Il fallo d'una donna onesta

Part 3

Chapter 3 3,803 words Public domain Markdown

Il commendatore barone Amedeo Venosti Flavi, zio materno della Teresa Valdengo, console di un insignificante Staterello la cui rappresentanza senza recargli il minimo incomodo gli permetteva di avere uno stemma sulla porta di casa e d'indossare un'uniforme nelle cerimonie ufficiali, era un uomo di sessant'anni passati, alto, piuttosto corpulento, coi baffi e i capelli tinti e coi denti posticci. A malgrado di ciò, per la sua età, era un bell'uomo, e sapeva d'esser tale, e aveva ancora le sue pretese galanti. D'una vanità morbosa, pareggiata solo dalla pochezza dell'ingegno e dall'inettitudine a ogni applicazione continuata, il commendatore Venosti Flavi non era felice che quando poteva appiccicarsi ai panni di qualche pezzo grosso, di quelli che figurano negli almanacchi della nobiltà, nel _Gotha_ sopratutto... Oh, il _Gotha_ era il suo libro di devozione; ne comperava ogni anno un paio di copie, una delle quali teneva nel suo salotto, l'altra sul comodino accanto al suo letto, per sfogliarlo nelle ore d'insonnia. E poi, chi sa? per mezzo di quelle pagine trasudanti sangue blù si sarebbe forse operata una trasfusione benefica nelle sue vene. Giacchè, pur troppo, in quanto a lui non era mica di sangue purissimo, e c'era voluto il fine ingegno del suo intimo amico cavalier Santi, membro della Consulta araldica, grande restauratore di nobiltà avariate, per imbastirgli una baronìa facendogli aggiungere al borghesissimo cognome paterno quello della madre che nasceva d'una vecchia famiglia trentina. Comunque sia, tra pel Consolato, tra perchè parlava discretamente il tedesco, egli aveva la soddisfazione di conoscere parecchi di quegli illustri personaggi dell'almanacco, a cui, nelle loro visite a Venezia, faceva da cicerone, un po' meno bene di quello che non faccia un mediocre servitore di piazza. Spesso gli alti uffici prestati gli valevano una decorazione, ed egli ne aveva racimolate quindici che gli scintillavano sul petto nelle occasioni solenni, e gli davano l'apparenza d'un Dulcamara alla fiera.

La Teresa Valdengo e lo zio commendatore erano d'indole tanto diversa da non potervi esser mai stata fra loro intimità alcuna. Nondimeno, quando la nipote era rimasta vedova, lo zio, che era celibe, le aveva proposto di far casa comune. Una donna giovine e bella, egli le diceva, non istà sola senza dar pascolo alle chiacchiere della gente; d'altra parte a lui, uomo maturo, cominciava a pesar la vita da scapolo; o perchè dunque non provavano ad abitare insieme? Erano ricchi tutti e due; potevano intendersi facilmente rispettando la reciproca indipendenza.

La proposta era ragionevole e la Teresa consentì a tentare l'esperimento. Ma non tardò a pentirsene. Lo zio, oltre a esser noioso e pedante, era un piccolo tiranno, pieno d'esigenze e di suscettività, intollerabile con le sue fisime aristocratiche, con la sua mania del _chic_ e del _comm'il faut_. E mentr'egli aveva ogni momento qualche personaggio esotico da presentare alla Teresa perchè lo invitasse a colazione o a pranzo, trovava sempre da ridire sulle relazioni maschili di lei: e che non avevano abbastanza un bel nome, e che mancavano di _comm'il faut_, e che mancavano di _chic_. Non gli andava a genio neppur Vergalli, benchè fosse un conte autentico; lo trovava tirato giù troppo alla buona, noncurante dei vantaggi della nascita, in sconveniente dimestichezza con letterati ed artisti, dimentico dei riguardi dovuti a lui, barone commendatore Amedeo Venosti Flavi.

Insomma, di lì a pochi mesi, la Teresa volle riprender la sua libertà, tanto più che il signor console un giorno, in un minuto di buon umore, le aveva sottoposto l'idea di un matrimonio fra loro due, e in seguito alla sua sdegnosa ripulsa aveva cercato meno legittime consolazioni fra le braccia della sua cameriera.

Del resto, i rapporti ufficiali fra zio e nipote non erano mai stati interrotti, ed egli veniva a desinare da lei una volta o due al mese, senza contare gl'inviti straordinari che per compiacerlo ella faceva di tratto in tratto a lui e a qualche forestiero del quale egli desiderava accaparrarsi le grazie. Egli dal canto suo le inviava cerimoniosamente un paio di regali all'anno.

