Part 14
L'ampio vano apparve così sfavillante di luce e soltanto avvolto in semioscurità restò il fondo ove i due spettatori, l'una rigida e imponente, l'altro umile e raggomitolato, assunsero l'apparenza di figure immobili ed indecise di cera.
— Le vostre spade, signori! — chiese Luca Lascaris.
Ciascuno degli avversari tese l'arme propria. La precauzione era di prammatica, ma inutile, chè tutte le spade in uso fra la gente di corte e di guerra erano della stessa misura. Differenziavano però nella larghezza della lama: più sottile quella di Emanuele Embriaco, più piatta quella del Nervia. Camillo Altariva fece l'osservazione e il conte Luca, sguainata la propria la confrontò con quella dell'avventuriero. Parevano gemelle. Mentre però si voltava per porgerla al Nervia, l'Embriaco intervenne:
— L'insulto maggiore che un gentiluomo possa subire, dopo quello all'onore, è di vedersi privato dalla propria spada in leale combattimento. Ve ne prego, adunque, conte Lascaris: lasciate al signor duca la spada. Troppo mi dorrebbe d'un vantaggio anche leggero....
Finì sorridendo.
— .... e troppo mi dorrebbe se dovessi cadere per l'arme vostra, conte, nel vostro castello.
— Vi ringrazio — fu la risposta del Nervia.
Gli avversari furono posti con le spalle al muro al lato opposto a quello ove la marchesa e l'abate si trovavano: ebbero quindi alla sinistra il muro sul quale potevano appoggiarsi con la mano libera invece di brandire il pugnale, che non usava più, è vero, nei duelli, ma che sarebbe stato di regola nei Giudizi di Dio! L'Altariva e il Lascaris, nude le spalle contro il corpo, con l'elsa sul petto e le braccia incrociate si disposero. Secondo l'uso d'allora, non si diede segnale d'attacco: non si poteva nemmeno intervenire che nel caso di palese slealtà d'uno dei due: i padrini erano puri testimoni e, sull'onore, non dovevano trar parola. Non dovevano che intervenire dietro appello d'un avversario nei duelli semplici: in niun caso in quelli che non sarebbero terminati che lealmente.
Il silenzio e l'immobilità regnarono dunque nella sala. Prima il Nervia accusatore, poi l'Embriaco accusato, salutarono, rigidamente: alzarono quindi le armi, per invito ad attacco: subito il duca abbassò la propria ed attaccò.
Stavano di fronte due maestri della nobile arte, due maestri che troppi anni e troppe occasioni avevano consumati nel fedele maneggiar dell'arme: si riconobbero a vicenda la maestria, si saggiarono, e si attaccarono, l'uno impassibile, sorridente l'altro. Si riattaccarono, alte le spade, le coccie al petto, d'impeto, a corpo a corpo: di comune pensiero si ristaccarono con un salto. E la schermaglia continuò. Le botte personali, messe in uso, fallirono: erano botte segrete, ma ognuno dei due sapeva che l'altro avrebbe messo in uso una botta segreta e dalla guardia stretta quando uno si toglieva, contemporaneamente si chiudeva in una più stretta difesa. Giunse un momento in cui, anelanti, i due si guardarono, le punte a terra, lontani, addossati alle due pareti opposte.
Nemmeno allora i due padrini si mossero: pareva che la gran sala non ospitasse che figure di pietra.
Finalmente a un gesto del Nervia anche l'Embriaco si mosse e le spade s'incrociarono di nuovo. Questa volta però nessuno dei due si gettò a capofitto nell'assalto furioso, ma bensì a vicenda attaccarono e si difesero pacatamente, come se si trovassero in una palestra con le lame mozze della punta. Si svolse allora un'accademia alla quale, pur immobili restando, s'appassionarono i due padrini e la stessa marchesa, tutti capaci d'apprezzar le maestrie.
Ad un momento l'Embriaco fece un passo falso e barcollò: l'avversario lo sostenne. Ad un altro momento un abile girata di mano dell'Embriaco fece saltar la spada al Nervia. Avrebbe avuto il diritto l'avventuriero di ferire e d'uccidere l'inerme avversario: il Nervia allargò anche le braccia sussurrando una preghiera. Ma l'arme dell'Embriaco si abbassò:
— Riprendete la spada, duca: cortesia per cortesia.
Il disarmato obbedì con un inchino.
Si fece allora innanzi Camillo Altariva.
