Il Falco (Cronaca del 1796)

Part 7

Chapter 73,739 wordsPublic domain

Ora per l'appunto, dati simili precedenti, ecco la ragione dell'inquieto animo di Emanuele Embriaco! Infine, che cosa sapeva quel dannato vecchio scudiero? Era forse a cognizione della falsa lettera di Fiorina a Luca Lascaris? Sospettava o non sospettava nell'avventuriero quello che era veramente? O che era poi veramente Emanuele Embriaco? Fino a quel punto uno spettatore, e disinteressato, che avrebbe potuto decidersi o per il Piemonte o per la Francia, a seconda, od anche per la Serenissima ove i Serra, i Brignole ed i Cattaneo fossero mandati a piantar cavoli nei propri orti feudali: non aveva preferenze Emanuele Embriaco, e soddisfatto qualche odio personale non avrebbe chiesto che una buona paga e le terre e i palazzi confiscati. Tale era la sua posizione dopo tutto: ma chi può ben giudicare delle persone e chi è giusto? Non il Seborga certo.

Il quale Seborga, sospettoso, come tutti coloro che tengono ambe le chiavi del cuore del proprio signore, ma pur furbo, lavorava, secondo il pensier suo, diplomaticamente.

— Non è forse la Eccellenza Vostra addentro alle cose della corte di Spigno, come il signor conte Lascaris ha assicurato al mio padrone?

— Ah! cani, — mormorò fra sè l'Embriaco — te la darei io la corte di Spigno, a te e a quel zotico del tuo padrone!

Zotico no, ma vestito fuori di moda sì: in certo qual modo il damerino Embriaco s'apponeva.

E ad alta voce:

— Sono, è vero, intimo di quella che tu chiami la corte di Spigno, ma se ho parlato di politica, qualche volta col marchese Ibleto, mi sono ben guardato dall'importunare la graziosa marchesa.

— Si tratta di princìpi, non di politica, illustre signor conte!

A questo punto, miglior guida del Seborga, il cavallo dello Embriaco si fermò duro sopra un ciglione rifiutandosi d'avanzare e scuotendo la testa e tentando impennarsi.

— Manda a vedere che accade, scudiero!

Il Seborga obbedì: mandò due degli uomini di scorta, i quali tornarono subito con la lieta notizia che si trattava di un impiccato.

— Che ne avete fatto?

— Lo abbiamo gettato nel precipizio.

L'Embriaco si curvò nel buio e chiese con la sua voce più tranquilla e più melliflua:

— C'è un precipizio, vicino?

— Sì, mio illustre signore, un burrone a dirupo: lo costeggeremo fra poco. Ma non temete: conosco la via.

— Sono perfettamente tranquillo con te, amico. Se non che un passo falso è presto fatto ed un altro qualunque impiccato può farmi impennare il cavallo. È dunque meglio che i tuoi uomini ci precedano, come del resto mi par prudente: daranno meno o meglio l'avviso.

Il Seborga approvò.

— L'illustre signor conte Embriaco ha ragione!

I sei uomini che rimanevano al seguito raggiunsero i due che si trovavano all'avanguardia. Ed il drappello riprese il suo cammino: soltanto il Seborga rimase alla retroguardia, qualche passo dopo la staffa destra dell'Embriaco, avvicinandosi e mettendosi quindi alla pari quando intendeva parlare.

Il tempo carico e buio s'era mantenuto calmo come se aspettasse lo scoppiare della tempesta. A volte nello addentrarsi della comitiva in qualche gola si sentiva il vento fischiare e gli alberi svettare, a volte invece la calma era di tomba. Quando però il drappello riprese il cammino nell'ordine sopra descritto cominciarono a cadere grosse goccie di pioggia. Poi rumoreggiò il tuono, lontano.

— Fra poco avremo un regalo — susurrò nel buio la voce del Seborga.

L'Embriaco istintivamente si tastò alla cintura, sentì il largo e acuminato coltellaccio da cinghiale e pensò che meglio sarebbe stato entro le carni del vecchio scudiero che non nello sdruscito fodero di grosso cuoio. Ma riflettè che un grido solo, un solo grido l'avrebbe dato nelle mani della scorta a lottare contro gli otto contadini.

— Eppure — pensava — quest'uomo m'incomoda. Che cos'abbia con me non so, che sospetti non so nemmeno. Sento che mi prepara qualche brutto scherzo. Ad ogni modo sarebbe prudente che scomparisse prima d'un probabile incontro con la Spigno, poichè sento che proprio noi, a maggior dispetto di Luca Lascaris, incontreremo la bella Fiorina. Scomparire è presto detto: ma come?