Scambiati i saluti, la Teresa accennò a di Reana che s'era levato in piedi.--Non occorrono presentazioni--ella disse.--Vi siete incontrati altra volta.

I due uomini, guardandosi in cagnesco, fecero un segno affermativo col capo, e si diedero la mano di malavoglia.

--Che buon vento?--ripigliò la padrona di casa rivolgendosi allo zio.--Ti credevo in campagna.

--Son qui da ieri, ma per poco. Ho un raccomandato.

La Teresa sorrise.--Per miracolo!

--Sì, un conte dei Schaumburg Waldeck, parente dei Radzivill per parte di donna. Un carissimo giovine... Aveva una lettera anche per la contessa Marvesi.

--Non sarà a Venezia...

--C'è... E siamo stati iersera da lei... Ci ha invitati a pranzo per domani. La contessa mi ha incaricato di salutarti.

--Grazie... Com'è che ha anticipato il suo ritorno?

--Vuol festeggiar qui le sue nozze d'argento.

--Con chi?

--O Teresa, come sei maligna! La Marvesi vive in ottimo accordo con suo marito... un vero gentiluomo.

--Sta bene. Parliamo d'altro.

Ma il dialogo languiva. Era evidente che il commendatore aveva qualche cosa da dire e che gli seccava la presenza d'un terzo. Di Reana, nonostante la promessa fatta prima alla Teresa, non dava segno di volersi muovere.

--E dove hai lasciato il tuo forestiero?--chiese la Valdengo allo zio, tanto per sentire s'egli aveva un impegno che lo chiamasse presto altrove.

--L'ho lasciato in albergo--rispose pronto Venosti.--Era stanco d'aver girato tutto il giorno a vedere i nostri monumenti... Essendo libero, ha voluto consacrar la serata a mia nipote... Ti disturba il fumo?

--Lo sai che non mi disturba.

Il barone estrasse di tasca un astuccio pieno di sigarette e ne offerse una al sottotenente.

--La ringrazio--disse di Reana--ma dopo un'infiammazione di gola il medico mi proibì di fumare... e poi... vado via.

Come chi prende una risoluzione eroica, si alzò di scatto dalla seggiola, e porse la mano alla Teresa.

--Buona sera--rispose questa, ricambiando la stretta in modo da lasciargli comprendere che gli era grata del sacrificio.

Di Reana la interrogò con lo sguardo; ella fece un gesto che significava:--Siamo intesi. A domani.--Indi sonò il campanello.

L'ufficiale salutò freddamente il commendatore Venosti Flavi ed uscì.

VII.

--L'ha avuta ora questa malattia di gola, il signor di Reana?--domandò lo zio alla nipote con una punta d'ironia.

--No, perchè?

--Perchè l'ultima volta che lo vidi da te fumava.

--Sarà, non rammento... In generale non fuma.

--Poteva però trovare un altro pretesto per non accettar la mia sigaretta.--Venostì si strinse nelle spalle e soggiunse:--Già non me ne importa affatto... Ed ora che siamo soli ti prego d'un piacere.

--Se posso... Scusa, prendi un tè o un marsala?

--Piuttosto un marsala.

Ella gli versò un bicchierino, gli offerse dei biscotti e gli si piantò dinanzi chiedendogli:--Dimmi ora quel che desideri.

--Mi permetti di presentarti domani il conte di Schaumburg?

Ella non lo lasciò finire.--Domani? non ci sono.

--Come?

--Ti ripeto che non ci sono. Ho tutta la mia giornata presa.

--Anche la sera?

--Anche.

--Per domani non ti domandavo che un quarto d'ora... Se poi usavi al mio raccomandato la cortesia d'invitarlo a desinare per doman l'altro, te ne sarei stato riconoscentissimo.

--Mi dispiace, ma per tutta questa settimana è impossibile... Se quel signore si trattiene qui un pezzo...

--Non si trattiene, non si trattiene... E io che gli avevo tanto parlato di te, della tua coltura, del tuo spirito!.. Egli va pazzo per le signore côlte... ha la passione della musica... legge moltissimo... M'ero mezzo impegnato di condurlo qui.

--Prima di consultarmi?... Hai fatto male... A ogni modo, gli puoi dire che sono ammalata...

--Capirà ch'è una scusa.

--Forse; ma s'è un uomo educato, fingerà di credere.

