Il Falco (Cronaca del 1796)

Part 2

Chapter 23,697 wordsPublic domain

Il comandante della città, vecchio soldato, che di raggiri poco s'intendeva, benchè avesse qualche mese prima fatto bandire il premio vistoso di cento lire non genovesi a chi vivo o morto riuscisse a consegnare l'Embriaco, abboccò all'amo e discese in persona sino a metà del ponte per incontrar l'avventuriere col quale s'intrattenne amichevolmente. Lo volle ospite anche nella sua casa e gli donò un bel pugnale con le borchie d'argento che l'Embriaco galantemente gli contraccambiò con una scatola di guanti profumati per la signorina sua figlia, donna Chiara, sospiro di innumerevoli provinciali. Ed alla porta della città il comandante con molti inchini s'era accomiatato dall'ospite senza menomamente sospettare d'aver avuto in mano per quasi tutto un pomeriggio quel bandito che a Genova continuavano a credere nelle terre di Ventimiglia e contro il quale riceveva di continuo raccomandazioni di vigilare sui dintorni e per le vallate.

Il sole discendeva quietamente dietro il monte di Roccabruna, quando i sessanta uomini dell'Embriaco sotto gli ordini di Bracciodiferro e del Ricciuto, luogotenenti, si disposero su quattro file ed attesero l'ordine di cominciar l'ascesa.

Emanuele Embriaco robusto gentiluomo di mezza età, dai capegli tutti neri ancora e dal viso aperto ed infuocato, ritto sulle staffe, sollevando la spada, fissò la porta, che si richiudeva, con un sorriso di scherno e salutò ancora il Comandante che dal poggiolo amichevolmente cennava. Poi comandò la marcia con la abitual voce imperiosa, brevemente. E seguì il drappello.

Uomini abbronzati dai volti bestiali e dagli sguardi feroci facevano parte della squadra scelta di Bracciodiferro, vecchio bravo del marchese di Spigno: salvati più volte dal capestro e dalle galere, gli ubbidivano ciecamente e lo seguivano con una fedeltà degna di eroi. Le casacche di cuoio greggio, i larghi cinturoni di pelle, bianca una volta, gli stivali informi ed i cappellacci usati dalle intemperie attestavano poco della eleganza; ma l'uomo di guerra sùbito appariva dalle armi. Il moschetto, la spada lunga, le pistole, il coltellaccio da lupi, tutto quanto era arnese di guerra, si mostrava accuratamente forbito, lucido, quasi prova d'un'informe civetteria d'amanti: le borchie risaltavano, le canne luccicavano, le lame risplendevano: gli ottoni dei foderi pareano d'oro. I diciotto sottoposti di Bracciodiferro compivano dunque una degna corona al loro capo.

Breve, tarchiato, nerboruto, dalle corte gambe, ma dalle braccia lunghe, lo scherano dell'accorto marchese di Spigno, tra i suoi uomini, anche da chi ne ignorava il grado, non poteva che essere creduto il capo. Le mani sgraziate ma possenti, dalle dita erculee, mancavano accuratamente di tutte le unghie, che gli erano state strappate dalla tortura quando, ai soldi meschini di un nobile di Lunigiana, aveva dato l'assalto ad un villaggio, non lasciando pietra su pietra. Il suo padrone s'era fatto in quattro per salvarlo, ma la Repubblica genovese inflessibilmente s'era imposta, e poichè Bracciodiferro non aveva menzionato complici o mandanti (si supponeva nel Fregoso padrone di Molasso l'incitatore) la tortura l'aveva conciato in tal modo, con qualche tratto di corda per compenso, da credere di guarirlo moralmente per sempre. Curato, rimase per qualche anno prigioniero in un castellaccio presso Novi che restò, dopo un lungo processo, di proprietà del marchese di Spigno, il quale s'intendeva d'uomini e di guerriglie come un condottiere o meglio un politico del seicento.

Bracciodiferro cominciò ad impietosire la marchesa Fiorina, e poichè, alla giovine sposa il vecchio marchese nulla negava, il prigioniero liberato fu ammesso agli stipendi grassi del marchesato. In poco tempo se ne mostrò riconoscente e fu elevato di grado, finchè, al comando d'una squadra un bel giorno si trovò a seguir le sorti dell'Embriaco. Al contrario di Bracciodiferro, il Ricciuto non era uomo di guerra, ma chierico fuggito da un complicato affare di donne che egli attribuiva al suo cattivo destino. Esile, biondo, pallido, vestito con ricercatezza di velluto nero, con guanti di pelle nera e con una spada signorile, il Ricciuto comandava negligentemente venti soldati dell'esercito regolare del Re di Piemonte che appartenevano al presidio della Ferania. Potea vantare il grado onorifico di maresciallo d'alloggio ma non vestiva l'uniforme, perchè distaccato in permanenza al marchesato.

