Il fallo d'una donna onesta

Part 2

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Eppure, di mano in mano ch'ella faceva queste riflessioni acerbe, la Teresa sentiva rammollirsi il suo cuore; provava una pietà dolorosa, quasi materna, pel giovinetto che adesso certo l'amava con un trasporto sincero, che pendeva dalle sue labbra, ch'era a vicenda beato e infelice per cagion sua. Nè gli rinfacciava il suo egoismo; non era lui l'egoista; il grande egoista era l'amore. Anch'ella se ne accorgeva talvolta; anch'ella, dopo la sua caduta, era assalita di tratto in tratto dalla febbre dell'annichilimento, della distruzione. V'erano momenti in cui ella capiva le regine, le imperatrici che avevano ucciso i loro amanti, perchè le labbra che le avevano baciate non si posassero su altre labbra, perchè i cuori ch'esse avevano sentito battere sul loro petto non si posassero sopra altri cuori.

Lento lento egli le si avvicinò per di dietro, e chinandosi sopra di lei le sfiorò i capelli.

Con un fremito ella arrovesciò la testa: negli occhi dolci e bellissimi egli lesse il perdono e si chinò ancora di più... Le loro labbra si unirono.

IV.

La Teresa Valdengo non vedeva, si può dire, quasi nessuno; un po' perchè la sua intimità con di Reana contribuiva a isolarla, un po' perchè in quella stagione i suoi conoscenti, maschi e femmine, erano per la maggior parte fuori di città. Invece non passava giorno che la posta non le recasse tre o quattro lettere. Già la sua corrispondenza era stata sempre attiva. Si manteneva in rapporti epistolari con antiche compagne d'infanzia, maritate qua e là, con una vecchia zia che abitava a Torino, con una signora inglese che veniva di quando in quando a Venezia e che aveva preso a volerle bene; in fine, con vari amici che un tempo frequentavano la sua casa e che le circostanze avevano sbalestrati pel mondo.

Quell'autunno poi pareva che gli assenti si fossero messi d'accordo per iscriverle più del solito.

Intanto la Maria di Reana, la quale non usava dar segni di vita che a intervalli lunghissimi, spesso la tempestava delle sue epistole. Ai primi ringraziamenti per aver cortesemente accolto il figliuolo erano successe effusioni maggiori. Non sapeva più in qual modo esprimerle la sua gratitudine dell'aver preso così a cuore le sue raccomandazioni; dell'aver sacrificato una parte della sua villeggiatura per occuparsi di quel bambinone di Guido; dell'esser riuscita così bene a distrarlo e a confortarlo. Se avesse visto ciò che Guido scriveva di lei; come ne esaltava la bontà, lo spirito, l'ingegno! Ella lo aveva proprio affascinato, incantatrice!

E la Maria, tra il serio e il faceto, chiedeva l'ultimissima fotografia dell'amica. Ne aveva una di due anni addietro, e a suo tempo ne aveva mandato alla Teresa le più sincere congratulazioni. Si conservava benissimo. Ma certo in questi due anni, doveva essere ancora abbellita e ringiovanita! Meno male ch'ella era savia, d'una proverbiale saviezza, e che Guido stava per imbarcarsi... Se no, chi sa quel che sarebbe accaduto?

Questi scherzi, queste allusioni mettevano la Teresa di cattivo umore.

Ella supplicava Guido di nominarla meno che fosse possibile nelle sue lettere alla famiglia, di moderare il suo entusiasmo, di non provocare da sua madre quelle manifestazioni eccessive che la facevano arrossir di vergogna. Dal canto suo, nel rispondere alla di Reana, ella gettava acqua sul fuoco. Non badasse a quell'esagerato di Guido; ella non aveva fatto nulla di straordinario per lui; non era neanche vero che gli avesse sacrificato una parte della sua villeggiatura; la sua villa di Mogliano era in fabbrica ed ella non sarebbe potuta andarvi sino alla fine di ottobre. E non credesse poi che ci fosse voluto tanto a sradicar dalla memoria del giovinotto la mala femmina di cui i di Reana avevano un così grande sgomento; la ferita era bell'e rimarginata fin dall'arrivo di Guido a Venezia e bisognava pur riconoscere che la sirena non aveva tentato nulla per accalappiar nuovamente il suo merlo. In quanto alla fotografia _ultimissima_ che le si domandava, la Teresa prometteva di spedirla quando se la fosse fatta fare; l'ultima era sempre quella di due anni addietro, e a lei non pareva punto di essere abbellita e ringiovanita in questi due anni.

