Part 13
Il cuore gli batteva così che subito non concepì alcun rumore anche leggiero: ma poi gli parve d'udire uno strisciar felpato di passi. E quindi il silenzio. Ed il silenzio durò a lungo. Che faceva colui nell'interno dinanzi alla fanciulla che giaceva nel sonno casto e verginale? Esitava? Si pentiva? Sarebbe tornato? Od era in preda al torbido fuoco del desiderio impuro e pur tuttavia si tratteneva come dinanzi a cosa sacra?
Il silenzio durò a lungo. E il cuore batteva al giovane ufficiale fino a spezzarglisi in petto, gli batteva sordamente e dolorosamente sì, ma più d'attesa che d'orrore. Con l'orecchia incollata alla toppa, le mani aggrinzate sul petto a comprimersi il sobbalzar doloroso, attendeva.
Attese a lungo. Finalmente un grido sùbito soffocato echeggiò nella stanza terrena, poi giunse l'eco d'una breve lotta, poi delle implorazioni femminili;
— Pietà.... padre.... Filip.....
L'udire il proprio nome sussurrato in aiuto fece sul giovane ufficiale l'effetto d'una guanciata. Ma non si mosse. Di dentro la sorda lotta continuò, poi un grido lacerante, poi un lamento gorgogliato come di bimbo che piangesse in silenzio, poi nulla più.
Ma nel momento istesso in cui, stanco, si rialzava, sull'omero di Filippo una mano tremante si posò:
— Balbi.... avete udito?
Riconobbe la voce di Betto Grimaldi, tremula e si drizzò di scatto.
— Ho udito — rispose con la voce malferma, — ho udito..... ed ho creduto che fosse.... vostra figlia.
La voce tremula domandò:
— E.... non era?
— Mi.... sembra.... che no.
Tacquero. Non si potevano vedere chiaramente in viso, ma s'indovinavano.
L'uno respirò:
— Mi sento più tranquillo!
L'altro gli fece eco nel respirare.
— Anch'io!
L'una voce non era già più tremula, nè più mal ferma l'altra.
E stettero in forse.
— Andate a riposare, Filippo?
— Stavo per farlo, Grimaldi!
In quella, ecco, l'uscio della stanza, dinanzi a cui si trattenevano, s'aprì. Una voce imperiosa chiamò:
— Marmont!
— Generale! — Rispose il chiamato.
E l'aiutante alzando una lanterna uscì dall'ombra. Stettero a guardarsi, immobili. Poi sotto gli occhi di fuoco del giovane condottiero pallidissimo, scarmigliato, sudante, gli altri occhi si abbassarono. E ruppe il silenzio brutalmente chi più degli altri avrebbe dovuto tacere.
— Conte — parlò secco e deciso — mi meraviglio di trovarvi qui....
L'altro barcollò. Il Bonaparte riprese:
— .... Credevo, speravo, che aveste già assunto, il comando della vostra mezza brigata.
Filippo Balbi sentì un'onda vorticosa di sangue salire dal cuore al cervello. Mormorò:
— Generale!....
— Non mi ringraziate — fu la breve risposta, che s'addolcì, per quanto lo poteva la voce nata per il comando.
Parlava a Betto.
— Signor Grimaldi, non ho alcuna intenzione di prendere la vostra città. Conservatevela.
— Generale!.....
— Non mi ringraziate!
E poi:
— Buona notte, signori!
Solo con l'aiutante Marmont, senza guardarlo, anzi volgendogli quasi le spalle, ordinò:
— Fra un'ora firmerò brevetto e salvacondotto.
Mosse un passo: ristè ancora.
— Marmont, cerca la cameriera di madamigella Grimaldi! Credo che ce ne sia bisogno!
XXXII.
