Part 8
— Consiglio? Su quello che avete detto?
— Grazie no: sulla via da seguire.
— Capisco: lasciatemi riflettere.
Meditò che l'Altariva ultimo atteso al convegno doveva essere a quell'ora giunto da tempo e che quindi s'offriva la strada che avea tenuto colui e cioè quella delle Maure. La quale non metteva pur tuttavia che ai piedi della città e allora o prendere il mare per isbarcare a Latte....
— Niente mare — dichiarò Fiorina.
— .... o continuare il sentiero alpestre fino a Siestro, girar la punta di Roverino ed attraversare il Roia dinanzi al confluente del Bevera.
— È lunga la strada?
— Meno assai d'una tappa fino al Roja: poi nelle mani di Dio.
— Il fiume è gonfio?
— Non più di quello che sia un fiume in istagione prossima allo scioglier delle nevi, ma ignoro il guado.
— Quindi: incognita?
— Vi ripeto: nelle mani di Dio.
— E allora consigliate la via del mare?
— Umilmente, sì. Specie scegliendo la notte per dar meno nell'occhio.
— Una barca di pescatori non potrebbe destare sospetti.
— Una barca, no davvero. Ma basterà?
— Per tre persone? certamente.
— Tre persone? E le scorte?
Ibleto di Spigno lisciandosi la barbetta rispose:
— Le scorte? A che servirebbero?
— A difenderci.
— O non piuttosto a darci un'apparenza offensiva? No, niente scorte. O si trattò di pochi sbandati ed a quest'ora fatto il bottino sono rientrati a Nizza: o si tratta d'una vera avanzata e allora a che servirebbero le scorte composte di pochi uomini, sia pure dell'esercito regolare del Piemonte!
Dopo tutto non era meglio per l'avventuriero il perdere una buona volta quei soldati non suoi e che gli potevano costituire un pericolo continuo? Il disegno di Ibleto gli quadrò.
— Avete ragione, Marchese, come un teorema, direbbe il padre Pesante mio degno ex precettore. Seguiamo dunque la vostra idea. Ma prendiamo le Maure e discendiamo a San Secondo.
Il castellano di Spigno diede un ordine e in poco meno di mezz'ora la capanna rustica fu restituita al suo primitivo squallore. La marchesa Fiorina pur tuttavia non disdegnò dal presiedere in persona al ripiegamento dei tappeti, alla smontatura del letto, dello inginocchiatoio e della tavola: il tutto fu legato con cura, le suppellettili e i cuscini in cassette e pacchi, i tappeti arrotolati e fasciati in balla: ne risultarono sei colli che furono caricati su due muli poderosi. Ad un cenno la carovana si dispose in fila indiana e preceduta dall'Embriaco discese nella valle. I soldati del Nervia passivamente seguirono i compagni.
Il mattino persisteva nuvoloso, ma verso il mare cirri enormi erano accavallati dal vento, un vento di tramontana che spianava ed increspava le acque giallastre fino quasi a un miglio da terra e fin dove si spingevano le due correnti del fiume e del torrente che convergevano, sicchè il solo delta era giallastro: il restante della marina mostrava un colore ferrugigno livido instabile come ferrugigni lividi instabili si mantenevano i monti di cirri fumosi.
Il delta formato dal triangolo addossato al bosco delle Maure e limitato nei due cateti dal fiume Roja e dal torrente Nervia fino al mare, ciò che poi fu il borgo Sant'Agostino e la spiaggia delle Asse, appariva breve e stretto in allora: dalla parte del torrente era un groviglio di strami e d'ontani sopra un fondo paludoso e vergine di sentieri o guadi, meno la breve striscia della cornice fangosa o polverosa a seconda delle stagioni: verso il fiume Roja era più triste e sinistro ancora: ospitava un cimitero là ove si stende oggi la stazione della ferrovia, poi gli speroni delle colline si confondevano entro una chioma di pini silvestri, rossa d'estate come se avesse patito un incendio, nera nelle altre stagioni e irsuta come la chioma d'un gigante da leggenda.