«Troppa modestia», replicava la di Reana insistendo nel dare all'amica tutto il merito della guarigione di Guido e ripetendo le espressioni ammirative. E poichè la Teresa non diceva ancora di essersi rifatta la fotografia, le si domandava addirittura l'originale. Vincesse la sua pigrizia, e, se non la spaventava una casa con quattro figliuoli tra maschi e femmine, andasse a passare il novembre colla sua vecchia amica a Posilipo presso Napoli. Fosse colpa dei restauri o della visita di Guido, era positivo che quell'anno ell'aveva sacrificata la sua villeggiatura, e che ormai non avrebbe potuto goderne che nella stagione meno propizia. Invece nel Mezzogiorno anche il novembre era delizioso. Che impegni aveva ella a Venezia? Che difficoltà a fare una corsa a Napoli? Forse le sarebbe stato agevole il trovar compagnia; ma se pur non ne trovava, o che le signore non viaggiano anche sole? Non hanno dei vagoni apposta per loro? La sua venuta sarebbe stata una provvidenza per tutti quanti, per lei specialmente che, sebbene facesse la donna forte, non poteva non esser di cattivo umore all'idea di non dover rivedere il suo primogenito per tre anni.

Il curioso si è che, quasi contemporaneamente, la Teresa riceveva altri due inviti; l'uno dalla zia di Torino, l'altro dall'amica inglese che quell'anno non poteva venire in Italia e la sollecitava a traversar la Manica.

Ella rispose a tutti ringraziando, senz'accettare nè rifiutare, deliberata però a non andare in nessun luogo, e meno che mai dai Reana, ove le accoglienze entusiastiche che le si preparavano le sarebbero parse un'ironia o una profanazione.

Altro corrispondente della Teresa in quell'autunno era il conte Vergalli in giro per l'Europa centrale. Da Monaco, da Beyreuth, da Vienna, da Weimar, da Berlino, da Francoforte, da Dresda egli le comunicava le sue impressioni, le discorreva delle gallerie viste e riviste, della musica di Wagner, dei ricordi di Goethe, esprimendo il rammarico che una donna così intelligente com'ella era non subisse il fascino dei viaggi. Tuttavia egli si sarebbe preso l'impegno di farglieli amare se... Questi puntini significanti che ricomparivano di tratto in tratto tenevano luogo delle frasi più calorose ch'ella non avrebbe permesse... E molto vaghe, molto discrete erano anche le allusioni all'ufficialetto di marina del quale nei primi tempi, quando nulla di grave era successo, ella gli aveva parlato frequentemente. Egli scherzava su questa _flirtation_ a cui non voleva attribuire nessuna importanza. Conosceva troppo la sua savia amica da aver paura ch'ella cedesse ad impeti irriflessivi. D'altra parte a lui ripugnava l'ufficio del pedagogo... In qualunque momento avesse bisogno di lui sarebbe a' suoi ordini. Non aveva che da scrivergli o da telegrafargli. Fosse anche al polo Nord, sarebbe venuto.

