Il Falco (Cronaca del 1796)

Part 3

Chapter 33,698 wordsPublic domain

Il Conte Luca Lascaris tornato dalla caccia ebbe un colloquio temporalesco ma breve con la marchesa Isabella: poi con la rude cortesia che anche nei momenti meno simpatici gli era abituale, si fece annunziar presso l'ospite.

L'Embriaco lo ricevette con un grazioso inchino.

— Scusatemi, signor conte, — gli disse il Lascaris — se l'ospitalità del mio castello non è quella che si conviene ad un gentiluomo pari vostro....

L'Embriaco non lo interruppe.

— .... ma vi assicuro che io sarò dolente allorchè ne varcherete la soglia per i molteplici negozi che senza dubbio reclamano fuori di qui la vostra presenza.

— Il che vuol dire — il fuoruscito rispose — che bellamente mi negate asilo?

— Negarvi asilo? Dio non voglia. Ma il mio castello non è nè chiesa del Signore, nè convento riconosciuto e tanto meno piazza forte. D'altra parte il mio patto di fedeltà alla Serenissima Repubblica di Genova mi vieta di ricevere i suoi nemici.

— E così mi consegnerete al Borzone?

— Vi prego di non male interpretare le mie parole. Finchè sarete sulle mie terre nessuno oserà toccarvi: quando ne uscirete, alla grazia di Dio!

L'Embriaco chinò il capo.

— Quando dovrò uscire dal castello?

— A piacer vostro, signor conte!

— Subito allora.

Il Lascaris non rispose. Restò un po' curvo, ciò che l'aggraziava, giacchè era un bel gentiluomo, elegantissimo, quasi effeminato, ed amava d'eguale amore armi e profumi.

— Prima però, — l'Embriaco riprese — permettete che io adempia sino all'ultimo l'incarico affidatomi da una dama.

Il Conte Lascaris trasalì.

— Un incarico per me?

— Per voi. Date ordine che ci lascino soli.

Ad un cenno la scorta del castellano si ritirò nell'antisala. L'Embriaco lentamente, quasi centellinasse, quasi succhiellasse ogni parola, continuò:

— Ed ora vogliate scusarmi se mi spoglio innanzi a voi.

Si tolse la casacca, sbottonò il giustacuore, poi fra la camicia ed un sottil giaco tolse una lista di pergamena avvolta intorno alla persona. Il Lascaris lo seguiva dello sguardo stupefatto: accolse con diffidenza la pergamena che l'Embriaco gli porse, vi gettò uno sguardo annoiato ed arrossì violentemente.

— Chi ve la diede? — esclamò afferrando la mano del genovese.

— Scusatemi se io ve la porto senza sigillo nè stemma e senza nastri. Ero malsicuro per i passaggi guardati. Ho dovuto avvolgerla, sotto il giaco, alla persona, perchè all'occorrenza passasse con me.

— Vi ringrazio — potè appena articolare il castellano — vi ringrazio e vi prego di non tener calcolo delle mie parole di poco fa.

Gli tremavano le mani, il viso gli si era fatto più pallido del consueto.

— Ad ogni modo credete che vi libererò presto della mia presenza — l'Embriaco riprese crudelmente. — Vi potrete ad ogni modo servir di me per una risposta, se vi parrà che ne valga la pena.

Il Lascaris non rispose: leggeva concitato e tremante. Poi alzò gli occhi in viso all'ospite.

— Fu la marchesa Fiorina a consegnarvi questa lettera?

— Fu la marchesa Fiorina. Ma siccome non ignorava i pericoli ai quali andavo incontro, volle che imparassi a memoria la missiva che forse non avrei potuto consegnarvi.

— Vi ringrazio — cominciava il Lascaris.

In quella uno scudiero si avanzò nel vano della porta.

— Il signor Nicola Borzone chiede di parlare al signor conte.

Si voltò di scatto il Lascaris.

— Dite al signor Borzone che non l'ho fatto chiamare: che attenda i miei ordini al fortino.

Un lampo di gioia, subito celato, illuminò il volto dell'avventuriero.

— Perdonatemi — susurrò il Lascaris, e si raddrizzò con aggraziata alterezza: perdonatemi. Sono tempi questi in cui bisogna diffidare anche delle persone più legate dal sangue. Non me ne vorrete, io spero, se ho dubitato di voi.

— Non ve ne voglio. Tutt'altro. Penso che il primo dovere di chi cospira, sia il sospettar di tutto e di tutti.

