Il fallo d'una donna onesta

Part 10

Chapter 10 3,880 words Public domain Markdown

Tutte le sere, dopo il suo ritorno a Venezia, la Teresa Valdengo fingeva, anche con la servitù, di andare a letto presto, e prima delle nove si chiudeva nella sua camera. In realtà ella occupava un paio d'ore a riordinar le sue carte, a far la scelta delle lettere da distruggere, a rivedere accuratamente i suoi conti, a redigere il suo testamento. Aveva un'amministrazione semplicissima, che teneva, si può dire, da sè; solo per le riscossioni ed i pagamenti ricorrendo all'opera d'un vecchio ragioniere che passava da lei una volta alla settimana. Del resto, la sostanza non poteva esser più liquida. Un venticinquemila lire di rendita in titoli dello Stato, depositati presso una Banca; altre cinque o sei mila lire all'anno fruttavano due o tre case possedute in città, oltre a quella ch'ella abitava; una passività era la villa di Mogliano che le assorbiva su per giù il prodotto degli stabili di Venezia. Sola, di gusti eleganti, ma aliena da ogni sfarzo, ella sarebbe stata una donna agiata in qualunque parte del mondo; per Venezia era ricca, e poteva concedersi la soddisfazione di far del bene. E ne faceva in palese e in segreto, mai così contenta come quando le riusciva di scoprire e alleviare qualcheduna di quelle miserie che si nascondono. Onde, a lato delle carità fatte una volta tanto, ce n'erano di ricorrenti e periodiche: quella Marcella a cui ella forniva i mezzi di perfezionarsi nella musica; quel Massimo Scilla ch'ella, insieme con Vergalli, manteneva all'Università; quell'antica condiscepola che abitava in Polesine e alla quale ella mandava un centinaio di lire a ogni cambiar di stagione perchè provvedesse al vestito suo e dei figliuoli; e una vecchia cameriera inferma e impotente, e un gondoliere che l'aveva servita in passato e che adesso era condannato all'ozio metà dell'anno da una sciatica, ed altri ancora che s'erano rivolti a lei e avevano trovato aperta la sua borsa e il suo cuore. Nessuno di questi beneficati doveva soffrire della sua morte. Anche a quelli che, per uno scrupolo di delicatezza, ella non voleva nominare nel suo testamento, anche a quelli ella avrebbe provvisto, legando fiduciariamente una certa somma a Mario Vergalli affinchè, ne disponesse secondo le istruzioni particolari ch'ella gli avrebbe lasciate. Coll'associarlo a questa sua carità d'oltretomba ella gli dava la miglior prova d'affetto e di stima che fosse in suo potere di dargli: e l'era dolce il pensiero che la loro intimità sopravvivesse nella sua parte più nobile e pura. Così dolce, che sentiva empirsene il cuore di tenerezza e gli occhi di lacrime.

Ma non eran queste le sole lacrime ch'ella spargesse. Ella piangeva altresì sul proprio destino, e, pur risoluta a morire, piangeva la sua vita infranta, piangeva tutte le cose buone e belle che doveva abbandonare, e il suo concetto della giustizia era offeso dall'idea d'un'espiazione tanto maggior della colpa. Non tentennava però; più che mai convinta che la morte fosse il suo unico scampo.

Per solito verso le undici si decideva a coricarsi... sebbene fosse certa di non chiuder quasi occhio in tutta la notte. Sul comodino presso il letto l'attendeva la boccettina del cloralio che l'avrebbe fatta dormire, ma ogni sera ella ne versava il contenuto in una bottiglia che l'era rimasta in seguito ad una cura. E ogni sera, dopo aver visto il livello del liquido alzarsi, ella riponeva la bottiglia in un piccolo armadio a muro che si trovava nel suo spogliatoio, e di cui custodiva gelosamente la chiave... Quando la bottiglia fosse piena, ella sapeva quel che le restasse da fare.

