Part 5
L'interpellato obbedì: alzò la fiammella oleosa in volto ai catturati ed esclamò:
— Giano Lercari! e il capitano Cavalli!
— Siamo in paese di conoscenze, a quanto vedo — sussurrò un'altra voce.
E quella di prima:
— Che fate qui, signori?
Il Moncherino aveva già ritolto il bavaglio a Giano Lercari, il quale altezzosamente replicò:
— Prima di rispondervi, con che diritto ci avete fermati?
— Diritto? — sghignazzò una voce sconosciuta, mentre le prime due possedevano dei toni noti — diritto! Ci vuole una bella ingenuità per parlare di diritto a quest'ora, di notte e su questo sentiero!
— Sono il conte Luca Lascaris! — invece rispose una delle due voci di prima.
Il capitano Cavalli abbozzò un inchino verso il punto donde gli era pervenuto il noto nome.
— Buona sera, signor Conte! A voi posso dire che probabilmente ci conduce qui la vostra istessa ragione.
— E cioè?
Giano Lercari urtò leggermente il braccio del compagno con l'intenzione di farlo tacere, ma il Cavalli non credette opportuno accontentarlo.
— Furono segnalati dei fuochi al confluente del Bevera, signor Conte: non siete qui voialtri forse per riconoscerli?
— Avete ragione. Ma non c'è più nulla da fare.
— Li avete scoperti?
— Li abbiamo scoperti. È un'avanguardia francese.
Giano Lercari sorrise nell'ombra, ma nel sorridere parve che sogghignasse. Il Conte Lascaris gli si volse di scatto.
— Non credete?
— Mi permetto, signor Conte, di avere un'opinione diversa dalla vostra.
— E quale, se v'aggrada?
Giano Lercari esitò. Ma la presenza del Moncherino accanto al Lascaris lo rassicurò.
— Questa: chi s'accorse del fuoco al confluente del Bevera fu l'umile vostro servo che vi parla. Ma non mi accorsi di un fuoco.....
— E allora?
— M'accorsi di un segnale.
— Un segnale?
— Una croce, signor Conte, il segno dei ribelli Nervia ed Altariva.
Gravò qualche istante di silenzio, frettoloso, come se avesse impazienza di passare. Una delle due voci ignote di poco prima, la più calma e la più grave interrogò:
— Perchè chiamate ribelli Nervia e Altariva?
— Permettete anzitutto che opponga alla dichiarazione del signor Conte Lascaris qualche cosa di preciso. Non possono esservi francesi al confluente del Bevera.
— E perchè?
— Per la ragione che domani in città si attende un parlamentario del nuovo generale di Nizza.
— Che prova questo?
— Non si entra a viva forza quando c'è ancora la possibilità di entrare pacificamente.
— Dunque il signor Betto Grimaldi ha intenzione di lasciar libero passaggio ai sanculotti?
— Ignoro le intenzioni del mio comandante e se non le ignorassi certo non ve le direi. Ma suppongo che il nuovo generale non sia così inabile da offendere dopo aver preannunciato un parlamentare, all'oscuro com'è delle intenzioni nostre che gli potrebbero anche essere favorevoli.
Il silenzio gravò di nuovo. Finalmente _quella voce_ riprese:
— Io sono Camillo Altariva.....
— Ah!
— .... e posso assicurarvi, signor mio, che non ho per adesso intenzioni ribelli, come non ne ha il signor duca di Nervia...
— Che è quel signore laggiù?
L'unica ombra sconosciuta ancora, crollò il capo.
— ... che non è qui, — riprese l'Altariva pazientemente — ma le cui intenzioni io conosco. E posso anche assicurarvi che i fuochi in questione appartengono ad un bivacco di sanculotti. Posso anche dirvi di più.
— Che cosa?
— Non sono truppe regolari francesi. È una banda nizzarda sconfinata per cercar bottino. E l'ha trovato. Il villaggio di Sant'Antonio non esiste più: fu messo a ferro e a fuoco.
— E gli abitanti uccisi?
— Fortunatamente s'accorsero in tempo dell'invasione e, salvo qualche malato incapace di muoversi e qualche imprudente o traditore, sono tutti ricoverati nel castello del conte Lascaris.
— Ah! maledetti! — sordamente esclamò il capitano Cavalli.