Quasi in risposta guizzò in capo alla gola un lampo violento, mostrando nel serpeggiar che fece scoscese pareti di monti irti di alberi spettrali e profondo incavo di valle.

— Tenetevi a sinistra, signor mio colendissimo, — avvertì il Seborga alle spalle del cavaliere — chè siamo in prossimità del burrone.

Per tutta risposta l'Embriaco liberò dalla staffa il piede destro. Un altro lampo guizzò, il tuono rombò a breve distanza. Le rade goccie s'erano mutate in pioggia dirotta, che ad uno svolto improvviso lanciata dal vento venne a flagellar la comitiva. Poi uno scrosciar d'acqua quasi sotterraneo risuonò nell'abisso.

— Dove siamo, Seborga? Sul burrone?

— Sì, monsignore! Tenetevi a sinistra!

Un altro lampo: e al breve lume l'avventuriero scorse alla sua destra un precipizio scosceso e roccioso come fauci spalancate ad inghiottire. Allora frenò impercettibilmente il cavallo, così da permettere allo scudiero che lo seguiva di mettersi al suo passo. Come lo avvertì aderente alla gamba destra libera dalla staffa, l'inarcò, la sferrò, e d'un calcio possente lanciò il vecchio che non stava sulle sue e che non ebbe il tempo d'un urlo, nell'abisso.

XV.

La notte nera e tempestosa a poco a poco nello schiarir dell'alba s'acquetava quando un primo strappo nella cortina plumbea s'appalesò verso l'alta valle del Nervia. Un cane lupo tutto nero, dagli occhi di brage abbaiò furiosamente da un greppo spianato su cui sorgeva una capanna da pecoraio in maggese, muro a secco e tetto di paglia. In quel primo livido incerto apparir del giorno, quel cane avventato sul ciglio del greppo, le orecchie e la coda inarcate, il pelo arruffato, aperte le fauci e le pupille sinistre, parea l'unica viva cosa del creato, l'unico ribelle.

— Nerone! Che c'è, Nerone?

Il cane scuotendo la coda raddoppiò il furore.

— Nerone!

La voce che chiamava il cane era evidentemente una voce di donna: veniva dalla capanna nuda al cui stipite dell'imposta era addossata la sentinella, un soldato regolare piemontese, la doppia tracolla allentata, il fucile fra le gambe, il capo coperto dal berretto a punte e le ghette color cioccolata. Probabilmente la guardia s'era addormentata, nè l'abbaiar del cane nè la voce femminile erano abbastanza forti per destarlo.

— Nerone!

Il cane si voltò scodinzolando come se presentisse l'apparire di qualcuno, e infatti, scostando appena l'imposta pesante ed informe, apparve sulla soglia un'amazzone. Probabilmente non la si sarebbe creduta pericolosa se chi la doveva giudicare si fosse fermato all'apparenza: una statuetta di Sassonia bionda, esile, guance color di rosa e nasino impertinente a dividere due occhi azzurri insondabili.

Il cane lupo, che rispondeva al nome di Nerone, venne a prostrarsi dinanzi a due piedini minuscoli calzati d'alti stivaloni rossi e poi s'alzò a lambire due manine di fata, nude però, dalle unghie rosse, così, che parea si fossero intonate alle guance. Tanto i piedini come le piccole mani — a quanto parve — non bastarono a Nerone perchè d'un balzo tentò una più ardita carezza, nientemeno che di lambire una guancia.

Ma una frustata della fragile mano che si mostrò invece di ferro, lo fece ricadere a terra mortificato, e Nerone per darsi un contegno o per rimediare con un servigio l'ardimento, si rilanciò ad abbaiare furiosamente sull'orlo del ciglione.

— È certo che Nerone sente qualcuno! — mormorò la dama aguzzando la vista per quanto la foschia mattutina glielo permetteva.

In quella che si chinava come se volesse lanciar lo sguardo nel vuoto, inarcando la bella gamba che lo stivalone rosso calzava come un guanto, dalla capanna rimasta semiaperta uscì un nuovo personaggio. Era un vecchio segaligno dal viso arrugato e non raso da qualche giorno, chiuso in un pastrano color nocciola a doppia fila di mantellina che non passava il gomito: non ne usciva da una parte che la testa e dall'altra i piedi chiusi in stivaloni gialli sormontati da una fibbia di ferro greggio. Camminò verso la dama a piccoli passi da salotto, soffiandosi accuratamente sulle dita. Poi disse:

— Fiorina, amica mia, vi pare il modo forse di lasciar socchiusa la porta di quella stamberga? Una stamberga che neanche Gian Giacomo avrebbe accettato per mèta delle _Passeggiate d'un solitario_? E solitario mi avete lasciato, mia bella amica? E di amici si ha bisogno!.....