Bracciodiferro aveva il viso attraversato da un colpo di spada, il Ricciuto l'aveva adornato da un civettuolo neo biondo in fondo alla guancia sinistra. Tutti e due nella rabbia arrossavano i loro particolari contrassegni: il primo sentiva diventar vermiglia l'ampia cicatrice, il secondo la pelle tesa intorno al neo ricciuto, che gli aveva dato il soprannome. Entrambi però d'un coraggio consono al tempo eroico e turbinoso in cui si svolgeva la loro vita avventurosa.

Nel salire il declivio incolto della collina indifferentemente stavano a capo degli uomini che loro appartenevano, e badavano a dirigere la cavalcatura tra i cespugli e le roccie ingombranti il sentiero appena tracciato sino ad un fortino di brutta apparenza. Veniva ultimo l'Embriaco soprapensieri. Dominò il silenzio nella comitiva sino al primo ciglione di muro a secco oltre il quale una breve piazzetta preludiava altre trincee del forte, che s'alzava minaccioso e torvo sulle loro teste. Ma l'Embriaco non dubitava di poterlo oltrepassare con l'astuzia usata in città, astuzia che gli aveva procacciato un salvacondotto in piena regola. Quando adunque sulla piazzetta le cavalcature dei due luogotenenti si fermarono ed i soldati poggiarono a terra i moschetti, egli tolse dalla tasca d'arcione il foglio e l'infilò sulla baionetta del soldato che aveva più vicino.

— Ricciuto — disse — portati con quattro uomini a chiedere il passaggio.

Il comandato obbedì senza parola, benchè sembrasse stupito che un fortino tanto minaccioso in apparenza, non avesse neppure l'indizio d'una sentinella avanzata che annunciasse un arrivo d'armati. Ma riflettendo, che con tutta probabilità il Comandante di Ventimiglia poteva aver già dato gli ordini opportuni per mezzo del passaggio segreto che senza dubbio doveva unire il forte alla città, sparve nelle trincee con gli uomini.

L'Embriaco rimasto nello spiazzo libero conquistato, guardava la collina che declinava al mare con una ripida scesa e la città ineguale che distendeva sino al Roia le case nere e la geometrica riga delle mura chiazzate di muschio e lucenti d'artiglierie. Vedeva al di là del fiume una pianura verdeggiante di canneti e di strami, poi la linea d'argento del torrente Nervia, poi del verde più rado contornato da roccie crude, poi sulla punta nel mare Bordighera inerpicata e raccolta come un alveare. Prima, al di là di Ventimiglia, i monti ripidi e bui delle Maure, dalla folta e selvaggia chioma di pini e di quercie secolari, spiegavano quasi una spalliera misteriosa alla città. Oltre il declivio di sterpi e di assi, il mare deserto sino all'ultimo orizzonte: il sole che tramontava parea delineare degli strati vermigli e turchini con dei toni lattei, dei riflessi d'agata, degli opachi luccichii d'onice sull'infinita distesa tranquilla, che il cielo d'un tenero perla a poco a poco nel lontano inchinante al grigio limitava tangibilmente.

— Ritornano — mormorò Bracciodiferro, tirando a sè le redini con un moto brusco abituale, per far sì che il cavallo si scuotesse impennandosi, e s'accingesse al nuovo cammino.

L'Embriaco volse il capo, tranquillo in viso, ma poco sicuro dentro di sè.

Ritornava infatti il Ricciuto, lentamente e si teneva all'indietro del cavallo che discendeva con isforzo il ciglione montano. Lo precedevano sparsamente i quattro uomini, uno dei quali portava sempre infilato sulla baionetta il salvacondotto.

— La strada è libera, monsignore — gridò il pallido luogotenente.

— Avanti dunque, — comandò l'Embriaco agli uomini che l'attorniavano. E pensò: — Prudenza ad ogni modo.

