Il fallo d'una donna onesta

Part 12

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--Sì... voi... Prendete... L'odore mi fa male.

--Che significa ciò?

--Significa che fra me e di Reana è finito tutto... M'avete pur creduta quando vi confessai il mio fallo; credetemi anche adesso... Coraggio, prendete questa lettera e bruciatela.

Vergalli si decise finalmente a ubbidire. Strinse fra le dita tremanti la busta lucida, profumata, e dopo aver consultato ancora una volta con lo sguardo la Teresa, la gettò nella stufa. La carta s'arricciò, si contorse, s'ingiallì, si carbonizzò a poco a poco senza dar fiamma.

--Oh--disse la Teresa--non è già ch'io presuma distruggere il passato. Le lettere si possono distruggere, non i fatti.

Il conte Mario, che s'era rimesso a sedere, con gli occhi ostinatamente fissi al suolo, alzò il viso trasfigurato. Aveva l'aspetto dell'uomo che ha fermato la mente in un'eroica risoluzione.

--È vero, Teresa, i fatti non si distruggono. Ma a quelli che ci addolorano e ci avviliscono altri se ne possono sovrapporre che scancellino le impressioni dei primi.

Ella accennava di no col capo.

--Sì, amica mia, da noi dipende... Pur di non irrigidirci nel nostro orgoglio, pur di non respinger sdegnosamente l'aiuto che ci si offre... L'orgoglio, ecco l'avversario implacabile... Anch'io ho lottato con esso, ma ora, grazie al cielo, ho vinto.

La Teresa sentì gelarsi il sangue. Che voleva egli dire con queste parole?

--Nella vostra vita bella, nobile, pura--egli proseguì--vi fu un giorno di debolezza e d'oblio... Può quel giorno annullar tutto il resto? Può rendervi men degna dell'affetto, della stima dei buoni, della stima di voi stessa?... Vile chi l'ha pensato!... E se l'ho pensato io, mille volte più vile degli altri!... Ma io non l'ho pensato, io ho ceduto ad un impeto di gelosia, perchè vi amavo, perchè vi amo.

--Per carità!--interruppe la Teresa.--Non parlate d'amore.

--Del _mio_ amore ho diritto di parlarvi... Non vi domando il vostro... Ma se in quest'ora di supremo sconforto voi provate il bisogno d'un braccio che vi difenda, d'un petto su cui riposarvi, se una dolorosa esperienza vi avvertì dei danni, dei pericoli della solitudine, accettate, Teresa, accettate quello ch'io v'offro... la mia mano, il mio nome.

Ella fece un gesto per trattenerlo.

Mario non le diede retta, trascinato dall'onda della passione.

--Se vorrete, non sarò vostro marito che in faccia alla legge, che in faccia al mondo... Sarò per voi un amico come prima... Studieremo insieme... viaggeremo insieme... Ma io vi avrò presso di me... sempre... sempre... perchè, vedete, a tante cose posso rassegnarmi... non a esser diviso da voi...

Egli era caduto a' suoi piedi, cercava le sue mani, baciava l'orlo della sua veste.

Che strazio, che supplizio per lei, e com'ella avrebbe voluto esser già morta e sepolta!... È vero, sarebbe morta domani, poteva finger oggi d'acconsentire... Ma no, nelle condizioni in cui ella si trovava, anche il finger l'assenso le pareva codardo.

--Alzatevi, Mario--ella supplicò. E per dargli l'esempio si alzò ella stessa, svincolandosi dolcemente.--Voi siete nobile e buono, Mario.

Egli pestò il piede con impazienza.--Non voglio lodi.

--Meritereste d'essere, non che amato, adorato in ginocchio--continuò la Teresa.

--Non vi chiedo nè adorazione, nè amore--ribattè Mario Vergalli.--Vi chiedo d'esser la compagna della mia vita... Ho fede in voi... A occhi chiusi vi darei da custodire il mio onore. Nulla vi domanderei del passato, di quel breve passato che fu come una nube improvvisa e fuggevole in un cielo sereno... E vi cingerei di tante cure, che, se non l'amore, l'affetto vostro saprei conquistarmelo.

--Non si conquista quello che si ha--ella rispose.--Voi l'avete da anni il mio affetto. Ma in nome di questo affetto, vi scongiuro, Mario, abbandonate la vostra idea.

--No, dunque? Voi dite no?

La voce del conte s'era fatta dura e cupa; la sua fisonomia esprimeva una sofferenza atroce.

