Part 9
Luca Lascaris prese la parola, sordamente:
— Guarda tu, Almerico, se riconosci colui che giace morto colà: io gli ho tolto stamane quello che ieri gli avevo donato poichè l'anima sua più non bada ai doni terreni. Guarda, Almerico!
— Il mio vecchio Seborga!
Non una lagrima brillò sul viso bruno del Nervia: impietrò. Piegato il ginocchio vicino alla barella, tese la mano sul capo informe del cadavere.
— Che monsignore Iddio ti abbia presso di sè, mio vecchio Seborga!
— Amen — rispose il prete.
— Camillo, Luca, io desidero che il mio vecchio servo riposi vicino a coloro che ha servito ed amato durante una lunga vita che fu tutta devozione e sacrificio. Non vi dispiaccia unirvi a me nel pio tributo che intendo portare a colui che considero della mia casa.
— Noi siamo con te, Almerico — rispose Camillo Altariva.
Luca Lascaris piegò, annuendo, sulla sella.
— Al castello dei Nervia!
XX.
Il nido secolare dei Nervia di forma tozza e quadra, con la grande torre verso occidente, era posto sul declivio della collina che in allora chiudeva la valle a sinistra, separata dalla foce e dal mare da torbidi acquitrini e poi dallo accavallarsi di mobili dune. Il parco immenso lo precedeva e lo circondava ed il parco a sua volta era chiuso da una cerchia di mura in massima parte a secco, larghe e massicce che dal basso risalivano fino al vertice della collina e si riversavano sul declivio opposto. Da tre anni almeno, e cioè dalle prime minacce dell'invasione, Almerico aveva, con i servi più fedeli, inviato la duchessa e i due figli a Genova, donde, secondo l'abitudine incorsa, avevano preso imbarco per la Sardegna, l'isola essendo per la Corte di Piemonte e la nobiltà ligia un rifugio più sicuro. Da tre anni dunque parco e castello erano quasi abbandonati: pini sulla collina e platani nella pianura non più disciplinati dalle cesoie messe di moda da Le Nôtre, parevano tornati allo stato selvaggio: l'erba appariva alta sul largo viale che si mostrava dietro il cancello: giardino ed orto incolto s'erano arruffati come una capellatura non pettinata. A quei tempi, dal paese di Camporosso al mare, il torrente aveva tanto allargato il letto che occupava tutta la vasta cuna adagiata fra i due sproni di collina, quella delle Maure verso Ventimiglia e l'opposta verso Vallecrosia. Sicchè girato a monte il paesetto silenzioso, la cavalcata discese a valle quasi dinanzi al chiuso parco dei Nervia, e si accinse ad attraversare il letto del torrente, a secco in gran parte, chè non era ancor cominciato lo sciogliersi delle nevi, ma ingombro d'alti strami, d'ontani a macchie, di tutta insomma quella vegetazione posticcia che cresce a vista d'occhio là donde le acque si ritirano apparentemente.
— Possiamo attraversar con franchezza — dichiarò l'Altariva dominando con uno sguardo il paesaggio che pareva deserto e silenzioso e arcigno e quasi feroce. Nè il castello sbarrato e il parco folto l'ingentilivano poichè parevano laggiù di faccia drizzarsi a respingere chi minacciasse un'invasione.
— Sì, — annuì Luca Lascaris di malumore perchè obbligato a lasciare l'accampamento ove Fiorina poteva di momento in momento arrivare. Sì, non vedo pericolo alcuno, fuorchè nel _gaogrosso_.
Nel dialetto quasi provenzale dell'estrema Liguria, si dice _gaogrosso_ al corso d'acqua maggiore che esista nel letto d'un fiume o d'un torrente, quello appunto che ne costituisce l'essenza. Per tutta risposta il Nervia alzò la mano libera dalle guide, e apparve un omuncolo sciancato, rivestito di pelli caprigne, il capo coperto da un cencio a guisa di turbante, reggendo con ambe le mani al petto un'enorme conchiglia univalva di forma allungata, simile ad una tromba rustica.
— Il Bagato va a cercare il guado — mormorò un soldato, e il mormorio si propagò e la truppa guardò curiosamente l'essere informe che saltabeccava agilmente fra gli strami e gli ontani e il cui nome evidentemente era derivato dal gioco dei tarocchi, anzi dal primo tarocco.