A letto si sforzava di leggere. Aveva due o tre volumi, mandati dai librai per esame durante la sua assenza, aveva alcuni numeri di Riviste, e sfogliava questi e quelli senza poter fermar la mente sulle cose lette. Solo seguiva con qualche attenzione un romanzo della _Revue des deux mondes_ ch'era giunto alla seconda parte e che aveva un punto d'analogia con la sua storia. Si trattava anche lì di una donna matura che s'era data in braccio a un uomo assai più giovine di lei. Ma l'analogia non andava più oltre; i caratteri, gl'incidenti del racconto erano affatto diversi. Nondimeno il romanzo l'interessava e si doleva di non poter conoscerne la fine. Prima che arrivasse il prossimo fascicolo della _Revue_ ella non sarebbe più a questo mondo... E allora perchè leggeva?... In verità, non questo solo, ma ogni suo atto era vano. Tutto è vano per chi sa che deve morire a una scadenza fissa, vicina... E pur la vita va innanzi, meccanicamente, come un orologio fin che la molla sia esausta. La vita va e si continua a parlar del domani, e a iniziare cose che non si compiranno e a dar ordini che non si vedranno eseguiti.

Appena verso la mattina la Teresa trovava un'ora di riposo. Si svegliava poi in sussulto, con un'inquietudine, con un'ambascia, con un malessere indescrivibile. Pareva che si accumulassero tutti in quell'ora i sintomi del suo stato anormale, che la calma relativa della giornata avrebbe potuto farle dimenticare. Talvolta, nella sua agitazione, nel terrore che il suo segreto venisse scoperto, ella pensava se non fosse meglio per lei di affrettar la catastrofe. Ma in qual modo? Armi non ne possedeva, e pur possedendone, non sarebbe stata capace d'usarne; l'asfissia col carbone esige preparativi che non sarebbero rimasti celati: una cosa forse non le sarebbe stata difficile: uscire inosservata nel cuor della notte e gettarsi nella laguna ch'era a due passi dalla sua porta di casa; ma poichè era buona nuotatrice non era ben sicura che nel momento supremo il naturale istinto della vita non prendesse in lei il disopra condannandola al ridicolo onde son coperti i suicidi che non voglion morire. Cosicchè ella, di necessità, si raffermava nel suo primo proposito; chieder la morte al farmaco che in piccola dose le avrebbe dato il sonno, e chiederla soltanto quando di quel farmaco avesse raccolto una quantità sufficiente da non fallire allo scopo.

Comunque sia, dopo le undici, ricomposta alquanto, ell'era nel suo salottino ad aspettarvi Mario Vergalli che veniva appunto sul mezzogiorno. Lo aspettava con un misto d'impazienza e di paurosa inquietudine. Temeva le sue domande, le sue offerte, i suoi scatti; temeva il suo sguardo acuto, penetrante, ove di tratto in tratto passava l'ombra di un dubbio, il lampo di un desiderio.

Com'era mutato anche lui! Com'era piena di tempeste quella fisonomia un tempo così nobilmente calma e serena! Si vedeva ch'egli era in lotta con sè medesimo; ora soffocando qualche basso impulso, ora frenando qualche slancio donchisciottesco.

--Io lo abbomino il mio viaggio--egli aveva detto un giorno alla Teresa che lo pregava di parlargliene. Tuttavia il giorno appresso la compiacque e gliene parlò. Le descrisse una rappresentazione del _Parsifal_ di Wagner al teatro di Beyreuth; le descrisse alcuni capolavori della galleria di Dresda... Aveva percorso altri paesi, visitato altre città, ma non gli restava che una gran confusione in capo; a Dresda appunto, all'ufficio postale, leggendo una lettera della Teresa, era stato assalito da un triste presentimento che non aveva potuto cacciar da sè. Una voce gli diceva:--Torna a Venezia.--E una voce più forte copriva la prima.--È troppo tardi.--E le due voci l'avevano seguito sempre, da per tutto, in Olanda, in Belgio, davanti alle tele di Rubens e di Rembrandt, nella quiete raccolta della campagna fiamminga, nel moto vorticoso degli opifici ov'è più frequente e febbrile il palpito della vita moderna, sugli epici campi di Waterloo; da per tutto egli aveva portato quella punta confitta in cuore. E non si ricordava di nulla, tranne che di lunghe corse in ferrovia, di polizze d'albergo pagate, di tavole rotonde intorno a cui sedeva una folla indifferente ed ignota...

--E mi dicevate che qualcheduno alimentò i vostri sospetti?--ella balbettò, mossa da una istintiva curiosità femminile.--Chi? Chi?... Una donna?...

Vergalli si schermì dal rispondere.

--Che importa ormai?

Ella assentì sospirando.

--È vero... Non c'è più cosa alcuna che importi.

Così l'argomento voluto evitare penetrava insidioso nei colloqui di quei due infelici. Quand'egli soffriva troppo, quando s'accorgeva di farla troppo soffrire, si alzava con uno sforzo.--A domani.