Nell'ampia sala del Castello dei Lascaris la marchesa Isabella seduta rigidamente presso la tavola pareva immobile, mentre dall'altro lato l'abate Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, curvo sotto un'alta lampada a quattro becchi — un alone d'oro morbido nel buio fondo — leggeva monotono e grave e cadenzato dei versi:
_L'azzurro mar preclude il varco al mondo_ _novo, che divinò ligure mente:_ _i colli e i monti in diadema tondo_ _serran da tergo il pian qui e là spiovente:_ _in alto s'inabissa il ciel profondo:_ _è breve terra ma superba gente_ _v'opra ed è figlia prediletta al sole:_ _ma chi v'impera è bizantina prole._
— Spero — sussurrò l'abate dopo aver atteso invano una parola d'approvazione — spero, confido d'essermi chiaramente espresso nella sommaria esposizione di quello che sarà il soggetto del primo canto del mio poema. L'argomento del detto canto è la descrizione della terra di Liguria, fra il mare, i monti e il cielo, sotto il dominio della possente famiglia dei Lascaris. Nutro la speranza che la signora marchesa approvi l'epiteto _bizantina_ in omaggio a Teodossia, principessa di Bisanzio, capostipite.....
— Ho gustato l'epiteto, abate, e l'approvo. Quello che mi lascia dubbioso è l'affermazione che sulla terra di Liguria imperi la mia famiglia. Mi sembra alquanto esagerato.
— Mi permetto di contraddire calorosamente la signora marchesa, e di dimostrarle in pari tempo la verità del mio asserto. Nei poemi, che precedono il mio, c'è ovunque, per indicare un popolo, indicata invece una prosapia. Così nella enumerazione delle forze greche nell'Iliade, che mi dicono il signor cavalier Vincenzo Monti stia traducendo in versi liberi con l'aiuto del dotto grecista padre Biamonti: così Virgilio enuncia i popoli dell'Italia che Enea sconfigge, così Stazio e così Lucano, e per venire ai moderni il Tasso, che, ad esempio, sottomette le Puglie a Tancredi. Ecco perchè ho chiamato poeticamente ad imperare sulla Liguria i conti Lascaris, pensando che ne hanno i titoli. Quale famiglia infatti risale a così antichissima origine che si perde nella notte dei tempi? Nessuna invero, neppur quella dei Re di Sardegna.
— In questo sono con voi, abate!
— Godo d'aver con le deboli forze della mia circoscritta mente saputo convincere l'illustre e dotta marchesa Isabella di Spigno, contessa Lascaris di Tenda. E chiedo quindi licenza di proseguire.
— Proseguite pure, abate.
Amarillo Glucosio — scusino i lettori — l'abate Bernardino Viale tossicchiò, si dimenò sulla sedia e, quasi gli spiovesse dalle labbra il miele ibleo, accarezzò così le parole:
— Canto primo: invocazione. Non ho invocato la vergine musa, no: temo d'aver tanto osato. Chiamo a me la musa madre, Mnemosine.....
_Madre, che sulle mitiche pendici,_ _donde Pegaso a vol l'aere fendea,_ _tra le figlie traevi i dì felici_ _sul mondo, che dal tuo labro pendea,_ _tu stessa il plettro mio guida, tu dici_ _che madre e prole è qui maggior d'Enea:_ _Madre che bina una corona preme,_ _Prole che è Marte e che è Minerva insieme._
L'abate si tacque modestamente e curvò il capo gravato dal peso dell'alloro e la marchesa lusingata stava per aprir bocca ad assentire per largirgli il premio dovuto quando si aprì invece la porta ed il Moncherino annunciò:
— Il signor conte Emanuele Embriaco!
Prima ancora che la marchesa concedesse l'assenso, ecco l'avventuriero sulla soglia, sprofondarsi in un inchino e spazzare delle piume del feltro l'impiantito.
— Conte, benvenuto! Quali novelle portate di mio figlio?
— Liete novelle, spero, illustre signora marchesa, e più liete e sicure saranno se avrò l'ausiglio vostro.
— Parlate sibillino, conte!
Da qualche istante l'abate ritto sotto l'alta lucerna faceva profondi saluti all'Embriaco, il quale finalmente se ne accorse e li restituì affabilmente, pur rispondendo in pari tempo alla dama:
— Quali parole possono sembrar sibilline all'acuto discernimento della illustre signora marchesa?
— Le vostre, conte mio, le vostre che vi prego di spiegarmi.
— Agli ordini della illustre signora marchesa se vorrà darmi benigno ascolto. M'accorgo però — e me ne dolgo — d'aver interrotto l'eminente signor abate. La illustre signora marchesa perderà di leggieri nel confronto!
