quello di «Gibeone il Vampiro mago della landa di Bexley», e il furore che aveva suscitato in una bella serata di giugno, giuocando alle bocce coi suoi stessi ossi, sulla spianata del _lawn-tennis_.
E tutto ciò per giungere a quale resultato?
Dei miserabili americani moderni venivano ad offrirgli del grasso alla marca del _Soleil-Levant_, e a gettargli sulla testa dei guanciali; ciò era assolutamente intollerabile; nessun fantasma, secondo quando la storia afferma, era stato mai trattato così. Bisognava prendere una rivincita. Fino all'alba il fantasma rimase in atteggiamento di profonda meditazione.
III.
L'indomani, quando la colazione riunì la famiglia Otis, si parlò assai lungamente del fantasma. Il ministro degli Stati Uniti era naturalmente un poco irritato perchè la sua offerta non era stata gradita.
— Non ho affatto intenzione di recare ingiuria al fantasma, — e riconosco che, visto il lungo tempo del soggiorno nella casa, non è stato gentile gettargli dei cuscini sulla testa...
Questa osservazione, tanto giusta, provocò da parte dei gemelli un'esplosione di risa.
— Ma d'altra parte — riprese il signor Otis, — se persiste davvero a non adoperare il grasso con la marca _Soleil-Levant_, bisognerà che noi gli togliamo la sua catena; altrimenti sarà impossibile dormire con tutto quel frastuono alla porta delle camere da letto.
Per un'intera settimana tutto fu calmo: la sola cosa che attirava un po' d'attenzione era il riapparire continuo della macchia di sangue sul pavimento della biblioteca. Era certamente un fatto strano, tanto più che la porta veniva sempre chiusa a chiave la sera e venivano chiuse pure le finestre. Con stupore fu anche osservato che la macchia cambiava di colore frequentemente, come un camaleonte. Certe mattine essa era rossa scura, quasi di un «rosso indiano»: altra volta era vermiglia: poi dell'acceso colore della porpora e una volta, quando discesero per fare la preghiera, secondo il rito della libera chiesa episcopale riformata americana, si trovò la macchia di un bel verde smeraldo.
Naturalmente, questi cambiamenti da caleidoscopio divertivano molto tutti ed ogni sera si facevano scommesse sul colore che le macchie avrebbero assunto il giorno dopo.
Soltanto la piccola Virginia non prendeva mai parte agli scherzi. Per una ragione ignota, essa rimaneva sempre vivamente impressionata alla vista della macchia di sangue ed era stata sul punto di piangere quando era apparsa del colore verde smeraldo.
Il fantasma fece la sua seconda apparizione in una notte di domenica.
Poco dopo coricata, la famiglia fu d'un tratto posta in allarme da un enorme fracasso che veniva dal vestibolo.
Scesero tutti subito e trovarono che una completa armatura si era staccata dal suo posto ed era caduta sul pavimento. Vicino ad essa, seduto sopra una poltrona dall'alta spalliera, il fantasma di Canterville si fregava i ginocchi con un'espressione di vivo dolore sul volto. I gemelli i quali si erano muniti della loro fionda, gli lanciarono subito due pallottoline con la sicurezza di mira che si può acquistare solo a forza di lunghi e pazienti esercizi fatti sopra il professore di calligrafia. Frattanto il ministro degli Stati Uniti puntava sul fantasma la sua rivoltella e secondo la usanza dei Californiesi, gli intimava di alzare in aria le braccia. Il fantasma si levò bruscamente, mandando un grido di selvaggio furore e svanì come nebbia, spegnendo la candela di Washington Otis e lasciando tutti nella più completa oscurità.
Giunto in cima alle scale riprese possesso di sè e si decise a lanciare il suo scoppio di risa satanico, che in mille occasioni aveva sperimentato essere un procedimento di effetto sicuro.
Si racconta che ciò aveva fatto diventare grigia in una sola notte la parrucca di Lord Naker. Certo bastò a decidere le tre governanti francesi a dare le loro dimissioni prima di finire il primo mese di servizio.
Ricordando questo lanciò dunque la sua orribile risata, svegliando ad una ad una tutte le eco delle antiche volte: ma appena le terribili risonanze si dispersero, una porta si aprì e apparve in veste da camera celeste la signora Otis.
— Temo, — disse ella — che siate indisposto e vi porto una boccetta con tintura del dottore Bobell: se si tratta d'indigestione vi farà molto bene...
Il fantasma la guardò con due occhi fiammeggianti di furore e si accinse a cambiarsi in un grosso cane nero: questo era il tiro che gli era valso molta meritata reputazione ed a cui il medico di famiglia aveva sempre attribuito l'idiotismo incurabile dello zio di Lord Canterville, l'onorevole Tommaso Horton. Però, un rumore di passi che gli si avvicinavano gli fece cambiare idea e si contentò di farsi leggermente fosforescente, indi svanì, dopo avere emesso un gemito sepolcrale, proprio mentre i due gemelli stavano per raggiungerlo.