La strada di comunicazione della Cornice aveva qua e là il segnacolo di qualche casetta, rivendugliolo od oste, un maniscalco, ma rozzi abituri sperduti che non mettevano in quel sinistro paesaggio foscoliano nemmeno quasi la nota della vita. Sul ponticello del rio San Secondo esisteva un corpo di guardia perduto, il primo segno della città vicina. La scorta avrebbe permesso di prenderne cura e certo il graduato e i suoi uomini che l'occupavano avrebbero fatto _pro forma_ opposizione al passaggio d'una carovana così imponente. Ma — chi sa mai — avrebbero potuto anche dare l'allarme, cosa spiacevole e di fastidiose conseguenze. Per il che l'Embriaco si permise di consigliare la fermata e l'attendamento provvisorio della scorta che sarebbe poi penetrata in città con i passaporti ad attendere gli illustri ed eccellentissimi signori. Ed intanto loro tre ed un solo bravo avrebbero potuto discendere alla spiaggia e trovare infallantemente una barca peschereccia. Così fecero e un'ora dopo si trovarono al bordo umile d'una paranzella che si mosse a vela doppiando al largo la foce del Roja con tutta l'apparenza di cercar buona pesca con la rete d'alto mare.
Da un miglio in mare, costa colli monti e città assumevano tragici aspetti. Natura selvaggia, chiomata di neri pini, folta, bizzarra, seminata di ciglioni calvi di puro macigno e di caverne dall'aspetto preistorico, feroce. Una sopra le altre, a metà delle Maure, occhio ineguale acciecato come quello del Ciclope d'Odisseo parea che fissasse immobile, senza vederlo, dal cavo profondo, il mare fangoso che attraversavano. La pianura verso Bordighera tutta marese e dune intersecate dagli speroni delle colline a segnar le vallette: la punta di Sant'Ampeglio a capo della pianura, pareva una macchia nera sul mare giallo. A sinistra facea spalliera alla città di Ventimiglia, punto avvallato di congiunzione di due infinite ali di montagne, una sequenza di montagnole più sinistre ancora delle altre e si perdeva nella valle del Roja bieca e spoglia nell'alto. Ventimiglia assumeva l'aspetto d'un immane teschio posato sul vertice d'una collina di tufo, e pronto a ruinar sempre verso il mare a dirupo verso la spalliera misteriosa d'ombre e di foreste sottomarine che ancor oggi si chiama delle Calandre e che vista dal largo ha l'apparenza precisa d'un nordico fiordo. Soltanto il campanile della cattedrale, un antico tempio romano, rompeva l'aspetto di teschio mozzo assunto dalla città, e posato in un piatto il cui orlo era formato dalla cintura delle fortificazioni. Sotto il cielo nuvoloso, chi sa per quale rifrazione, il cumulo dei tetti livellato prendeva certi toni biancastri molto simili a quelli del marmo sfaldato da tempo con venature di ruggine simili alle giunture d'un cranio disseppellito.
— No davvero ch'io non invidio Betto Grimaldi — susurrò il marchese di Spigno — la residenza in una simile città non deve avere nulla di piacevole!
— E sopra tutto la dolce Chiarina — aggiunse la marchesa — io sento in coscienza di non invidiare: preferisco il mio castello del Monferrato per noioso che sia!
— Certamente che la nobiltà vostra ornata di grazie e di doni morali, — rispose l'Embriaco — farebbe in quel costone laggiù l'effetto d'una regina rediviva entro una necropoli: ma, e ne sono sicuro, ravviverebbe la cornice malinconica e muffita come certe castellane vostre antenate avrebbero tenuto corti d'amore in bicocche nude e fredde e spoglie delle Langhe e della Val d'Aosta!
Fiorina sorrise all'elogio, e Ibleto riprese:
— Sapete voi, conte, con precisione da chi sia circondato Betto Grimaldi?
— Gente di nessun conto, se ne si eccettui il capitano Cavalli.
— Lavinio Cavalli, l'innamorato di Virgilio?
— Perfettamente: il resto non val la pena di menzione: c'è, ve lo noto di sfuggita, quel soldataccio di Nicola Borzone, detto Senza-dio....
— Un volterriano?
— Che? un analfabeta privo d'un dito.....
— Ah! ah! capisco: grazioso il bisticcio. E poi?
— E poi, che so? Ah! aspettate: un bastardo di casa Lercari, Giano, lisciato e impomatato come un'insegna di profumiere.....
Fiorina parve risovvenirsi:
— Giano Lercari? Mi pare di averne avuto notizia.
— L'avrete probabilmente incontrato l'inverno scorso nelle conversazioni di casa Brignole. Fu lasciando il vecchio Brignole che ottenne il grado d'alfiere.
— Sì, mi ricordo: aveva un certo spirito nei conversari!