Senza ascoltarlo, intenta verso il vuoto velato dalla nebbia, la dama gli chiese, noncurandosi nemmeno di voltarsi:

— Ma davvero, Ibleto, non sentite nulla?

Il cane raddoppiò i latrati furiosi, irto il pelo, quasi inferocito contro l'invisibile.

— Sentire? Sentite qualche cosa? E che cosa?

— Ascoltate, ascoltate! Ma silenzio!

— Silenzio? Silenzio, se volete. Volete che la mia voce possa far concorrenza a quella di una donna?

— Ascoltate, ascoltate!

L'altro tese l'orecchio, docilmente.

— Ascolto. Ascoltiamo.

L'occhio gli brillò: tutto un impeto di sarcasmo che non gli colorì il viso nè glielo illuminò, visse nella pupilla.

Ma la piccola dama non gli badò; per qualche momento se ne stette nella posizione d'attenta aspettativa, sporta sul ciglione, poi ad un tratto esclamò:

— Ecco, guardate, non m'ingannavo!

Dalla bruma sottostante uscirono prima il rumore di sassi scostati ed urtati, poi delle voci, infine delle vaghe siloette umane. A capo delle quali un cavallo col relativo cavaliere, seguito da una scorta di otto soldati regolari.

— Guarda! Guarda! Guardiamo! Per il primo neo vezzoso che hai portato, Fiorina, giurerei di conoscere quell'uomo! Quell'uomo ha già fatto breccia nella mia memoria di prim'ordine dopo quella del signor di Fontenelle.

— Non posso dire altrettanto, Ibleto. Quell'uomo mi è perfettamente sconosciuto.

In quella ecco la cavalcata salir l'erta del ciglione e presentarsi dinanzi all'accampamento. Il cavaliere che la precedeva, senza attendere che qualcuno gli reggesse la staffa, balzò di sella e venne precipitosamente a piegare il ginocchio davanti alla marchesa, radendo il suolo col feltro.

— Ecco, a malgrado le brume, il sole è già sorto per me, chè i miei occhi vedono la bellissima signora Marchesa Fiorina di Spigno e si rasserenano poi nel contemplar la saggezza fatta persona, l'eccellentissimo e nobilissimo signor marchese Ibleto di Spigno!

— Per la natura maestra di tutti noi! Ma è l'Embriaco, quella buona lana di Emanuele Embriaco! In fede mia, Embriaco, mi par di leggere un capitolo del Gran Ciro o dell'Astrea o un romanzo del signor De Foe, tanto mi stupisco!

La marchesa di Spigno aggrottava le sopracciglia in segno di contenuto dispetto: aveva sperato fino a quel punto, complice la semi-oscurità della mattina, che fosse un altro il cavalier dell'incontro. E lo sapeva quest'altro che Fiorina si trovava per istrada collo specioso pretesto della politica, ma in verità per arrendersi all'ardore di certe lettere insensate e pazze.

_«Fiorina, anima mia, — _diceva qualcuna di quelle lettere,_ — pietà di me che non vivo più, che ti sogno anche ad occhi aperti, che ti desidero come un assetato, non vivendo che per te, macerandomi nell'impossibilità di correre a te come tutto il mio essere pretende. Fiorina, anima mia, come non senti la mia passione e poichè l'amor mio qui m'incatena, perchè non ti muovi alla mia volta, crudelissima cara, tiranna dolce di colui che una volta si chiamava....»_

E qualcun'altra:

_«Il mio dovere lo so è oggi più forte dell'amor mio. Ma domani, ma domani, Fiorina? Per carità, vieni! Tu che mi fosti accesa amante, siimi da lontano amica, per tramutarti poi quando le mie braccia ti stringeranno al mio seno, come si tramutavano le Dee quando accorrevano ai mortali che le adoravano in sogno»._

E un'altra ancora:

_«Questa notte mi sono apparsi gli avi miei, dal prode che si oppose a Magone Cartaginese a quello che vinse il Cesare romano, dall'imperatore di Bisanzio al Trovatore di Provenza, dal Crociato che seguì Pietro l'Eremita al consigliere sereno del Bearnese: tutti dall'amico di Filiberto, che gli cavalcò vicino quando entrò in Pinerolo, a colui che digiunò con Vittorio Amedeo: tutti mi apparvero piangendo, Fiorina, tendendomi le braccia e scuotendo mestamente le teste pensose. — Che avete, lor chiesi, perchè piangete? — E quelli: — Perchè tu certo domani calpesterai l'onor della tua casa e abbandonando le tue terre all'invasore correrai pazzamente da una donna, che è la tua signora, e pel cui bacio daresti — che monsignor Gesù te lo perdoni — anche l'anima tua e la tua vita eterna»._

Ed altre ed altre ed altre, tante da emular in numero le opere del signor Aronet di Voltaire o del grande Muratori. Tante che Fiorina aveva dovuto ordinare un cofano capace e comandarne la serratura a un fabbro fiorentino sotto un falso nome perchè un'altra simile non si trovasse nel Regno di Sardegna. Tante che le avevano fatto dimenticar senno e prudenza e spinta al viaggio penoso, poichè in quei tempi politica e guerra non servivano spesso che di pretesto all'amore.

Non aveva, pudor di dama contegnosa, osato certo di avvertir l'amante dell'arrivo prossimo, no, ma sibbene il duca di Nervia, di tutto consapevole, e che non avrebbe mancato di fare, anche indirettamente, l'ambasciata. Ciò che noi sappiamo era infatti avvenuto.

Ed ecco, invece del bel cognito viso, della persona ben cognita, un volto ed un uomo sconosciuti, il quale pur tuttavia sembrava gentiluomo a giudicarlo dal gesto corretto con cui si tolse il feltro sformato dalla pioggia e dall'inchino profondo sì, profondissimo anzi, ma di stile, che gli piegò la persona per qualche minuto e cioè fino alla prima parola che la marchesa pronunciò, e che fu:

— Buon giorno, signore!

— Fiorina, mia cara, permettete ch'io faccia le presentazioni. Vi presento il conte Emanuele Embriaco, che suppongo del partito....

— .... della bellezza.

Così l'interruppe il nuovo arrivato. E continuò:

— È impossibile che in questo fosco mattino, il quale pretende farci credere che il sole sia nascosto mentre acceca me poveretto ma prediletto dagli dei, è impossibile pensare con altro che con gli occhi se pure abbacinati. Prego la eccellentissima signora marchesa di Spigno di accogliere il mio umile fervente e devoto saluto come in Elicona le Muse accoglievano benigne anche i più umili canti dei semplici pastori.

La marchesa — le donne facilmente sono disarmate dalle parole sonore che forse non comprendono ma che sempre intendono — sorrise all'Embriaco, mentre Ibleto di Spigno, sarcastico ma fine, proruppe:

— Ben tornito, ben tornito, il madrigale! Madrigale che il cavaliere di Parny avrebbe chiuso certo nel castone di una quartina e Piron entro uno snello epigramma, li vedo, ma non vedo chi li avrebbe detti meglio in prosa, nè gli Scudery, nè l'abate Bernardino Viale, mio collega in Arcadia, e dolce più del miele attico, siccome mi dice il nome di Glucosio che porta. A proposito di porta, se rientrassimo nella capanna? Punge il mattino, Fiorina, più che le spine delle rose di Ronsard.

XVI.

La Marchesa con un cenno del capo approvò l'invito, e precedette i due nobili signori nella capanna.

Oggi, la pratica vita che viviamo fa degli accampamenti notturni improvvisati un sommario emporio delle pochissime cose indispensabili: l'individuo esce dalla cornice abituale, cornice dorata, per entrare, una notte almeno, entro una cornice grezza e si obbliga a tante piccole rinunzie che addizionate formano il disagio. Non allora. Il lettore ne avrà un esempio se mi permetterà di mostrare succintamente l'interno della capanna, il giorno prima oscuro e miserevole abitacolo di mandriani, oggi, ossia nel giorno in cui vi entriamo, non indegno ricetto della marchesa di Spigno.

Pareti e tetto occultati da pesanti cortinaggi di broccato rosso ed il terreno battuto coperto di tappeti folti: un paravento alto la tagliava a metà ed occultava il letto della signora, ma non l'inginocchiatoio: al di qua una tavola bassa, molti cuscini e persino qualche stampa di scena villereccia appuntata nella tappezzeria: sulla tavola un volume aperto ed una lucerna a molti becchi. Semplice, come il lettore vede, facilmente smontabile e facilmente ricostruibile, ma comodo e tiepido, chè non vi mancava un bracere per mitigare la temperatura notturna.