Le popolazioni marinare e in ispecie quelle dei pescatori, hanno in ogni tempo — l'estrema Liguria non ne mancò mai — qualche essere sgraziato e segnato dalla nascita che, un po' matto e un po' scemo, passa il suo tempo a studiare il cielo e il mare, a predire il vento e la pioggia, il fortunale e la tempesta, dando l'allarme ai dintorni, soffiando in una conchiglia univalva e traendone un suono cupo simile ad un muggito.
Il Bagato era evidentemente un rustico Nostradamus, ed i soldati che furono sempre i bimbi della feroce umanità, s'impossessarono del novello gioco offerto e attesero con giuliva curiosità il segnale che doveva avvertire della scoperta d'un guado. Nè il segnale tardò. Un muggito d'un tono solo ma lento, stanco e strascicato si levò dal centro del letto, là dove presumibilmente il _gaogrosso_ scorreva; e la truppa seguendo Almerico di Nervia, che per il primo lanciò il cavallo nella discesa, si diresse disordinatamente serpeggiando verso il punto donde il cupo muggito giungeva a intervalli.
A poco a poco erbe e rami contorti d'ontani diradarono, qualche spiazzo di greto disseccato s'allargò, poi delle chiazze verdastre di muffa apparirono e degli acquitrini e delle pozzanghere, specchi di cielo intorbidati dalle zampe dei cavalli, poi una specie di baluardo di grosse e bianche selci calcaree e il torrente — il gao — apparve, largo venti metri almeno, nella sua parte più strozzata: nel mezzo il Bagato opponeva il corpo alle onde schiumose e scroscianti alzando la conchiglia alla bocca, statua vivente d'un piccolo fauno bacchico irsuto e giocondo.
La truppa guadò, risalì un altro baluardo di selci calcaree, poi ricominciarono i greti sgombri e gli acquitrini e finalmente per una penosa scarpata rovinante si trovò sulla strada maestra della vallata. Si fermò. Il Nervia s'occupò di piazzare personalmente le sentinelle, verso valle e verso mare, poi col restante s'avviò risoluto al cancello che s'intravvedeva fra i platani e gli ippocastani torreggianti. Invece di sciogliere l'enorme groviglio di catene arrugginite che avvinghiava le sbarre, vi postò due altre sentinelle, poi scostando i rami che piovevano in disordine dagli alberi annosi, cercò il muro di cinta. Scese allora da cavallo e fu dagli altri imitato. I due servi dell'Altariva alzarono la barella ove giaceva il corpo del Seborga appoggiandosene l'estremità sulle spalle e seguirono Almerico, poi Luca e Camillo e il Bagato chiusero la marcia. Il rimanente della truppa restò sul viale dinanzi al cancello celata fra gli alberi.
Il Nervia costeggiò a lungo penosamente il muro di cinta e il cammino era malagevole per lui più che per gli altri, anche per i due servi carichi della barella, poichè s'insinuavano nello spazio che egli faceva. Giunsero finalmente là dove il muro a secco incominciava: il fogliame v'era più folto e l'edera polverosa e pelosa vi si abbarbicava quasi con accanimento, formando una vasta placca nerastra. Senza sforzo alcuno il Duca alzò la cortina che pareva formare un corpo solo col muraglione ed apparve una breccia a fior di terra, un largo buco informe d'un metro almeno di diametro. Per il primo Almerico si chinò e passò. Poi passarono i due col funebre fardello, poi gli altri: il Bagato per ultimo lasciò cader la cortina. Al di là un altro busso vietava il passaggio: ma fu lasciato a sinistra ed apparve una radura, a capo della quale una cappella rotonda mostrava un pronao dorico e la porta aperta. Vi si diresse il duca di Nervia, ma, come fu vicino al pronao, si voltò ai due gentiluomini.
— Qui, voi lo sapete, dormono nella pace del Signore, quelli della mia casa che non lasciarono la vita in battaglia o nel mare o in prigionia presso i nemici o gli infedeli. Pochi uomini degli avi miei qui giacciono dunque e quasi tutte le donne invece. Non vi stupisca, amici, che intenda qui dar sepoltura al mio fedele Seborga: già un altro servo dei Nervia vi riposa, morto degnamente difendendo il castello da una scorreria di Dragutte il Barbarossa. Non già servo, ma amico fedele fu il Seborga per me. Mi cullò bimbo fra le sue braccia, m'insegnò i primi passi, mi pose per il primo su un cavallo, mi curò in una malattia mortale e contagiosa, fu in guerra con me, dormì nel bivacco al mio fianco, si privò della sua razione per sfamarmi, mi difese col suo corpo a scudo in battaglia, avrebbe dato per me, che Monsignor Gesù non ne veda che l'intenzione onesta, l'anima sua, la vita eterna per me!