XXIV.

Uno di quei giorni, poco dopo che Mario Vergalli era uscito, la Teresa si vide comparir dinanzi la sua amica Giulia Orfei, la stessa che un paio di settimane addietro le aveva scritto dai colli Berici. La contessa Giulia entrò come un uragano, gettando le braccia al collo della Valdengo e sprigionando da tutta la persona un acuto profumo d'_ireos_.

--Lo so, lo so che non vuoi ricever nessuno... Me l'ha detto la tua cameriera... Ma non la strapazzare... Io le ho risposto: Rompo la consegna e assumo io l'intera responsabilità... Se mi scaccierà via, pazienza... Mi scacci?

--No; ma, veramente, potevi avvertirmi con una riga.

--Chè?... Quello non era il modo di riuscire... Avresti trovato una scusa... E io ci tenevo a darti un bacio... Dopo tanto tempo!... Perchè sono quattro mesi, lo sai?

--Eh sicuro... Da quando sei andata a Aix-les-Bains.

--Una stagione brillantissima... Ti racconterò, ti racconterò... Ma dimmi di te adesso... Ho sentito che non istai bene... Infatti hai l'aria sofferente...

--Oh!--interruppe la Teresa--Cominci anche tu?...

--Sfido io!... Sei pallida... Hai certe occhiaie... Ti curerai almeno. Chi è il tuo medico dopo la morte di Pozzi? Vuoi il mio?

--Ma lasciatemi in pace... Mi curerei se stessi peggio. Invece sono stata poco bene e sto meglio.

--Che male hai avuto?

--Ma niente... ma inezie.

La Orfei sorrise maliziosamente.--Capisco...

--Che cosa capisci?--saltò su la Valdengo, imporporandosi in viso.

--Eh, patèmi d'animo--disse l'altra. E soggiunse carezzevole:--Via, con me non dovresti avere segreti?.... Ne ho mai avuti io per te?

In realtà non ne aveva avuti mai nè per lei, nè per nessuno; non aveva mai nè voluto, nè saputo nascondere le sue avventure galanti. Già suo marito chiudeva gli occhi e le orecchie. Ciò non toglie che la Giulia Orfei, se quello che le si era riferito era vero, giudicasse alquanto imprudente la condotta della sua amica. E non glielo dissimulò. In autunno nella sua villeggiatura di Colle Berico, l'era giunta notizia della simpatia della Teresa pel sottotenentino di vascello, Reana, il figliuolo della Maria Scotti ch'era stata con loro in collegio... Niente di male. Anzi era sempre parso assai strano che una donnina bella come la Valdengo dovess'essere inaccessibile alle debolezze umane, e la sua austerità le aveva fatto più torto che no nella buona società... Ma forse ci voleva un po' più di politica...

La Teresa la lasciava dire, sorridendo d'un suo sorriso triste ed ironico.--Eh, cara mia--soggiunse la contessa Giulia--tu puoi sorridere fin che ti piace, ma in queste cose devi prender lezione da me. Una donna che non ha marito è tenuta ad aver maggiori riguardi di una donna che lo ha... Non ci vuol molto ad intenderlo... Se c'è il marito, è lui la bandiera che copre il contrabbando... Contento lui, contenti tutti... Se non c'è lui, tutti fanno i dottori... E, vedi, uno dei grandi benefizi del marito è questo. Fin che c'è lui non si può mutar di punto in bianco le proprie abitudini... seppellirsi vive, chiuder la porta alle amiche, ecc., ecc... Fossimo pure innamorate come Didone...

--Appunto anche lei era vedova--interruppe la Teresa.

--Per sua disgrazia--ribattè la Giulia Orfei.--Se viveva il marito, non avrebbe fatto la bestialità di gettarsi sul rogo dopo la partenza di Enea... Insomma, se c'è il marito, per quanto _spleen_ si abbia addosso, si fa uno sforzo in riguardo a quel pover'uomo, che ha il diritto di non avere un mortorio in casa... E allora, poichè ogni cosa seguita ad andar co' suoi piedi, la gente smette presto di malignare.

--Tu parli su per giù come mio zio--osservò la Valdengo.

--Il barone Venosti Flavi? Tanto meglio. Ho piacere d'esser d'accordo col tuo più stretto congiunto, un uomo che t'è sinceramente devoto e a cui sta a cuore la tua riputazione.