Emanuele Embriaco non era certamente abituato alle mollezze, ma le pregiava, e quando gli era possibile se ne circondava. Sedette quindi volentieri ad un cenno della marchesa in sui cuscini offerti ed accettò una tazzina di caffè dalle mani d'Ibleto. Poi cominciarono a conversare e conversarono amabilmente, anche parlando di cose quotidiane e pressanti. Diede la stura il signor di Spigno che assillava la curiosità.

— Come e perchè, se mi è permesso interrogarvi, e v'interrogo nell'interesse comune, ho la fortuna di vedervi sorgere dalla bruma in questa mattina che ha la pretesa di annunciare la primavera, o valoroso Embriaco?

Parve all'avventuriero di sentir fissi e imponenti sopra di sè due formidabili occhi femminili. Già nel vedersi dinanzi invece della sola Fiorina anche Ibleto, avea pensato che l'appuntamento col Nervia e gli amici suoi dato dalla marchesa fosse dal marito ignorato. Era doppio il gioco e lo sguardo parlante di Fiorina chiedeva all'Embriaco una tal quale complicità, se, come sospettava la dama, fosse l'avventuriero in relazione col Nervia: ed ecco perchè aveva guardato e non parlato: poteva l'Embriaco trovarsi sbandato e solo senza alcuna relazione con i cospiratori.

Ma la complicità con Fiorina serviva all'avventuriero, il quale ricambiò lo sguardo con un altro d'intesa e in cuor suo si rallegrò di non aver al seguito nè il Ricciuto nè Bracciodiferro troppo noti al marchese di Spigno. Pensò:

— Quel maligno di un Seborga — pace all'anima sua, _requiem aeternam_ — è stato di una furberia che si è voltata a mio vantaggio: gli farò dire una messa quando ne avrò l'occasione. Per intanto liquidiamo Genova.

E rispose ad alta voce:

— Se vi è permesso interrogarmi? Ve ne prego. O sono indotto in grossolano errore o mi par che voi pure, eccellentissimo, non vediate di buon occhio, la politica della Serenissima....

E pensava:

— Genova posso buttarla a mare impunemente: nè Fiorina nè Ibleto ci tengono.

Infatti il marchese scoppiò in una stridula risata.

— La Serenissima! Darei volentieri un Manuzio petrarchesco, che amo come la pupilla degli occhi miei, per sapere che cosa macchina la repubblica di Genova. E lo darei in pura perdita, gioco, poichè la repubblica di Genova, a mio avviso, non macchina un bel niente. Poichè niente può macchinare un cervello vuoto.

— Sono del vostro avviso per il partito al potere. Ma il popolare del farmacista Morando e dell'eccellentissimo Cattaneo?

— Popolare? Che popolare mi andate cianciando? Ciance, vere ciance quelle del partito del popolo: levati di lì che mi ci metto io. Non c'è partito di popolo senza libertà, uguaglianza e fraternità.

— Lo supponevo — fra sè gioì l'Embriaco.

Ma l'occhio fisso ed insistente di Fiorina pesava sempre sull'avventuriero, il quale rispose con uno sguardo d'intesa.

Intanto Ibleto proseguiva:

— Ma per tornare a voi, signor conte, e sempre con vostra licenza, qual'è lo scopo vostro nell'errare che fate in questi luoghi a capo d'una scorta di soldati regolari?

— Come i vostri, signor marchese.

— Come i miei, ne convengo, benchè i miei siano più di scorta alla marchesa che non a me. Io non conto, e me ne trovo benissimo: conta Fiorina, ciò che le fa piacere, e contenti tutti e due. Ma voi.....

— Io, se mi è lecito il paragone, sono vostro pari nelle condizioni momentanee: non conto. Chi conta è un brav'uomo di scudiero che suppongo appartenere alla casa Nervia.....

Occhiata di Fiorina, ricambiata.

— .... e che mi ha raccolto questa notte e poi s'è allontanato, ignoro con quali intenzioni, lasciandomi in balìa di questi soldati che ne sanno, credo, meno di me. Ecco la mia storia, marchese.

— Ma Bracciodiferro, conte?