— Può darsi: quel che però è sicuro è che non l'affina laggiù.
E mostrò la città che stavano doppiando.
La barca peschereccia che li portava al suo bordo aveva oltrepassato le Calandre: qualche breve punta apparve e quindi la scogliera che vietava l'accesso dal mare al castello Altariva.
— Voi conoscete Camillo? — domandò Ibleto.
L'Embriaco accennò approvando.
— Lo conosco, se per conoscere volete intendere che l'abbia avvicinato.
— Naturalmente. Che ne pensate?
L'interrogato si strinse nelle spalle.
— Penso che tenga per il Re: Credo che di questo non faccia mistero.
— D'accordo. Ma con quale scopo? Dopo i primi entusiasmi della giovinezza non si milita in un partito, o non si sposa una causa, anche nobile, senza un interesse qualsiasi, immediato o lontano. Ch'io mi sappia Camillo Altariva non fu mai alla Corte, non ebbe mai dimestichezza con Sua Maestà nè con chi l'avvicinava. Non avvicina persona, Camillo Altariva. Perchè dunque si lega ad una causa che non può credere che perduta?
La marchesa mormorò senza volerlo:
— Forse per questo.
Ibleto si fe' pensieroso.
— Potete aver ragione, mia cara amica.
L'Embriaco osservò:
— Ma ben altri l'hanno sposata senza una ragione: il Nervia, Luca Lascaris....
Lo Spigno sorrise leggermente. Poi rispose:
— È diverso il punto di vista, mio caro. È diverso per i due che avete citato. Hanno fatto ambedue la scuola dei paggi, hanno abitata la Corte, Luca vi ha trovato moglie.
Fiorina trasalì, ma Ibleto non parve accorgersene. Continuò:
— .... ed Almerico di Nervia è ambizioso e Luca Lascaris è impulsivo. Ma Camillo nulla chiede e riflette troppo. Perchè dunque? Si sposa una causa....
— .... quando non si ama nessuno — completò Fiorina.
Il marchese rise argutamente.
— Diderot non avrebbe meglio risposto, amica mia.
Anche il castello Altariva restò a poppa.
Si profilava come centro d'un piccolo seno la spiaggia che forma un ruscello chiuso nella foce dall'alzarsi delle dune: quella spiaggia però vantava una caratteristica afferrabile a prima vista: aveva le arene candide.
Il pescatore, che teneva la scotta della vela latina, sputò silenziosamente nel mare come se compisse un rito, poi sempre muto alzò gli occhi a fissare i passeggeri.
— Che c'è, amico? — gli domandò Ibleto.
Per tutta risposta il marinaio puntò l'indice verso le arene candide, poi con isforzo pronunciò:
— Latte.
— Ah! siamo dunque giunti?
Per tutta risposta un cenno del capo.
I tre si guardarono incerti. Parve che in ognuno dominasse un pensiero diverso che convergeva però in un unico pensiero, e finalmente il marchese domandò:
— Da Latte si va a Sant'Antonio?
Un cenno affermativo.
— La strada è lunga?
Un cenno negativo.
— E allora, Fiorina, amica mia, e voi, conte, consigliatemi.
— Approdiamo — fu la risposta dell'Embriaco.
La Marchesa parve indifferente, per il che Ibleto rivolto al pescatore impassibile, ordinò:
— Approda!
XVIII.
Dopo un'infruttuosa nottata di ricerche febbrili, tornava Luca Lascaris furioso all'accampamento del Nervia, con la speranza ardente di trovarvi chi aveva inutilmente cercato, quando all'incrocio di due sentieri vide nel basso inerpicarsi un gruppetto di contadini che parevano sorreggere un pacco voluminoso e portarlo con molto rispetto. A malgrado l'impazienza che lo dominava, per la volontà, superiore ad ogni passione, di non lasciarsi dietro gente ignota, si voltò al Ricciuto che lo seguiva e gli disse:
— Guarda che succede laggiù.
— Debbo andare, Monsignore?
— Naturalmente, ma spicciati e torna subito.