--Figuriamoci!--esclamò in tono ironico la Teresa.--Non gli era, anni fa, saltato il grillo di sposarmi?

--Mi ricordo. E non sarebbe poi successo un cataclisma se tu avessi accettato.

--Secondo te avrei fatto bene ad accettare?

--Ma sì.... Tu dovevi rimaritarti. Del resto non dico che il prescelto avesse a esser lui.... Dico che ti occorreva un marito.... E non mi son mai potuta capacitare perchè tu abbia fatto languire inutilmente quel povero conte Vergalli.

--Ma, Giulia, non discorrere con leggerezza. Io non ho fatto languire il conte Mario Vergalli. Gli ho detto sempre che non avevo intenzione di passare a seconde nozze.... Egli mi rispettava troppo da chiedermi d'esser la sua amante. Si contentò di quello che gli offrivo... un'amicizia schietta, profonda, un'affezione fraterna.... O che non vi possa essere tra uomo e donna una di queste affezioni?

La Orfei si strinse nelle spalle.--Sarà... È una stranezza, ma sarà.... E nel caso vostro il mondo ci credeva. Sono due originali, si diceva, superiori alle passioni umane.... Sta a vedere quel che si dirà adesso....

La Valdengo non rispose. Forse la Giulia aveva ragione, forse adesso non si crederebbe più alla purezza de' suoi rapporti con Mario Vergalli.... Ma che andava ella almanaccando, ella che fra due o tre giorni sarebbe morta? Il mondo non aveva più nulla da credere o da non credere sul conto suo.

Posandole una mano sulla spalla, la Giulia riprese a bassa voce:--E pure io scommetterei che, se vuoi, il conte Vergalli ti sposa ancora.

--Basta, Giulia, te ne prego.

--Non era lui, non era Vergalli che usciva di qui poco fa?

--Sì. Che importa?

--Ci siamo quasi urtati col gomito a due passi dalla tua porta. Egli non mi ha riconosciuta... Già è miope, ed è un orso. E poi ha ben altro pel capo che salutar le signore... Quello è sempre un uomo innamorato cotto... Gli si legge in viso... e io me ne intendo.

--Ma Giulia...

--Tanto ci tieni a quel di Reana?

La Teresa scattò.--Che c'entra di Reana?... Pensa quel che ti pare delle mie relazioni passate con lui, ma lévati dalla mente che ci sia oggi tra noi nulla di comune.

--In nome del cielo!--esclamò la Orfei.--Così mi piace. Che avresti da sperare da quel ragazzo?... Scusa però... Dal momento che confessi di non aver più nulla di comune con lui, perchè esiti a sposar Vergalli?

Visibilmente infastidita, la Teresa si alzò dalla seggiola.--Ancora una volta, Giulia, ti prego di non tirar in campo l'argomento del matrimonio... Tu hai le migliori intenzioni del mondo, ma mi fai molto male.

--Sei un enigma ambulante--disse la Orfei alzandosi anch'ella.

La Teresa allargò le braccia.--Sono così.

La Giulia Orfei che aveva qualche cos'altro sulla punta della lingua non seppe trattenersi dal soggiungere:--Però la gente se ne inventa di belle.

--Cioè?

--Ecco... ora mi fulmini.

--No... Spiegati.

--Si sono inventati che circa una settimana fa eri a Milano col conte Mario.

La Valdengo impallidì. Era dunque vana la speranza che il segreto di quel viaggio non fosse divulgato?

--Giurano d'averti vista--riprese la Orfei.

--D'avermi vista con Vergalli?--esclamò la Teresa.--È impossibile.

--Questo non l'ho inteso... Giurano d'aver visto te e lui nel medesimo giorno.

--Ebbene, sì--rispose la Teresa, convinta ormai dell'impossibilità di negar tutto.--Siamo stati a Milano a poche ore d'intervallo, ma senza saper niente l'uno dell'altra. E non solo non ci siamo incontrati ma non potevamo incontrarci, perchè quando il conte Mario arrivò io ero già partita.

--Sai che mi racconti una di quelle storie!...

--Cara mia, è la verità pura e semplice.

--È curiosa... fosti a Milano sola?

--Ti pare ch'io debba aver paura?

--No.... ma tu che non viaggi mai...

--Auff!... Avevo da parlare con la mia sarta... Ti basta?

Quantunque poco persuasa, la Giulia Orfei non insistette più oltre. E, sempre sul punto di congedarsi--Oh--disse--ora che il primo passo è fatto, ci rivedremo.