La Teresa gli posò una mano sulla spalla.--Mario...

Egli la respinse.--Non perifrasi... Sì o no?

--Ascoltatemi, Mario--ella cominciò con dolcezza. Ma che poteva dire? Che le restavano poche ore da vivere e che tutto era vano? O doveva spogliarsi dei suoi ultimi pudori, rivelargli il suo stato?... O, infine, doveva, per guadagnar tempo, accatastar nuove menzogne?

--Lo vedete--egli proruppe--il vostro labbro non riesce a trovar scuse all'incomprensibile rifiuto... O se vi sono motivi seri, son tali che non osate manifestarli.

Ella taceva.

Vergalli l'afferrò per un braccio.--Ma parlate, per Dio... Dite una ragione... una ragione che abbia almeno un'apparenza di fondamento, e vi prometto che vi lascerò in pace oggi e per sempre... che partirò stasera...

--No... non stasera.

--Ch'io non parta?... Badate, Teresa, s'io rimango non sarà che per scoprire ciò che vi ostinate a nascondermi... E lo scoprirò, ve lo giuro.

--Un inquisitore, voi?... Non vi riconosco più, Mario--ella disse con mite rimprovero.

--Di chi la colpa?... Siete tanto mutata voi... E come non capite che il vostro silenzio autorizza qualunque sospetto?

Le dita di Mario Vergalli stringevano l'esile polso di lei come in una morsa d'acciaio.

Ella cercò di liberarsi.--Mi fate male, Mario.

Senza lasciarla, egli allentò alquanto la stretta,--Parlate. Perchè avete respinta la mia offerta, perchè?... È forse l'idea del matrimonio che vi ripugna così?

--Ecco--ella rispose aggrappandosi a questa tavola di salvamento.--Può darsi che abbiate indovinato. Vi basta adesso?

Ma la fronte di Vergalli non si rischiarò e e le sue labbra si atteggiarono a un amaro sarcasmo.

--Una volta poteva bastarmi--egli disse.--Quando credevo che a nessun altro deste più di quello che davate a me, allora poteva bastarmi... Oggi no... È troppo crudele il torto che mi avete fatto, il torto che mi fate... Come?... Avete consentito d'esser l'amante d'un libertino qualunque e ricusate d'esser mia moglie?... E vi amo da anni, e voi da anni accettate questo culto come una Madonna inaccessibile nel suo tabernacolo... Ora l'altare è vuoto... Voi ne siete discesa... Non avete più il diritto di esigere un'adorazione mistica... Io, io ho il diritto di dirvi: Che idea vi fate di me? Perchè ho la barba e i capelli grigi, perchè la mia giovinezza è tramontata da un pezzo, voi mi credete decrepito addirittura, voi credete che tutti i miei sensi sian morti, anche quello della mia dignità? V'ingannate, Teresa... Non sono nè così vecchio nè così santo da aver cessato d'essere un uomo...

Di nuovo ella sentì stringersi il polso; sentì ch'egli tentava di attirarla a sè, gli vide una strana fiamma nella pupilla, e n'ebbe terrore. Le tornò alla mente il ricordo d'un'altra violenza patita, e quell'altra violenza le parve meno ignobile di questa che l'era minacciata: men vile le parve il giovinetto lontano, cagione d'ogni sua sventura, men vile dell'amico rivelantesi d'improvviso tanto diverso dal solito. Colui soccombeva a una forza cieca della natura; in Mario c'era un'eccitazione artificiale premeditata, alimentata dalla fantasia e dal ragionamento.

Ella si svincolò con uno strappo, e ritta, addossata al tavolino, con un'espressione di ribrezzo, di sdegno, di dolore nello sguardo, con le labbra livide, esangui, balbettò:--Voi, Mario... voi mi costringereste a chiamare la mia cameriera?

Simile a un ubbriaco sul cui capo si rovescia una secchia d'acqua gelata, Vergalli si ridestò alla coscienza della brutalità commessa. Un rossore intenso gli salì al viso; le braccia gli ricaddero inerti lungo i fianchi.--Perdonate--egli bisbigliò in un soffio.

Alzò lento lento gli occhi verso di lei... Oh com'ell'era pallida, come ansava!--Teresa--egli soggiunse con voce affannosa--ma voi soffrite...

--Un poco.

Egli si voltò verso l'uscio.