Salirono ancora. Il sentiero che s'inerpicava tra le roccie ed i terrapieni, malagevolmente nascondeva alla vista il forte. Lo scoprirono d'un tratto allorchè vi furono dappresso e doveano passare quasi rasentandolo. Andavano a gruppi dispersi progredendo come potevano per le asperità del cammino: veniva ultimo il condottiero.

Al di là del forte continuava il ciglio estremo della collina che s'univa ad una seconda poi ad una terza finchè non apparivano le grandi torri d'un castello feudale adorno d'un'ampia bandiera svettante al vento del crepuscolo.

Emanuele Embriaco guardava quel castello, quando quasi senza accorgersene, oltrepassò un corpo di guardia, munito d'una specie di postierla, il cui selciato risuonò sotto i passi dei cavalli. S'udì nell'interno un sùbito comando:

— Fuoco!

Rispose un grido d'allarme. E sibilarono proiettili nell'aria.

II.

Prima però che l'Embriaco avesse potuto rendersi conto di ciò che succedeva, una voce forte e risoluta che giungeva dall'altro versante della breve collina, gridò:

— Olà del forte! Olà del forte!

Il fuoco cessò come per incanto, senza aver fatto alcuna vittima e l'Embriaco, non ancora uscito dallo stupore, stava per inviare il Ricciuto a chiedere la ragione della brusca accoglienza, quando apparve una cavalcata elegante, quantunque poco numerosa, a varcare il ciglio estremo risolutamente. La capitanava un'amazzone di età dubbia, fortemente conformata, che domava uno stallone bianco di meravigliosa bellezza. La donna vestiva d'un panno marrone chiaro con ricami d'argento e di seta nera, e portava sui capegli quasi grigi un ampio cappello a falde larghe d'un feltro pure marrone, sormontato da una piuma nera. La seguivano due dame d'inferior condizione e due scudieri disarmati.

Avanzò scuotendo lo scudiscio, mostrando l'ira che le accendeva la faccia risoluta e le faceva balenar lo sguardo imperioso.

D'un solo balzo lo stallone raggiunse la vetta del colle da quel ciglione ove era apparso e fece risuonare sotto le zampe ferrate le selci dure e gli echi dell'archivolto.

— Dov'è il Comandante? Chiamatemi il Comandante!

Al silenzio, che il primo grido mandato dalla signora aveva imposto, era succeduto un sussurrio nel corpo di guardia: apparivano dalle feritoie visi di soldati sorpresi e canne di fucile, che sùbito sparivano. Si faceva notare una grande animazione ed un vocìo attenuato e contradditorio d'ordini a mala pena interpretati e sùbito repressi.

Finalmente, quando già la signora, stanca della breve attesa, come colei ch'era avvezza ad essere obbedita ad un cenno, aveva fatto impennare lo stallone incitandolo a varcare un breve grado che divideva il sentiero dalla parte superiore dell'archivolto ove s'apriva il portone del fortino, le porte massiccie gravemente si schiusero ed in mezzo ai soldati apparve con la spada sguainata il Comandante. Comandava allora il castelletto un vecchio soldato della repubblica, Nicola Borzone, avanzo della guerra di successione, uomo rigido e fedele osservatore di consegne che si conosceva sotto il nome di _Senza-dio_, non perchè professasse le teorie d'ateismo che cominciavano a diventar di moda in provincia, ma perchè mancava del pollice della mano destra: _senza-dito_ quindi, ma poichè _dito_ in genovese è pronunciato _dio_, quel nomignolo, come succede spesso per nomi storpiati, era senz'altro rimasto al vecchio soldato.

Nicola Senza-dio, apparso in arme sulla porta del castello, vedendo la signora che aveva spinto il cavallo sin presso allo scalino, indietreggiò arrossendo e fece un goffo inchino. Nello spingersi indietro urtò nei soldati ed il rumore di ferracci smossi violentemente sembrò assai poco gradevole allo stallone signorile, che tentò d'impennarsi di sorpresa, ma che fu sùbito ricondotto al dovere da una piccola mano che si mostrò greve sotto il guanto di sottil cuoio.