— Assai vi lodo, nobili cavalieri! E poichè m'avvedo che nessuno di voi due intende approfittare d'una possibile inferiorità dell'avversario vi chiedo se non sarebbe opportuno che v'assicuraste l'elsa alla mano.
Due sguardi d'interrogazione e due assensi.
L'Altariva ringuainò la propria spada e s'accinse a servir da scudiere al Nervia legandogli l'elsa alla mano, ed altrettanto fece il Lascaris per l'Embriaco.
In quel momento di sosta dall'altro lato della sala un breve dialogo s'intrecciò:
— Ve ne prego, signor abate, allontanatevi, che ve ne dò licenza. Vedo che le forze non vi sostengono più.
— Le forze, è vero, mi mancano, illustre signora, ma la vostra presenza e l'abito che porto mi sosterranno, spero, chè non mi è permesso.....
— Ve ne dò licenza, allontanatevi.
— Sono cristiano e vi sono servo.....
— E allora ve lo impongo!
Non potè l'altro replicare che già i due padrini avevano ripreso la posizione di prima ed il duello era ricominciato. E continuava pacato. E poichè i due non si sarebbero scostati più dalla condotta che tenevano, più di difesa che di offesa, troppo maestri dell'arte loro per non contar che sulla stanchezza fisica, il Giudizio di Dio sarebbe durato a lungo, e probabilmente anche sospeso.
Ma il caso — come sempre accade — se ne immischiò.
Un grido soffocato della marchesa che vide cadere come un sacco il povero abate svenuto, risuonò smorzato nella sala. Almerico di Nervia non badò: più curioso l'Embriaco stornò per un attimo lo sguardo e nello stesso istante cadde di colpo trapassato il petto dalla lama avversaria.
E si torse appena sull'impiantito: e s'immobilizzò. Subito l'Altariva ed il Lascaris si curvarono sul caduto: poi si rialzò il primo e crollò il capo. Ma compiè il suo dovere come l'uso imponeva e lo chiamò tre volte a nome:
— Conte Emanuele Embriaco!
La marchesa cadde a ginocchio alzando le mani giunte.
— Conte Emanuele Embriaco!
Anche Luca piegò il ginocchio.
— Conte Emanuele Embriaco!
Ed allora ad alta voce:
— Monsignore Iddio si è pronunciato! Giustizia è fatta!
Almerico di Nervia si diresse verso la grande tavola, vi prese un foglio sul quale delle lineette eguali erano tracciate. Vi gettò lo sguardo senza forse vedere e, senza accorgersene forse, lesse:
_L'azzurro mar preclude il varco...._
Alzò la spada insozzata di sangue e la ripulì ben tranquillamente sul foglio segnato dai versi dell'abate.
XXXV.
Qualche istante meditabondo si librò increscioso per la vasta sala silenziosa. Il Nervia ringuainò dopo aver salutato il morto, poi si volse interrogativo al Lascaris, il quale comprese ed agitò il cordone del campanello che si profilava sull'arazzo.
Al tenue strepito del passo la Marchesa s'alzò.
— Vi chiedo licenza di ritirarmi, nobili signori.
Tre inchini, poi:
— Il signor abate non può offrirvi la mano, signora madre — rispose Luca Lascaris — Mi permetterete d'accompagnarvi.
Ma l'abate, pur tremando e battendo i denti, s'alzò e pose ogni studio nel volger le terga al cadavere e, pur essendone attirato ad ogni passo dalla mala curiosità, pervenne a raddrizzarsi, a irrigidirsi, ad assumere un contegno decente e, quantunque barcollando, ad alzare la destra e ad offrirla quasi galantemente alla dama.
— Signor abate, voi siete un eroe — gli sogghignò dietro il Nervia.
Un servo accorso alla scampanellata alzò la portiera e la coppia scomparve. Il servo ad un cenno di Luca ne chiamò altri e tutti insieme s'accinsero a sollevare il cadavere dopo averlo avvolto nel mantello.
Mentre il funebre gruppo s'avviava lentamente passando innanzi ai tre signori, due dei quali in omaggio pio si fecero il segno della croce curvando il ginocchio, un gentiluomo s'affacciò alla porta e poi si fece da parte perchè il gruppo avesse agio ad uscire.
— Il conte Embriaco è caduto sopra la punta fatale — disse il nuovo venuto — _Qui gladio ferit, gladio perit._ Buona pace!