--No--ella disse vivamente, lasciandosi ricader sulla sedia--non voglio nessuno... non ho bisogno di nulla... Ossia... datemi un gocciolo di cognac... il servizio dei liquori è lì sulla mensola... Una volta non ne bevevo mai... vi ricordate?... Appena di quando in quando un dito di curaçao.

Celiava, mossa a pietà di lui, desiderosa di cancellar l'impressione delle parole dettegli pur dianzi.

Beato di servirla, egli le mescette il cognac e glielo porse. La sua mano tremava.

Ella accostò il bicchierino alla bocca, ma non potè trangugiar che poche stille. Socchiuse gli occhi, arrovesciò la testa sulla spalliera della seggiola.

--Teresa! Teresa!--gridò Vergalli raccogliendo il bicchierino che le scivolava tra le dita, mentre il liquore le si spargeva sulla vestaglia.

Indi corse alla finestra e l'aprì, corse al campanello elettrico e ne premette con forza e ripetutamente il bottone.

Vennero in due, la cameriera e la cuoca, attratte dalla violenza della scampanellata.

--Presto, presto--disse il conte--la signora è caduta in deliquio.

E quasi volesse giustificarsi, soggiunse:--L'è capitato così da un punto all'altro... mentre si discorreva... Aveva desiderato lei una goccia di cognac.

--Eh, non istà bene la mia signora--sospirò la Luisa.

--Ma che cos'ha, in nome del cielo?

La Luisa si limitò a tentennare il capo; poi si rivolse alla cuoca.--Senta, Edvige, la regga lei un momento finch'io vado di là a prendere una boccetta di sali.

Entrò nella camera da letto e ne uscì tosto con la boccetta che fece fiutare alla sua padrona. Questa ritorse il viso con una smorfia.

--Ecco... rinviene...

--Pare... sì...

La Teresa mosse le braccia, sollevò alquanto le palpebre e girò intorno le pupille incantate.

--Potrei andar per un medico--disse piano Vergalli.

La cuoca, che fino allora non aveva aperto bocca, fece una spallucciata, e non badando agli occhiacci della Luisa, borbottò con un pronunciato accento tedesco:--Importa molto il medico per questi mali!

--Insomma, che mali sono? Che mistero c'è?--esclamò il conte Mario. E mentre formulava la domanda, rapida come il tuono che succede al lampo, gli s'affacciava un'idea terribile, dolorosa, umiliante, e pur naturale... così naturale che lo stupiva il non averci pensato prima.

--Roba da nulla.... nervi....--rispose la Luisa.--Signora, signora, come sta?

--Meglio--susurrò la Teresa con un filo di voce.--Perchè siete qui voialtre?... Chi vi ha chiamate?... Non c'era il conte?

--Ci ha chiamate lui--replicò la cameriera. E si voltò per cercarlo. Ma il conte s'era dileguato.

XXIX.

Erano le nove di sera. Nonostante le prove fisiche e morali della giornata, nonostante l'imminenza della catastrofe, la Teresa era calma, padrona di sè. Della tempesta, che aveva agitato così fieramente la sua anima nella notte scorsa, non rimaneva la minima traccia; gli ultimi tenui fili che la univano alla vita s'erano spezzati dopo la scena dolorosa con Mario. Non ch'ella gli serbasse rancore; ma nella passione senile di lui ella trovava una ragione di più per morire. Adesso, già da un'ora, ella stava scrivendogli, e vinte le difficoltà dell'esordio la sua penna correva sicura sopra la carta. Quell'esordio diceva così:

«Avrei voluto che solo da questa lettera voi apprendeste ciò che non ho ardito confessarvi a voce; avrei voluto che foste l'unico depositario di questa parte del mio segreto; vedo pur troppo che il mio desiderio fu vano; _sento_ che avete indovinato _tutto_. Me lo dice la vostra improvvisa scomparsa dopo il mio breve malessere d'oggi (e vi ringrazio d'aver mandato a prendere mie notizie); me lo dice il linguaggio pieno di reticenze delle mie donne; le quali, ormai ne son certa, avevano indovinato prima di voi. Ebbene, amico mio, se sapete _tutto_, avrete già compreso e perdonato il rifiuto che opposi alla vostra offerta. Potevo forse accettare?»