Il comandato obbedì. Scese dalla cavalcatura, ne affidò le redini al soldato più vicino e s'avviò. Raggiunse la comitiva ignota un centinaio di metri più sotto. Erano sei villani e un prete che salivano salmodiando: precedeva un giovanottone dal viso ebete e dai capelli rasi che reggeva una rozza croce nera; seguivano quattro gagliardi montanari portando un'informe graticciata di pini selvatici sulla quale giaceva un corpo coperto nella parte superiore da uno straccio che avrebbe anche potuto passare per un pezzo di coperta da muli; seguiva il prete fiancheggiato da un vecchio untuoso che ripeteva le preci dei morti. Il Ricciuto giudicò inutile prender lingua dal villano che precedeva e la cui forza ebete mal gli pareva dovesse rispondere a un questionario anche succinto: si scostò addossandosi alle piante umide ancora della parte a monte per lasciar passar graticcio e portatori, e rivolgersi al prete che seguiva:
— Posso chiedervi, padre mio, chi accompagnate al cimitero di così buon mattino?
— Figlio — rispose il prete interrompendo le preci, ma non sospendendo il cammino — figlio, si tratta di un disgraziato il quale secondo ogni previsione mise un piede in fallo al passo delle Martore. Lo hanno trovato questi miei parrocchiani e lo portiamo adesso a dormire i suoi sonni eterni lassù, nel sacro recinto d'Apricale. _Requiem aeternam_...
— ... _et lux perpetua_....
Il Ricciuto si fece il segno della croce, si tolse il feltro sformato dalla pioggia e seguì mestamente il convoglio unendosi alle risposte del sagrestano. Giunta la comitiva ove il Lascaris aspettava, per rispetto si fermò, e il prete riprese le sue spiegazioni.
— Sapete chi sia, padre? — domandò il gentiluomo.
— Lo ignoro, colendissimo domine. Precipitò probabilmente assonnato, senza il tempo di riprendersi, testa all'ingiù, fracassandosela: è irriconoscibile. Tanto che credo inutile scoprirlo per non lasciare una trista memoria nei vostri occhi, Monsignore.
— Padre, non sono un damerino profumato, nè una svenevole damigella. Ne ho visto d'ogni colore. D'altra parte attendo amici che avrebbero dovuto giungere fin da ieri. Per levarmi dunque dall'ansia, vi prego di scoprire codesto morto, affinchè m'assicuri dell'esser suo.
— V'obbedisco, monsignore, quand'è così.
Uno dei portatori tolse la rozza coperta ed apparve un corpo coricato di fianco: abbigliamento dimesso, scarponi da montagna e giubbone di nessuna eleganza: il capo informe, una poltiglia di rossastro e di grigio impastata con ciocche di capegli bianchi.
— È strano — mormorò il Lascaris — come abbia potuto conciarsi così: direi quasi che dovette subìre una spinta o una violenza!
— Profondo è il passo delle Martore, monsignore, e tutto irto di rocce nude. Fu trovato proprio in fondo.
— Pace all'anima sua! Che Nostro Signore gli conceda il purgatorio, se non trapassò in peccato mortale! Ricopritelo pure, buona gente, ch'io non lo conosco..... No, no, un momento, aspettate!
Sporto dall'alto del cavallo, discopriva la parte celata del cadavere. Si accorse di un lucicchìo vivo.
— Guardate, vi prego, che arma porta alla cintura.
— Un pugnale, monsignore!
— Datemelo, vi prego.
— È peccato grave, colendissimo domine, di spogliare i morti!
— Obbedite!
Il più vicino dei portatori consultò dello sguardo il prete che annuì, poi si curvò sul morto e gli trasse dalla cintura un pugnale dall'impugnatura aspra di borchie preziose che Luca riconobbe immediatamente.
— Per nostra Signora del Miracolo! O mi prendono le traveggole o codesto è il pugnale che ieri ho donato io stesso al Seborga in premio dei suoi saggi consigli! Porgetemelo padre, ve ne prego!
Chè il villano aveva consegnata l'arme al prete. Il quale la benedisse e la porse al Lascaris.
— Non c'è alcun dubbio: è lo stesso. Costui che giace morto davanti a noi è forse dunque il buon Seborga?
Ad uno ad uno gli uomini del Lascaris vennero curiosamente ad esaminare il cadavere: ma tutti appartenevano al drappello del Ricciuto ed avevano intravveduto il Seborga a mala pena la sera prima. Nessuno dunque lo riconobbe.
— Padre — dichiarò Luca allora — io sono il conte Lascaris.....
I villici si sberrettarono e il prete s'inchinò.
— .... ed ho il sospetto che codesto povero morto sia lo scudiero del duca di Nervia.....
Nuovo sberrettamento e nuovo inchino.
