# Il fallo d'una donna onesta

## Part 6

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La Teresa aveva percorso il viale dei tigli ove le foglie secche scricchiolavano sotto i suoi piedi, e prendendo un sentiero coperto di ghiaia minuta s'era spinta fino al piccolo lago ingrossato dalla pioggia recente. Voltò a destra, salì una viottola serpeggiante intorno a una collinetta, ridiscese dal lato opposto, e giunse ad un punto ove le due sponde del laghetto si restringevano e l'acqua frenata da una doppia fila di sassi si frangeva rumorosamente e rimbalzava dall'altra parte fuggendo via in sottile rigagnolo e lambendo i rami di un gruppo di salici. Lì presso, in un'insenatura della riva, a due o tre metri sul livello dell'acqua era un rustico sedile di legno, e dietro al sedile, sopra un piedestallo, una statuina di Diana alla quale da tempo immemorabile mancava un braccio.

Quante volte la Teresa aveva cercato questo tranquillo recesso! Quante volte, a metà del giro del giardino, vi aveva fatto una breve sosta in compagnia dei suoi ospiti! Anche oggi il romito asilo le piacque. Ella sedette e pensò. Pensò alla sua vita onesta di cui tanta parte s'era svolta in quei luoghi. Da bambina veniva ogni autunno con la madre a passare un mesetto nella villa non sua ma dei genitori di colui che doveva diventar suo marito e che allora, maggiore di lei di ben quindic'anni, le badava appena. Ella faceva il chiasso con altri fanciulli della sua età, ormai dispersi pel mondo, saliva sull'altalena, s'arrampicava sugli alberi, ruzzolava giù per le collinette, scendeva nel canotto e tragittava il lago minuscolo. Più tardi, uscita d'infanzia, appassionata della lettura e dello studio ella preferiva la solitudine, e a passi taciti e quasi furtivi s'avviava alla statuina di Diana, portando seco qualche suo libro favorito. Però, accadeva assai di rado che non la disturbassero. E il disturbatore perenne era Tullio Valdengo, un uomo maturo al paragone di lei, che da un po' di tempo non si sapeva che gusto potesse trovare a discorrere con una ragazzina. Eppure egli ne trovava tanto che un bel giorno, proprio sotto gli occhi di Diana, egli le domandò a bruciapelo se voleva esser sua moglie.