Dopo questa introduzione, la Teresa veniva a spiegare i punti della sua condotta che, per forza di cose, erano dovuti rimanere oscuri, e si diffondeva a parlare della sua gita a Milano che prima ell'aveva cercato di nascondere e di cui poi aveva dissimulato il motivo reale. Ah sì, aveva accumulato artifizi e bugie ripugnanti all'indole sua, e ora, in procinto di abbandonar per sempre la terra, la sua anima cedeva a un bisogno prepotente di verità e di sincerità. Nè si contentava di chiarire i fatti, ma scendeva con spietata analisi dentro sè stessa, studiando le deficienze del suo organismo morale ch'ella aveva avuto il torto di creder sano ed equilibrato. Sana ed equilibrata lei, ch'era caduta quasi senza lotta, nè dopo la dedizione repentina e umiliante aveva trovato l'energia di rialzarsi! Sana ed equilibrata lei che, per quanto avesse scrutato nel proprio cuore, non vi aveva mai scoperto quella fiamma divoratrice che avrebbe potuto attenuar la sua colpa; che oggi, pensando al suo seduttore, non provava nè amore, nè odio, nessuno di quei sentimenti che nelle nature logiche e vigorose sopravvivono alle grandi passioni? Ah, se il caso fosse toccato ad un'altra, quanto volentieri ne avrebbe parlato con lui, col suo sereno filosofo!... Ma ora ella capiva la vanità dei nostri giudizi. Come giudicare senza conoscere, e come pretendere di conoscer gli altri, se ognuno di noi riserba a sè medesimo così strane sorprese? Ecco, anche oggi, guardandosi intorno, le pareva di vedere una corruzione molto maggior della sua, le pareva ingiustizia suprema l'essere schiacciata sotto il peso d'un unico fallo, mentre il vizio cinico e impudente correva le piazze e trionfava nei salotti eleganti. Pur la fiera protesta le si spegneva sul labbro nell'incertezza delle leggi che regolano le azioni umane e del grado di responsabilità che incombe a ciascuno. Solo una cosa ella credeva di aver imparato, oimè troppo tardi. La donna scelga la sua via. Se ha scelto quella dell'onestà, sappia che deve percorrerla sino in fondo, senza un'esitazione, senza una titubanza. Al suo primo scappuccio non s'aspetti misericordia. È lei, la donna onesta, che sarà chiamata a pagare anche per quelle che non sono tali.

Proseguendo nella sua lettera, la Teresa esponeva le ragioni che la spingevano a morire. Vergalli non l'avrebbe condannata, egli che tante volte aveva compatito con lei ad altri suicidi, egli che aveva mostrato comprendere come vi possano esser momenti in cui al più coraggioso degli uomini manchi la forza di vivere. Ed ella diceva che sarebbe morta prima, appena inteso il verdetto del medico milanese, se non avesse voluto metter ordine alle sue faccende e riveder l'amico buono e fidato ch'ella aveva offeso e che meritava di ricevere il suo atto supremo di contrizione. Indi, accennando ai loro recenti colloqui, ella ricercava le cause che avevono impedito la pienezza delle sue confidenze. Piccole cause che non avrebbero dovuto farla deviare dal suo cammino; ma basta sì poco a gelar talvolta una parola sul labbro, ad arrestare uno slancio del cuore! Ed ella gliene chiedeva perdono; gli chiedeva perdono dei malintesi che una sua maggiore franchezza avrebbe certo evitati. Tanto le premeva di non offendere, di non ferir Mario Vergalli che quasi accusava sè della scena penosa d'oggi! Nè gli disse, troppo egli ne avrebbe sofferto, che s'egli fosse tornato da lei come amico e non altro, egli forse, egli solo avrebbe potuto salvarla....

Non glielo disse; nell'ultima parte della lettera riassunse, completò, illustrò il suo testamento, specificando quelle disposizioni che ella desiderava rimanessero segrete fra loro due, scusandosi di non averlo esonerato nemmeno dall'incarico, che doveva riuscirgli sì grave, di far pervenire un suo ricordo a Guido di Reana. E la Teresa conchiudeva in questi termini:

«Addio, Mario. Non vi dico di dimenticarmi. Nonostante il male che vi ho fatto, vi dico piuttosto: Ricordatemi senz'amarezza. Pensate a me come a una povera donna a cui è mancato qualche cosa per esser felice e per render felici le persone che amava. E non vi lasciate abbattere nè dalla memoria dei torti patiti, nè dal dolore che vi darà la mia morte. Non siete giovine più, ma le abitudini austere hanno conservato intatta la vigoria del vostro corpo e del vostro spirito; il libro della vita non ha svolto per voi tutte le sue pagine; potete chiederne e sperarne altre consolazioni; dallo studio, dal lavoro.... forse dalla famiglia.... forse da nuovi affetti....