L'abate si profuse in inchini e in sorrisi mentre la dama rispondeva:
— Tregua ai motti ricercati, conte, e parlatemi di mio figlio.
— La signora marchesa non ne ha avute più notizie da quando partì meco?
— Nessuna, conte. Voi lo lasciaste da poco, vero? Ed è lui che vi manda?
— Due giorni or sono mi distaccai da lui. Ma non vengo a suo nome. Vengo bensì per lui.
— Parlate! Parlate!
L'Embriaco parve raccogliersi un istante: poi dichiarò:
— Un grave pericolo sovrasta sul capo del conte Lascaris.....
— Di mio figlio?!
— Del conte Lascaris, del signor d'Altariva e del signor duca di Nervia e sul vostro, signora marchesa, e sulla città.....
— Un grave pericolo?
— Gravissimo. Le orde repubblicane si rovesciano di nuovo sugli Stati d'Italia!
— Ripasseranno l'Alpi come due anni or sono.
— Temo che no. Le guida oggi, non una vecchia giberna come Arena, ma un giovane generale che vede lunge e che sprona sete di gloria e ambizione di potere. Le comanda un intelletto degno di comandare.
— E questo genio è a Parigi fra gli eleganti e le creole?
— È qui fra i soldati e i cannoni.
— Qui?
— A pochi passi, a San Bartolomeo. I villani di Sant'Antonio non furono cacciati da bande sperse che sconfinarono, ma da esercito ingordo di bottino ed anelante di saziarsi sulle belle contrade e le bellissime donne.
— Orrore! — sclamò l'abate facendosi il segno della croce.
Anche la marchesa Isabella rabbrividì, ma nascose il turbamento ed eluse il discorso.
— Mio figlio? dov'è mio figlio?
— Il conte Lascaris, col signor d'Altariva e il duca di Nervia, bivaccano a oriente della città, ripromettendosi probabilmente d'opporsi all'invasione. Folle pensiero. Poche centinaia di partigiani male equipaggiati come potranno resistere ad un esercito regolare trecento volte più numeroso, dotato d'artiglierie e fornito di munizioni ad esuberanza?
Tacque. Concluse:
— Saranno travolti, annientati, e inutilmente.
Un istante di silenzio. Poi la voce della marchesa sibilò:
— Venite a nome delle orde repubblicane, conte Embriaco?
Rimase interdetto, subito, preso così a bruciapelo, l'interpellato. Ma si rinfrancò e fu calma la risposta.
— Vengo come amico, vengo come colui che per vostra bontà, illustre signora marchesa, non si logora le mascelle in un qualche sotterraneo della Serenissima; infine vengo come colui che sedette a questa tavola, mangiò il vostro pane e bevette nel vostro bicchiere. E vi prego di credermi e d'aiutarmi.
— Credere che cosa? Aiutarvi in che?
— Credere in me, nella mia sincerità, nelle mie buone intenzioni. Aiutarmi a persuader vostro figlio.
— Persuaderlo a far che?
— A non resistere.
— A tradire?
— A non resistere, vi ripeto, dato che la resistenza è inutile e che sacrificherebbe delle vite umane senza costrutto.
La marchesa sogghignò:
— Non vi avrei mai creduto accessibile alla pietà, conte Embriaco. Affè mia che vi consiglierei quasi di cambiare la casacca che indossate con l'abito del signor abate.
— Voi scherzate sopra un vulcano, marchesa!
— Prova che non mi avete convinto.
— Volete permettermelo?
— Fate.
— Badate che il tempo stringe e che forse a quest'ora....
— V'avverto che impiegate argomenti poco atti a convincermi. Qui l'abate non vi troverà certo somiglianza alcuna con i grandi oratori del passato.
L'Embriaco si raccolse — o parve — poi risolutamente:
— Vi prego di ascoltarmi seriamente, marchesa.
— Vi ascolto.
La porta si spalancò all'improvviso.
— Vi prego di dire: v'ascoltiamo, madre mia!
Ed il conte Luca Lascaris penetrò nella stanza con Camillo Altariva e col duca Almerico di Nervia.