Il barone commendatore si grattava la nuca.--Santo Iddio!... Se fosse un qualunque non ci baderei. Ma un parente dei Radzivill, una famiglia principesca che è nell'almanacco di _Gotha_...

--Questa è un qualità, caro zio, che non mi fa nè caldo nè freddo.

--Già, tu ti atteggi a democratica, a giacobina... Fai buon mercato perfino della nobiltà di tuo marito... non ti fai neppur chiamare contessa.

--Se non sono contessa!

--O credi che sian tali la metà di quelle a cui si dà il titolo?

--Ognuno si regola a modo suo... Lasciamo stare questo discorso.

--Sì, son digressioni inutili... Torniamo al mio forestiero... Via Teresa, non puoi scioglierti da' tuoi impegni... per riguardo mio?... È il tuo parente più stretto che te ne prega; è tuo zio che, mi pare, ha sempre mostrato di volerti bene...

Annoiata di questa insistenza, la Valdengo ripigliò in tuono fermo:--Perdonami, zio, dal momento che ti ho detto: _non posso_.

--Non posso!... Non posso!... Si può sempre quando si vuole sul serio... E se almeno si sapessero le ragioni per le quali non puoi?...

--Tu dimentichi che sono fuori di minorità.

--Pur troppo... Se non fosse così, t'avrei probabilmente impedito di commettere degli spropositi.

--Tu?--esclamò la Teresa, con accento di sincera meraviglia. Non era quello il pulpito da cui ell'era disposta di sentir la predica.

--Io, sì... So il viver del mondo, io... e so quanto facilmente una donna sola possa compromettere la sua riputazione.

La Teresa cercò d'interromperlo, ma egli voleva andar sino alla fine.

--Ed è proprio una gran pena per me che il nome di mia nipote corra sulle bocche della gente... Anche iersera dalla Marvesi...

--Di nuovo la Marvesi... la casta Penelope...

--Quella è una dama che non si è mai sbilanciata oltre un certo segno.

--Se le si sono attribuiti persine tre amanti in una volta!

--Cattiverie!... In ogni modo, una donna che ha il marito vivo...

La Teresa battè ironicamente le mani.--Bravo!... E quella dama mi fa l'onore di occuparsi di me... Si può saper quel che diceva?

--Niente di positivo... È troppo ben educata... Ma faceva qualche allusione alla tua intimità con di Reana.

--Ah!...

--E si mostrava dolente che tu dessi appiglio a supposizioni le quali, trattandosi d'una signora rispettabile come tu sei, non potevano essere che menzogne... Non avresti avuto una condotta austera, irreprensibile fino adesso per cedere poi a un ragazzo... In complesso ti difendeva.

--Amabilissima... E da chi mi difendeva?

--Mah!... Da nessuno e da tutti... In quel momento parlava con me...

--Tu già hai preso le mie parti.

--S'intende... Ma qui a quattr'occhi devo confessarti che le apparenze ti condannano... Diamine! Hai quel sottotenentino di vascello sempre fra i piedi... e le apparenze, cara mia, sono il più... Quello che non si vede è come se non esistesse.

--La conosco la tua bella massima!--replicò in tuono sarcastico la Teresa. Poscia, ergendo il capo con alterezza, soggiunse:--Senti, zio, quando ci ritorni dalla tua contessa Marvesi, dille pure che di ciò ch'ella e le sue pari pensano di me non m'importa affatto, che se alla mia età, dopo trentott'anni di condotta irreprensibile, ho ceduto a un ragazzo, il danno e la vergogna son miei, e il mio giudice più severo è la mia coscienza... Chi ha una coscienza non ha tempo di sentire le voci del mondo. E dille anche, alla tua contessa, che le sventure e gli errori possono servire a qualche cosa; e a me serviranno a gettar per sempre lontano da me quella palla di piombo delle convenienze sociali che mi trascinavo al piede mio malgrado...

--Ts... ts... ts...--faceva il commendatore spaventato da questa filippica della nipote.

Ma ella tirava via senza badargli.--Auff! Che liberazione!... Non profanerò con la mia presenza, io donnicciuola colpevole, i loro santuari immacolati, non invocherò il perdono di quelle mogli fedeli, di quelle vedove inconsolabili...