--Le nostre due famiglie--egli le disse--sarebbero così contente di questo matrimonio!--Côlta alla sprovveduta, ella si sbigottì e fuggì via senza rispondere, correndo in traccia della sua mamma. E la sua mamma e il suo babbo, che si era recato apposta a Mogliano, e il babbo e la mamma di Tullio Valdengo l'assediarono con tante sollecitazioni, le magnificarono con sì vivi colori la felicità che l'aspettava, ch'ella, sebbene non innamorata di Tullio, si lasciò strappare il sì desiderato. E del resto, perchè avrebbe detto di no? Se non era innamorata di Tullio, non era innamorata di nessun altro. Nessuno fra i giovani ch'ella aveva visto, neanche tra quelli che le avevano dati segni manifesti di simpatia, era riuscito a guadagnarsi il suo cuore. Tullio Valdengo almeno ella lo conosceva (le famiglie erano legate da una lontana parentela e da una strettissima intimità), lo sapeva buono, intelligente, leale, e s'egli aveva trentaquattr'anni quand'ella non ne aveva che diciannove, l'era forza convenire che non era lecito chiamarlo un vecchio. Le ragioni economiche che avevano avuto tanta parte nell'assenso entusiastico dei suoi genitori, avevano minor valore per lei. Tuttavia, cresciuta fra gli agi, benchè non avesse che una piccolissima dote, ella capiva che, senza un grande amore, non si sarebbe acconciata volentieri a nozze troppo modeste. Sposò dunque Tullio Valdengo e gli fu moglie savia e fedele, com'egli le fu affettuoso e fedele marito. Con lui ella ignorò l'ebbrezze della passione, ignorò le gioie soavissime dell'assoluto consentimento di due anime; troppo gli era superiore per forza d'ingegno, per vivacità di fantasia, per raffinatezza di gusti. Pur non era e non si credeva infelice. Era convinta che ad altre donne la vita desse di più di quel che non dava a lei, ma le pareva che, tranne forse per poche privilegiate dalla fortuna, quel di più dovesse portar seco il rischio di amari disinganni e di crudeli inquietudini. Difesa dal rispetto di sè, dal rispetto del nome di suo marito, ell'era passata vincitrice attraverso alle insidie. Nè si vantava di aver superato grandi pericoli. Ell'aveva ben compreso che appena una volta su mille le dichiarazioni galanti esprimono un sentimento vero e profondo, e provava un disprezzo incommensurabile pei libertini, pei seduttori di professione. Ella fulminava con la sua ironia tutti questi don Giovanni proteiformi; gli audaci e i timidi, i piagnucolosi e i gioviali; li fulminava e se li levava d'attorno in un batter d'occhio, con grande meraviglia di qualche conoscente sua altrettanto virtuosa ma meno risoluta, che non riusciva a liberarsi dagl'importuni. In un solo caso, e non si trattava d'un don Giovanni, la Teresa s'accorse d'aver destato in un uomo un affetto degno di lei; nel caso del conte Mario Vergalli. Ah, quello sì che le voleva bene; quello sì che meritava d'essere amato. Ma era anche più innanzi negli anni di Tullio Valdengo; gli mancava il fascino, l'impeto della gioventù, e a lei non fu difficile di moderarne i trasporti, pur conservandoselo amico. Solo alle donne illibatamente oneste è dato operar il miracolo di trasformare in amicizia l'amore che inspirano. E un'amicizia nata in tal modo ha una poesia, una fragranza che le solite amicizie non hanno. Certo si è che quella di Mario Vergalli aveva finito di riconciliare la Teresa Valdengo con la propria sorte; l'intimità con un cuore così nobile, con uno spirito così elevato la compensava a dovizia della scarsa idealità del marito... E talora ella diceva a sè stessa che se il cielo le avesse accordato le dolcezze della maternità ella non avrebbe avuto più nulla a desiderare... Invece ell'era rimasta vedova, giovine ancora... e non era passata a seconde nozze. Perchè? Era un mistero anche per lei. Sebbene ell'avesse assistito con mirabile abnegazione il suo fedele compagno di oltre quindici anni, ell'era troppo schietta da dire che Tullio Valdengo, morendo, aveva aperto nel suo cuore una di quelle ferite che non si rimarginano. O perchè dunque non aveva ella voluto ricominciar la vita con l'uomo che, nell'intimo suo, ella preferiva a ogni altro, perchè non aveva voluto premiare un così raro disinteresse, una costanza sì rara? Era lì, nel giardino, era presso al lago ch'egli l'aveva pregata di accettare il suo nome; era lì che, stendendogli la destra, ella gli aveva risposto:--Perdonatemi, amico mio, non intendo rimaritarmi. Ove mutassi idea, sarei orgogliosa d'appartenervi... Ma ricordatevi che non dovete incatenare la vostra libertà, sacrificare il vostro avvenire a me... che lo merito così poco... Se un'altra...

Egli l'aveva interrotta.--Non parlatemi _d'un'altra_... Qualunque cosa vi piaccia essere, sposa od amica--(amante non disse perchè troppo la rispettava)--ci siete voi sola per me.

La Teresa sentiva ancora negli orecchi il suono di quelle dolci parole, aveva ancora davanti agli occhi l'atto cavalleresco con cui il conte Mario le accompagnava, chinandosi alquanto verso di lei e baciandole rispettosamente la mano.

Ah sciocca, sciocca, che avrebbe potuto posar la fronte su quel petto leale e trovare un asilo sicuro fra quelle braccia di soldato e di gentiluomo!

Non più ora, non più... Quand'anche egli le avesse perdonato il suo fallo, ella non sarebbe stata mai la contessa Vergalli... Un momento d'oblio aveva distrutto tutta l'opera laboriosa del suo passato, aveva distrutto ogni speranza dell'avvenire.

Nè in questo completo naufragio della sua vita la Teresa pensava che un soccorso qualsiasi potesse venirle da Guido di Reana. In nessun caso sarebbe ricorsa a lui, in nessuno... nemmeno se l'orribile dubbio che l'angosciava si fosse tramutato in realtà. Aveva creduto d'amarlo; glielo aveva detto, glielo aveva provato con quel dono di sè che gli uomini, a torto o a ragione, reputano la sola valida prova d'amore; e adesso, tre giorni dopo ch'egli era partito, adesso, col terrore d'una catastrofe ond'egli sarebbe stato la causa, adesso il suo cuore era già insensibile e muto per lui. Non lo amava e non l'odiava. Solo non era spento nel suo animo quel senso di pietà femminile, quasi materna, ch'egli aveva inspirato sin dal primo vederlo. Lo considerava come un fanciullo cieco ed irresponsabile al quale non si può domandar conto del male che ha fatto.