Stese le mani sulla salma. Gli astanti si scoprirono.
— Povero amico, l'avversa fortuna ha voluto ch'io dovessi renderti il pietoso omaggio ch'io ti rendo. Ma te felice almeno che qui dormi fra coloro che hai tanto amato e tanto fedelmente servito! Chi sa, mio Seborga, ove dormirà il tuo padrone, mentre oggi profugo della sua casa non la visita che furtivamente, come un lupo inseguito, solo ormai, lontano da chi ama, ultimo fedele d'una causa perduta. Verranno i giorni migliori, forse, e i miei figli, tornando sulle nostre terre, me forse non troveranno a dormire nel sepolcro dei miei. Ma te almeno troveranno mio Seborga: ebbene, faccia il Signore Iddio che le lagrime e le preghiere che udranno queste tombe siano fra te e me divise, fedele amico, siccome abbiamo tutte le buone e le male venture nella vita. E se tu qui mi rappresenterai, ebbene, che i miei figli piangano sul tuo sepolcro come se fosse il mio!
Tacque. D'un gesto sobrio indicò il fondo ai servi dell'Altariva; i servi s'alzarono e vi si avviarono. C'era, fra due grandi urne di pietra, una rozza tomba in muratura coperta da una lastra di marmo sulla quale era impressa a punta di pugnale una croce e sotto due parole: _Fido Sebastiano_.
— Sollevate quel marmo — comandò il Nervia.
Il coperchio del sepolcro fu smosso: apparvero poche ossa bianche e un teschio lucente in mezzo a polvere nera impalpabile.
— Il fedel Seborga può dormire col fedel Sebastiano.
Il cadavere tolto dalla barella fu adagiato nella polvere nera e v'affondò come se le braccia del fedel Sebastiano s'aprissero per accogliere l'altro servo fedele. E il marmo tolse per sempre agli sguardi profani il corpo che l'anima certo contemplava da un mondo migliore.
XXI.
Quando si ritrovarono di nuovo sullo spiazzo dinanzi all'attico pronao, Almerico sostò e chiese:
— Che pensate, amici, della morte del Seborga?
Silenzio: i due curvarono il capo.
— Dunque: il mio sospetto.
Luca Lascaris parlò:
— Sospetto è vaga parola ed è accusa grave. Il Seborga partì con Emanuele Embriaco della cui onestà posso rispondere.....
— Sono davvero i tempi in cui si può rispondere della onestà di qualcuno! — mormorò sordamente l'Altariva.
Il Conte s'impennò:
— Camillo, vi prego di ricordarvi che l'Embriaco venne a me con una lettera della cui verità nessuno ha il diritto di dubitare me vivente e sano. Emanuele Embriaco è fuoruscito....
— Bandito.
— .... sia pure, bandito genovese: titolo di stima per noi che combattiamo per il Re. Venne con soldati regolari e con vassalli del marchese di Spigno. Si rifugiò nel mio castello.....
— Per iscampare dal Grimaldi e dal Borzone.
— .... potrei rispondervi che era munito di tal lettera che gli dava pieno diritto alla mia ospitalità. E se pur venne per iscampare dal Grimaldi e dal Borzone lo fece nella sua qualità di fuoruscito.... o bandito se meglio vi piace. Da allora però seguì la nostra fortuna fedelmente. Vi faccio anche notare che ieri a notte chi divise i drappelli fu il Seborga che mi diede lo scudiere dell'Embriaco e s'unì alla scorta del Conte....
Almerico di Nervia intervenne.
— Lascaris, non accuso dicendo che sospetto.... come del resto voi due sospettate: Camillo.....
— .... fin dal primo momento.
— .... e voi Luca nell'interno del cuore, a malgrado le ragioni che accumulate. Può darsi che nella notte buia sia sdrucciolato un piede al vecchio Seborga, benchè a giudizio di chi l'ha raccolto sia stato rinvenuto proprio nel fondo senza che l'erba e le piante del precipizio presentino traccia alcuna del passaggio. E chi pone un piede in fallo s'aggrappa, lotta, urla, chiede aiuto. Come non l'hanno udito? Pur tuttavia non accuso, no, sospetto.. Abbiamo per buona ventura di che fortificare o dissipare il nostro sospetto. Abbiamo i due scudieri di Emanuele Embriaco, l'uno rimasto con me, l'altro....