— Comandante — gli chiese la donna sul cui viso l'ira splendeva ancora — da quando in qua mi si accoglie a fucilate? Mi avete presa per una vivandiera sanculotta od abbiamo una nuova armata di Spagna alla vista? Sarei curiosa di sapere che cosa ne penserebbe mio figlio se conoscesse la bella accoglienza che mi fanno i vostri soldati! Per Nostra Signora del Miracolo, non voglio ritardarmi di molto il piacere della curiosità sodisfatta. Ve la sbrigherete con lui, Comandante: siete vecchio, è vero, e lo sono io pure, ma le dame hanno diritto a ben altri madrigali che non siano di piombo come i vostri, signor mio. Intanto sappiate che io vado secondo il mio piacere e che non mi alletterebbe molto una seconda salve di gioia come quella di poco fa. Date gli ordini, ve ne prego. E fate presto!

Il Borzone, rosso dalla vergogna e umiliato, si avanzò inchinandosi ancor più goffamente nel modo maldestro di chi è uso ad indossar la casacca più che gli abiti di seta, i nastri e le fibbie ingioiellate.

— Signora marchesa, incominciò.....

Ma l'amazzone, senza dargli il tempo di scusarsi, lo interruppe irosamente e sarcasticamente.

— E mi parlate con la spada in mano, Comandante? Non sono il signor marchese de Sade io per compiacermi a certe nudità oscene di ferraccio. Nascondete codesto schidione anzi tutto e badate alle convenienze quando vi si permette di parlare ad una dama.

Il Comandante ringuainò la spada: ma trovandosi libere allora le mani il suo impaccio crebbe: onde non seppe che allargare le braccia ed accorciare il collo fino ad avvicinare il mento, non troppo accuratamente sbarbato, al collare unto della casacca.

— Signora Marchesa — ripetè — signora Marchesa, vi prego di scusarmi: Vostra Signoria sbaglia pensando che il fuoco dei miei soldati le fosse diretto: sono troppo vostro umile servitore e l'illustrissimo Signor Conte mi onora troppo della sua benevolenza perchè un simile pensiero mi possa neppur attraversare il capo....

— Ed allora perchè?....

Ma nel mentre la dama s'accingeva a parlare, lo stallone fece un brusco movimento di scarto e l'amazzone scorse gli uomini dell'Embriaco, fermi ed in armi, dall'altro versante del colle, a pochi metri da lei.

— Per Nostra Signora del Miracolo — gridò — degli altri soldati? Ma è un agguato questo!

Il Comandante si decise ad uscire dalla soglia.

— Su quelli avevo dato ordine del fuoco! Il comandante di quei banditi, quel nero laggiù vestito di velluto, è il fuoruscito Emanuele Embriaco, su cui pesa una taglia della Serenissima Repubblica di Genova!

L'Embriaco aveva assistito in silenzio al dialogo fra l'amazzone e il vecchio soldato: la naturale configurazione del terreno l'aveva per di più tenuto nascosto alla cavalcata ultima venuta, e la cui signora egli aveva udita chiamare Marchesa. Pensò giustamente che doveva essere la marchesa Isabella di Spigno, contessa Lascaris, madre del conte attuale a cui apparteneva il turrito castello che vedeva pompeggiare nell'azzurro chiaro del giorno morente sopra un culmine di collina a dominare la vecchia città, l'antica strada romana ed il declivio ripido al mare tra i faggi i pini e gli olivi.

L'avventuriero misurò d'un tratto geniale quanto fosse precaria la posizione in cui si trovava: fuoruscito perseguitato, bandito dalla potente Repubblica, tra una città nemica posta sotto la protezione della Repubblica stessa ed un vecchio soldato di quel governo che egli aveva tentato invano di rovesciare, con pochi soldati, riconosciuto oramai, posto quasi nell'impossibilità di combattere, assolutamente di indietreggiare: a quale partito più scaltro appigliarsi dunque se non a cercare una salvaguardia in quella signora altera e sprezzante che la benigna fortuna aveva posta sulla sua strada? Per il che, fatto cenno ai suoi di non seguirlo, s'avanzò verso la dama che lo guardava stupita e, salutandola con la cortigianeria di chi è uso ad una società che non doveva esser la stessa del Borzone, fatto tre volte sventolare l'ampio cappello, e toccate della piuma nera l'aria e la strada, piegando il ginocchio così s'espresse, con voce ferma e dolce, senza tremiti nè timori, guardando con occhi pieni di una lieta meraviglia e d'una grande confidenza la cavalcatrice:

— Eccellenza, illustre e bella marchesa di Spigno, contessa Lascaris di Tenda, permettete ch'io deponga ai vostri piedi l'omaggio mio personale....