XIV.

--Disturbo?

Era Sauri, il dottore, che s'era fermato, col cappello in mano, a pochi passi dalla Teresa.

Ella dissimulò a fatica la sua noia. Pur troppo ell'avrebbe dovuto interrogare un medico. Non avrebbe però interrogato nè Sauri, nè altri ch'ella conoscesse... Sauri, a ogni modo, meno di tutti.

--Avanti pure--ella rispose.--E si copra, chè non fa mica caldo.

--Ho sentito--ripigliò il dottore--ch'ell'era in giardino e mi son immaginato che sarebbe stata qui nel suo posto prediletto... Ma badi ch'è un posto umido, e se non istà perfettamente...

--O perchè vuole ch'io non stia perfettamente?--replicò la Teresa colorandosi in viso.

--Non so... Or ora era pallida... E qualche parola della cameriera...

--Pettegola!... O dica la verità... È stata lei a farlo venire?

--No, da galantuomo... Era una visita che le facevo io spontaneamente... E dal momento che son qui...

La Teresa capì che non sarebbe stato opportuno il voler nasconder tutto, e soggiunse:--Ho avuto iersera un disturbo di stomaco... Questa è la gran malattia.

--Mi vuol mostrar la lingua?

--Non ho più nulla!

--Via--insistè Sauri,--lasci vedere.

--Oh che noioso... Ecco la lingua... È contento?

--È bianca... sporca...

--Tornerà pulita.

--Non c'è dubbio... Ma prenda due polverine di Seidlitz.

--Domani... se ne avrò bisogno... le prenderò.

--E il polso?... Mi dia il polso.

--O Sauri... non la finiamo?

--Il polso poi... Che cos'è un medico che non tasta il polso?

La Teresa dovette rassegnarsi.

--Un po' frequente... un po' agitato--disse Sauri,--Ma non c'è febbre... Credo che una purgatina basterà... Però io la consiglierei di aversi qualche riguardo... O che bisogno ha di venir qui in riva al lago?

--Non son mica le paludi pontine... E se crede ch'io sia disposta a rimaner tappata in casa...

--No... Ma per un paio di giorni potrebbe contentarsi di star sul davanti ove c'è più sole...

--Ce n'è anche qui del sole...

--Ce n'è meno... E poi c'è l'acqua e ci son troppi alberi... Non convien dimenticarsi che siamo al 2 di novembre.

--Il giorno dei morti.

--Già, quest'anno è caduto di domenica.

--È vero, è domenica... Essendo stata festa ieri mi confondevo... credevo fosse lunedì.

Il dottore parlò alquanto delle corse di Treviso, dello spettacolo d'opera al Teatro Sociale. Ella non ci andava?

--Se sono un'invalida!--disse la Teresa sorridendo.

--Oh per sabato prossimo che c'è la corsa grande sarà perfettamente guarita... Intanto, badi a me, venga via di qua...

E per darle il buon esempio si alzò.

La Teresa si strinse nelle spalle. Tuttavia ella consentì ad avviarsi verso casa in compagnia del dottore, chiacchierando di cose indifferenti.

--Passerò domattina--disse Sauri accommiatandosi.

Ella si chinò su un cespo di rose.--Arrivederci.

Oh come gli sarebbe stata riconoscente s'egli le avesse scoperto il principio d'una grave infermità; d'una buona tifoidea, d'una polmonite doppia, d'una congestione cerebrale o di qualche cosa di simile! Come si sarebbe messa a letto docile e rassegnata, rassegnata a morire se la Provvidenza voleva così, rassegnata a guarire se, guarendo, ella non avesse più sentito la spina acutissima che ora le trafiggeva le carni. Per un istante ell'ebbe l'idea di tornarsene laggiù, appunto perchè Sauri le aveva detto che non era senza pericolo il rimanervi. Sì, ma era poi certa di pigliarsi una malattia mortale? E che ci avrebbe guadagnato a esser côlta da una febbre che la tenesse prigioniera in camera per due o tre settimane? Forse che il nuovo germe morboso da lei assorbito avrebbe distrutto la causa preesistente del suo malessere? O non l'avrebbe invece svelata più presto? Ma intanto come saper la verità, temuta e pur necessaria? Sicuro; aspettando ella l'avrebbe saputa... nello stesso tempo degli altri... e questo no, ella non voleva a niun patto, decisa com'era a portar nella tomba l'umiliante segreto.

