Part 15
— Come voi siete il capo di coloro, che invadono e saccheggiano le mie terre.
Invece di provar sorpresa o sdegno il Bonaparte sorrise:
— Diritto di conquista, signore.
— Diritto di difesa, generale.
— Bene, mi piace: siete un _çi-devant_ che ragiona, voi.
— Non sono il solo.
— Me ne compiaccio: faciliteremo le risoluzioni.
— Non domando di meglio.
E tacquero. Poi:
— Sedetevi, signore.
— Grazie, generale.
E sedettero.
L'ombrosa suscettibilità dell'ombroso condottiero repubblicano, il quale vedeva in tutti ed in tutto, sempre, un assalto o un dispregio alla propria autorità, pareva placata. Forse vedevasi di fronte ad un pericolo reale, e dinanzi al pericolo colui che fu Napoleone, si ritrovava, dominava i propri nervi, comandava alla propria diffidenza: acquistava insomma la piena disponibilità delle proprie risorse.
Parlò quasi pianamente:
— Dunque, signore, voi vi opponete a me.
— Ieri, forse, generale: oggi è un'altra cosa.
— Ah? E perchè?
— Perchè bisogna essere pazzi per contrastare con quattrocento uomini il passaggio d'un esercito. Odio gli eroismi inutili e del resto m'accorgo che non è vostra intenzione depredare il paese.
— Da che cosa ve ne accorgete?
— Dal ritorno delle donne e delle autorità in Ventimiglia. Alla città che si vuol mettere a sacco non si rimandano gli abitanti.
— Bene. E allora?
— E allora noi non vi contrastiamo.....
— Vi ritirate?
— Ci ritiriamo.
Spuntò un'unghia del leone.
— Se ve lo permetterò.
Senza perdere la sua funebre calma l'Altariva replicò:
— Credete di poterlo impedire?
— E perchè no? Voi stesso avete osservato che ho un esercito contro un pugno d'uomini.
— Altra cosa è sgominare i lupi discesi dai monti ed altra catturarli.
— Può darsi, ma il mio preciso dovere è di catturarli, perchè le leggi militari della repubblica francese impongono d'accrescere l'esercito di tutte le popolazioni conquistate.
— E allora catturate.
— Cominciando da voi?
Si guardarono fissamente.
— Potrei dirvi che sono un parlamentare.
— E così ritiro la parola cattura e la sostituisco con un'altra.
— Quale?
— Vi invito.
— Vi ringrazio.....
Senza un gesto continuò:
— .... ma non accetto.
— Comprendo. Vi trattiene un giuramento.
— Vi sbagliate. Non ho giurato fedeltà ad alcuno.
— Pure difendete la causa del vostro re.
— Perchè è la mia.
— La vostra.... forse. Non quella dei vostri vassalli.
— Vi sbagliate ancora: quella dei miei vassalli più che la mia.
Il generale Bonaparte aggrottò le sopracciglia.
— Voi disconoscete dunque le conquiste della rivoluzione?
— Quali, vi prego?
— La libertà, l'eguaglianza, la fraternità.
Per la prima volta un sorriso, leggero e profondo insieme, si disegnò sulle labbra del nobile Altariva. Le sopracciglia del Bonaparte già aggrottate, si contrassero.
— Negate forse che la rivoluzione abbia dato al popolo e libertà ed uguaglianza?
— Vedete che anche voi adesso vi rimangiate la fraternità, e fate bene. Un sentimento non s'impone, nè sovvertendo l'ordine, nè abbassando o alzando uomini. Sulla vostra bandiera c'è dunque già una parola almeno inutile.
— Ma la libertà? Ma l'eguaglianza?
— Quale eguaglianza? Il _tu_ che accomuna tutti? Il dovere di dare spiegazioni anche agli ubbriachi? Il diritto di sospettare, di insultare, di mettere alla gogna, di chiedere umilianti giustificazioni? Quale eguaglianza, ditemelo, esiste fra voi e — non voglio troppo discendere — il generale che vien dopo di voi? Quale eguaglianza fra voi e il vostro governo centrale?
— E le prerogative nobiliari, le _corvées_, le esazioni, le decime....