— Imprecare è vano, signori. Voi sostenete che domani un parlamentario del nuovo generale verrà in città?
— Lo crediamo almeno. Dovrebbe a quest'ora trovarsi di già nel fortino del Borzone.
— Tanto meglio. Lasciatemi credere che ci unisca lo stesso interesse, opporci all'invasione. Lasciatemi credere che la Serenissima una buona volta si tolga alle sue eterne incertezze....
— Permettete che v'interrompa, signore! Non dimenticate che ho l'onore di servire la Serenissima — s'affrettò a gridare il Cavalli.
— Non ho l'intenzione di offendere il vostro governo.
— Vi ringrazio.
— Spero soltanto che mi facciate l'onore d'incaricarvi di un nostro messaggio al vostro comandante.
— Non vedo che vi si opponga inconveniente di sorta.
Anche Giano Lercari assentì.
— Ripetete a Betto Grimaldi quello che vi ho detto circa l'assalto al villaggio di Sant'Antonio e chiedetegli a nome del conte Lascaris e mio, se vuole accogliere quella povera gente in città, quella parte almeno che il castello del conte Lascaris non può contenere.
— Glielo dirò, signor Altariva, — promise il Cavalli.
— E presentategli anche a mio nome una preghiera — aggiunse Luca Lascaris.
— Dite, signor Conte!
— Desidero avere un colloquio con Betto Grimaldi, prima dell'arrivo del parlamentare francese, o anche alla sua presenza. Non dopo almeno.
— Sarò lieto di fare la vostra ambasciata, signor Conte.
— Me ne congratulo. Buona notte signori! Vi lasciamo il Moncherino con la sua lanterna. Siamo i più vicini.
Le ombre si divisero: i tre sparvero quasi per incanto.
— Sarei curioso di sapere chi fosse il terzo personaggio che non ha avuto la cortesia di presentarsi, — sussurrò quasi fra sè Giano Lercari.
Dall'oscurità, in alto, una voce beffarda gli rispose:
— Ti contento sùbito, bastardo. Sono Emanuele Embriaco, e ti prego di....
Giano Lercari fece fuoco in direzione della voce.
— .... salutar Betto Grimaldi e di chiedere a madamigella Chiarina se i guanti erano di misura.
Un'altra detonazione del Lercari. La voce beffarda riprese, dalla parte opposta:
— Sei bastardo anche nel tirare!
E più lontana, ma sempre sghignazzante:
— Buona notte!
X.
Fine di marzo, dolce mattina.
Il primo sole penetrava nella stanza di madamigella Chiara, in quella non ampia, addobbata a salotto, un salotto rococò in cui stonavano delle poltrone recenti venute di Francia sotto dei grandi mobili secenteschi e illuminava la sottile figura vestita di bianco, sparsi i capegli biondi per le spalle, ritta dinanzi a un _coffano coperto di veluto cremisi di tolla a fiori indorati_, ove Gilda inginocchiata stava accomodando il corredo prezioso della promessa sposa. Presso la finestra l'archivista Orengo sostava spesso, leggendo con voce stanca la _lista dei giocali dati a Madamigella Chiara Grimaldi in occasione del di lei matrimonio coll'illustrissimo signor Filippo Balbi_.
L'omuncolo leggeva trascicando la voce nasale:
— _Quattro donzine di camicie, cioè una donzina e mezzo di tela Constans Silisia e Olanda ed il rimanente di lino, ma di prima qualità e tutte guernite di Mussolina e pizzi._
— Signore Eterno Padre dacci la vita santa, che bellezza, madamigella! Queste devono carezzar la pelle più delle nobili mani del signor Filippo!
— Gilda! Gilda! Taci, ti prego — mormorava Chiara arrossendo.
— _Sei pezze di tela di lino di bellissima qualità..._ Madamigella Gilda, vi prego di non gingillarvi.... _Quattro donzine di fazzoletti, cioè una donzina di tela di Troes, una di lino nuovi, una di tela Pista di prima qualità, sei di Batis con pizzi, e sei di seta._
— Bisognerebbe esser osso di prosciutto come siete voi, magnifico Orengo, per non sentir la voglia d'accarezzare tutte queste belle cose! Quattro donzine come dite.