Queste lettere che rivelavano un'affezione così profonda e disinteressata, una sollecitudine così viva e piena di tanto riserbo, erano per la Teresa nello stesso tempo un conforto e un rimprovero. Sentiva d'avere in Vergalli un amico a tutta prova al quale nessun sacrifizio sarebbe parso troppo grave, ma sentiva pure il rimorso di non essere stata franca con quell'amico, e pensava al dolore ch'egli avrebbe provato quando gli fosse nota tutta la verità. Intanto doveva sforzarsi a scrivergli disinvolta senza schivar di nominargli di Reana (che sarebbe stata un'affettazione contraria allo scopo) ma nominandoglielo poco e soffermandosi di preferenza a discorrer di cose indifferenti: dei restauri della sua villa che procedevano in modo da lasciarle speranza di passarvi una quindicina di giorni in novembre; della stagione ch'era un incanto e che rendeva assai meno triste l'ottobre solitario di Venezia; delle notizie ch'ell'aveva di qualche conoscente comune, ecc. ecc. Mostrava poi d'interessarsi grandemente a ciò che Vergalli raccontava di sè e dei suoi viaggi, e si faceva una festa all'idea di riparlarne con lui nelle loro tranquille serate d'inverno, quando si bisticciavano spesso a proposito d'arte, di musica, di letteratura...

Ahi quante volte, mentr'ella scriveva in tal modo, quante volte era tentata di stracciare il foglio, di mutar tuono e di dire al conte Mario: «V'ingannate facendo assegnamento sulla mia saviezza. V'ingannate credendomi incapace di cedere ad impeti irriflessivi. La Teresa Valdengo che volevate per vostra moglie oggi non sarebbe più degna di portare il vostro nome, nè voi osereste più offrirglielo. Ella non ha più diritto d'aspettarsi da voi se non l'indulgenza che s'accorda ai colpevoli sventurati.»

Non lo diceva; troppo le ripugnava una confessione che avrebbe precipitato il ritorno del Vergalli, che lo avrebbe forse messo di fronte a di Reana: ma come le costava il mentire; ma che fatica era per lei il riempir quelle quattro paginette, che, durante altre assenze di Mario, ell'aveva riempite con tanta facilità! E come le si leggevano in viso le traccie della lotta combattuta con sè medesima!

--O hai ricevuto una epistola del tuo Mentore, o gli hai scritto--le diceva di Reana. E fremeva, pur non osando, dopo il rabbuffo avuto, insistere per conoscere il tenore di queste corrispondenze. Fu la Teresa stessa che un giorno, sorpresa da lui nel punto che stava per chiudere una lettera destinata al conte, la tirò fuori spontaneamente dalla busta e gliela diede fra le mani.

--Tu permetti... davvero?--chiese Guido non credendo a sè stesso.

--Sì...

Egli scorse rapidamente il foglio e parve rasserenarsi.

--Gli dai del _voi_?

--Non c'è nulla di singolare, con un amico di quindici anni.

--Oh, no certamente... E anch'egli ti dà del _voi_?

--Anch'egli... Perchè mi darebbe del _lei_?

--Avevo paura...

--Di che cosa?

--Che con la scusa di esser molto più anziano di te e di averti conosciuta appena maritata...

--Ebbene?

--Ti trattasse con confidenza ancora maggiore;... ti desse del _tu_ insomma.

Ell'aperse la scrivania e ne tirò fuori a caso una lettera, porgendola a Guido che sulle prime finse di non volerla.

--Leggi--ella intimò.--Tanto fa...

Egli esitava ancora.

--Leggi--ripetè la Teresa.

--Pur che tu non mi tenga il broncio.

Ella fece un gesto d'impazienza.--Dal momento ch'io stessa ti dico di leggere...

--Allora... ubbidisco.

La Teresa chinò la testa in segno affermativo, mentre un sorriso leggermente ironico le sfiorava le labbra.

Nel restituirle il foglio, l'ufficiale fece atto di piegare il ginocchio e susurrò:--Perdono.

Ella si strinse nelle spalle. Poteva dire d'averla intesa quella parola nel poco tempo dacchè conosceva Guido di Reana; poteva dire d'averglielo accordato questo perdono! E si tornava sempre da capo!--L'amore è fatto così--era la scusa di Guido. Ella sospirava. Amare è dunque la stessa cosa che tormentare?

V.