— .... che accampa qui vicino. Ve ne prego, non vi spiaccia di allungare per poco la strada: il mio illustre amico ve ne sarà grato se i miei sospetti s'appongono.
— Nulla abbiamo da rifiutare all'eccellentissimo signor conte Lascaris ed al nostro signore il possente duca di Nervia: indicateci il cammino, monsignore, ed i vostri umili servi seguiranno le vostre traccie.
S'avviarono lentamente ma senza più salmodiare poichè non avevano più per mèta il cimitero.
XIX.
Nella notte in cui era avvenuta la morte violenta del Seborga, mentre Luca Lascaris da una parte e l'Embriaco dall'altra, erravano alla ricerca dei marchesi di Spigno, Camillo Altariva accompagnato da due servi giunse all'accampamento del Nervia. Edotto sommariamente di quanto era accaduto e della partenza dei due drappelli, partenza che disapprovò, si ritrasse nella tenda di Almerico e più regolarmente dei due che erano partiti lo mise a giorno degli avvenimenti. Parlò così:
— Posso errare, sebbene non lo creda, ma l'assalto di Sant'Antonio mi fa pensare che non si tratti d'una delle solite scorribande francesi, nè di semplici affamati alla ricerca di bottino. Sono accaduti tre fatti che non mi spiego. In primo luogo i banditi che hanno occupato Sant'Antonio non sono fuggiti dopo il colpo di mano, ma l'occupano ancora. Perchè? Si sentono dunque protetti alle spalle e quindi si tratterebbe d'un'avanzata vera e propria, non d'un semplice sconfinamento. È un'avanguardia, lo sento. Ma di chi? Forse dell'esercito del Varo? Ma fino a pochi giorni or sono l'esercito del Varo si componeva di pezzenti privi non solo d'armi e di munizioni, ma di vestiti e di vettovaglie. Fino a pochi giorni or sono si trattava di un'accozzaglia indisciplinata con qualche ufficiale per insegna più che per vera inquadratura d'esercito. Si è dunque compita una riforma radicale, ed una mano robusta ha preso la guida di quel gregge disperso? È un pensiero che m'assilla e mi preoccupa davvero.
— Lo comprendo, Camillo — rispose il Nervia.
— Altro fatto non meno importante. Betto Grimaldi ha ricevuto un messaggero. Si tratta, è vero, di Filippo Balbi, suo futuro genero, il quale per quanto messaggero _pro forma_, è sempre ufficiale della Serenissima distaccato presso il Comando Francese. Quale comando? Ecco il problema. Fino ad oggi fu a Parigi. Ma oggi? Che abbia seguito il nuovo generale in capo e che sia presso il Grimaldi per chiedere il lascia passare? Voi sapete che cosa ci sia costato l'opporci ai francesi due anni or sono.....
Almerico di Nervia aggrottò le sopracciglia: qualcuno meno temprato di lui avrebbe rabbrividito. Rispose con voce sorda:
— Lo so.
— Non risolleviamo dolorosi ricordi. Se è destino si compirà. Ma ricordate però — questo sì — che la città, ligia a Betto Grimaldi e alla Serenissima, oggi, e ieri presa dalla fremebonda pazzia parigina tanto da innalzare quello scherzo di cattivo genere, parodia d'albero di cuccagna, che chiamarono albero della libertà, ricordate che la città sola è nostra nemica e che merita un esempio. Vassalla dei Lascaris, dei Nervia e degli Altariva, si darebbe al primo venuto piuttosto che a noi ed al re. Mi comprendete? Mi approvate?
— Vi comprendo e v'approvo.
— Ordunque stringiamoci noi due, noi due, in questo patto: la città nostra!
— Per il Re!
— Sia: per il Re. Ma nostra!
— E di Luca Lascaris!
— E di Luca Lascaris. Ma poco possiamo contare sul nostro compagno valoroso e fedele di due anni or sono. È dominato da una folle passione per quella castellana di Spigno....
— Ma Fiorina è con noi, per il Re!
— La donna segue il vincitore.
S'alzò, uscì sulla soglia della tenda e rientrò.
— Che notte! Sembra fondo inverno. Che ore saranno?
— L'alba fra poco. Ma non mi avete confidato il terzo avvenimento al quale alludevate poco fa.
Camillo Altariva fece appello alla memoria.
— Avete ragione: ecco qua: è sparita la contessa Lascaris madre.
Il Nervia più che colpito guardò stupito l'interlocutore.