Fu per qualche ora inquieta, irascibile; sgridò la cameriera ostinandosi a credere che fosse stata lei ad avvertire il dottore Sauri e a farla passar per malata, e dicendo che non permetteva alla sua servitù di tenerla sotto tutela. Era lei la padrona di casa, se lo ricordassero bene. E per cominciare, rinnovava, nel modo più categorico, l'ordine di non ricever nessuno.

Poi, sola nel suo salotto terreno, sprofondata in una poltrona, ella cadde in un assopimento doloroso. Si scosse ch'era già vicina la notte, balzò in piedi, sonò il campanello. La Luisa le portò il lume, le portò due o tre carte da visita ch'eran state lasciate per lei e un paio di giornali giunti per la posta.

--Comanda altro?

--Sì... allontana quelle rose. Mandano un odore troppo acuto.

--Devo riaccendere il foco in salotto da pranzo?

--Riaccendi... Non fa freddo, ma è umido...

La Luisa s'indugiava; pareva aver un'interrogazione sulla punta della lingua.

--Va, va--le disse la signora.

--Le rose le metto in sala?--chiese la cameriera.

--Sì, sì, dove vuoi--replicò la Teresa,--Spicciati.

Ella amava tanto le rose una volta. Perchè le ripugnavano adesso? Era un sintomo anche questo?

Guardò appena le carte da visita. Che le importava de' suoi visitatori? Che le importava di alcuna cosa al mondo, se ciò ch'ella temeva era vero?

Dei due giornali che la posta le aveva recati ella ne aperse distrattamente uno a cui era abbuonata da un pezzo, il _Corriere della Sera_ di Milano. Lo spiegò, e scorrendone la terza pagina, l'occhio le cadde sopra un annunzio che certo doveva esservi comparso altre volte, ma che l'era sempre sfuggito o sul quale ella non aveva fermato mai l'attenzione. L'annunzio, stampato in caratteri piccoli, era il seguente: _Il dottore Ermete Boni, chirurgo ostetrico, riceve ogni giorno dall'una alle tre. Piazza Beccaria, n. 5_.

Strana combinazione! Il nome di questo dottor Boni, menzionato nella lettera recente della sua sarta con l'appellativo di _celebre ostetrico_, le ricompariva dinanzi a così breve intervallo e proprio nel momento in cui ella aveva il bisogno di consultare un medico, uno specialista che dimorasse in altra città e che non la conoscesse. La Teresa Valdengo non era superstiziosa, non credeva agli avvertimenti soprannaturali; pur quella coincidenza non poteva a meno di colpirla, di suggerirle un'idea molto semplice ed ovvia. O perchè non sarebbe andata a Milano, perchè non avrebbe consultato il dottor Boni? Ora, dai fondi oscuri della memoria, sorgeva in lei la vaga reminiscenza di un discorso udito tempo addietro in un crocchio di signore, non ricordava bene nè il dove, nè il quando, un discorso nel quale alcuno aveva accennato a questo dottor Boni, milanese, come a un ginecologo insigne, uno dei migliori d'Italia. Forse non era, forse si trattava di un altro. Ma invero, nel caso di lei, non occorreva affatto un medico insigne. Bastava uno al quale ella potesse aprirsi con minore vergogna.

Quando l'animo è agitato dalle tempeste, ogni risoluzione, anche d'indole secondaria, dà pur qualche istante di calma. Così la Teresa Valdengo, di mano in mano ch'ella si raffermava nel proponimento di ricorrere al dottor Boni, si sentiva più tranquilla, più forte, più padrona di sè. E nel resto di quel giorno e nei due dì successivi ella seppe adattarsi al viso la maschera dell'impassibilità, seppe celar ai familiari e agli estranei la cura assidua, affannosa ond'ella studiava sè stessa, intenta a cogliere ogni segno, ogni indizio che avvalorasse o affievolisse i suoi crudeli sospetti. Al medico ella dichiarò ch'era perfettamente guarita.