Da più giorni il _Cristoforo Colombo_ era ancorato nel bacino di San Marco. La Teresa sentiva gli squilli della tromba sonante la diana al mattino e la ritirata la sera, vedeva, affacciandosi alla finestra, la nave candida galleggiar sull'acqua tranquilla, vedeva issare e calar la bandiera, e i marinai, agili come scoiattoli, salir sui pennoni, e l'ufficiale di guardia, con le mani intrecciate dietro la schiena, camminar su e giù per la coperta. Col cannocchiale le sarebbe stato facile distinguer le fisonomie. Guido di Reana le aveva proposto un sistema di segnali per conversare insieme nell'ora in cui egli era a bordo; ella non volle; non volle nemmeno visitare il bastimento. Confessò che quella mole bianca le destava un terrore superstizioso, confessò che l'odiava. O forse il suo rifiuto aveva una ragione più semplice. Le ripugnava esporsi ai commenti dei compagni di Guido, che senza dubbio avevano scoperto l'intrigo galante del loro amico.

Comunque sia, era vero ch'ella odiava il _Cristoforo Colombo_, ma non l'odiava perchè tra poco le avrebbe portato via il suo amante. Per quanto ella tentasse giustificare ai propri occhi l'onta della sua caduta con la scusa della passione, ella non poteva sperare, non poteva nemmeno augurarsi che questo stato di cose durasse a lungo. Che Guido di Reana partisse presto, che partisse per lidi remoti era forse il meglio che potesse succedere. Ma il _Colombo_ rappresentava per lei una di quelle fatalità della vita contro cui si ribellano gli spiriti logici, positivi, nemici dell'imprevisto. La Teresa Valdengo pensava che se quel bastimento, anzichè salpare da Venezia pel suo viaggio di circumnavigazione, fosse salpato da Genova, da Napoli, dalla Spezia, da Taranto, ella, secondo ogni probabilità, avrebbe continuato a menar la sua esistenza scolorita ma calma e serena, e sarebbe giunta rispettata e tranquilla a quel porto della vecchiaia che non teme più le burrasche. Ah per questo ella odiava il _Colombo_.

Intanto sui giornali si leggevano notizie contradditorie circa alla data della partenza e all'itinerario della nave. Un giorno la _Gazzetta_ aveva un telegramma da Roma portante l'annunzio che il capitano di vascello Gerletti destinato a comandare il _Cristoforo Colombo_ era stato ricevuto da S. E. il ministro della marina. Pare, aggiungeva il dispaccio, che il legno lascierà il porto di Venezia il 28 corrente e farà rotta per la Plata.

Ma il giorno appresso c'era una rettifica.

«Si afferma insistentemente che, in seguito alle perturbazioni politiche dell'estremo Oriente, il _Cristoforo Colombo_ non sarà diretto più per l'Atlantico ma per i mari della China. Il comandante Gerletti è ancora alla capitale. La partenza potrebb'essere ritardata di una settimana».

Era certo però che, se non agli ultimi di ottobre, ai primissimi di novembre il _Colombo_ avrebbe abbandonato Venezia, e la Teresa non potè indugiar più oltre a secondare un desiderio di Guido. Egli voleva ad ogni costo la sua fotografia. Quella di due anni addietro non gli bastava; voleva quella della donna che lo aveva amato e ch'era infinitamente più bella. E questa fotografia egli voleva metterla in cornice, voleva collocarla nel suo camerino in un posto d'onore, come i devoti tengono l'immagine della Madonna.

Ella tentennava la testa.--Prima che finisca il viaggio quante ce ne saranno di queste Madonne!

--Una sola! una sola!--proruppe enfaticamente l'ufficiale.

Il fotografo (al servizio delle LL. MM. il Re e la Regina e decorato con medaglia d'oro in parecchie Esposizioni) la ritrasse in due pose, e nel prometterle, poich'ella aveva fretta, di mandarle l'indomani le prove, aggiunse qualche sdolcinatura all'indirizzo della cliente che aveva onorato tante volte il suo Stabilimento e ch'era sempre uno dei _soggetti_ che recano maggior soddisfazione all'_artista_. La Teresa, pur non dandone segno, fu piuttosto punta che lusingata da questi complimenti banali e non potè a meno di chiedere a sè stessa se in lei, per solito così riservata nell'aspetto e nei modi, vi fosse qualche novità da autorizzare una maggior confidenza. O forse la sua tresca era nota anche al fotografo, o forse le si leggeva in viso ch'ella era uscita dalla via retta.