Espresso così leggermente l'epitaffio al morto avventuriero entrò nella sala e salutò:
— Godo assai, Luca, nel vedervi in buona salute.
— Il marchese Ibleto di Spigno!
— In persona, in ossa e cartilàgini e pelo annesso. La vostra nobile signora Madre è vegeta e sana? E quel famoso colpo di spada, il cui effetto ho appunto osservato, è dunque opera vostra?
— Opera mia, signor marchese!
— Almerico di Nervia! Signor duca, vi sono schiavo, e mi dichiaro lieto di trovarmi in paese di conoscenze. Cioè, domando perdono.... presentatemi al signore, vi prego. Luca!
— Il nobile Camillo Altariva — mormorò invece il Lascaris additando nello scostarsi il terzo presente.
L'occhio vivo dello Spigno ebbe un guizzo. Il vecchietto si sprofondò subito, per celare la propria sorpresa, in un vasto inchino e s'accarezzò la barbetta concitato.
— Godo assai nel conoscervi, nobile Altariva!
— Conosco per fama la vostra saggezza, marchese!
— La mia saggezza è frutto di alcuni libri letti e di molto genere umano osservato. È dunque dovuta più all'età che al merito, dato che vi piaccia chiamarla saggezza. E godo nel poter constatare che la saggezza non esiste, dato che esistono soltanto le cose o le astrazioni compiute e non quelle in via di formazione. La mia saggezza oggi con voi tre potrebbe completarsi.
— Parlate sempre a indovinelli, Ibleto? Non ne avete perduta ancora l'abitudine? — esclamò Almerico di Nervia rozzamente. — Le vostre cartaccie polverose vi divertono dunque ancora?
— Sempre, Almerico, nella guisa istessa che a voi piace di schidionar la gente.
— Alludete al mio colpo di spada? Fu dato in disfida leale, vi prego di crederlo, e non senza la testimonianza di questi due signori.
— Vi credo, poffarbacco, vi credo! Emanuele Embriaco non era uomo da lasciarsi cavare una libbra di sangue senza pretendere di vederci chiaro e disputarla coi denti e con le unghie. Ve lo credo, Almerico! E mi dispiace di non aver assistito al certame singolare, appetto al quale le battaglie scozzesi che l'abate Cesarotti sta mettendo in versi volgari furono passatempi di bimbi, certamente! E se il conte Embriaco, non avesse voluto, da ingordo, qual'era, lasciarmi indietro, non ne sarei stato dal cattivo destino privato!
Camillo Altariva aggrottò le sopracciglia.
— Perdonate, signor marchese, ho mal compreso o avete voluto comunicarci che dovevate qui venire in compagnia del conte Embriaco?
— V'apponete, infatti, nobile signore?
— Mandati ambedue dalla stessa persona?
— Dal generale Bonaparte, sicuro. Credo anzi che se il generale avesse un po' prima parlato col vostro umile servo, di me solo si sarebbe servito, non d'altri, nemmeno del conte Embriaco, ciò che avrebbe portato assai meglio per lui!
Luca Lascaris e l'Altariva si guardarono: il Nervia più semplice esclamò:
— Come! Come! Spiegatevi, Ibleto.
— Sono qui per questo. Fatemi portare, vi prego, di che umettar la gola.... nè vino però, nè rosolio, che la mia renella me lo vieta: un po' di pura acqua, _acqua fontis, splendidior vitro_ secondo il parere del Flacco. Ve ne sarò veramente grato!
Fu servito e bevve a lungo.
— L'acqua è veramente il primo di tutti gli elementi — osservò nel posar la tazza — elemento primo perchè ci dà la salute del corpo di dentro e di fuori, mentre gli altri non sono mai duplici. Credo però che questa osservazione sia già stata fatta...
— Lo spero — interruppe l'impaziente Almerico, — e spero altresì che non siate venuto per fare degli esperimenti sull'acqua del pozzo di Luca!
— Avete ragione, Almerico! Ma che volete, la vecchia abitudine di argomentare e di sottilizzare mi prende troppo spesso la mano.
Si lisciò la barba diamantata di qualche goccia.
— Una presa?
Porse al Nervia la tabacchiera.
— Vi ringrazio, ma preferirei ascoltarvi.
— Eccomi dunque a voi.
Parve raccogliersi, ma sorrise invece.
— V'aspettate probabilmente ch'io sia qui per riferirvi o per proporvi chi sa che. No. Sono qui per consigliarvi.....
— Come il conte Embriaco?