— Gilda, Gilda, un po' di rispetto per il signor Archivista, ti prego.
— Lasciatela dire, nobile damigella! Non gliene voglio! So bene che — scusate l'irriverenza e l'ardire — so bene che raglio d'asino non va in cielo!
E assicurandosi gli occhiali malfermi continuò:
— _Otto Braziere, cioè due di Obletto di Francia, due di tela di Troes e quattro di tela di lino.... una tovaglia ricamata di Picardia...._
Nel frattempo Gilda alzati gli sguardi alla padrona, aveva mormorato:
— Se è quello il cielo, preferisco l'eresia!
— Gilda, Gilda, ti prego!
— _Otto mude di scuffie lugagianti e Tornato cioè una di pizzo di Fiandra alto quattro deta...._
— Quattro delle mie, sei di madamigella, ma per lo meno otto delle vostre che sembrano gli stecchini che usano i cinesi per il riso, come assicura il capitano Cavalli che non so davvero come faccia a sapere tutte quelle cose, a meno che non le legga nel suo latinorum.
— _.... due di pizzo di Melines nuove....._
— Sant'Anna, che bellezza! Guardatele, magnifico Orengo! Farebbero bello anche voi!
— _.... una di pizzo di Milano fatto a Mignonetta_ — brontolò l'archivista come se trangugiasse amaro.
Ritta dinanzi ad una delle finestre, il volto pieno di sole, parea che Chiara bevesse avidamente l'azzurro. Si sentiva pienamente felice. In quei tempi avventurosi bisognava godere l'ora fuggente, superare l'ansia del domani ed afferrarsi come si poteva meglio a tutte le brevi ineguali moriture dolcezze dell'oggi. Bimba ancora, Chiara Grimaldi, della stirpe dei Principi di Monaco, figlia di un senatore della Serenissima, aveva dovuto ballare intorno all'albero della libertà, due anni prima con degli scamiciati puzzolenti d'aglio e di sudore represso, al tempo della prima invasione francese al comando di Arena. Poi, forzato e girato Saorgio dall'esercito della repubblica, la fuga di notte nell'alta valle del Roia, il ramingo errare per i casolari alpestri fino a quando, ritiratasi la marea invadente, ricomposti animi e affari, potè col padre e le poche soldatesche fedeli tornare in città, nella casa devastata e insozzata, col cuore in continuo sobbalzo e la bocca sempre amara. Purtuttavia quasi due anni erano trascorsi in una tal quale relativa tranquillità. Erano tornati il nobile Altariva nel castello sul mare, e il conte Lascaris in quello della via Romana: solamente il duca di Nervia non avea ripreso possesso del suo: bivaccava continuamente per tenere in soggezione la sua vallata, con incarico segreto del Re di Piemonte, in guardia sempre contro la Serenissima. Non era tornata la contessa Lascaris, l'amica di Chiarina Grimaldi: la si dicea col figliuoletto in Sardegna. Ma quasi a supplirla nel cuore della fanciulla, solitario cuor timoroso, ecco Filippo Balbi, ufficiale della Serenissima distaccato presso l'esercito francese. Nobile del portico nuovo, Filippo Balbi, ambizioso, di stretto cervello, oggi lo si direbbe con nuovo termine appropriato un arrivista. Ma elegante, abituato agli imbottiti salotti genovesi, svenevole, profumato, figura di moscardino in burbera uniforme. Bello, di una bellezza delicata, bianco e roseo e biondo, magro, piccole mani e piccoli piedi, parlare affettato e ristretto cervello, ma ne cresceva per turbar la fantasia di una piccola provinciale pavida e sognatrice.
Ritta dinanzi alla finestra aperta, bevendo l'azzurro, Chiarina guardava le linee delle colline oltre il Bevera, ove presumibilmente s'era fermata la missione francese. Nulla sapea la damigella ancora dell'incendio del villaggio di Sant'Antonio: siffatte notizie non le giungevano che con molto ritardo e del resto villaggi a sacco e sconfinamenti di bande erano all'ordine del giorno.
— _Sei scuffie fatte a disaspuer di muzzolina, cioè tre soglie e tre guarnite di picò tutte però guernite di bindello_ — continuava l'Orengo con la sua voce fioca.
E adesso anche Gilda, stanca, l'aiutava.