— E chi vi ha detto che io cospiri? — domandò il giovane castellano corrugando le sopracciglie, ripreso a suo malgrado dalla diffidenza.

L'Embriaco evitò lo sguardo inquisitore, non troppo abile nè penetrante del resto, e sorrise.

— Chi non cospira oggi? È dovere ed è l'unico piacere che ci si permetta ancora. Fra due contendenti si parteggia, fra tre si cospira. La Repubblica genovese da una parte, la Francia dall'altra, il Re di Piemonte e cioè l'Austria....

Il Lascaris era troppo giovane: trasalì.

— Vedete — riprese l'Embriaco — vedete? Cospirate anche voi, e fate ottima cosa. Però cospirar da soli è sterile e voi non siete uomo da perdervi in vanità. Non mi parlate, non vi confidate. Vediamo prima: colui che la marchesa Fiorina di Spigno degnò della propria confidenza, può essere un amico per voi?

— Lo può!

— E allora.... non parlate, no, chè può legarvi un giuramento! Parlerò io.

— Parlate.

— Tre uomini in questo estremo lembo di Liguria possono opporsi all'invasione francese: voi e Camillo Altariva per queste vallate e il signor duca di Nervia per la sua: stretta fra voi la città di Ventimiglia, ove si dibattono chi parteggia per Francia e chi per Genova, è innocua: il Re può così esser sicuro di conservar le sue terre e il suo potere: finchè voi vorrete i francesi non passeranno.....

— È certo che non passeranno.

— Lo penso anch'io. Ditemi solo una parola che non vi può compromettere: Per il Re?

Luca Lascaris tese la mano.

— Per il Re!

— Alla buon'ora! — esclamò l'Embriaco stringendogli la mano tesa. — Alla buon'ora! Vedete come ci s'intende facilmente! Alla buon'ora!

Un ultimo dubbio serpeggiava nel cuore del castellano mentre mesceva all'ospite il bicchiere del benvenuto. Ma l'Embriaco dissipò anche quest'ultima nube.

— Al diavolo la politica e le cure degli affari di guerra. Non bevo a voi, signor conte, ma al fiore della cortesia, della grazia e della bellezza, all'impareggiabile Marchesa Fiorina di Spigno, degna del Re Sole.... o di voi!

E i calici gaiamente tintinnarono.

V.

Lo stesso giorno, mentre accadeva quanto è oggetto dei capitoli precedenti, in una casa della città verso le mura e prospicente quindi la vallata del Roia, si notava un allegro via vai.

Betto Grimaldi, il comandante della città, ritornava dall'aver accompagnato l'Embriaco, recando alla figliola il dono dell'avventuriero. Lo scortavano alcuni soldati che si fermarono al portone, tutto aspro di chiodi, e già salutavano il vecchio soldato che s'accingeva ad entrare, quando un rumore di passi pesanti e sonori s'udì nella viuzza.

— Guarda chi arriva, Giano — ingiunse il Grimaldi a un soldato della scorta, il più giovane, il più lisciato, che pareva d'origine meno popolaresca del restante.

— È il Moncherino, Comandante — rispose l'interrogato.

— Lo manda il Borzone, dunque? O che mai vorrà? Digli che si spieghi a te.

E stava per rinchiudersi dietro il battente, quando colui che sopraggiungeva esclamò ansimando: — Magnifico messere! magnifico messere! Cerca proprio di me — notò Betto Grimaldi un po' inquieto, e soggiunse:

— Spiegati, e spicciati, che ti colga il malanno!

Il nuovo arrivato era un vecchio adusto e asciutto, vestito d'una rozza casacca ed armato d'un paio di pistole, tutt'e due da un lato. E questo perchè gli mancava la mano sinistra, donde il soprannome che lo distingueva.

— Magnifico messere, è il comandante Borzone che mi manda, e che vi prega di raccogliere quanti più uomini potete e correre a dargli aiuto!

— O che? Sono comparsi i francesi? O il nobile Altariva s'è ribellato? O che.....

— Magnifico messere, il traditore Embriaco.....

Al nome del bandito, il vecchio Betto fece un salto.

— È avvistato l'Embriaco? Fulmini del cielo! Corri tu dal capitano Cavalli e che faccia sonar la raccolta!

Si trovò nelle mani la scatola di guanti, dono dell'Embriaco per madamigella Chiara: la porse a Giano dicendogli:

— Tieni, porta questa scatola a mia figlia e raggiungimi.