Ibleto di Spigno parve lieto della intenzione irruente del Nervia.
— Come volete ch'io sappia quello che vi ha consigliato la buon'anima dell'Embriaco? Anzi, guardate, per meglio intenderci, ditemelo.
— Possiamo contentarvi con poche parole. Ci consigliò di non opporci all'invasione francese.
— E perchè?
— Pretendeva inutile ogni reazione.
— Nulla è inutile al mondo — rispose Ibleto — ogni parola anche la più astratta ha il suo corrispondente reale. Appunto perchè c'è la parola, esiste la cosa. Le due sillabe _spettro_, ci offrono una realtà, come le tre _anima_ e le cinque _perseveranza_. Ogni reazione è dunque utile. Riconosco alle pretese esposte l'incolto spirito del conte Embriaco. È vero che si riprendeva spesso la rivincita con altre qualità. Ma non dobbiamo trattare di ciò. Vi ha dato, mi è duopo di riconoscerlo, dei consigli, ben superbi ed anche presuntuosi. Comprendo agevolmente la vostra ribellione. Che! Io non sono qui per offendervi, che certi consigli sono offese. Io sono qui invece per offrirvi il destro di confermarvi nei vostri propositi.
I tre si guardarono sorpresi ed Almerico non trovò motto.
— Spiegatevi — disse invece l'Altariva fino allora silenzioso.
— È facile. Avete un nemico, poichè volete combatterlo. Ma lo conoscete? Questo è uno stato di fatto. Non lo conoscete? E allora prima di combatterlo, cercatelo.
— Ci portate un invito del generale Bonaparte.
— Ahimè non ho questo incarico. Vi dico soltanto: posso introdurre uno di voi nella tenda del generale.
Li guardò ad uno ad uno. Poi:
— Signor Camillo Altariva, non vi piacerebbe e non vi gioverebbe di conoscere il vostro nemico?
Non vi fu lungo silenzio.
— Sì, mi piacerebbe, marchese!
XXXVI.
— Non crediate ch'io speri molto nell'incontro che il marchese di Spigno ha con tanta abilità preparato, — aveva detto Camillo Altariva ai due sodali prima di lasciarli nel castello ad attenderlo. — Non ispero anzi affatto. Ma il signor Marchese ha ragione. Chiunque abbia alle dipendenze degli esseri umani ne risponde: ha la cura delle anime — qui sorrise — e della salute dei corpi. Debbo io dunque, anche per voi, sapere qual nemico abbiamo dinanzi e qual pericolo ci sovrasti. A conoscere il nemico, diceva Cesare, si guadagna già mezza battaglia. Andrò da quel generale fortunato e giovane, sulle cui spalle grava un peso così vasto e che si accinge alla conquista con la istessa leggerezza del Macedone. Non credo che mi convincerà, nè che lo tratterrò con le mie parole, ma credo, sì, che ne trarrò un vantaggio per la nostra causa. È del resto un dovere e col dovere non si discute. Che ne dite?
— Vi approviamo, Camillo, — aveva risposto Luca Lascaris.
Più rude il Nervia invece:
— Quanti ragionamenti, per morire! Se sarà necessario morremo!
— Morremo, sì, noi, ma gli altri?
— Gli altri? quali altri?
— Coloro che ci seguono e combattono per noi.
Qui Almerico di Nervia parve cascar dalle nuvole.
— I miei vassalli? Ma devo forse interpellar le pietre del mio castello se mi piace di farlo crollar su di me?
Nè il Lascaris, nè l'Altariva replicarono.
L'indomani, alto già il mattino, due cavalieri con la sola scorta d'un servo uscirono dal castello dei Lascaris e fiancheggiando il vecchio edificio seguirono la strada romana avviandosi verso il campo francese nel dislivello delle colline.
La primavera imperava dal mare ai monti: il cielo sgombro e puro, l'aria chiara, l'orizzonte distanziato a perdita d'occhio. Ma l'allegria della natura si limitava al cielo e al mare: pareva che la terra non partecipasse al gaudio comune. Campi e maggesi per i declivi delle colline apparivano spogli e abbandonati, gli alberi troppo ramati per la mancata potatura, l'erbaccia lussureggiante che allignava dovunque, i termini, le siepi, le barriere sfondate, slabbrati i canali irrigatoi, le cisterne e le peschiere ingombre di rifiuti e di melma, i pagliai spettrali, vuote le rimesse, aperte le stalle; si andava nella desolazione. Parea che la terra madre aprisse le braccia alla crocifissione.