--Guarita senza bisogno delle due polveri di Seidlitz--ella disse. E poich'egli stentava a persuadersene e la trovava giù di cera,--Oh, la cera--ella ribattè--non significa nulla. Non sono stata mai color di rosa, e adesso sarò in un cattivo momento. S'invecchia, caro Sauri, e le donne che hanno resistito più a lungo danno un crollo più rapido... Convien rassegnarsi.

XV.

Ma la sera del terzo giorno, sentendosi più inquieta del solito, la Teresa decise di romper gl'indugi e disse alla Luisa:--Preparerai subito la mia sacca da viaggio, quella piccola, mettendovi lo stretto necessario per un'assenza brevissima.

La cameriera la guardò attonita.

--Parte?

--Sì, domattina presto... Verrai a chiamarmi alle sei e mezzo... E che per le otto ci sia il _brougham_.

--Va a Venezia?

--No, faccio una corsa a Milano... Voglio intendermi con la mia sarta che non può venir lei... Sarò di ritorno per la fine della settimana.

--E... parte sola?

La domanda, fatta senz'ombra di malizia, parve indiscreta alla Teresa che aggrottò le ciglia e disse brevemente:

--Sì. Perchè?

--Perchè... non essendo stata bene...

--Sto bene ora... Dunque, bada d'esser esatta... Alle sei e mezzo. E la sacchetta, mi raccomando.

La Luisa chinò il capo e non soggiunse altro.

Alle sette della mattina la Teresa era già nel salotto terreno ad attender la carrozza.

--È poi abbastanza coperta?--chiese la cameriera mentre le infilava l'_impermeabile_.

--Sì, sì, oltre al bisogno... Non vado mica in Siberia...

--È un aria umida, fredda...

--Siamo ai cinque di novembre, ragazza mia--notò la Teresa accostandosi alla portiera e guardando in alto.

Il cielo era grigio; pareva quasi notte. Infatti sulla tavola del salotto ardeva ancora una candela.

Incoraggiata dai modi affabili della signora, la Luisa disse:

--Come l'avrei accompagnata volentieri a Milano!

--Grazie. Sarà per la prossima volta.

Il _brougham_ venne a fermarsi davanti alla scalinata. La cuoca e l'ortolano erano lì a salutar la padrona. Andrea, il giardiniere, salì a cassetta.

--Buon viaggio, buon viaggio.

--Scriverò o telegraferò per avvertir dell'ora del mio ritorno--disse la Teresa ricambiando i saluti.

Il treno giunse alla stazione in orario. Ella entrò in uno scompartimento di prima classe ove non c'era che un signore vecchio, sonnecchiante in un angolo.

A Mestre salì sul diretto Venezia-Milano. Ella tremava all'idea di trovar qualche conoscente che percorresse la medesima linea e la importunasse con la sua conversazione o con le sue offerte di servigi; per fortuna non ebbe a compagni dal principio alla fine che due Inglesi, marito e moglie, immersi nel loro Baedeker: _Northern Italy_. Solo una volta, verso Peschiera, la signora si rivolse dalla parte della Valdengo e mostrando col dito una striscia azzurra di là dal finestrino disse in tuono interrogativo:--Garda?

La Teresa accennò di sì col capo. Parlava correntemente l'inglese, ma non era in vena di attaccar dialogo nè in quella lingua, nè in altra, e preferì lasciar credere ch'ella non sapesse neanche dir _yes_. E non si mosse mai dal suo posto, non lesse un libro; stette per lo più col velo calato, con gli occhi socchiusi, cercando di dormire, lottando col malessere che la riprendeva di quando in quando e che aveva sempre gli stessi caratteri.

A Brescia sentì il giornalaio che gridava: _La Perseveranza, Il Secolo, Il Corriere_. Affacciatasi al finestrino, si fece dar _Il Corriere_, lo aperse, guardò nelle inserzioni a pagamento. L'avviso in terza pagina, che da due giorni mancava, oggi c'era: _Il dottore Ermete Boni, chirurgo ostetrico, riceve_, ecc.