Giano, bastardo Lercari, alfiere della Serenissima Repubblica di Genova, ma più innamorato che alfiere, afferrò l'occasione con gioia e la scatola con ambe le mani, affrontando poi di corsa la ripida scala che metteva al piano abitato dal Comandante. Fu fermato in antisala da una vispa servetta che gli fece riverenza.

— Qual buon vento vi porta, messer Giano?

— Annunciami a Madonna, Gilda: è il magnifico suo padre che m'incarica di consegnarle questo....

— Posso io stessa recarlo a Madamigella — rispose Gilda allungando le mani.

Ma il Lercari fece tre passi indietro e crollò il capo.

— Obbedisci, Gilda! E annunciami a Madamigella.

La cameriera con una smorfietta si diresse verso l'interno e Giano la seguì. Non era troppo vasta la casa abitata dal Grimaldi: ad una porta mascherata da un ampio arazzo e che apparve in capo al breve corridoio nel quale finiva l'antisala, s'arrestarono entrambi e Gilda bussò leggermente. Rispose una voce limpida e tranquilla che l'invitò ad entrare, e la cameriera obbedì scostando la tenda per agevolare il passo al Lercari.

Una stanza non ampia, addobbata a salotto, un salotto rococò in cui stonavano delle poltrone recenti venute di Francia, sotto dei grandi mobili secenteschi, illuminata da due finestre all'uno e all'altro lato dell'angolo, aperte, e inquadranti il paesaggio fronzuto della vallata, apparve come impari cornice a una dolce figura di giovane donna, vestita di bianco, ritta dinanzi ad una minuscola scrivania ingombra di carta elegante e di sigilli.

— Siete voi, Giano? — domandò la damigella Chiara fissando gli occhi azzurri sul soldato.

— Sono io, Madamigella. Il Magnifico vostro signor padre vi manda questa scatola......

— Che cos'è, Giano?

— Credo che siano guanti, Madamigella,

— Guanti? giunti da Genova o da Torino?

— Lo ignoro. Li ha donati per voi al Comandante un cavaliere straniero.

— Vediamo! Vediamo!

Aiutata da Gilda aprì la scatola, ne trasse con brevi gridi giocondi i guanti bianchi e neri, da conversazione e da cavalcare e battè poi le mani come una bimba. Quindi si ricordò:

— E mio padre, Giano? Perchè non è con voi?

— Vostro padre, Madamigella, fu chiamato dal Borzone!

— Ah!

Un istante d'imbarazzante silenzio. Poi la damigella Chiara con voce tremula riprese:

— Voi lo raggiungerete, Giano?

— Sì, Madonna!

— Al forte del Borzone?

— Suppongo.

— E non c'è lassù, almeno, dite, non deve trovarsi lassù un inviato del generale francese?

— Un inviato del generale francese? Domani, Madamigella.... O, scusate, anzi avete ragione: deve già trovarsi colassù.

— Ecco — rispose soddisfatta la damigella Chiara — ecco! E vi dispiacerebbe incaricarvi d'un mio messaggio...?

Sospese. Ma il Lercari arrossendo compì:

— Perchè l'inviato di Francia lo consegni al vostro fidanzato?

Stava per aggiungere:

— Non è precisamente l'incarico che bramerei.

Ma lo tenne per sè. Abbozzò invece un inchino e tacque.

— Appunto — riprese la fanciulla. — Ve ne sarei tanto grata, messere!

— Ai vostri ordini. Madamigella!

La figlia del Grimaldi non avvertì il celato dispetto di chi le rispondeva. Nel suo egoista piacere sorrise invece al giovane e raccomandò alla Gilda di servirgli dei rinfreschi.

— Stavo appunto scrivendo quando mi foste annunziato, messere. Datemi licenza, vi prego, che finisca la lettera perchè possa consegnarvela.

Giano Lercari s'inchinò e seguì poi la Gilda che lo precedette allegramente, soddisfatta in cuor suo dello scacco subìto dell'innamorato alfiere.

Rimasta sola, donna Chiara s'avvicinò alla piccola scrivania, sedette su la punta d'una scranna leggera venuta di recente dalla Francia e riprese la lettera incominciata. Rilesse innanzi tutto quello che aveva scritto. La lettera diceva così:

Ventimiglia 19 giugno 17....