— Ecco l'effetto della guerra! — esclamò Ibleto fermando la cavalcatura sul margine più alto della strada.
Ed accennò in alto e in basso il quadro disastroso.
— Guardate laggiù, nobile signore!
Un aratro spezzato giaceva a mezzo sepolto dalle zolle erbose nel centro d'un campo tutto rosso di fango, di quel rosso vivo che caratterizza le terre di Provenza.
— Laddove il lavoro muore appare il sangue, nobile signore!
L'Altariva rispose:
— Pure la guerra è una necessità.
— Ve l'ammetto: necessità di salasso della umanità rigogliosa troppo. Ma — badate; è un'ipotesi — non potrebbe il salasso diventar periodico e smungere tutti gli inutili?
— Chi chiamate inutile, marchese?
— Difficile domanda. Pure credo che potrò rispondere chiarendo il mio pensiero. Perchè non potrebbe governare un'aristocrazia qual s'intendeva _ab antiquo_, e cioè una selezione di saggi, la quale distribuisse vite e beni serenamente, estirpando quanto non concorresse con la mente, le braccia, o la bellezza al bene comune?
— Vorreste forse comporre una lunga novella ad imitazione di quelle del signor di Voltaire, marchese?
— Perchè no, mio nobile signore? Dalle fantasie accese spesso è sgorgato più bene che dai cervelli ragionanti.
L'Altariva stava per replicare quando uscì da un avallamento del terreno una voce gioconda:
— Olà! olà! _Sero venientibus ossa!_ Mi dispiace per voi, cittadini cavalieri, ma la zuppa è già discesa fino ai calcagni e non vi possiamo offrire che qualche magro inchino alla maniera d'una volta!
La faccia ridente di Tibullo apparve nello svolto della strada in discesa. L'allegro e spregiudicato sanculotto precedeva un gruppo di compagni che reggevano infilato ad un'antenna il formidabile marmittone del rancio: più indietro altri soldati circondavano una lettiga e quindi seguivano un'amazzone ed un cavaliere appesantito in arcione.
— Buon mattino, amico, — rispose Ibleto. — E, se ti è lecito confidarmelo, chi precedi? O casco in grossolano errore e v'è da incolpar la mia vista vacillante — ahi! _dura senectus_! — o mi sembra di intravedere laggiù la mia diletta consorte e signora!
— Vedresti una pulce sopra un campanile, cittadino _çi-devant_, e quella è proprio la tua invidiabile moglie sibarita privilegiato, poichè la rivoluzione non ha tolto il privilegio del monopolio d'una bella donna per un sol uomo!
— O perchè dunque Fiorina è partita senza attendermi com'era convenuto? — chiese a sè stesso il marchese volgendosi però all'Altariva che si strinse nelle spalle.
— O bella, cittadino, — rispose Tibullo — per accompagnar probabilmente la damigella sua amica malata!
Soltanto allora lo Spigno pose mente alla lettiga che avanzava lentamente. Era non più la splendida portantina della vigilia, ma una rozza barella, retta su due travi e portante su tappeti un corpo disteso. La parte superiore a curva della lettiga era priva di tende nei due lati e soltanto chiusa in avanti e nel fondo. Il corpo che vi giaceva si potea dunque soltanto scorgere a mezzo: una mano bianca tuttavia pendeva dall'orlo e un enorme cane da pastore che camminava di conserva, ogni poco alzava le fauci pericolose e lambiva quella mano inerte.
— Nobile signore — disse allora Ibleto a Camillo — sproniamo se non vi dispiace!
— Vi seguo, marchese.
Spronarono e in pochi tratti raggiunsero la lettiga.
Benchè non fosse tale da abbandonarsi alla curiosità Camillo Altariva nel passare accanto al gruppo si chinò a pena. E scorse abbandonata, come se fosse morta, sui tappeti scomposti Chiarina Grimaldi. Non vide che la massa dei serici capegli schiacciati sul cuscino e un viso arrossato, un viso in fiamme, ardente nella congestione più negli zigomi e sulle tempia, e tumefatte le labbra semiaperte e inchiodati i denti. Parea morta. Le braccia pesavano tanto sui tappeti, che vi segnavano un solco.
— È molto malata quella giovane dama — disse Camillo Altariva senza poter distogliere gli occhi della lettiga.
E non udì nemmeno la presentazione che di lui faceva il marchese Ibleto di Spigno alla sopraggiunta coppia di cavalieri.