XXXIII.
Dal distacco nella notte infernale a quest'altra notte che poteva ben diventare infernale peggio della prima, i quattro patrizi non si erano trovati più di fronte. I sospetti iniziali de l'Altariva, quegli altri sospetti del Nervia, non erano pure tuttavia suffragati da prove evidenti nè da ragioni essenziali. E per di più Luca Lascaris non poteva dimenticare che portator d'una cara lettera gli era giunto colui che in quel momento, stando alle apparenze, avevano quasi forzato nel covo. Emanuele Embriaco per troppe emozioni della vita avventurosa ben si era fatto un uso del pericolo continuo: se l'esistenza gli premeva, pur tuttavia la rischiava come il giuocatore la borsa colma d'oro, che gli è tutto e solo patrimoniale.
Alla voce del Lascaris non diede subito a veder di commuoversi, ma pensando poi che un apparenza di insensibilità avrebbe potuto essere interpretata a suo favore e accrescere i sospetti, se ve n'erano, si voltò sorridente in viso di lieta sorpresa e salutò con effusione mal trattenuta, quasi che il rispetto dovuto alla dama gl'impedisse di mostrarsi quale avrebbe voluto e l'amicizia richiesto.
— Mi chiamo pupillo della fortuna! E godo che qui a saggiare gli argomenti, semplici del resto, ch'esporrò, siano tre miei pari, provati dalla guerra, maestra sempre di pratiche soluzioni, anche se guidi o sproni un ideale.
La marchesa Isabella si trovava separata dal figlio appunto da l'Embriaco: s'accontentò quindi d'uno sguardo, intuendo che qualche cosa di ben più importante d'un'effusione materna stava per accadere. Ci fu quindi un attimo d'immobilità nella sala. Poi Luca, restituendo il saluto, ripetè:
— Vi ascoltiamo dunque, conte Embriaco: parlate liberamente.
— Liberamente parlerò, certo, Lascaris! Quello ch'io debbo dire è troppo importante e voi troppo sottili, perchè non abbia il suo effetto: debbo dir questo. Abbiamo alle spalle un esercito agguerrito e possente; e lo guida un giovane generale spregiudicato che fra noi piomba come falco sulla preda.
Non rotea già più, ma piomba. L'esercito è composto d'orde scamiciate e indemoniate che scatena per l'anima un canto patriottico, bollente come acquavite in fiamma, e per il corpo uno sfrenato desiderio di bottino nelle nostre ubertose campagne e nelle pingui e grasse città. Nulla e nessuno varrà a frenare l'impeto irruente dell'orda: non l'esercito d'apparato del Beaulieu, nè quello mal condotto dal Colli. Sfortuna vuole che scaglioni repubblicani si trovino già sulle terre nostre: al rovesciarsi del fiume, tutti i torrenti vi sboccheranno, v'affluiranno i rivi, e se ne avvantaggierà per non indietreggiare. Ha un vantaggio sulla coalizione austro-piemontese: ma che dico un vantaggio: ne ha mille. Questi: È formato di volontarï e voi sapete, perchè capitanate volontarï, quanto siano preferibili, per la guerra che facciamo, ai regolari, alle truppe di lunga ferma, che assomiglierei volentieri alle ciurme delle galere, ai condannati al remo, posti in comparazione coi forsennati _buonavoglie_. Di più non hanno da difendere che se stessi, non terre, non famiglie, non averi. Ma che dico difendere! Essi giocano la pelle nella posta con la fortuna. Ed escono da città in preda al disordine ove han sofferto la fame e si son visti pendere sul capo la mannaia. Dicono di portar la libertà ma invece vengono a conquistarla. Faranno la guerra di Alessandro e di Cesare: avanzeranno cioè senza curarsi delle spalle, finchè non possederanno qualche cosa da mettere in salvo. Il che non avverrà certo fino a che non irromperanno nelle pianure di Lombardia. Eccovi in breve dunque che cos'è l'esercito che non isconfina per bande in cerca di che sfamarsi, ma deliberatamente per una conquista organizzata. Migliaia migliaia e migliaia d'uomini ben decisi e ben guidati. Ho detto. Adesso chiedetemi.