— Venuto e tornato meco.
— Precisamente. Sapremo da quei due la verità. Sono all'accampamento: mando un ordine per farli qui proseguire.
— Bada, — fece osservare l'Altariva — bada a quello che fai. Ho più d'una volta osservato i due scherani: l'uno è grossolano soldato, un reitro del buon tempo antico, e non lo credo al corrente dei fatti e pensamenti del suo padrone. L'altro, quello che vi seguì, Luca, è volpe fina, astuto come un chierico: non ne caverete nulla.
Il Nervia sorrise:
— O con l'oro o con la tortura parlerà.
— Possibile: tentar non nuoce.
In quella ululò la conchiglia. Ma contemporaneamente il verso della civetta si fece sentire tre volte a eguali intervalli: poi le frasche fuor del muro di cinta stormirono, agitate con violenza come da persona che vi si intromettesse. L'Altariva e il Lascaris avevano per istinto messo mano alle armi: il Nervia era invece rimasto tranquillo.
— Non v'esaltate: qualcuno dei miei.
L'edera della breccia venne sollevata dall'esterno e apparve un montanaro per nulla dissimile dagli altri del Nervia.
— Sei tu, Becco-in-croce? Che notizie porti?
E prima che l'altro parlasse, rivolto ai due gentiluomini, Almerico proseguì:
— Probabilmente nulla d'importante: è la sentinella che sorveglia la spiaggia. Notizie della città.
Rivolto al nuovo venuto gli diè licenza:
— Parla, Becco-in-croce!
L'uomo parlò:
— Vostra Eccellenza.... questa mattina... il gentiluomo che abita con sua Eccellenza il Conte — mostrò Luca — si è imbarcato con un altro gentiluomo e una gentildonna e un servo.
I tre si guardarono sbalorditi.
— Fiorina! — esclamò il Lascaris.
Un cenno: il Nervia interrogò:
— Non hai sbagliato, Becco-in-croce? Hai proprio riconosciuto il gentiluomo che è ospite del Conte Lascaris?
— Sì, Vostra Eccellenza.
— Com'erano i suoi compagni?
— Un gentiluomo d'età, col viso che pareva una pera martina secca, e una barbetta quasi bianca....
— Ibleto di Spigno!
— .... e una gentildonna giovane e bella, che vestita da uomo pareva un ragazzo.....
— Bionda?
Becco-in-croce pensò un poco: poi trionfalmente:
— Sì, Vostra Eccellenza!
— Fiorina! È Fiorina, non c'è più dubbio!
— Luca!
Ancora fuor di sè il Lascaris si voltò a scudisciare una pianta.
— Si sono imbarcati, Becco-in-croce?
— Sì, Vostra Eccellenza.
— Verso?
— Verso Latte, Vostra Eccellenza, ma doppiando la foce al largo d'un miglio almeno.
— A che ora presso a poco?
— Tre ore di giorno almeno, Vostra Eccellenza, ed anche quattro.
— E soltanto adesso vieni a riferirlo?
Becco-in-croce non parve intimidito.
— Vostra Eccellenza mi perdoni, ma come potevo immaginare che Vostra Eccellenza fosse al castello?
— E da chi l'hai saputo?
— L'ho saputo all'accampamento, Vostra Eccellenza!
— Vieni dunque di là?
— Sì, Vostra Eccellenza.
Il Nervia riflettè un momento, poi chiese consiglio.
— La posta al bivio di Apricale non ha più ragion d'essere da poi che gli Spigno sono passati a nostra insaputa e ne ha beneficato il conte Embriaco....
Luca flagellò con raddoppiato vigore l'albero.
— .... nulla più ci trattiene lassù: che ne direste d'uno spostamento di campo?
— Dove? — domandò l'Altariva.
Senza rispondere alla domanda il Nervia ripetè:
— Spostiamo dunque l'accampamento?
— Spostiamolo, per tutti i diavoli! — urlò Luca.
Camillo annuì.
— Becco-in-croce — comandò il Luca — ritorna al campo e dà ordine che si levino le tende e che si discenda e si passi il _gao_, a metà strada fra Dolceacqua e Camporosso. Noi vi saremo e la conchiglia del Bagato indicherà il punto preciso. Va Becco-in-croce e porta l'ordine mio.
Il montanaro s'inchinò e ripassò la breccia.
— Ed ora a noi. Il mio sospetto, Luca, aveva ragione d'essere secondo quanto abbiamo udito. L'Embriaco si liberò violentemente del mio povero Seborga.