Ed alzandosi poi alteramente:

— .... e che vi dia novella del fratel vostro mio benamato caro ed illustre signore, il Marchese Ibleto di Spigno, che mi manda messaggero, umile per una causa grande, ma fedele per meritarmi la sua benevolenza, al figlio vostro, il glorioso conte Luca Lascaris di Tenda, che Nostra Signora del Rimedio conservi lunghi anni per l'onore della nobiltà di Liguria e l'esempio a quella di tutto il mondo.

S'inginocchiò di nuovo.

— Ho detto. Voglia ora l'Eccellenza Vostra darmi con benigna condiscendenza facoltà d'alzarmi e permettermi, giunti al castello dei Lascaris, che il discendente d'un patrizio genovese possa, o bella signora, vantarsi di avervi retta la staffa.

Il Borzone, per quanto rude ignorante e duro soldato, si accorse che tutto il brillante parlare dell'avventuriero ad altro non mirava che a togliersi dal passo pericoloso in cui si trovava, onde, senza altro, avanzandosi fin presso all'Embriaco, stizzosamente borbottò:

— Che mi va cianciando costui? Ho dalla Serenissima l'ordine di arrestarlo! Dunque si leghi! Olà!

Ma la Marchesa, fiammeggiando ira dagli occhi, spinse il cavallo fra i due.

— Signor Comandante, avete giurata quest'oggi la mia dannazione? Per Nostra Signora del Miracolo, volete voi questa notte, pendere a capo all'ingiù dai merli della vostra bicocca? Quando mio figlio saprà in qual modo accogliete gli ambasciatori che i suoi congiunti gli mandano, giuro per la salvezza dell'anima mia, che non vorrei trovarmi neppur vostra vicina!

E come il Borzone aveva fatto il gesto d'afferrare il freno del cavallo, alzò lo scudiscio.

— Olà signore, voi mi diventate pazzo? Vi ho concesso l'onore di conversar con voi e da villano ne abusate di già? V'ordino allora di lasciar libera la strada al mio seguito: mi piace di tornar al castello.

— Ma è l'Embriaco! È un bandito! — mormorava ruggendo Nicola Borzone, mordendosi fino al sangue il labbro inferiore.

— Fosse l'ultimo dei ribaldi, viene a me sotto il nome di mio fratello. Sgombrate!

E tratte le redini si volse, incamminandosi per l'erta, seguita dall'Embriaco, discreto nella vittoria, e dai soldati del Ricciuto e dai bravi di Bracciodiferro.

Nicola Borzone immobile sotto l'archivolta, vide il seguito numeroso campeggiare sullo sfondo azzurro chiaro del tramonto sereno, poi, seguendo la strada romana, che serpeggiava di vetta in vetta tra le colline, dirigersi verso il castello dei Lascaris che si stagliava cupamente illuminato da un sinistro bagliore di croco nello sfondo sotto l'egida possente del feudale gonfalone.

III.

La cavalcata giunse al castello dei Lascaris nell'assenza del conte Luca, uscito per la caccia.

L'Embriaco fu condotto nell'appartamento destinato agli ospiti ed il Ricciuto ve lo seguì. Quando furono soli, ed il fuoruscito, spogliatosi della rude casacca e deposta la spada, si fu sdraiato in una soffice poltrona, lo scherano guardò con un sorriso di confidenza l'avventuriero e tentennò il capo.

— Che hai, Ricciuto — chiese l'Embriaco — o che vuoi?

— Magnifico signore, vorrei la sicurezza.

— Non lo siamo forse noi sicuri? — rispose il fuoruscito osservando all'intorno le forti muraglie del castello, della cui resistenza e solidità facevano testimonianza i profondi vani delle finestre.

— Vossignoria s'illude — mormorò mestamente il Ricciuto. — Affè mia, preferirei essere all'aria aperta con la mia brava carabina sulla spalla, e trovarmi anche sotto il tiro delle artiglierie del Borzone. Qui mi par d'essere in trappola.

— Suvvia, sei lugubre, Ricciuto, come un vecchio barbagianni spennacchiato!

— Vedo giusto, signor conte!

— Vedi giusto? — esclamò l'Embriaco. — Osi dire di veder giusto, quando la stessa Marchesa madre mi ha offerto ospitalità?

— La Marchesa madre, sicuro, non il Conte figlio.

— Che vuoi dire?

— Voglio dire, signor conte, che in questi tempi la politica fa spesso esser di diverso parere moglie e marito, come i Marchesi di Spigno possono dimostrare e tanto più madre e figlio; in ispecie quando, come nel caso nostro, vedono diversamente.