— Sparita! E in che modo? Spiegatevi.
— Facilmente. Ieri mattina la contessa uscì dal castello per la cavalcata abituale, seguita al solito da una scorta di quattro uomini. Non tornò, od almeno ieri poco prima del tramonto, quando io sono passato al castello per cercarvi Luca e recarmi qui con lui, seppi che non era tornata. Il fatto è senza precedenti: la contessa Isabella non ha mai prolungato oltre due ore la cavalcata mattutina. Le ultime notizie sono queste, madre e figlio uscirono insieme, girarono il forte, si separarono: Luca discese per guadare il Roia e girar Roverino per recarsi al vostro convegno, e la contessa, pare, scese verso il Bevera. Poi nulla più se ne sa.
— E in città? Che sia rimasta presso Chiarina Grimaldi?
— No: l'abate Bernardino Viale che vidi al castello, veniva appunto di città: niente contessa Isabella.
— E allora che sospettate?
Camillo Altariva si strinse nelle spalle.
— Sospettare è inutile. Credo che sia al campo francese.
— Al campo francese? Sostenete allora che esista un campo francese?
— Non lo metto più in dubbio.
Seguì un lungo silenzio. Lo ruppe il grido d'allarmi della scolta. I due gentiluomini s'alzarono e trassero verso l'uscita. Un sergente s'avvicinava. Fece il saluto e rimase in posizione immobile.
— Che c'è, sergente? — chiese il Nervia.
— È avvistata una mano d'uomini, monsignori.
— Conosciuti?
— La scorta dell'illustrissimo signor Conte Lascaris.
— Sta bene. Libero passo. Chi sa — proseguì rivolto all'Altariva — che Luca non ci accompagni i marchesi di Spigno. Avremo così qualche altra notizia importante. Ibleto è un gazzettino ambulante. Del resto, avete mai osservato, Camillo, che le notizie su ciò che ne avvicina arrivano sempre da lontano e ci sono portate dagli estranei?
— È naturale. Anime e cervelli sono presbiti, Almerico.
S'incamminarono verso il limite del breve spiazzo a dorso di collina su cui l'accampamento sorgeva. Il duca di Nervia doveva essere ben sicuro del suo servizio di scolte d'avamposti e di sentinelle perdute per accampare in luogo così facile a sorprese, sprofondato fra i picchi e le creste, avvallamento a sua volta vertice di collina ma circondato da minacciose muraglie scoscese, oltre le quali avrebbero potuto impunemente affacciarsi truppe nemiche dopo una preparazione facile d'imboscata. Vero è che vi si intrecciavano i due sentieri, ma il luogo era chiuso, era soffocato, e sotto lo spicchio di cielo nuvoloso tagliato e frastagliato bizzarramente dai picchi, avea l'apparenza d'una fossa difficilissima ad essere difesa e pronta a diventar tomba.
— M'accorgo adesso, Almerico, della strana località che avete scelto per accampamento, — disse Camillo un po' sorpreso.
— Non l'ho scelta: l'ho subìta. Ma non temete: ho disposto un vasto servizio di sorveglianza in alto e in basso.
— Oh! lo credo: vi conosco.
Proseguirono in silenzio, fino ad una gola oltre la quale si scopriva un tratto di sentiero già occupato dalla truppa che giungeva.
— È Luca Lascaris. Ma chi viene con lui? Si direbbe una portantina o una barella.
— Che abbia incontrato gli Spigno? — rispose Camillo con qualche cosa su le labbra che somigliava ad un sorriso: è proprio il caso di dire che Eros lo protegge.
— Se è portantina, è troppo rozza per esser degna della bellissima Fiorina. Ma non mi sembra, no anzi non è. Guardate: si direbbe un convoglio funebre.
— Avete ragione.
I due, preoccupati, avanzarono lentamente, non perdendo mai di vista la comitiva sopravveniente. La quale incominciava adesso la salita per cui la rozza portantina vista di scorcio, somigliava ad un informe bagaglio sopportato da due uomini di fatica.
— È una barella! — esclamò ad un tratto il Nervia.
— Lo sospettavo! — rispose l'Altariva.
La comitiva si mostrava a breve distanza: i due gentiluomini affrettarono il passo.
— Almerico — gridò la voce di Luca Lascaris, — avvicinati, amico!
Il chiamato obbedì: la truppa sostò e si divise in due ali: non rimase nel centro che la barella deposta sul terreno e il prete ritto da capo.