— Ma gli Spigno?
— Ibleto ha sempre fornicato con i francesi: lo sappiamo tutti. Credo che a quest'ora sbarcati a Latte e in istrada per Nizza, o per mare tuttavia, si riducano al campo dei sanculotti sul Varo.
— E Fiorina?
— Di buono o di malgrado li segue.
Luca Lascaris alzò le pugna al cielo.
— Voi mi sembrate un ragazzo imbelle, Conte, un ragazzo imbelle al quale abbiano furato il giocattolo. Siate uomo, per nostra signora di Lampedusa! Verrà la nostra volta, e vinceremo la nostra posta. Per intanto vi apro intero il cor mio: sono stanco di questa vita raminga e inutile. Rivedere il mio castello dopo sì lungo tempo mi ha rimessi in cuore i germi della nostalgia. Liberiamoci, prendiamo una decisione, scegliamo un nemico. Siamo qui esitanti fra Genova e la Francia: pretendiamo tenerle in ballo tutte e due. Grave errore. Facciamo onor stragrande alla Serenissima, che fa paura o meglio vuol far paura con le mani vuote. Vi offro una via d'uscita: giriamo le Maure, usciamo dopo Roverino, per il Bevera, piombiamo sui predoni di Sant'Antonio, e appena li avremo liquidati assalteremo la città isolando il fortino del Borzone. Ventimiglia non ha che un Governatore di figura e pochi uomini di parata dei quali verremo presto a fine. Riprenderemo poi la guerriglia con una difesa come la città, il forte ed il vostro Castello, Conte Lascaris. I Francesi non passeranno o gireranno da Saorgio. Guadagneremo tempo ad ogni modo, che ve ne pare?
Camillo Altariva prese la parola.
— Il tuo piano, Almerico, è buono come linea generale: ma i particolari verranno. Per intanto l'approvo fino all'assalto dei predoni di Sant'Antonio.
— Io tutto approvo — esclamò Luca Lascaris, — purchè ci si muova e non si resti qui neghittosi. Ho bisogno di far del male a qualcuno.
— Ne avrete presto l'occasione, conte. Quando ci congiungeremo con la mia truppa troveremo i due scherani dell'ospite vostro: se mi permetterò d'interrogarli io stesso, per la memoria invendicata del mio povero Seborga, li consegnerò poi dopo alla vostra giustizia, chè vi appartengono.
— Vi ringrazio, Almerico!
Ma il progetto del Nervia non potè avere esecuzione. A metà strada fra Dolceacqua e Camporosso attendeva bensì la truppa del Nervia, ma il Ricciuto e Bracciodiferro non ne facevano parte. S'erano allontanati con gli uomini che comandavano, subito appena apparso Becco-in-croce, e conosciuto che ebbero la nuova direzione dell'Embriaco, pretendendo il Ricciuto d'aver ordini tassativi in proposito.
— Non importa — osservò il Nervia — ignorano il nostro piano e quindi non ci sarà allarme: del resto potremo raggiungerli: non perdiamo tempo!
XXII.
La nuvolosa mattina che per la campagna diffondeva pur tuttavia una luce tutta eguale, manteneva in città un buio di tomba. Le undici; i cavalli scalpitavano sul selciato di pietra attraversato nel mezzo da una guida di mattoni sanguigni: le due mule che reggevano la portantina davano appena segno di vita col dondolar la coda infiocchettata fra le stanghe a batocchio, e due soldati reggevano le torcie per illuminar la viuzza caduta nel buio, fondo per le alte case.
Nell'ufficio del governatore due lucerne spandevano queto chiaror raccolto: sotto l'una sgobbava l'archivista Orengo raschiando con la penna d'oca una carta ruvida e slabbrata sotto pretesto di vergare un'ordinanza. Sotto l'altra lucerna il capitano Cavalli attentissimo e lontano dal mondo leggeva Virgilio.
In una stanza da letto interna che avrebbe dovuto prender luce da un vicolo, il quale naturalmente non manteneva le sue promesse, Betto Grimaldi si abbigliava aiutato dal Moncherino, il quale a sua volta, e poveretto non per colpa sua, dava aiuto come il vicolo dava luce: ma il governatore non aveva fretta, parea che succhiellasse il tempo per farlo passar lentamente.