Rientrato nel suo rifugio si sentì finito: egli era in preda alla più violenta agitazione.
La volgarità dei due gemelli e il materialismo della signora Otis erano certamente irritanti; ma ciò che l'umiliava di più, era di non aver potuto reggere l'armatura di ferro.
Aveva pensato d'impressionare anche quegli americani moderni, di farli tremare alla vista d'uno spettro corazzato, almeno per deferenza al loro poeta nazionale Longfellow, l'autore dello «Scheletro nella sua corrazza», di cui le poesie graziose e interessanti l'avevano spesso aiutato a passare il tempo che i Canterville trascorrevano a Londra.
Quella, poi, era la sua armatura; egli l'aveva portata con gran successo al torneo di Kentworth e ne era stato complimentato dalla Vergine Regina.
Ma quando ora aveva voluto indossarla nuovamente, era quasi rimasto schiacciato dal peso enorme della corazza e dall'elmo d'acciaio, ed era caduto pesantemente sul pavimento, scorticandosi crudelmente i ginocchi e lussandosi il polso destro.
Per vari giorni rimase ammalato e fece appena qualche passo; ma a forza di cure finì per rimettersi e si decise a tentare un terzo espediente per spaventare il ministro degli Stati Uniti e la sua famiglia.
Scelse per il suo nuovo debutto il venerdì 17 agosto e consacrò una gran parte della giornata a rivedere il suo costume.
La sua scelta si posò sopra un cappello a falde rialzato da una parte e abbassato dall'altra con una penna rossa: un manto sfilacciato alle maniche e al colletto, e infine un pugnale arrugginito.
Verso sera scoppiò un violento temporale: il vento era così forte che scuoteva tutto il castello e faceva sbattere le porte e le finestre della vecchia dimora: era proprio il tempo che ci voleva.
Ecco quello che egli aveva in mente di fare: sarebbe entrato senza far rumore nella camera di Washington Otis, gli avrebbe sussurrato alcune parole tenendosi ai piedi del letto e gli avrebbe piantato tre volte il suo pugnale nella gola al suono tenue di una melodia.
Egli sentiva un odio speciale contro Washington, perchè sapeva perfettamente che era lui che aveva l'abitudine costante di pulire la famosa macchia di sangue di Canterville, con l'aiuto dello smacchiatore incomparabile di Pinkerton.
Dopo aver ridotto in un profondo stato di terrore lo spensierato giovane, sarebbe entrato nella camera del ministro degli Stati Uniti e di sua moglie, e allora avrebbe posato la mano viscida sulla fronte della signora Otis, e con voce sorda avrebbe mormorato agli orecchi di suo marito tremante i terribili segreti del Carnaio.
Contro la piccola Virginia non aveva stabilito ancora niente: ella non l'aveva mai insultato ed era tanto bella, tanto buona!
Qualche grugnito che partisse dall'armadio gli sembrava sufficiente e, se non giungeva a svegliarla, sarebbe arrivato a tirare la coperta con le sue dita tremolanti di paralisi.
Quanto ai gemelli, era risoluto a dar loro una buona lezione: per prima cosa si sarebbe seduto su di loro in modo da produrre l'effetto della soffocazione in sogno: indi, profittando della vicinanza dei loro letti, si sarebbe rizzato sullo spazio libero, con l'aspetto di un cadavere verde, freddo come il ghiaccio, finchè non fossero paralizzati dal terrore. Poi, gettato via il suo sudario, avrebbe fatto a quattro zampe il giro della stanza sotto forma di scheletro tutto bianco, rotando uno degli occhi nella sua orbita, in modo da rappresentare il «Daniele muto, o lo scheletro del suicida», parte nella quale in mille circostanze aveva suscitato grande effetto. Si riteneva ugualmente abile in questa parte, come in quella di «Martino il pazzo o il mistero mascherato». Alle dieci e mezzo sentì la famiglia che saliva per coricarsi.
Per qualche momento fu disturbato dai sonori scoppi di risa dei gemelli, che, evidentemente, con la loro pazza gioia di scolaretti giocavano prima di mettersi a letto.
Ma alle undici e un quarto tutto era tornato in silenzio e quando suonò mezzanotte, egli si avviò a compiere la sua vendetta.
La civetta volava contro i vetri della finestra; il corvo urlava nella spaccatura d'un vecchio tasso e il vento gemeva, errando intorno alla casa come un'anima in pena; ma la famiglia Otis dormiva tranquilla, senza neppure sospettare la sorte che l'attendeva.
Il fantasma sentiva perfettamente il russare regolare del ministro degli Stati Uniti, che dominava il rumore della tempesta.