Qui l'Embriaco rimase un po' dubbioso. La domanda a bruciapelo vagamente l'intimoriva. Quali interessi coesistevano fra i due coniugi perchè le aspirazioni e le simpatie od anche il partito dell'uno o dell'altra avessero il sopravvento? Quale dei due era da temere? Quale dei due da giocare? Non s'illudeva l'avventuriero: marciava sopra il filo d'un rasoio e non un rasoio da barbiere di reggimento, no, ma sopra un taglientissimo affilatissimo rasoio. Avrebbe potuto durarla a lungo? D'altra parte il marchese di Spigno aveva con somma abilità scelto il _ruolo_ dell'interrogante, facile anche per chi doveva rispondere, ma non a lungo. Pure che fare? Quel nome di Bracciodiferro gettato là a che scopo? Che sapeva Ibleto? Che nascondeva Fiorina? Rispose:

— Non avete dunque incontrato Bracciodiferro?

Occhiata di Fiorina ricambiata. E la dama accorse:

— Avete forse inviato Bracciodiferro al Nervia?

— Per l'appunto, nobile signora.

— Ecco, vedete, marchese, a che approda la vostra testardaggine? A non farci incontrar Bracciodiferro.

Ibleto alzò le spalle.

— Mi curo di Bracciodiferro come della mia prima parrucca, e non ne domandavo che incidentalmente. Piuttosto, conte, quali notizie dell'esercito francese?

La marchesa di Spigno raddrizzò la snella personcina ed il viso di maiolica le si colorì tanto che gli occhi vispi apparvero iniettati di sangue. Parve pendere dal labbro dell'Embriaco.

— I francesi?

— L'esercito, sì, l'esercito francese al comando del nuovo generale, il piccolo Bonaparte?

— L'esercito del Varo?

— Ma sì, l'esercito del Varo.

— Lo credo a Nizza il vostro esercito del Varo.

— A Nizza? Come? Non è ancora incominciata la formidabile avanzata?

— No, ch'io mi sappia.

Marito e moglie s'interrogarono dello sguardo. Poi:

— Le informazioni erano precise — fece lei.

— Induzioni forse, previsioni, ma non informazioni, che il malanno colga gli informatori intelligenti! — borbottò lui.

— Aspettate — replicò allora l'Embriaco — Se per esercito del Varo intendete le bande senza freno e legge che si sono adunate su Nizza aspettando munizioni e soldo, e se per avanzata alludete agli sconfinamenti abituali, anzi giornalieri delle dette bande, posso darvi forse delle notizie fresche.

Viva curiosità della illustre coppia.

— Non più tardi.... aspettate.... di due giorni or sono fui spettatore d'uno di quei sconfinamenti.

— Spettatore? E in qual modo?

— Ecco, veramente spettatore no, ma ne ho avuto notizie precise.... Si tratta del sacco d'un villaggio....

— Quale?

— Sant'Antonio, mi pare.

— Proprio alle spalle di Ventimiglia, allora?

— Precisamente. Aspettate, ora che ci penso, credo che ci sia sotto qualche cosa di più grave.

— Ah! davvero?

— Credo. Ho sentito parlare di un ufficiale francese in missione presso il comandante Grimaldi.

— Non si trattava allora d'una banda spersa o d'uno sconfinamento senza importanza?

La marchesa intervenne:

— Potrebbe darsi che le due cose fossero indipendenti l'una dall'altra.

Lo Spigno scosse il capo in aria dubbiosa.

— Mi spiace assai contraddire una dama di tanto valore, — aggiunse al dubbio di Ibleto l'Embriaco — ma ora che ci ripenso, mi sembra che si parlasse d'un messaggero, non francese, sibbene d'un ufficiale genovese addetto al comando nemico.

— Aspettate: Filippo Balbi!

— Il fidanzato di Chiarina Grimaldi! — esclamò la marchesa.

— Per l'appunto, per l'appunto: quello!

Qualche istante di silenzio gravò sotto il damasco della capanna. Chi lo ruppe fu il marchese di Spigno, lisciandosi la barbetta in aria pensierosa.

— Fiorina, mia cara amica, Embriaco amico mio, ho bisogno del vostro consenso. Sopportar forte disagio, mia dama, e voi conte, condurci al presunto attendamento francese: è cosa della massima importanza e della massima urgenza.

XVII.

La Marchesa curvò il capo. L'Embriaco si premette la destra palma sul cuore e si chinò.

— Sono ai vostri ordini Marchese!

Ibleto pensò a lungo, poi riprese:

— Che consiglio mi dareste in coscienza, conte?