— Abusi..... come quelli del resto che farete voi.
— Ah! Voi li condannate?
— Non li voglio nemmeno discutere, chè non debbono esistere.
— Ma esistono.... o almeno ci furono.
— E i vassalli si ribellarono, come la corda tesa a lungo si spezza. Anche questo è nell'ordine naturale delle cose. Non legge, ma consuetudine, consacrò gli abusi. Quando avvenne il tacito patto fra l'uomo d'arme ed il contadino: _tu mi difendi ed io ti mantengo_, abusi non esistevano: l'abuso cominciò dal diritto inumano d'ereditarietà, non dei beni acquistati, ma di quelli tramandati....
— L'ammettete?
— Certamente. Ma credete voi che ne sarete immuni? Mio generale, l'uomo è accentratore, è conservatore, è rapace, è avido, e vuole vivere anche oltre la morte, almeno nelle cose sue. L'idea di patria è supplementare a quella di proprietà. Chi non possiede non ha patria. Chi non obbedisce non ama l'ordine e l'ordine è tutto: è quello che regge il mondo, è quello che fa vivere, è quello che dà la fiducia. Voi siete l'ordine, ed è per questo che siete anche il primo nemico della vostra rivoluzione.
Il volto del generale Bonaparte s'era totalmente ricomposto, muscoli rilassati, rughe e ciglia appianate. Pareva una statua: soltanto — e forse involontariamente — l'occhio scintillava.
— Credete, generale, che l'uomo aborre dai reggimenti democratici. L'uomo è nato per avere un padrone, per farsi difendere e lavorare e produrre in pace all'ombra della protezione altrui. La libertà non è che una parola astratta: nulla c'è di libero al mondo, tutto è legato, poi che tutto è costretto nell'ordine infinito e incommensurabile. La libertà è una figura politica, è il nutrimento a buon prezzo che si dà al povero volgo in cambio delle braccia e del sangue. Ah! meglio assai la franchezza dei padroni veri che davano il pane! E del resto che cosa fece la vostra rivoluzione se non imporre dei nuovi padroni? Volete, generale, che vi dica la risposta d'un mio avo al quale, per metterlo in guardia contro un intendente ladro, si susurrava che possedesse ricchezze esorbitanti? Rispose: «_Colui è già ricco: se lo cambio, il nuovo vorrà diventarlo_». Voi siete i nuovi padroni ed il popolo..... non fu sagace come l'avo mio.
Il volto marmoreo del Bonaparte non espresse alcun sentimento.
— Non c'è dunque mai sotto il sole una lotta di principii, ma soltanto di uomini. Soltanto i sognatori, i martiri, i crocefissi agitarono delle idee: gli altri non isventolarono che dei contratti.
Questa volta il generale sorrise.
— Gian Giacomo sottoscriverebbe la vostra teoria?
— È forse errata?
— E lo chiedete a me?
— Non lo chiedo: la credo giusta, e me lo auguro e lo spero. Voi che uscite da una tutela ne subite un'altra peggiore oggi. E badate, non difendo i miei pari, chè non ne ho: difendo la verità, poichè riduco tutto alla sua ragion vera d'essere! Il popolo è fanciullo: ama cambiar di trastulli, ama rompere i trastulli con i quali si è divertito, o che ha ammirato: il popolo non ama la libertà, ma la sicurezza, il pane ed i giochi del circo. La libertà? Ma si può morire per una donna o per una memoria, o per una bella frase, ma sempre alla condizione d'essere ebbri.
S'era acceso parlando. Parve, non pentirsi delle sue parole, ma crederle superflue, chè mosse un passo verso il generale repubblicano e gli chiese a bruciapelo:
— Siete voi come io vi penso? Siete un padrone?
— Che intendete?
— Intendo questo: se è vostra intenzione, se è scopo vostro chiudere nella vostra mano le fedi tarlate e i cervelli codardi e asservirli a voi per il bene di tutti. Io che vi parlo, e che sono fra gli uomini più intelligenti e sicuro di me in apparenza, io sono, come tutti sono, dall'umil servo della gleba alla testa coronata: cerco un padrone che pensi per me, che risolva per me, che giochi anche per me. Tenetevi la vostra vana libertà, brandello di cencio, e datemi invece un padrone!