In un'altra stanza, che conosciamo appuntino, la vispa Gilda s'affaccendava intorno a Chiara e benchè un po' più di luce vi penetrasse dalla finestra verso la vallata, la bella camerista brontolava pretendendo che si fosse non quasi a mezzo il giorno, ma nel crepuscolo del mattino. Mentre questo accadeva, due altri personaggi di nostra conoscenza misuravano i cento passi dell'allea del Fontanino, fuori della porta omonima; l'uno parlava pacatamente come se ragionasse d'Euclide o di d'Alembert, l'altro ascoltava bevendo le parole e l'interesse gli traspariva dagli occhi lucidi.
— Credete a me, Giano de' Lercari, — dicea Filippo Balbi — credete a me, che vedo lungi le cose, imitatemi. Non c'è per noi che una via aperta oggi, le armi. Eppure non a me, cadetto di gran casa, ma cadetto, e non a voi di gran casa ma, non v'offendete, più cadetto di me perchè irregolare, possono offrir qualche futura fortuna le armi della Serenissima. Non ci illudiamo: stanno di fronte l'Austria e la Francia, chè non vi conto il Re di Piemonte, boccone maggiore, nè la Repubblica di Genova, boccone minore. Austria e Francia: l'una contro l'altra oggi e domani: decidersi: o la carriera delle armi in Piemonte e quindi in Austria, ma a quale scopo Lercari? Allo scopo di poltrire e ammuffire nei gradi subalterni e vedersi di punto in bianco anteposto un damerino di Corte, con un gran nome, un moccioso irresponsabile che viene a comandarvi, a farvi sgobbare e rischiar la vita per prendere il merito ove ne sia il caso senza rimetterci del suo perchè troppo con le spalle al muro, figlio di papà o di mammà, uscito dalle gonne della favorita. Giano, credetemi: sono un cadetto della casa Balbi, grande casa a Genova; ma nato capitano morrei capitano, come voi nato alfiere morreste alfiere. E a quale scopo infine? Se l'Austria schiaccerà la Francia servire l'Imperatore, se la Francia schiaccerà l'Austria venire incorporati a forza nelle masnade sanculotte. Credetemi, Giano Lercari, fate come ho fatto io: saltate il fosso. Il Piccolo Bonaparte ci lascerà probabilmente l'anima che regge coi denti, ma c'è Massena, Moreau e Hoche e tanti altri e c'è il capo di Stato Maggiore del _piccolo_ Bonaparte, il serio greve e ponderato Berthier, il quale mi ha promesso un battaglione al primo fatto d'armi e un reggimento al secondo. C'è poi anche il caso che il piccolo Bonaparte riesca nel suo disegno, tenebroso disegno che niuno conosce, forse nemmeno Berthier, ma che può essere grande come è audace chi l'ha concepito. E il piccolo generale che ha tutta l'aria di un falchetto pronto a piombar sulla preda, a malgrado la sua amicizia con Robespierre il Giovane e le sue imprese di Vendemmaire, è un aristocratico, ama circondarsi di nomi ed aiuterebbe voi e me, piuttosto che quel garzone birraio di Murat, che ha per aiutante di campo, o che quel legulejo di Junot, altro aiutante, che non l'abbandona un momento.
Giano Lercari ascoltava come se gli si raccontasse una fiaba.
— La verità è — osservò — che agli ordini della Serenissima si muffisce in guarnigioni come questa.
— Mentre che in un esercito combattente c'è l'impreveduto che aspetta e fa la vita varia.
— E voi credete, Filippo, che fra l'Austria e la Francia si debba preferire la Francia?
— Non vi ripeto che il mio giudizio, quello che io stesso ho giudicato preferibile, ma non intendo nè darvi consigli precisi, nè invitarvi a prendere una decisione qualsiasi. Restate pure l'alfiere della Serenissima, presso questo nobile Comando. Soltanto, per semplice spirito d'amicizia, vi offro di pensare se vi convenga.
— Avete ragione Filippo. Ma pure, ammesso che mi decida....
Ne aveva tanta voglia che fra sè avea già preso la risoluzione di imitare il Balbi.
— .... in che modo debbo contenermi?
— Per far che cosa?
— Per imitarvi. Non posso già disertare.
— Chi vi parla di disertare! Fate come ho fatto io, e cioè fatevi attaccare all'esercito francese dal vostro comandante.
— Betto Grimaldi? Irresoluto com'è e con la paura del Governo di Genova, non lo farà mai.
— Chiedetelo a Genova.
— Non avrò risposta, e, se pur l'avrò, sarà qui fra un mese almeno!