_Rompo il mio lungo silenzio, giacchè mi si presenta questo poco di tempo opportuno, per rispondere alle vostre graziose ed a me care lettere._

_Sento dalla pregiata vostra prima datatami dei dodici giugno, che le mie _non adorabili_ grazie mi hanno assicurato il vostro cuore. Non so quale idea vi abbia fatto scegliere una compagna che certo non ha mai pensato sulla vostra amabile persona, per molti motivi, li quali mi riserbo con più lunghezza di tempo a farveli noti. Ma visto che tale è il vostro genio, non posso a meno che tenermi fortunata di poter acquistare un compagno sì bello, sì grazioso, sì amabile, quale siete voi. Ciò non pertanto...._

La lettera dalla venuta di Giano Lercari era rimasta interrotta a questo punto. La fanciulla tagliò accuratamente un'altra penna e continuò: _..... vi faccio sapere che da me non dipende il tutto, e che bisogna che prima consultiate i miei superiori, dalli quali ne dipende il tutto, ed una volta consultati favorevolmente questi, potete dire che avete navigato senza alcun contrasto. Sento poi dall'ultima vostra un rimprovero, che certo non mi si conviene, dell'abboccamento che doveva aver luogo. Vi posso assicurare sulla mia fede che io non ho saputo niente di questo, e che nissuna persona me ne ha parlato._

_Finisco per la brevità del tempo e pregandovi di tener celata la presente e di compatire li miei mal espressi sentimenti e brutti caratteri._

_Favorite aggradire tutti li epiteti e cerimonie di cui nelle care vostre voi mi fregiate (sebbene contro tutti li miei meriti), nel mentre che ho il bene di sottoscrivermi e dirmi la più fortunata di tutte le giovani_

_vostra affezionata ed umile amica_

Chiara Grimaldi

Quand'ebbe scritto, con un sospiro di sollievo, piegò il foglio in quattro e lo sigillò con un'ostia minuscola, color ciliegia, che non si peritò di umettar da sè. Poi sul foglio così chiuso, a caratteri minuti scrisse:

_A colui, che mi adora, ed ama._

Nel tracciare i motti ingenui, sorrise quasi ad un ricordo. Cercò in un cassetto che aveva daccanto un sacchettino di pelle bianca sul quale di sua mano aveva ricamato un nome: Filippo Balbi, in vermiglio e verde, vi chiuse la lettera e ne cucì la bocca con un filo d'oro i cui capi riunì e sigillò con cera bianca imprimendovi il castone d'un grosso anello che portava appeso alla cintura.

Il tramonto che rallegrava la ripida scesa del colle verso il mare, incupiva invece la selvaggia vallata del Roia, quella vallata che, appunto in quelli anni, il Foscolo facea percorrere al fatale Jacopo, il quale dal ponte presso la marina aveva “_spinto gli occhi fin dove può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte sulle cervici dell'alpi altre alpi di neve che s'immergono nel cielo e tutto biancheggia e si confonde.....”_

Jacopo, probabilmente dispeptico, vedeva tutto in nero, ma lo scenario non era meno selvaggio, e la criniera di pini che coronavano le roccie di Roverino e le balze che attorniavano la foce del torrente Bevera non erano meno irsute. Lo spettacolo si presentava pur tuttavia grandioso per la vastità del letto del fiume e l'ampiezza della valle: era tale da attristire per la cornice buia della cupa verzura nel tramonto rossastro.

Chiara abbrividì. Alzò alle labbra il sacchetto di pelle bianca, lo baciò e cercò di guardar se contro luce lo scritto apparisse.

Nell'alzare gli occhi s'accorse d'un lume di fiaccola agitata laggiù dove il torrente Bevera sfociava nel Roia. Il segnale non le parve ignoto; era un alzar verticale, ed un seguire orizzontale della fiaccola, come se si volesse tracciare una gigantesca croce di fuoco. La fanciulla trasalì. Poi retrocesse, fino alla porta e chiamò:

— Gilda! Signor Giano!

I chiamati accorsero.

— È pronta la lettera, Madamigella? La notte si avvicina e la strada è malagevole.

— Eccola!

L'alfiere s'inginocchiò, ricevette il sacchetto che nascose nell'interno della giubba, poi s'inchinò per accommiatarsi.

— Guardate laggiù, signor Giano — disse allora Chiara additandogli il segnale luminoso.

In silenzio, curvandosi per meglio acuire gli sguardi, il giovane osservò. Quando rialzò il capo era agitato, quasi febbrile.

— Che Iddio nol voglia! — mormorò.