--Ecco le solite esagerazioni, la solita enfasi--esclamò lo zio nella sua qualità di uomo savio e posato.--Chi ti respinge? Chi ti esclude dalla società?... Il mondo è molto migliore di quello che tu supponi... Ci saranno dei maligni a cui non parrà vero di affibbiarti un amante, ma scommetto che i più non credono che a innocenti galanterie, e non crederebbero ad altro nemmeno se tu tenessi davanti a loro il discorso imprudente che hai tenuto a me... E poi, grazie al cielo, il tuo bellimbusto s'imbarca posdomani, e allora, checchè sia accaduto, chi se ne ricorda?... Spero bene che non farai nascere un pettegolezzo con la Marvesi per quelle parole che ti ho riferite e ch'erano dettate da una sincera benevolenza...

--Oh, non aver paura!--disse la nipote.

--Benedetto cervellino che sei!--seguitò paternamente il barone.--T'accendi come un fiammifero... E sì che tutti ti vogliono bene, tutti ti accolgono a braccia aperte... Anch'io, mi pare, t'ho sempre dimostrato la massima deferenza, e se di tratto in tratto ti disturbo per qualche presentazione, questa è la miglior prova che ti reputo una dama di garbo che qualunque alto personaggio può desiderar di conoscere.

--Troppo onore--biascicò la Teresa facendo un inchino.

Senza rilevar la canzonatura, il barone arrivò per un'altra strada al punto che gli stava più a cuore.

--E forse--egli osservò con l'aria d'un uomo che esamina la questione dal lato obbiettivo--forse, in questo momento, con le chiacchiere che vi sono in giro, il fatto ch'io conducessi da te il conte di Schaumburg gioverebbe...

--A che cosa?--interruppe fieramente la Valdengo.--Alla mia riputazione?... Ma, a quella, presso la Marvesi e le sue amiche, gioverebbe anche di più ch'io divenissi l'amante del conte di Schaumburg... Uno ch'è nel _Gotha_, un parente dei Radzivill non può non innalzar sul piedistallo una donna...

--Dio, Dio, che maniera di ragionare!--grugnì Venosti levando le braccia al cielo.

--Basta, zio; se non vogliamo guastarci, tronchiamo il colloquio... Per tutta questa settimana non ho nè tempo, nè disposizione d'animo da ricever estranei. La settimana ventura, dato che il tuo conte sia ancora qui, vedremo...

--Parte, parte--gemette il commendatore.

--E allora, pazienza--concluse la Teresa. Sorse in piedi e stese la mano allo zio.

--Mi licenzi?--disse questi.

--Perdona... È tardi, e sono così stanca... Non mi sento neanche benissimo... Torno a patire delle mie insonnie e non dormo che a forza di cloralio.

Il barone Venosti Flavi si decise ad andarsene.

--_Sans rancune_--soggiunse la nipote.

Egli tentennò la testa.--Non m'aspettavo questo rifiuto da te.--Ma per mostrarle che sebbene in collera non cessava d'essere uno zio amoroso e sollecito, ripetè a guisa d'ammonizione suprema:--Le apparenze, Teresa mia... ti raccomando di salvare le apparenze.

VIII.

Nella camera quasi buia, ritta davanti allo specchio, la Teresa Valdengo finiva di ravviarsi i capelli.

Due volte Guido le aveva offerto di alzare un po' la tendina: ella aveva sempre risposto di no.

--Come puoi vederci?

--Ci vedo, ci vedo...

E a lui che le ronzava attorno non sazio ancora di carezze, non atto a persuadersi che potesse mai venire il momento dell'ultimo bacio, diceva supplichevole:--Sta tranquillo, te ne prego... Mettiti a sedere.

Egli si lamentava.--Dio mio!... Sembri già un'altra donna... Sei pentita?

Ella voltò lentamente il capo.--Tardi sarebbe.

--E allora!

--Allora che cosa, tormentatore?

--Perchè sei così fredda?... Perchè mi tieni lontano? Ci sarò lontano, domani, a quest'ora...

Nonostante il divieto, le si riavvicinò pian pianino e le susurrò nell'orecchio:

--Col corpo, non con lo spirito... Nell'ampio mare non vedrò che la tua immagine, non sentirò che la tua voce, non ricorderò che questi giorni di paradiso... Penserai a me?

Le labbra di lei si aprirono faticosamente per lasciar cadere un monosillabo:--Sì.

Nel modo in cui quel _sì_ era pronunziato c'era come l'affermazione d'una cosa inesorabile e triste. Sì, penserò a te, ma quanto pagherei a poter non pensarci, a poter cancellare dalla memoria questo episodio doloroso della mia vita!