— Tu parli per enigmi, Ricciuto!

— Io parlo per verità. Non ricordate forse, signor conte, che se la Marchesa di Spigno tiene per il Re di Piemonte, il marito apertamente parteggia per le nuove idee venute di Francia?

— Ma non abbiamo a che fare coi Marchesi di Spigno, qui! Sono lontani, per volontà di Dio!

— Non molto, signor conte: la bella Marchesa Fiorina di Spigno, in altri tempi, assai recenti del resto, fece gli occhi dolci al conte Luca Lascaris, che, a quanto sottovoce si narra non fu insensibile, nè, pare, sfortunato.

— Va bene! Lo so! E con questo?

— Credete voi, signor mio, che la bella Marchesa di Spigno, degna di ben più alti cuori, si sarebbe abbandonata ad un amoretto annacquato col giovine cugino senza un ragione tanto più forte quanto più nascosa?

L'Embriaco ascoltava interessato.

— E cioè?

— E cioè di guadagnare alla causa del Re di Piemonte il conte Lascaris: il Re di Piemonte ha un grande amico in queste riviere....

S'avvicinò alla finestra e mostrò un castello nero e solitario sopra una scogliera presso il mare.

— .... Il nobile Camillo Altariva. Se potesse guadagnare anche il conte Lascaris, le nuove idee di Francia non arriverebbero nè a Genova nè a Torino.

— E tu credi?

— Io nulla credo: quando si tratta di una donna bella ed astuta come la marchesa Fiorina, non si può dubitare: è certo.

— Dunque Lascaris cospira con la Spigno? In questo caso sono salvo. —

Il Ricciuto rise sotto il mento.

— Lo credete, padrone?

— Per il Papa, se lo credo! Siamo partigiani.

— Io non lo credo però!

— Perchè?

— Perchè il conte Lascaris non ha alcun interesse a rompere con la Serenissima apertamente: se l'avesse, avrebbe già rotto. No, signor conte; si cospira. Dunque si teme la luce del sole. E poichè la Repubblica di Genova dubita del conte Lascaris, e con ragione, il conte Lascaris darà del fumo negli occhi alla Serenissima, consegnandovi al Borzone. Chi siete voi, dopo tutto? Un uomo fuori della legge, pericoloso per amici e nemici. Consegnandovi, il conte Lascaris farà palese la sua buona fede di amico della Repubblica e cospirerà poi con tutta sicurtà.

L'Embriaco preoccupato osservò:

— Ma se l'intesa fra Luca e Fiorina fosse già avvenuta?

— Non può essere avvenuta! Il messaggero non cammina come noi!

— Secondo te, dunque io sarei perduto....

— Certamente.... a meno che....

— A meno che?

— Non foste voi davvero il messaggero tra Fiorina e Luca Lascaris.

L'Embriaco si alzò:

— Che dovrei dunque dire a Luca?

— Nulla dire, signor conte, mostrare!

— Mostrar che cosa?

— Una lettera della marchesa di Spigno.

I due si guardarono.

— E tu credi che....

— La bella marchesa di Spigno è troppo gran dama per degnarsi di scrivere.... firma soltanto ed ancora con una tal quale disinvoltura che la rende illegibile. Così.

Togliendosi dalla cintura un calamaio di legno ed un fascio di fogli, il Ricciuto, con bella sicurezza, tracciò un ghirigoro che l'Embriaco osservò arrossendo.

— È proprio la firma di Fiorina!

— Precisa! Certo il Marchese di Spigno scrive da erudito e legge il signor di Voltaire. Ma la Marchesa.... ecco qui tutto il suo sapere.

L'Embriaco esitava. L'altro proseguì:

— Vi piacerebbe pendere appiccato dai merli del fortino?

L'Embriaco non rispose.

— Salvarsi da tutte le reti per incappare nelle mani di un Borzone! A Genova ne riderebbero della grossa.

In quella, un suon di corno giunse da lontano.

— Il conte Luca ritorna! — mormorò il Ricciuto.

Il suon di corno risuonò più vicino.

— Decidetevi dunque: volete?

Allora l'Embriaco, quasi scuotesse di dosso l'uggia d'una risoluzione impellente, mormorò:

— Ho sonno, Ricciuto: occupati tu dei miei affari, ti prego.

IV.