Addio, Mario. Confido, che se pur avete deciso di partire, domattina sarete ancora a Venezia, e la mia lettera potrà esservi recapitata prontamente.... Consacratemi poche ore.... le ultime.... Difendete il mio cadavere dalle curiosità indiscrete.... Procurate ch'io sia sepolta nella veste che ho addosso; cercate di ottenere dai giornali, se non il silenzio circa al mio suicidio, almeno un riserbo pietoso circa ai motivi che lo hanno determinato; cercate (e non vi strappi un sorriso di compassione la mia debolezza) che la mia bara non sia respinta dalla chiesa della mia parrocchia.... Grazie, Mario.... E addio.... e perdonatemi.

TERESA.»

Poich'ebbe riletto il foglio da capo a fondo, lo piegò e lo chiuse entro una busta. Ma mentre stava scrivendone l'indirizzo, la scosse una scampanellata alla porta di strada. Ell'aveva dato ordini precisi, assoluti; non riceveva nessuno: nè lo zio Venosti, nè il conte Vergalli, nè la Giulia Orfei, nessuno insomma; ed era naturale che quegli ordini, dati il giorno, dovessero aver maggiore efficacia la sera; tanto più che alle sette e mezzo, nel congedar la Luisa, ell'aveva soggiunto che sarebbe andata a letto presto, da sola, secondo la sua consuetudine. Checchè le fosse occorso, avrebbe chiamato.

Tuttavia, alla scampanellata, la Teresa nascose rapidamente la lettera nella cartella ove c'era anche il testamento, e riparò nella sua camera come in un rifugio più intimo ed inviolabile. Ivi, posata la candela sul comodino, tese l'orecchio e stette in ascolto.

Certo qualcheduno aveva salito la scala, era di là, in conferenza con la Luisa. Chi poteva essere? Il servitore di Mario che per la terza volta veniva a informarsi della sua salute? O Mario stesso, portato da una forza irresistibile alla casa dell'amica? O era invece un'ambasciata indifferente di cui ell'avrebbe riso domani, se il domani fosse esistito per lei?

In quella sospensione dell'animo, la Teresa provava una specie d'impazienza nervosa contro l'ignoto, chiunque fosse e fosse pur Mario, che turbava la quiete di quegl'istanti solenni.

Senonchè, ad un tratto, i suoni fino allora piuttosto indovinati che percepiti si fecero chiari e distinti; ella sentì veramente dei passi, delle voci rattenute e sommesse, sentì picchiare all'uscio del salottino verde. Con una decisione subitanea ella spense la candela e si gettò sul letto.

Una persona era entrata nel salottino e s'avvicinava guardinga; una mano girò adagio adagio la gruccia nell'uscio. Irrigidita in uno sforzo supremo, la Teresa non gridò, non si mosse, e riuscendo con la volontà a disciplinar perfino i battiti tumultuosi del cuore parve respirar come uno che dorme.

--Dorme--disse in fatti una voce. Era quella della Luisa, e sembrava rivolta ad uno che fosse lì ad attendere risposta. I battenti dell'uscio, come s'erano aperti pian piano, pian piano si riaccostarono. Ma un'altra voce, una voce d'uomo cognita e cara, giunse all'orecchio della Teresa.--Se dorme, lasciatela tranquilla.... Pur che domattina, appena si sveglia, abbia questo biglietto.

--Non dubiti, signor conte--rispondeva la cameriera.--Glielo porterò io stessa.

--Va bene. Lo metto qui sulla scrivania.

I passi, lievi lievi, si allontanarono; gli usci si chiusero; si chiuse, di lì a pochi secondi, la porta di strada. Allorchè tutto fu tornato nel silenzio, la Teresa riaccese il lume e balzò dal letto. Le gambe le tremavano, un sudor freddo le gocciolava giù per la fronte; ella potè nondimeno trascinarsi nel suo salottino. Sotto un calcafogli, sulla cartella ov'ella aveva pur dianzi riposta la sua lettera, c'era il bigliettino di Mario Vergalli. Che voleva egli ancora da lei?

XXX.

«Teresa mia.