--Sì, sì, fra tre o quattro giorni.

--Fra tre o quattro giorni?.... È troppo lunga... Permettimi di venir domani.

La Teresa accennò negativamente col capo.--No, domani non posso...

--Dio, che donna occupata! Non puoi?... Perchè?... Ah, un'idea!

E la Giulia Orfei battè l'una contro l'altra le sue manine inguantate.--Di' la verità; dacchè hai fatto quartiere d'inverno non hai neanche messo il piede fuori di casa?

--No certo... Ero indisposta.

--Ora assicuri di star meglio, e l'aria non può che giovarti... E poichè il tempo è bello...

--No, non esco.

--Aspetta un momento... Senti... domattina alle nove suono il tuo campanello, tu scendi, e facciamo due passi sulla Riva al sole...

--Grazie, no.

--Come sei caparbia!... No... sempre no... Ci penserai su... Io sarò qui lo stesso... Se assolutamente non vorrai scendere, se non vorrai ricevermi un minuto, mi farai licenziare dalla Luisa... E intanto addio... È quasi notte e ho ancora da far qualche spesa... Vengo proprio, sai, alle nove.... Oh sono mattiniera, io.

--Bada, Giulia. Sarà una strada gettata.

--Disgrazia piccola... Addio, addio.

Escì com'era entrata, vispa, saltellante, ridente.

--Che creatura felice!...--pensò la Valdengo.--È ricca, è piacente, non s'avvede degli anni che passano, fa una vita allegra, ha un marito filosofo... tutti l'accolgono a braccia aperte... È vero che di cuore è buona, e nonostante la sua leggerezza ha molta facilità ad affezionarsi... A me vuol bene... Forse però è venuta qui per curiosità... Sì, anche per curiosità, ma non soltanto per questo... M'ha mostrato sempre molta simpatia. Ho piacere d'averla vista ancora una volta... Non la vedrò più... Domani le farò dire che non posso... Darò ordini precisi alla cameriera... Non vedrò più nessuno, tranne Vergalli... Già si tratta di poco...

XXV.

Quella sera la Teresa s'accorse che la bottiglia ov'ella versava il cloralio, ormai, ristringendosi verso il collo, s'empiva rapidamente. Una o due dosi ancora, e sarebbe stata colma fino all'orlo.... Ma era poi indispensabile ch'essa fosse colma fino all'orlo?... La quantità raccolta non poteva bastare?... Perchè attendere uno o due giorni di più?... Perchè prolungar l'atroce agonia?

Un brivido corse per le vene della Teresa Valdengo. Era dunque giunto l'istante supremo? Era quella la sua ultima sera?

Con mano tremante ell'aperse la sua scrivania, rilesse e firmò il suo testamento. La distribuzione ch'ell'aveva fatta della sua fortuna le pareva equa; le pareva, ne' suoi legati, di non aver dimenticato nessuno; nè gli amici, nè la gente di servizio, nè i suoi beneficati ordinari. Ad altre carità in cui ella usava metter la sua borsa in comune con quella di Vergalli ella provvedeva appunto per mezzo del conte.

Gli occhi della Teresa si fermarono più a lungo su quel passo che si riferiva a Vergalli.

«Al mio fedele e impareggiabile amico conte Mario Vergalli--ell'aveva scritto--lascio tutti i miei libri, tanta parte dei quali mi fu regalata da lui; lascio il mio album d'autografi, il piccolo quadro con la Vergine e il putto ch'è appeso sul mio letto e che i pittori Angelo Alessandri e Marius de Maria giudicarono della scuola di Giambellino, le due incisioni di Calamatta, lo schizzo di Giacomo Favretto e il bronzo di Francesco Jerace che si trovano nel mio salotto.

«Gli lascio poi una volta tanto ventimila lire italiane perchè egli voglia continuar quell'opere buone a cui egli mi aveva associata e che non devono patire per la mia morte nè imporre a lui un maggior sacrifizio. Che se la somma fosse esuberante non dubito che egli saprà, con quello che avanza, venir in soccorso ad altre miserie. Ce ne son tante nel mondo!

«In fine nomino lui, conte Mario Vergalli, mio esecutore testamentario. Confido ch'egli non rifiuterà l'ufficio, che vorrà dar quest'ultima prova di devozione a una donna che porta nella tomba il ricordo del suo affetto alto, nobile, disinteressato, e gli chiede perdono d'averlo fatto soffrire».