— Undici paia di calzette.....
— Un momento, un momento.
E ripeteva leggendo la lista de' giocali:
— _Undeci para di calzette, cioè sei para di lino, due para di seta, due para di Fioretto e un para di castor da inverno...._
— Perchè poi proprio undici? Non si poteva compir la dozzina?
— Giustamente, madamigella Gilda, ma il duodecimo vestirà i piedi della damigella Chiara, nel giorno delle sue nozze.
— È vero, non ci pensavo. Un'andriena, signor magnifico!
— Quale, madamigella. Forse quella di _brocato in seta con fondo color di perla, o quella di color di rosa con bordi d'argento di Grodetor_?
— Nè l'una nè l'altra, signor magnifico!
— Ah! ecco: _Andriena di satino fiorato con fondo color d'oliva_. Un momento, un momento: seguiamo l'ordine, vi prego, madamigella Gilda!
Chiara stanca a sua volta e un po' vinta dal sole che si facea forte e imbiancava l'azzurro, si voltò verso i due. Le passavano sotto gli occhi tutte le cose belle e nuove di zecca preparate per il corredo, cose utili ed inutili, accomodate nei cofani come insensibili morticini, fredde ancòra, ignote al morbido corpo, vuote. A terra su carta fiorata, giacevano i ninnoli: i ventagli di tartaruga e di madreperla, i bottoni di _Grillo ligati in argento_, le fibbie per la cintura e le scarpette, un paio di forbici d'argento e un ditale, una spazzola per pettini, una croce di perle fine legate in oro, dei pendenti di Grillo, una collana di perle e persino un paio d'anelli d'oro con castelli di pietre diverse.
E la voce dell'Orengo:
— _Un petanlor di satino con fondo giallo fiorato, un busto di grodetor bianco, due gardanfan...._
D'un tratto la Gilda uscì in un'esclamazione di maraviglia:
— Madamigella! Madamigella! Guardate! Che bella cosa? Che sarà mai, magnifico Orengo?
— Un momento! Un momento! Dell'ordine prima di tutto.. Verrà il turno di quell'arnese!
— Arnese? Me lo chiama arnese, l'eretico!
Chiara s'era avvicinata curiosa e preso dalle mani di Gilda una specie di cuscino trapunto in damasco giallo, foderato di taffetà e bordato d'argento, lo esaminava attentamente.
— Sant'Anna benedetta! La si direbbe una coperta da bambole, madamigella.
L'archivista però aveva raggiunto sulla lista l'oggetto.
— Un momento! Eccolo! Non può essere che questo: _un coperto da culla...._
Ah! che dolor dolce, che trafittura dolcissima al cuore di madamigella Chiara, e la ferita le si dilatava e la gola le si chiudeva, quasi fino a svenire.
Ah, che dolor dolce!
XI.
Un bussar rispettoso alla porta.
— _Due manizze, una di piuma, l'altra di pelo...._
Invece di rispondere Gilda corse all'uscio.
— È il Moncherino, madamigella.
Il vecchio soldato fece un goffo inchino, restando sul passo dell'uscio socchiuso e restò in silenzio aspettando per rispetto d'essere interrogato.
— Buon dì, amico. Che vuoi?
Chiarina Grimaldi era l'idolo dei soldati che l'avevano veduta bambina e che la tenevano un po' come figliola comune: l'amavano perchè era famigliare e non si rifiutava mai di intercedere presso il padre o il Borzone, perchè donava spesso e, come potea, largamente, e perchè sapeva suggerir farmachi o allacciar bende. Il Moncherino parlò dunque abbastanza sciolto e rapido e, in fe' di Dio, credo anche abbozzando un sorriso, ciò che era contro ogni disciplina.
— Porto una buona notizia, madamigella.
Chiara si fece di scarlatto.
— È arrivato!.... — esclamò precipitosamente e non meno precipitosamente s'interruppe.
— È arrivato, sì, il magnifico signor Filippo Balbi ed è con il magnifico signor padre di madamigella: anzi è il magnifico signor padre che mi ha dato ordine di venire ad annunciarli.
— Vengono qui, Moncherino? Hai capito bene? Vengono qui?! Il magnifico signor mio padre non mi fa chiamare nelle sue stanze?