— Un padrone?!
S'era lanciato ma si riprese:
— Datemi la mano, signor d'Altariva. Forse un giorno verrà ch'io vi ricordi le vostre parole.
Spinse d'un colpo la porta, quasi per sottrarsi ad un pericolo o ad una paura:
— Murat!
L'aiutante apparve.
— Il signor d'Altariva sia munito di salvacondotto, per sè e per coloro di cui darà i nomi.
Una stretta di mano ed una parola tanto a bassa voce, pronunciata, che non si sarebbe potuto dire chi l'aveva emessa:
— Grazie.
XXXVII.
Nella stanza non ampia, addobbata a salotto rococò in cui stonavano delle poltrone recenti venute di Francia sotto dei grandi mobili secenteschi, la damigella Chiarina moriva.
Immobile, chiusi gli occhi, giaceva nel letto verginale, affondata nei guanciali, nimbata dai capegli biondi e parea che non respirasse nemmeno. Accanto al letto Gilda, muta e in lagrime, sventolava un pannolino sul viso della malata. Nel vano della finestra, chiuso, il cofano del corredo.
Ad un tratto nell'anticamera suonò uno strepito di passi: la porta fu schiusa e il naso affilato dell'archivista Orengo fè capolino. Susurrò l'ometto, meno d'un soffio:
— Gilda!
La camerista non si mosse. Quegli, più forte, ripetè:
— Madamigella Gilda!
L'interpellata si scosse, volse il capo e s'attraversò la bocca coll'indice:
— Ssssss!
— Gilda — ripetè l'archivista, — il magnifico Grimaldi chiede se madamigella può ricever visite?
— Visite? Ma se è qui come morta! Benedetta la Madre dei sette dolori, lasciatela in pace!
L'ometto ritrasse il capo, ma non per questo la porta si richiuse, chè anzi fu spalancata e la contessa Isabella Lascaris e la marchesa Fiorina di Spigno entrarono seguite da Betto Grimaldi e dall'abate Bernardino Viale.
— Chiara! — mormorò Fiorina curvandosi in singulti sul letto.
La malata non si scosse.
— Suvvia, ricomponiti — susurrò alla marchesa di Spigno, ch'era scoppiata in lagrime, la marchesa Isabella.
Ed al Grimaldi inebetito:
— Che dice il medico?
S'ebbe in risposta uno sguardo atono.
— Non si cercò di rianimarla con qualche cordiale? — chiese l'Abate.
— Cordiale? — rispose Gilda. — È da stamani in questo stato. Il medico teme la congestione.
— E non le cavarono sangue? E non le applicarono mignatte?
Fiorina aveva preso il posto di Gilda ed agitava il pannolino, quando sulla soglia apparve il capitano Cavalli.
— Magnifico Grimaldi entrano i francesi in città!
— Vengo! Vengo! — rispose il comandante e si profuse in inchini.
— Chiedo licenza! Chiedo licenza! Il dovere.....
— Andate, Betto, andate, rimaniamo noi!.....
Il capitano Cavalli immobile, osservava la malata.
— Povera damigella — mormorò poi seguendo il Grimaldi — pare.... pare.... —
Sospirò.
— .... la vergine Lavinia!
La stanza ricadde nel silenzio.
Dalla finestra aperta il tramonto d'oro penetrava. Di faccia incupiva la rocca di Roverino, mentre un po' della chioma fronzuta di Siestro rifletteva il sole morente.
Silenzio ancora, pesante, inquietante.
Ad un tratto risuonarono giù, sotto la città, sul ponte del Roia dei prolungati rulli di tamburo.
— I francesi! Passano i francesi! — disse Gilda sporgendosi verso la finestra aperta.
— I francesi? — ripetè la contessa Isabella curiosamente accorrendo.
I rulli di tamburo crescevano, un brusìo soffocato da prima, poi sonoro, pieno, di folla tumultuante si propagò, e l'eco delle colline lo respinse e tutta l'aria se ne riempì. La gran dama e la camerista accumunate dal desiderio di vedere si sporsero maggiormente e Fiorina si staccò dal letto attratta dallo spettacolo insolito.