Qual giudizio farete di me? Vi ho oltraggiata oggi due volte; prima cercando usarvi violenza, poi abbandonandovi bruscamente quando non eravate ancora ben rinvenuta dal vostro deliquio. E vedete fatalità! Mentre arrossisco e mi vergogno della mia condotta, sono forse in procinto di recarvi un oltraggio nuovo. Sì, Teresa, non ve lo nego; sono fuggito oggi dalla vostra casa perchè ho creduto scoprire il vero motivo del vostro linguaggio ambiguo, del vostro malessere fisico, del vostro rifiuto d'esser mia moglie; sono fuggito sopraffatto da quel senso del ridicolo che soffoca tanti impulsi generosi, che inspira tante vigliaccherie a noi uomini raffinati e moderni. Ora, o Teresa, ho vinto il nemico. Ignoro, badate bene, se le mie supposizioni siano fondate; ma so che il fallo vostro, già così lealmente confessato, non diventa più grave, se, per un'amara ironia della sorte, esso ebbe conseguenze che altri falli simili non hanno; non più colpevole dovete apparir voi agli occhi degli uomini onesti, ma più degna di compianto, di soccorso, d'affetto. E, appunto per questo, l'offerta ch'io vi feci poche ore addietro e che allora eravate forse in obbligo di respingere, ve la rifaccio adesso che so, o che immagino, il peggio. Accettatela, Teresa. Siate mia moglie. Imponetemi le vostre condizioni. Desiderate lasciar Venezia, l'Italia, l'Europa? Ditelo. Ci trapianteremo lontano, ove gli echi del passato non giungano, ove la quiete nella _nostra_ famiglia non tema insidie. Chi saprà nulla? Chi chiederà nulla? Chi sospetterà nulla? E di me non vi fidate, Teresa? Non mi credete capace di riversar sopra una creatura innocente uscita dalle vostre viscere una parte del mio amore immenso per voi?... Rifletteteci, Teresa. Non rispondete con leggerezza; non lasciatevi accecar dall'orgoglio.... Verrò domani a udir la mia sentenza.... Intanto porto questa lettera io stesso, ma non ho speranza di vedervi; è tardi e forse sarete già coricata. A domani dunque.

Vostro per tutta la vita

MARIO VERGALLI.

Quantunque gli occhi della Teresa fossero stanchi, e, leggendo, si velassero tratto tratto di lacrime, ella non durò fatica a decifrare il biglietto di Mario, scritto nella nota calligrafia, minuta, ma nitidissima. E finito che l'ebbe, lo baciò e ribaciò con effusione, paragonandolo, suo malgrado, all'epistola frivola, insignificante che la mattina ell'aveva ricevuta da Guido di Reana. Ma non per questo ebbe un dubbio, un'esitanza su ciò che le restava da fare. Ella non agognava ormai che alla pace, e non c'era pace per lei che nella tomba. Come un corpo piegato sull'orlo del precipizio a poco a poco vi è attratto per lo stesso suo peso, e gli ostacoli, anzichè rallentarne, ne affrettano la caduta, così succedeva alla Teresa Valdengo. S'ell'avesse avuto bisogno d'una spinta, la magnanimità di Vergalli gliel'avrebbe data. In un lampo ell'ebbe la visione del vero; sentì che non poteva nè respingere, nè accettare l'offerta dell'amico suo. Respingendola sarebbe stata ingrata e crudele, accettandola avrebbe preparato all'amico e a sè quelle acerbe delusioni che seguono inevitabilmente i sacrifici troppo superiori alle forze umane.

Ella prese la lettera che aveva già apparecchiata per Mario Vergalli, ne lacerò la sopraccarta e vi aggiunse un poscritto:

«10 e mezzo di sera. Voi avete voluto colmar la misura della vostra indulgenza verso di me. Avete voluto darmi una prova di più del vostro affetto e dell'altezza dell'animo vostro. Grazie, Mario. E perdonatemi se neppure tanta vostra bontà può scuotere la mia risoluzione. In altre condizioni sarei stata orgogliosa di appartenervi; il destino non lo consente. Voi siete un santo e un eroe; ma ricordo d'aver udito dalle vostre labbra che non è lecito chiedere neanche ai santi o agli eroi di esser tali per tutta la vita, e che la natura ha le sue leggi contro cui non val ribellarsi.... No, Mario, credetelo. È meglio per voi, per me, _per tutti_, che io muoia.... Vi conforti la certezza che il mio ultimo pensiero è per voi.... Ve lo avrei detto or ora, quando ho sentito i vostri passi e la vostra voce nella stanza vicina.... Ma dovevo tacere, dovevo fingermi addormentata... Ve lo dico adesso, e vi mando un bacio di sorella, di sposa, di amante.

TERESA.»