— È molto malata infatti — ripetè Fiorina.
— Se la stagione mite m'autorizzasse — osservò Ibleto — direi che può essere stato un colpo di sole.
— Ma se ieri di tarda sera s'intrattenne con me piacevolmente e scherzò e costrusse progetti fino all'ora di separarci! — replicò la marchesa.
E aggiunse:
— Fu soltanto questa mattina che Gilda la trovò così come ora la vedete!
Uno scoppio di pianto risuonò dall'altro lato della lettiga, donde la vispa camerista apparve disfatta dalla commozione.
— Oh! Signore Iddio..... la ho creduta morta.... faceva paura — singhiozzò.
E poi timidamente:
— Che l'abbia punta il vampiro notturno?
Soltanto allora Ibleto e Camillo alzarono quasi di comune accordo gli occhi sul cavaliere ch'era rimasto indietro, muto, a capo chino. Videro un volto più terreo e più sfatto che quello d'un cadavere.
— Vi faccio auguri di gran cuore, Betto Grimaldi — pronunciò a mezza voce lo Spigno.
E s'ebbe in risposta un saluto abbozzato.
Soldati, lettiga e cavaliere proseguirono, passarono. Rimase indietro la marchesa. Esclamò corrugando le sopracciglia:
— Non vi stupisce una cosa, Ibleto?
— Quale, Fiorina?
— Un'assenza?
— Un'assenza? E chi, se vi piace?
— Ma come? La povera Chiarina è così malata che fa l'impressione di vederla passare di momento in momento, ed il suo fidanzato non è qui con noi, presso di lei?
Camillo Altariva intervenne:
— Permettete: non è la nobile damigella Grimaldi promessa sposa del marchese Filippo Balbi?
— È quella stessa: v'apponete. E non è qui con lei!
— Forse — le osservò lo Spigno — è trattenuto dal suo servizio, chè, se non erro, è capitano della Serenissima.
— È colonnello, da oggi, colonnello comandante una mezza brigata e francese per giunta.
— Poffarbacco! Fa carriera _le jeune homme!_
— Forse lo trattiene il dovere al campo — notò l'Altariva.
— Dovere? Ma quando vi facciamo l'onore d'amarvi, signori uomini, il vostro dovere è di restar presso di noi, a nostra volontà!
E la piccola marchesa spronando il cavallo si allontanò al galoppo.
XXXVII.
— Sarebbe un dovere che si assolverebbe di gran cuore — concluse Ibleto di Spigno rivolto al compagno. — Ma guadagnamo il tempo che si è perduto: il generale ci attende.
Giunsero al campo francese in brev'ora e lo trovarono in piena effervescenza, che si levavano le tende: e benchè spiccia fosse la bisogna per i succinti eserciti della giovane repubblica, pure del tempo ne occorreva anche per gli stracci e le povere suppellettili. Passarono quindi quasi inosservati, se non urtati nell'infuriar delle faccende e quindi, accolti e preceduti poi da Murat, aiutante di servizio, giunsero dinanzi alla porta dietro la quale si celavano i destini d'Italia.
Murat bussò: s'ebbe in risposta un breve:
— Avanti! — Ed entrò. Riuscì subito e fece passare Ibleto. Anche quest'ultimo si fermò pochi momenti: riapparve sulla soglia, tenne socchiusa la porta e cennò al compagno.
Il generale Napoleone Bonaparte ed il nobile Camillo Altariva si trovarono di fronte.
Più giovane, più impetuoso, meno padrone di se stesso, il primo annodò le mani dietro la schiena e fissò l'antagonista che aveva di fronte battendo la punta del piede sinistro sull'impiantito e gonfiando il petto, e stirandosi per assumere, forse incoscientemente, dinanzi all'ignoto, il contegno adeguato alla propria importanza, ciò che fu sempre una delle preoccupazioni sia del generale che del primo console e dell'imperatore, poichè Napoleone Bonaparte ebbe sempre il torto di vergognarsi della propria fisica persona.
L'Altariva ne sostenne lo sguardo, ma senza mostrar turbamento, nè assumere pose teatrali, nè cercar di parlare. Attese. Non molto.
— Voi siete il capo degli insorti? — gli domandò a bruciapelo il giovane generale.
— Insorti? Ch'io sappia s'insorge contro un'autorità legittima o costituita, che non vedo in voi.
— Poche parole: siete il capo di coloro che si oppongono a me.