— No, madamigella: vengono proprio qui: ho capito bene, anzi mi sono fatto ripetere l'ordine. Viene il magnifico signor padre di Madamigella, il magnifico signor Filippo e forse il capitano Cavalli che era seco loro poco fa.
— Oh! poveretta me! Hai capito Gilda? presto, presto nascondi tutto questo inventario.....
Afferrò dalle mani dell'archivista, il quale a bocca aperta era rimasto interrotto e interdetto, la lista dei giocali e la gettò alla rinfusa nel cofano più vicino con qualche cosa che le capitò tra le dita.
— _Un para di mitine...._ Un momento, un momento, madamigella, vi prego! Un momento, o tutto il nostro lavoro sudato di stamane sarà inutile!
— Viene il mio signor padre con gente di condizione, e non voglio che tutto il mio corredo sia esposto a occhi profani!
— Un momento! Un momento! Per carità!
— Presto, presto, Gilda!
La vispa camerista ridendo sotto il naso adunco del vecchietto parea si desse d'attorno ad aumentare il disordine, gettando con apparente furia nei due cofani alla rinfusa le camicie coi fazzoletti, le braziere, le mantelline, le scuffie, le _andriene_, i busti, i guanti e quante belle cose linde si trovavano sparse per la camera, mentre l'Orengo, le mani nei capegli — pochi ed unti — levava dolorose interiezioni. Finalmente calati i coperti, e seduta sopra il più vicino, Gilda esclamò:
— Auff! Non s'addolori il magnifico Orengo! Avremo così il piacere di rivederlo un'altra volta oggi stesso o domani!
— Ma ho da prestar l'opera mia al governatorato — gemeva il vecchietto — tre decreti almeno da classificare e da spulciare!
— Vergogna! Posporre le dame a un brutto decreto su carta raschiata!
La palinodia non avrebbe vista così presto la parola _fine_ senza un susurrio di voci ed uno strepito di passi speronati che aumentavano avvicinandosi.
Chiara sbiancò, cadde a sedere sulla scranna più vicina, ma poi facendosi forza e comprimendo il cuore con ambe le palme, ciò che poteva anche parere un preparativo per il prossimo reverente inchino, avanzò di tre passi verso l'uscio socchiuso, sul quale comparve sùbito il Grimaldi, pomposo, precedendo un giovane ufficiale vestito della divisa francese; ed infine la faccia assente del Cavalli sporse fra i due seria e meditabonda.
— Chiara, ecco il signor Filippo Balbi, tuo sposo promesso — annunciò il governatore ed aggiunse:
— Le cure del suo e nostro ministero ne hanno alquanto sofferto ma il signor Balbi era impaziente di vederti e di confermarti l'affetto suo.
— Benvenuto il signor Filippo Balbi — mormorò con un filo di voce Chiarina inchinata più forse del necessario che del conveniente, premendosi però sempre con ambe le palme il cuore.
— Chiedo umilmente perdono se non troverò parole degne, — rispose il Balbi profondamente chinato — ma la felicità mi toglie ogni possesso di me stesso.
Il lambiccato complimento fu detto con voce metallica e precisa che mal combinava con la pretesa emozione delle parole. E probabilmente il secco animo del giovane non si sarebbe che addentrato in un ginepraio di belle frasi fredde, pur abilmente poi uscendo con tutto l'onore delle armi dal labirinto, se la Gilda avanzando le sedie non avesse posto quella del Grimaldi fra Chiara e Filippo. Il bel conversare non si aggirò dunque che sulle notizie di Genova e di Francia: anzi il governatore che teneva assai ad essere informato interrogò più spesso che non fosse interrogato distraendo, a pro suo, pensiero e viso del promesso sposo dalla sposa promessa.
Eppure, anche dalle sterili nuove senza interesse per lei attingeva Chiara grande felicità: si parlava del governo frivolo succeduto al terrore, di cose senza importanza, di uomini sconosciuti, eppure ogni parola di lui era dolce per lei, come se fosse parola d'amore, perchè usciva dalla bocca del fidanzato.