Parve ch'egli le leggesse nell'anima.--In che maniera lo dici!... Ecco, io lo capisco, io lo sento, tu non mi perdoni... tu mi detesti.

La Teresa trasalì. Aveva anch'egli i suoi istanti di chiaroveggenza, anch'egli intuiva la contraddizione fatale che c'è nell'amore, onde sembra ch'esso lasci dietro di sè un lievito d'odio?

Ma la gentilezza della sua natura equilibrata riprese tosto il disopra, e la vinse di nuovo un senso di compassione, di tenerezza per quel fanciullo a cui la voluttà si mutava in pianto e ch'era sincero oggi nel suo dolore come sarebbe stato sincero domani nel facile oblío.

--Scegli male il momento per dire ch'io ti detesto--ella notò con dolcezza, abbandonandogli la mano ch'egli afferrò e coperse di baci.

--Hai ragione, sempre ragione--egli singhiozzava.--Così sciocco devi trovarmi... così inferiore a te...

--Zitto, Guido, sii buono--ella riprese con quel tuono materno che inconsciamente adottava talvolta parlandogli--aiutami piuttosto a veder se ho dimenticato qualche cosa... No, che fai?

--Se devo guardare, bisogna pure ch'io sollevi alquanto la tenda... Io... così... non ci vedo.

Ella che aveva già il cappellino in testa si tirò indietro vivamente.

--Ma se dirimpetto non c'è che un muro sgretolato!--disse l'ufficiale mentre perlustrava ogni angolo della stanza.

Era vero; la casa che sorgeva dall'altro lato della _calle_ non aveva, in quella parte, nessuna finestra. Tuttavia, ora che la luce era penetrata nella camera e ne metteva in mostra il disordine rivelatore, la Teresa vi si trovava a disagio.

--Non cercar più oltre... non ci sarà più niente.

--C'è una forcina dorata--disse Guido--questa la tengo io.

--Tienla pure.

--Grazie--egli rispose, riponendo il prezioso oggetto nel portafogli.--Hai tutto?

--Tutto, fuor che l'ombrellino che dev'esser rimasto di là... Ebbene, Guido, mi apri l'uscio?

--Dove vai?

--A casa mia. Lo sai che son quasi le quattro e mezzo? Lo sai che son qui dalle undici?

--Un lampo.

--Per noi, forse; non per la giornata che volge al suo termine... Alle sette e mezzo ci rivediamo... Sei a pranzo da me.

Egli non si rassegnava a lasciarla.--Aspetta un poco... Oppure...

Congiungendo le palme in atto di suprema preghiera, Guido continuò:

--Oppure... permettimi d'accompagnarti.

--Ma no, Guido... Perchè mi chiedi questo?

--È una grazia che ti domando l'ultimo giorno che resto qui.

--Ma no, ma no...

--O senti invece--ripigliò di Reana.--Tu mi precedi di due minuti percorrendo la calle dei Fabbri, dirigendoti al Molo attraverso la Piazza... Cammini adagio... io ti raggiungo.

--Oh meno che mai!--ella rispose con piglio risoluto. I sotterfugi le ripugnavano.--Piuttosto... tanto fa... usciamo insieme.

L'ufficiale non credeva a sè stesso.

--Dici davvero?

--Sì.

Raggiante di gioia, egli la baciò sopra il velo ch'ell'aveva già calato sul viso.

--Grazie, amore.

Passarono pel salottino ove sulla tavola non ancora sparecchiata c'erano gli avanzi della loro colazione. In mezzo alla tavola, in una coppa piena d'acqua, alcune rose bellissime spargevano intorno una soave fragranza.

Guido ne porse una alla Teresa; un'altra ne prese per sè, e l'infilò nell'occhiello del soprabito. Aperse con cautela l'uscio che metteva nell'andito, cacciò la testa per lo spiraglio.

--Non c'è anima viva.

Giunta sulla soglia, la Teresa si voltò un momento indietro. Mai più ell'avrebbe riviste quelle stanze, ove, nel tramonto della sua giovinezza, ella, la donna austera ed irreprensibile, aveva immolato il suo pudore e il suo orgoglio. Domani il quartierino di Guido di Reana sarebbe occupato da ospiti nuovi. Guido stesso le aveva detto che dovevano venirvi due sottotenenti di vascello, amici suoi... E gli ospiti nuovi vi avrebbero portate le loro belle.... fioraie, sartine, cantanti d'operette... e peggio... Ma non solo dopo di lei altre femmine avrebbero in quel luogo servito al piacere di altri uomini; chi sa quante prima di lei s'erano sedute a quella tavola, s'erano abbandonate in quell'alcova?...