E ora, se veramente ella non voleva veder l'alba novella, ora le conveniva scrivere al Vergalli la lettera a cui il suo testamento accennava. Triste lettera che avrebbe rivelato a lui solo la causa della sua risoluzione disperata!

Ma dopo aver tracciata l'intestazione con pugno malfermo, la Teresa non riusciva a mettere insieme una riga. La penna le restava sospesa fra le dita paralizzate, una nebbia offuscava le sue pupille; di tratto in tratto un sudor freddo le gocciolava giù dalla fronte.... Avrebb'ella presunto troppo delle sue forze? Avrebbe avuto paura?

No, non era, non doveva essere questo; nondimeno sul punto di dir per sempre addio ad ogni cosa, la Teresa sentiva una ribellione di tutte le sue intime fibre, e suo malgrado era tratta a ripiegarsi su sè medesima, a considerare se non vi fosse altra uscita da quella in fuori ch'ell'aveva scelta. E pensava alle donne che s'eran trovate nel caso suo; alle fanciulle divenute madri senza esser mogli e abbandonate dagli amanti nella miseria e nel disonore. Alcune, sì, avevano creduto sfuggire all'infamia col suicidio o col delitto: ma quante più, eroine oscure e modeste, avevano portato mansuetamente la loro croce, affinandosi nella lotta quotidiana, riabilitandosi con l'abnegazione e col sacrifizio! Perchè non s'inspirerebbe all'esempio di queste, ella a cui gli agi della vita rendevano pur tanto meno difficile il combattere e il vincere?

E come nel bagliore improvviso d'un lampo la Teresa vide aprirsi dinanzi a sè una via lunga, irta di triboli, ma illuminata dal sole, ma conducente a una meta eccelsa. Non a Mario Vergalli; a Guido di Reana, al complice del suo dolce peccato, avrebb'ella scritto per comunicargli ciò ch'egli aveva l'obbligo e il diritto di sapere; nulla implorando, nulla chiedendo da lui, ma deliberata a nulla rispingere avventatamente di ciò ch'egli fosse per offrirle, a non inspirarsi nelle proprie risoluzioni che al sentimento del dovere e al desiderio del bene. Che se il dovere ella rimaneva sola a compierlo, e sola lo avrebbe compiuto.... Un giorno forse, chi sa, presso al termine della via faticosa, un braccio amorevole l'avrebbe sorretta, una voce soave le avrebbe susurrato:--Alza la fronte, mamma!

Ahimè, per adottar questo partito era necessaria una dose di energia che la Teresa Valdengo, esausta dall'emozioni e dalle sofferenze degli ultimi giorni, non possedeva. Le restava appena coraggio bastante per morire, non gliene restava per vivere.

E quando la visione si fu dileguata e gli occhi di lei caddero di nuovo sul foglio bianco, ove non si leggevano che due parole, _Amico mio_, ella abbandonò il capo sul tavolino e sentì che mai, mai avrebbe spezzato il cerchio di ferro che la stringeva.

Ma la notte era già molto inoltrata, la candela era quasi interamente consunta; non c'era tempo di finir la lettera prima che sorgesse il mattino. Pazienza! La Teresa sarebbe vissuta un giorno di più.

Si coricò, spense il lume ch'erano circa le tre.

Verso le otto sonò il campanello.--Fa bel tempo, non è vero?--ella chiese alla cameriera.

--Bellissimo--rispose la Luisa, aprendo le imposte. Il sole irruppe trionfalmente nella stanza, e infrangendosi sulla spera dell'armadio mandò un fascio di raggi sul letto.

--Abbassa le tende--disse la signora, mentre si faceva schermo con la mano. E soggiunse:--Mi porterai il vestito grigio di lana e la mantellina solita....

--Esce?

--Sì, per le nove voglio esser pronta. Passerà la contessa Orfei a prendermi. Le risparmierò le scale.

S'era decisa lì per lì, nell'inquietudine di quella notte insonne.

--Le farà bene a uscire--notò la Luisa.

La Teresa ebbe una scrollatina di spalle.

--Sì, creda pure--insistè la cameriera--ha bisogno di moto.... anche per dormir meglio.... perchè non dorme, questo si vede.

--Eh no, non dormo--assentì la Teresa costretta ad ammettere una cosa tanto manifesta.

--Quel famoso cloralio doveva essere un tocca e sana.

--Ma!

--Cambi rimedio.

--Lo cambierò.