I rulli marcarono il passo della moltitudine, poi nel rullar solenne si sposò un coro marziale:
_Allons enfants de la patrie...._
— No!.... No!.... No!....
Il monosillabo raucamente risuonò. Le dame e la camerista trasalirono, si volsero, accorsero.
Chiarina s'era alzata a sedere, puntando nelle coltri i pugni, gli occhi spalancati, sciolti i capegli, pallidissima, spettrale.
Già il coro diventava assordante.
— No!.... No!.... No!....
Ricadde nelle braccia di Fiorina, annaspò delle dita nelle coltri, torse la bocca, gli occhi le si arrovesciarono. Ma fu un attimo. Il volto dolcissimo si ricompose, le labbra socchiuse lasciarono sfuggire delle parole.
— Che dice? — esclamò Fiorina.
Curvò sulla bocca della fanciulla, che teneva sul petto, l'orecchio. Chiarina ripetè accorata e soave:
— Filippo.... perdonami....
E spirò.
EPILOGO
Poca gente rimaneva nella cattedrale di Ventimiglia, antico tempio di Giunone, inginocchiata sul marmo inciso di fresco per rammentare che si celava là sotto il frale di Chiarina Grimaldi, volata nel grembo del Signore, angelo purissimo, vergine pia, sposa celeste, lasciando nel dolore eterno il nobile padre ed il nobile fidanzato.
La folla uscendo per le due porte laterali si cacciava nei vicoli angusti della vecchia città e spariva, chè la sera discendeva, dopo il breve crepuscolo, veloce, e per le ordinanze della Serenissima il coprifuoco essendo in vigore, se non brillasse la luna, c'era da trovarsi al buio peggio che nella bocca del lupo.
Una figura femminile pur tuttavia giaceva inginocchiata sul marmo: e poichè all'entrata della cappella quattro servitori con le torcie l'attendevano, c'era da supporre che fosse nobil donna. Rimase l'ultima e soltanto quando lo scaccino s'aggirò per le navate facendo suonar le chiavi, si riscosse e s'alzò. Allora soltanto un'ombra parve uscire dall'ultima colonna, quella d'un uomo alto, ammantellato, che tuffando la mano entro la pila porse l'acqua benedetta alla dama. Ed a malgrado il buio parvero riconoscersi, chè le due mani si toccarono tremanti. Fuori, verso le Crotte, nello sboccar d'un vicolo buio, la nobile signora sostò e l'ombra le si avvicinò.
— Siete voi, Luca?
— Sono io, Fiorina.
Tacquero. S'incamminarono. La donna riprese.
— Ho saputo da vostra madre, Luca, che avete ottenuto un salvacondotto e libere le terre e il castello. Ne godo per voi.
Il Lascaris crollò le spalle:
— Che me ne importa!
Riprese:
— Non per questo mi tengo legato: altri mercanteggiarono per me. Forse Camillo ebbe ragione guardando le cose e i sentimenti come le guarda. Ragiona, e ragiona troppo. Io sento. Ma purtuttavia, Fiorina, guardate: lascerò le mie terre, il mio castello e mia madre, tutto lascerò dietro di me, anche il giuramento che mi lega al Re, immemore di noi.... tutto sono pronto a lasciare, se manterrete la vostra promessa.
Camminavano lentamente, ma la dama ristette e con lei si fermarono i servi protendendo le torcie accese sicchè ne illuminarono il volto stupito.
— La mia promessa, Luca? Quale?
— Immemore siete dunque, voi, come il Re, Fiorina? E pure è promessa recente e non di parola che il vento possa portarsi.....
Ebbe timore la dama che il conte vaneggiasse. Cennò ai servi che s'avvicinassero e quelli impassibili, alte le torcie enormi, la chiusero in un quadrato inespugnabile.
— Ve ne prego, Luca, parlate chiaro....
Per tutta risposta il conte si svolse dal mantello, cacciò la mano entro l'abito, dalla parte del cuore e ne trasse un foglio piegato a tricorno e legato d'un nastro azzurro.
— Ecco. Mi duole però dover constatare come le vostre promesse vi stiano così poco a cuore.