Scivolò allora lungo il muro. Un sorriso cattivo increspava la sua bocca crudele, e la luna nascose la sua faccia dietro una nuvola, quando egli passò davanti alla apertura ogivale ove erano impresse in turchino e oro le sue armi e quelle della sua moglie assassinata. Camminava sempre come un'ombra funesta e pareva quasi che facesse retrocedere le tenebre stesse sul suo passaggio.
Ad un certo punto credette sentire una voce che chiamasse. Si fermò; era invece un cane che abbaiava.
Si rimise in cammino, mormorando strani giuramenti del sedicesimo secolo e brandendo di quando in quando nella brezza di mezzanotte, il pugnale arrugginito.
Arrivato finalmente all'angolo del corridoio che conduceva alla camera dell'infelice Washington, si arrestò.
Il vento agitava intorno alla sua testa le lunghe ciocche di capelli grigi, e faceva svolazzare, in pieghe grottesche e fantastiche, l'orrido sudario che recava addosso.
L'orologio suonò il quarto ed egli comprese che il momento era giunto. Fece a se stesso un ghigno e svoltò l'angolo; ma aveva appena fatto un passo che indietreggiò emettendo un gemito di terrore.
Dinanzi a lui si ergeva un orribile spettro, immobile come una statua, mostruoso come il sogno d'un pazzo.
La testa dello spettro era calva e rilucente, la faccia rotonda, grassotta e bianca.
Un riso orribile sembrava averne deformato i tratti in una smorfia eterna; dagli occhi usciva a fasci una luce rossa scarlatta. La bocca pareva un gran pozzo di fuoco, e un vestito orrido come quello di Simone stesso, drappeggiava il suo corpo dalle forme titaniche.
Sul petto era fissato un foglio con una iscrizione in caratteri strani, antichi; era forse un'epigrafe infamante, dov'erano iscritti tremendi delitti, una terribile lista di misfatti.
Finalmente nella mano destra teneva una scimitarra di acciaio luccicante.
Non avendo egli veduto fino a quel giorno fantasmi, provò naturalmente una paura terribile e, dopo aver gettato fuggivamente un secondo sguardo sull'orrido spettro, ritornò alla sua camera a grandi passi, inciampando nei lenzuoli in cui era avviluppato.
Percorse correndo il corridoio e finì per lasciarsi cader di mano il pugnale arrugginito sugli stivali alla scudiera del ministro, nei quali stivali venne ritrovato l'indomani dal cameriere.
Rientrato nel suo recondito asilo, si lasciò abbattere su di un piccolo lettuccio e nascose il viso fra le lenzuola.
Ma dopo un momento il coraggio indomabile dei Canterville d'altro tempo, si ridestò in lui, ed egli prese la risoluzione di andare a parlare all'altro fantasma, spuntato il giorno.
Per cui, appena l'alba ebbe illuminate le colline, ritornò al posto dove aveva visto per la prima volta l'orrido fantasma.
Diceva a se stesso che alla fine due fantasmi valevano più di uno, e con l'aiuto del suo nuovo amico avrebbe potuto combattere vittoriosamente contro i due gemelli.
Ma quando fu giunto, si trovò in presenza di uno spettacolo terribile.
Certamente doveva essere accaduto qualche cosa allo spettro, perchè la luce era completamente sparita dalle sue orbita; la scimitarra luccicante era caduta dalla sua mano ed egli si teneva appoggiato al muro in un atteggiamento incomodo... Si slanciò in avanti e lo prese fra le sue braccia; ma quale fu il suo orrore, vedendo la testa distaccarsi e ruzzolare per terra, il corpo prendere la posizione di coricato.
Allora s'accorse di stringere una tenda di grossa tela bianca e che un manico di granata, un coltello di cucina e una zucca vuota, giacevano ai suoi piedi.
Non comprendendo nulla di questa curiosa trasformazione, prese con mano febbrile lo scritto e vi lesse, alla luce grigia del mattino, queste parole terribili:
ECCO IL FANTASMA OTIS IL SOLO VERO E AUTENTICO SPIRITO. DIFFIDARE DELLE IMITAZIONI. TUTTI GLI ALTRI SONO CONTRAFFAZIONI.
Tutta la verità gli apparve improvvisamente; egli era stato burlato, mistificato, ingannato...
L'espressione che caratterizzava lo sguardo del vecchio di Canterville, riapparve nei suoi occhi; serrò le sue mandibole sdentate e alzando le mani corrose sopra la testa, giurò secondo la formula pittoresca della scuola antica, che quando Chanteclair avesse suonato due volte il suo allegro appello di cornetta, sarebbero avvenuti fatti sanguinosi, e che l'assassino dal piede silenzioso sarebbe uscito dal suo ricovero.
Aveva appena finito di fare questo tremendo giuramento, che da un cascinale lontano, dal tetto di tegoli rossi, partì il canto di un gallo.
Il fantasma emise un riso prolungato, lento, amaro ed attese.
Attese un'ora, poi un'altra, ma non si sa per quali misteriose ragioni, il gallo non cantò più.