E poi:

— Datemi licenza, Madamigella! È necessario che raggiunga il Comandante.

— Ma — insistette Chiara — non vi sembra un segnale?....

Non compì. Compì l'altro invece.

— È il segnale dei realisti infatti, Madamigella! È il segnale dei ribelli Altariva e Nervia, Madamigella! Ma come sono discesi nella nostra valle? Ed a chi fanno il segno di riconoscimento? Chi invitano o chi aspettano?

Alzò gli occhi. Sopra il fortino del Borzone, sulla collina mozza, svettava il gonfalone dei Lascaris. Rabbrividì.

— Che Iddio nol voglia! — ripetè.

S'inchinò.

— Madamigella, spero che il vostro messaggio giunga questa sera istessa a destinazione. Pregate il cielo che sia così....

E mentalmente proseguì:

— O siamo tutti perduti.

E si ritirò prestamente seguito dalla Gilda.

Chiara, sopra pensiero, tornò alla finestra. La sera scendeva rapida, i picchi di Roverino rosseggiavano, ma i recessi della vallata opposti al tramonto annerivano come se li avviluppasse un cupo velario.

E il segno infuocato della croce si ripeteva laggiù, nel sinistro silenzio dell'ora. Ad un tratto s'udirono i rintocchi d'una campana della città, poi d'un'altra, poi d'una terza. A poco a poco risposero le pievi e gli eremi dispersi nell'alto in mezzo alle foreste.

La croce di fuoco si spense.

VI.

Il signor abate Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, invitato dalla Marchesa Isabella aveva alzato il bicchiere sottile colmo di giallo vino spumoso, così cominciando un sonetto improvvisato ad onor dell'Embriaco:

_L'ospite viator, che, stanco il piede,_ _bussa alla porta della magion, sia,_ _poichè di Marte dai perigli riede,_ _il bene accetto.................._

quando contro ogni etichetta, all'improvviso, i due battenti della porta che sbarrava la gran sala s'aprirono ed apparve fra due torce, un volto severo di gentiluomo. Se l'abate rimase interdetto e gli si essicò nel gorgozzule la fonte d'Ippocrene, se la Marchesa Isabella aggrottò le sopracciglia spazientita, se l'Embriaco sentì rimescolarsi in cuore un non so che di simile all'inquietudine, il Conte Luca Lascaris invece si alzò di scatto col viso irradiato dalla gioia, e gridò:

— Camillo!

Il nuovo arrivato, un uomo di mezza statura dal volto più che severo, cupo, d'un pallore ossessionante che spiccava ancor più sull'abito nero privo, meno che ai polsi, di un qualsiasi pizzo o ricamo, fece un inchino profondo alla Marchesa e, prima di fermarsi sull'Embriaco, lasciò per un attimo posar lo sguardo un po' sprezzante sull'abate, il quale, appena lo potè senza farsi scorgere, si crocesegnò frettolosamente e borbottò una preghiera latina che sapeva di esorcismo.

E del resto Camillo Altariva autorizzava paure e scongiuri. Nobile senza titolo, possessore d'una ingente fortuna e del castelletto grifagno sul mare che quello dei Lascaris teneva in soggezione, era temuto più per idea che per volontà, giacchè fuggiva i simili e non viveva che tra i vecchi libri pieni del dubbio di cui andava stanca e infelice l'età penosa che attraversava. Non superbo forse, ma schivo degli uomini che forse non odiava, ma non amava certo, dal solitario nido ove passava la triste vita, s'era ad un tratto mischiato ai suoi pari, per nascita se non per pensiero, incitandoli alla resistenza contro la marea eguagliatrice dell'invasione francese. Il conte Luca Lascaris ne subìva l'influsso in modo tale che il solo nome dell'Altariva bastava a farlo ribellare pur anche alla madre, autoritaria così che la nuora aveva dovuto abbandonare il castello per sottrarsi ad un dominio che non sapeva tollerare. Anzi la fuoruscita della contessa, che si usava attribuire alle inquietudini dei tempi — aveva emigrato a Torino e seguiva ora le peripezie della Corte di Savoia — era avvenuta per consiglio dello stesso Altariva, donde la poca cordialità della marchesa Isabella, sempre all'erta e sempre sospettosa.

Fermo sulla soglia il nuovo venuto si guardò intorno un attimo, fece poi un profondo inchino alla dama, un cenno breve all'abate, un più cordiale al Lascaris e frenò la poco piacevole meraviglia scorgendo l'Embriaco a lui ignoto di persona.