Comunque sia, l'indomani sera (era di martedì) ell'ebbe le prove, riuscitissime tutt'e due, e stava esaminandole quando giunse Guido di Reana.

L'ufficiale era turbato.

--Che cos'hai?--ella gli chiese prima ch'egli aprisse la bocca.

--Giovedì mattina si parte.

Ella impallidì. Doveva esserci preparata; c'era troppo dolore nella sua voluttà perch'ella non dovesse invocarne la fine; pure all'annunzio della separazione imminente ell'ebbe una stretta al cuore.

--Giovedì!--ella ripetè con voce sorda.

--Sì, al Ministero non sanno mai quel che si vogliono--disse Guido sinceramente addolorato.--Pareva che avessero deciso di ritardare fino ai primi di novembre; invece, che è che non è, oggi piomba da Roma come un fulmine il comandante Gerletti e ci dà la bella notizia.

--E... dove andate?

--La prima tappa sarà Porto Said... Poi pel Canale, pel Mar Rosso, pel Mare Indiano, finiremo in qualche porto della China o del Giappone a marcir laggiù chi sa per quanti mesi.... Ma già tutto è lo stesso... dal momento che ti lascio... Dio, Dio, che pena!

Egli aveva le lagrime agli occhi. Toccava a lei far la parte di confortatrice.

--Era inevitabile... Almeno ti ricorderai?

--Potrei dimenticare?

Ella sapeva ch'egli avrebbe dimenticato, nondimeno finse di credere e lo ringraziò con un mesto sorriso.

--E tu, e tu mi scriverai?--egli riprese con calore.

--Ti scriverò... Dove?

--Intanto a Porto Said... Ch'io trovi una tua lettera appena arrivo... Io, di là, o da quel luogo qualunque dove si poggiasse prima, ti manderò un fascicolo.

Ella lo interrogò con lo sguardo.

--Sì... perchè a bordo io ti scriverò ogni giorno... per impostar tutto in una volta.

Una voce intima diceva alla Teresa che quegli ardori sarebbero presto sbolliti, che la loro corrispondenza sarebbe durata ben poco; pure non replicò nulla. Egli era sincero allora; perchè affliggerlo? Richiamò invece l'attenzione di lui sulle fotografie che egli non aveva ancora viste.

--Oh belle, belle!--egli esclamò ammirandole entrambe e non decidendosi a scegliere.

--Non ti pare che questa renda meglio l'espressione della mia fisonomia?--chiese la Valdengo accennando a quella che la rappresentava seduta, col gomito appoggiato a un tavolino, con una guancia appoggiata alla mano.

--Forse... Ma la tua persona svelta, flessuosa spicca meglio nell'altra.

--Ti spedirò quella che preferisci.

--Spedire?

--Sì; queste non sono che le prove.

--Che importa? Già non hai da mostrarle a nessuno... E non ne hai punto bisogno per ordinare quante copie vuoi... Le prendo tutt'e due.

--No, Guido, è inutile. Che ne faresti di tutt'e due?

--O che ti deve pesare a lasciarmele? Di qui a una settimana potrai distribuirne a dozzine.... potrai beneficarne gli amici lontani.... Adesso voglio averti io sola, anche in effigie.

Egli era esclusivo, dispotico, egoisticamente geloso degli _amici lontani_ (l'allusione a Vergalli era chiara), ma alla Teresa non reggeva l'animo di avvelenar coi contrasti l'ultime ore ch'ella e Guido sarebbero rimasti insieme; e cedette.

L'ufficiale, dopo ch'ebbe riposta in una tasca interna del soprabito la busta con le fotografie, le cinse con un braccio la vita, le sfiorò con le labbra i capelli e le susurrò nell'orecchio un'altra promessa ch'era tempo di mantenere.

--Domani dalle dieci fino a mezzanotte son libero... Alle undici del mattino ti aspetto da me.

Ella, imporporandosi il viso, lo guardò supplichevole.--Ci tieni tanto?

La fronte di Reana s'annuvolò.--Non rammenti la parola che m'hai data?