La Teresa Valdengo scese a Milano in un albergo ch'ella sapeva goder buona riputazione, _La bella Venezia_. Richiesta del nome, trasalì, e poichè, contro ogni sua abitudine, ella era entrata nella via delle finzioni scrisse sul libro, anzichè il proprio, il nome di una zia materna, vedova di un Francese, morta anni addietro senza lasciar discendenti, madame Gilbert. Si fece portar in camera una tazza di brodo ristretto con un rosso d'ovo e dicendosi lievemente indisposta non uscì in tutto il restante della giornata e si coricò prestissimo. Dormì forse un paio d'ore di un sonno agitato, e svegliatasi in sussulto credendo che fosse quasi il mattino accese il lume e con sgomento si accorse che non era ancor mezzanotte. Tentò di riaddormentarsi e fu vano; aperse un libro e non le venne fatto di leggere due righe di seguito. Rimase lì immobile, supina, con gli occhi sbarrati, con la mente fissa in un pensiero. Nell'andito, nelle stanze vicine si udivano suoni e bisbigli; stropiccio di piedi e fruscio di vesti; voci sommesse di forestieri discreti e voci tonanti di forestieri maleducati che senza riguardo dell'ora chiamavano dall'alto al basso della scala; usci che si aprivano e si chiudevano; campanelli elettrici che tintinnavano. O era finito allora qualche teatro, o era arrivata una corsa. Alla lunga i romori cessarono; solo ogni tanto il silenzio era rotto dallo strepito di un veicolo che traversava piazza San Fedele o dai rintocchi di un orologio. La Teresa contò successivamente l'una, le due, le tre. Oh la tristezza d'una notte insonne d'albergo ove l'orecchio non coglie un romore domestico nè l'occhio si riposa sopra un oggetto familiare; oh il senso di solitudine, d'abbandono, d'angoscia all'idea che tutto quanto ne circonda ci è estraneo e che noi siamo estranei a tutto; alla camera che ci accoglie, al letto su cui giacciamo, alla gente che divisa da una sottile parete, russa accanto a noi, e che è venuta oggi non si sa di dove e andrà domani non si sa dove! Oh il desiderio affannoso del sole, del sole mite e benefico, che dissipa l'ombre, che calma i terrori, che mette un po' di pace nei nervi agitati!

Ma quando, a giorno fatto, la povera donna si alzò, non brillava il sole. Dal cielo grigio di novembre scendeva un'acquerugiola fina, di quelle che minacciano di durar per un pezzo. Dalla finestra che dava sulla piazza di San Fedele la Teresa vedeva i _fiacres_ gocciolanti immobili sotto la pioggia, coi cocchieri avviluppati nell'_impermeabile_ e i cavalli coperti il dorso da una tela cerata. In mezzo alla piazza la statua in bronzo di Alessandro Manzoni acquistava in quell'umidità una lucentezza insolita; i pedoni passavano silenziosi sotto gli ombrelli, evitando le larghe pozze sparse qua e là.

La Valdengo ordinò la colazione in stanza per le undici e mezzo e un _fiacre_ per l'una in punto.

--Devo aspettare a far la camera allora?--chiese la donna dell'albergo.

--No, no--rispose la Teresa.--Fate come s'io non ci fossi... O piuttosto sbrigate ciò ch'è più necessario, e finirete quando non ci sarò.

Alla richiesta se si tratteneva la notte ella ebbe un momento di esitazione; poi rispose di sì. L'era duro il passare un'altra notte all'albergo, ma non sarebbe potuta partire che alle undici di sera, e a quell'ora, così sola, non le piaceva.

La fantesca andava, veniva, portava gli asciugamani puliti, rifaceva il letto, spolverava i mobili, guardando di sottecchi quella signora dall'aspetto sofferente che sedeva nell'angolo del canapè, tutta imbacuccata nello scialle per ripararsi dall'aria umida che entrava per la finestra aperta. Aveva voluto lei che si spalancassero i vetri, per ventilare la camera, e anzichè scendere nella sala di lettura era rimasta lì a prendersi il freddo. E sì ch'era una dama. Lo si capiva dalla fisonomia, dal vestito, dai modi, dal portamento; era una dama e non doveva essere avvezza ai disagi. Ed era maritata; aveva l'anello al dito. O perchè non aveva portato seco la cameriera? Perchè schivava la gente? Aspettava qualcheduno? O doveva lei andare a cercar qualcheduno con quel _fiacre_ che aveva ordinato pel tocco? Non c'era verso d'attaccar discorso. La Teresa pareva una statua. Non che fosse superba o sprezzante; che anzi se diceva qualche parola, la diceva con una voce dolce, con un tono affabile, come di persona che si raccomanda: ma era chiaro che aveva di gran pensieri pel capo e che desiderava esser lasciata tranquilla.