— Mio nobile vicino — disse il conte Luca non senza una qualche titubanza — voi mi avete fatto felice venendo al mio castello. Vi prego, prendete posto accanto alla mia signora Madre: l'ospite nostro, il conte Emanuele Embriaco.....

L'Altariva impercettibilmente trasalì.

— .... sarà felice al par di me nel conoscere il nobile Camillo Altariva.

— Il nobile Camillo Altariva! — ripetè l'Embriaco alzandosi di scatto. — Ma io mi vanterò di questo giorno come del più fortunato.....

— _Albo signanda lapillo_ — mormorò l'abate seccato d'esser rimasto a mezzo del suo peccato con le Muse.

— Vi ringrazio di tutto cuore, signor Conte — rispose l'Altariva con una certa quale freddezza non priva d'una punta d'ironia. — E mi duole dover rispondere poco aggradevolmente alla vostra cortesia chiedendovi licenza di sottrarvi la compagnia del conte Luca, al quale ho una importante e urgente comunicazione da fare.

L'Embriaco rispose a sua volta con un inchino garbato ma non privo d'altezzosità.

— A me chiedete venia, signore? Chi son io se non l'ultimo degli ospiti, quando è presente la graziosa marchesa Isabella di Spigno, contessa Lascaris di Tenda?

Corse il figlio al riparo, e d'impeto come soleva:

— Camillo, che c'è di così misterioso che mia madre e il mio maestro — fece un cenno all'abate — non possano ascoltare? In quanto al conte Embriaco.....

Qui s'arrestò. Non voleva confessare che gli giungeva latore d'un biglietto della Marchesa di Spigno. Ma l'esitazione del figliolo fu tagliata a corto dalla madre, che intervenne prontamente.

— Il conte Embriaco è un amico, signor Altariva.

Pronunciò la parola _amico_ quasi le donasse uno strano significato. E l'Altariva ascoltò senza stupore, o almeno senza mostrarne. Soggiunse appena:

— Vorrei poter dire altrettanto.

— Mi lusingate, signore d'Altariva — replicò il fuoruscito.

Al che l'altro pronto:

— Altariva soltanto, signor Conte!

— Come si diceva soltanto Rohan allora, fino a pochi anni or sono.

— La nobiltà degli Altariva, intervenne in buon punto l'abate, risale a Magone cartaginese, come risale alla Imperatrice Eudossia, per non addentrarci nelle caligine dei tempi barbari, quella dei Lascaris. Voi non ignorate, signor Conte, che la famiglia dei Barca.....

— L'abate è partito con la lancia in resta — esclamò il Lascaris, e se non interviene la signora mia Madre, nessuno qui ha potestà di arrestarlo....

— Magone cartaginese nella sua terza spedizione contro gli Ingauni, cacciato nell'occidente da un Appio romano o ligure con cittadinanza non bene identificata, approdò secondo la tradizione....

L'Altariva lo fermò col gesto:

— Non mi sembra, signor Abate, degno della vostra abitual cortesia tessere lodi alle nostre famiglie, quando è dinanzi a voi il discendente d'uno dei ventinove Alberghi della Serenissima, nobile del Portico vecchio e del libro chiuso.....

— Tu non m'inganni con le tue spagnolerie, — pensava intanto il fuoruscito, — e sarebbe assai meglio farti sputare quello che mastichi e che può essere interessante, per me almeno. Ma come fare?

La Marchesa Isabella era intervenuta nel dibattito. L'udir vantare la schiatta dei Lascaris l'era dolce, ma non quanto le lodi e glorie degli Spigno.

— La nobiltà piemontese — disse — non la cede a nessuna per antichità e per belle imprese. La famiglia degli Spigno.....

— ....è antica almeno quanto lo son le rose, — aggiunse con bel garbo il genovese — e non vedo la necessità di cercarne la ragione risalendo a Bisanzio o tanto meno a Magone.

Un sorriso della dama fu il ringraziamento, e non il solo. Amarillo Glucosio andò in estasi, levò le braccia al cielo e chiese all'Embriaco il permesso di tornire un madrigale sul detto memorabile. E l'Embriaco stava per accordare il chiesto permesso, quando giunse all'orecchio dei commensali, non troppo chiaro ma sicuro, il brusìo crescente di una folla, brusìo che il vento di ponente a intervalli portava distintissimo come se la gente si trovasse nella stanza vicina.

VII.