Pendeva la fanciulla da quelle labbra strette e sottili che s'aprivano di rado interamente, per non far vedere tutta la dentatura sana, ma ineguale e non candida. Benchè non mordesse la cartuccia Filippo Balbi usava però nei bivacchi la lunga pipa soldatesca, ciò che non si confà alla dentatura. Ma non importava a Chiarina ch'egli parlasse con grazia e di che parlasse; purchè potesse abbeverarsi e disalterarsi a quella fonte poco badava donde sgorgasse la bella linfa che le riempiva il cuore.
— Il governo di Barras è scettico, teoria del giorno per giorno, del rattoppare per non rifare, sforzo di diplomazia più che azione....
— Ma i generali? Hoche? Massena? Moreau?
— Braccia valide e sicure, ma braccia. Non è ancora apparso l'uomo che abbia in sè pensiero ed azione e non credo che si trovi. S'era sperato in Dumoriez, l'unico che possedesse un cervello ma dopo la catastrofe che crollo anche per Dumoriez! Hoche? Un santo, capace d'ogni sacrificio ma non di costruire. Massena un testardo intrigante. Moreau un intrigante bello, cospiratore fallito e sempre con la tentazione di ricominciare. No, credete, nulla, il vuoto. La povera Francia non ha che il cervello di Barras e la bellezza di madame Thermidor, null'altro, ed è poco, molto poco.
— Genova non ha nemmeno un Barras.
— Ha peggio. Il magnifico Cattaneo è un fanatico, e le nazioni non si conducono nè col fanatismo nè con lo scetticismo. La giusta misura, l'uomo capace di far l'epopea e il codice, di ragionare e di far sragionare, di dominare i cervelli e di trascinar le masse, l'uomo che sia prosa e appaia poesia..
Chiarina ascoltava: i bei conversari a poco a poco si riducevano ad un solo conversare, quello di Filippo Balbi, che abbeverato ed anzi saturo dei temi unici delle conversazioni mille volte udite nei salotti e nei caffè della Parigi del direttorio se ne pavoneggiava pur tuttavia usando della grazia e della scioltezza elegante.
Più spesso Chiarina non comprendeva, non seguiva, non riesciva a capire, ma il suono di quella voce la cullava in tanti tanti sogni d'oro nei quali faceva capolino — chissà perchè poi? — _il coperto da culla di damasco giallo foderato di taffetà bordato d'argento_! E senza una ragione al mondo la fanciulla arrossiva e per impedire alle sue guance di farsi scarlatte si costringeva in uno sforzo che diventando coscienza la faceva arrossire vieppiù.
Ora il conversare s'aggirava sul campo di concentramento francese a Nizza, tema d'attualità.
— Quanti uomini? — aveva chiesto il Cavalli.
— A un dipresso trentamila.
— Come: a un dipresso?
— E chi può contare, magnifico signore, le bande affamate, lacere, scalze, prive d'armi di munizioni e di capi, ribelli ad ogni fede e ad ogni disciplina, prive di soldo da mesi, ridotte a procacciarsi il vitto con i furti e le scorribande, chi può contare quella valanga immonda presso la quale mi trovo al seguito d'una specie di generale.
— C'è dunque finalmente un generale?
— E chiamiamolo pure così, se vi piace. È un paria còrso, affamato come i suoi soldati, mingherlino e mal nutrito che pochi anni or sono vegetava nell'artiglieria e che oggi per intrighi di donne.....
S'interruppe per rispetto a madamigella Chiarina. Ma il Grimaldi, curioso come tutti coloro abituati alla grande città e costretti invece alla provincia, non istette in sè.
— Raccontate, raccontate, signor Filippo Balbi. Il vostro nuovo generale è salito per intrighi di donne?
— A Parigi tutto è possibile, magnifico signore: a Parigi ove un prete spretato, ex-vescovo scomunicato, regge la diplomazia, e un libertino senza legge e pudore governa, anzi sgoverna con favorite e con ballerine peggio ma peggio assai che ai tempi del Reggente o di Luigi il bene-amato, a Parigi tutto è possibile!
S'interruppe ancòra e guardò Chiara. Ma la fanciulla aveva ricuperato il suo bell'incarnato più tendente al pallore che al rossore: pareva in estasi, al settimo cielo, troppo lontana, troppo estranea alle brutture di quaggiù. E d'altronde non era possibile che comprendesse nelle velate insinuazioni, il senso recondito che gli uomini afferravano immediatamente e gustavano.