--Sì, t'ho dato la parola di tornar da te prima che tu partissi.

--Dunque... Parto doman l'altro...

--Non è lo stesso il venir a casa mia?

--No che non è lo stesso... Già non mi permetteresti di rimaner tutta la giornata e io ti voglio per tutta la giornata... E poi... sei curiosa... Tanti casi perchè il giorno che fosti da me hai trovato quell'imbecille di marinaio!... Domani, te lo giuro, non troverai nessuno... Saremo noi due soli... ben più soli che qui, ove si sta sempre in sospetto... Perchè, in fine, credi che la tua gente di servizio non capisca nulla?

La Teresa chinò la fronte vergognosa. Ella sentiva che Guido aveva ragione, ch'era ingenuo il sopporre che la servitù non avesse scoperto i loro amori, non avesse origliato agli usci, commentato con plebea volgarità la frequenza e la lunghezza dei loro ritrovi; e cionullostante provava una ripugnanza invincibile a compiacere di Reana che avrebbe voluto farle accettare gli appuntamenti nel suo quartierino ammobigliato o in altro luogo fissato da lui... Fin che restava nella propria casa le pareva che la caduta fosse meno profonda ed ignobile... Pure, con un grande sforzo, da Guido era stata una volta e s'era lasciata strappar quella promessa di ritornarvi da cui ora tentava invano di esimersi.

--No--insisteva il sottotenente--non devi per un puntiglio guastar tutto il bene che m'hai fatto... Non devi costringermi a dubitare del tuo grande amore.

--Ma, Guido... t'ho negato nulla?--ella disse.--Ti nego nulla?

--Avrò torto, ma ne dubiterei--egli riprese.--Sono tanto triste all'idea di abbandonarti che non riesco ad intendere come tu voglia amareggiarmi di più.--E proseguì carezzevole, insinuante:--Vedi, Teresa, ho preparato tutto... Alle undici tu fai colazione con me... servita da me... giudicherai tu stessa se so servir bene, se so apparecchiar bene la tavola... Fammi quest'ultima grazia... Non aver paura, Teresa... te lo giuro che saremo soli in tutto l'appartamento... I padroni stanno di sopra... il capitano del genio che aveva una camera vicina alla mia è in licenza... Vieni, vieni.

Sebbene commossa, ella non aveva ancora risposto di sì quando suonò il campanello di strada.

Erano così avvezzi a non esser disturbati la sera che balzarono tutti e due in piedi esprimendo in forma quasi identica lo stesso pensiero.

--Chi sarà?--egli disse.--Non ricevere.

Ed ella:

--Chi può essere?... Già non ricevo.--E uscì per dar gli ordini alla cameriera.

Ma questa che aveva guardato dalla finestra le riferì ch'era suo zio il console...

A lui ella non poteva far dire che non riceveva; non poteva nemmeno far dire ch'era malata; col pretesto della parentela egli sarebbe stato capacissimo di andarle in camera da letto. E ordinò di lasciarlo passare.

Ma fin ch'egli saliva le scale ella ebbe tempo di calmar le furie di Guido.

--Bisogna rassegnarsi... Non posso licenziarlo come un estraneo... Era in campagna... Forse vorrà qualche cosa... E potrebb'esser che si spicciasse subito... Ma ho paura... Tu resta dieci minuti, un quarto d'ora, e s'egli non si decide ad andarsene, va tu...

--Per tornare?

--No, Guido.... Abbi pazienza.... non conviene.

--Proprio stasera.... la penultima sera che stiamo insieme.

--Lo so, è una disdetta... Ma chi ne ha colpa?.. Senti, sii ragionevole, non far quel muso lungo... Domani...

--Ebbene?... Domani?

--Ti do la mia parola d'onore che alle undici sarò da te.

--Ah, finalmente ti sei decisa...

--Parla piano.

--Ti sei decisa!

--Sarai contento.

--Angelo!

E saltandole addosso le diede un bacio.

--Giudizio ora!--ella intimò.

Era tempo, perchè di lì a un momento la cameriera introdusse il signor commendatore.

VI.