Fiorina afferrò il foglio, lo svolse, l'aprì, s'avvicinò ad un servo che abbassò la torcia e lesse:
_Luca,_
_il conte Embriaco vi porta il presente per dirvi che mi precede e ch'io vengo a voi, fiduciosa che i nostri destini s'uniscano finalmente come desiderate e come desidera pur sempre_
FIORINA DI SPIGNO.
— Ma è falso, Luca! Io non ho mai scritto, io non potevo mai scrivere.... Dio! Perchè insultarmi così, Luca?
L'uomo provò la sensazione d'una mazzata: vacillò, s'afferrò al servo più vicino, d'impeto, sicchè quegli cedette e la torcia violentemente scossa gli bruttò le mani di cera scottante e ne bruttò la fronte del nobile signore. Il servo urlò dal dolore, ma il conte parve invece averne un refrigerio.
S'irrigidì. Mormorò soltanto:
— Ed ho lasciato che l'uccidesse Almerico!
S'avvolse di nuovo nel mantello.
— Addio, Fiorina.
— Luca, Luca, ascoltate — gli sussurrò la dama — calmatevi, salite con me, datemi questa consolazione.....
— Grazie, vi ringrazio, ma non posso venire con voi.... Ho bisogno di restar solo....
— Domani, domani almeno! Vi attendo. Promettetemi di non mancare. Ibleto vi vedrà con piacere.
— Addio, Fiorina, — rispose il conte crollando il capo e cercando di svincolarsi, chè quella lo teneva come in una strettoia.
— Luca.... vi prego.... Luca....
— Badate ai servi, marchesa — ebbe la forza di susurrarle con la voce quasi calma.
La donna lo lasciò. Ma insistette:
— Verrete domani? Me lo promettete?
— Addio, Fiorina, — rispose il Lascaris e fuggì precipitosamente ingoiato dall'oscurità.
— Lancia, Borgogna, correte! — ordinò Fiorina, ma si riprese subito. — No, avvicinate le torcie.
Rilesse il biglietto, fece una smorfia, poi ridusse in minutissimi pezzi la carta. Le rimase il nastro azzurro. Se lo annodò al polso con un nodo d'amore.
* * *
L'ordine di servizio portava scritto:
— «_All'avanguardia la mezza brigata del colonnello Balbi...._».
La sera, presa Cosseria, il Bonaparte chiese a Berthier:
— Come si comportò la mezza brigata del colonnello Balbi?
— Eroicamente, generale.
— E il colonnello?
— Morto all'assalto.
— Ah!
_FINE._
OPERE DI ALESSANDRO VARALDO
VERSI
_Marine Liguri_ (esaurito). _Romanze e Notturni_ (esaurito). _Le Settembrine e le Odi Funambolesche._
ROMANZI
_Due nemici._ _Un fanciullo alla guerra._ _La Bella e la Bestia._ _I Re Magi:_ I. L'Ultimo Peccato; II. La grande Passione; III. L'amante di Ieri. _La Marea:_ I. Il Falco; II. Cuori Solitari; III. Mio zio il Diavolo.
NOVELLE
_La Principessa Lontana_ (esaurito). _Una Rosa d'Autunno._ _Genova sentimentale._ _Le Avventure._ _La Costa Azzurra._ _Moralità Immorali._ _Il Carnevale di Nizza,_ _Donne profumi e fiori._
CRITICA
_Per un poeta della Vecchia Scuola._ (esaurito). _Fra vizio e belletto — Profili d'Attrici e d'Attori._
TEATRO
Vol. I. — _L'Altalena_ — _Il Medico delle anime_ — _Un marito innamorato_. Vol. II — _La conquista di Fiammetta_ — _L'amante del sole_ — _Appassionatamente_. Vol. III — _Diamante o Castone_ — _Il più sincero dei tre_ — _Una sciarada_ — _Il selenita_ — _Il Gatto nero_ — _Don Giovanni si pente_.
IN PREPARAZIONE
_Commemorazioni — Profili di Scrittori e di Attori._ _Il Cerchio Magico_ — Commedia in 3 atti. _Il fiore d'agave_ — Novelle. _Il Cavaliere Errante_ — Romanzo.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.