Di Reana, supponendo ch'ella esitasse pel timore d'incontrar gente, le ripetè:

--Non c'è nessuno.

Ella si scosse, e con passo fermo percorse l'andito, scese le scale. Svoltata la _calletta_ deserta, si trovarono su una delle strade che da San Luca conducono in Piazza. Camminavano a fianco in silenzio; ella con un abito di lana allacciato sul davanti da bottoni di velluto cremisi, stretto alla vita da una cintura di cuoio di Russia, con un cappellino nero guarnito anch'esso di velluto del colore dei bottoni dell'abito; egli vestito in borghese con signorile semplicità. Erano due belle persone; egli alto, bruno, agile e forte; ella di statura giusta, di forme nè esuberanti nè scarse, i lucidi capelli castani raccolti dietro la nuca, la piccola testa superbamente eretta sul collo bianco e sottile.

Le strade anguste per cui essi passavano erano quasi nell'ombra, e il sole appena illuminava il sommo delle case più alte; ma quando dall'arcata delle Procuratie sboccarono in Piazza San Marco fu come se un'altra ora del giorno brillasse sul loro capo. Bench'ella avesse sempre abitato a Venezia ed egli vi fosse già da oltre un mese, s'arrestarono tutti e due maravigliati, rapiti. Il cielo aveva il color della perla, l'aria era luce e tepore. Ma la cattedrale bisantina, palpitante sotto i baci del sole, ardeva dai marmi, scintillava dalle vetrate, dai mosaici, dai bronzi, dagli ori, con le mille vibrazioni d'un corpo che vive, che sente, che ama.

Senza parlarsi, i due s'avviarono lentamente verso la Piazzetta. Seduti sui gradini d'uno degli stendardi alcuni forestieri davano da mangiare ai colombi; altri ritti davanti alla chiesa ammiravano.

Guido di Reana toccò il braccio alla Teresa, e le susurrò:

--Non è tuo zio quello, là presso il campanile?

Era lui appunto, con un giovine, certo il conte di Schaumburg.

--Desideri tornare indietro?

--No.

Ella non tentò nascondersi; anzi con una mossa altera sollevò il velo.

Il barone Venosti Flavi vide la coppia che gli passava accanto, ma finse di non conoscerla.

--Sciocco!--borbottò fra i denti la Teresa. Poi affascinata dallo spettacolo che si offriva ai suoi occhi, disse all'amante:--Non ci badare... Guarda, piuttosto, che magnificenza!

Di mano in mano che procedevano verso la Piazzetta tra il Palazzo dei Dogi e la Biblioteca Sansoviniana, la scena si svolgeva più ampia, più varia. Di fronte, di là dal bacino di San Marco, l'isola di San Giorgio sfolgoreggiava anch'essa nel sole con la sua chiesa palladiana dalla bianca facciata, con lo svelto campanile rosso, con l'antico cenobio benedettino oggi mutato in caserma. A destra la punta della Dogana e la mole imponente della salute, e il sole, sempre il sole che, sfavillante, si calava dietro la cupola eccelsa. In fondo, e visibile soltanto in parte, la lunga striscia della Giudecca, vigilata, protetta dalla chiesa del Redentore. A sinistra, come un braccio che mollemente s'incurva, tutta la Riva degli Schiavoni arcuata da sud-est a sud-ovest, e la gran macchia verde dei Giardini pubblici, e, in una lontananza più grande, il Lido. Da quel lato l'azzurro del cielo moriva in un tenue colore di viola. Ma sulla spalletta dei Giardini, sui fabbricati di Santa Elisabetta del Lido, sulle ultime case della Riva prospettanti verso occidente, il sole, ormai basso, dardeggiava i suoi raggi, mandava bagliori d'incendio. Immobili sullo specchio dell'acqua tranquilla sorgevano qua e là bastimenti a vela e piroscafi; un vapore austriaco, un vapore inglese, un _yacht_ americano, una corvetta greca giunta in porto quella mattina. Il _Colombo_, nella sua tinta bianca, aveva il solito aspetto di fantasma. Guido e la Teresa ne ritorsero istintivamente lo sguardo.

Erano fermi l'uno presso all'altra, fra le due colonne di Marco e Todero, con gli occhi rivolti dalla parte della Salute. Sembravano una coppia di sposi, una delle tante coppie che vengono qui a passar la luna di miele.