Un penoso silenzio gravò nella sala: immobili tutti, meno l'abate che si fece il segno della croce. Infine Luca Lascaris mostrò di voler parlare, ma fu fermato da Camillo Altariva.
— Vi prego, Lascaris, lasciate ch'io solo interroghi il conte Embriaco sulla situazione.
— Fate, Camillo.
L'avventuriero con un cenno mostrò d'attendere. L'altro fu breve e fu reciso.
— Vi manda il generale Bonaparte?
L'interpellato ebbe un moto, subito represso. Volle chiedere:
— Subisco forse un interrogatorio?
Ma si morse la lingua. E rispose tranquillamente:
— Sì, oggi, il generale Bonaparte manda me.
— Perchè, _oggi_? — non potè trattenersi dal domandare l'irruente Luca Lascaris.
L'Altariva represse un atto di stizza. Ma il male era fatto ed Emanuele Embriaco ne approfittò subito.
— Perchè domani, se per qualunque ragione il mio passo d'oggi fallisse mi seguirebbe un oratore ben più convincente.
Non aspettò questa volta d'essere interrogato. Compì:
— Il marchese Ibleto di Spigno.
— Voi mentite! — urlò il conte Lascaris mettendo per istinto mano alla spada.
Anche questa volta l'avventuriero seppe afferrar l'occasione che gli si presentava. Con accento doloroso esclamò:
— Sono ospite vostro e sono disarmato. Datemi campo e modo, quello che vi converrà, di rispondervi.
Camillo Altariva intervenne:
— Luca, ve ne prego, frenatevi. Il signor conte Embriaco vi ha mal compreso e vi comprenderà meglio se porrà mente a un fatto importante: la parentela che vi congiunge agli Spigno.
Un sorriso ambiguo dell'Embriaco diede luogo a varie interpretazioni. E per non lasciare che il Lascaris, a pena calmato, ancora si desse in braccio alla imperizia, l'Altariva domandò senz'altro:
— Il marchese di Spigno è dunque al campo francese?
— Vi apponete.
— E voi l'accompagnaste colà?
— L'incontrai nella mattina di ieri, dopo una notte d'incerto cammino, poichè avevo nelle strade buie e malagevoli smarrita la scorta: fui dal marchese condotto al campo francese. E se domani Ibleto di Spigno verrà ufficialmente a convincervi, oggi io mi sono allontanato per poche ore, senza alcun incarico, spontaneamente.
— Per noi?
— Non per voi: non credevo di trovarvi, non lo speravo. Ma bene speravo di veder qui la illustre marchesa.
— E qual'era il vostro pensiero?
— Questo: non v'opponete: è inutile. Ritarderete d'un giorno il passaggio del generale Bonaparte, forse. Dico forse perchè può qui lasciare un migliaio d'uomini a combattervi se guerriglierete e correre innanzi come vuol correre. Non ne guadagnerete dunque nulla e perderete i vostri uomini e perderete voi stessi: le vostre campagne saranno devastate, o, quel che è peggio, date in balìa al popolo di Ventimiglia che non vi seguirà, poichè Betto Grimaldi è al campo e tratta, e peggio, spera in un salvacondotto che gli permetta di conservare la città. Saranno spianati i vostri castelli e condotta in prigionia la nobile marchesa qui presente, e voi, se resterete in vita. Sacrificio inutile, credete a me.
Stava per protestare Luca Lascaris, e la stessa marchesa per intervenire, quando l'Altariva rispose:
— Vi credo!
Qui lo stesso Embriaco fu sorpreso.
— Vi credo — replicò l'Altariva — ma pongo due condizioni.
— Ditele.
— Veder domattina Ibleto di Spigno ed avere un colloquio col generale Bonaparte.
— Le credo accettabili.
Gravò il silenzio per qualche istante.
— Siamo dunque d'accordo, Emanuele Embriaco?
— D'accordo. E vado a comunicar quanto chiedete.
Un inchino, e l'Altariva si scostò scoprendo Almerico di Nervia, il quale era stato fino allora silenzioso e che si fece avanti, cupo in volto, lentamente.
— Vi chiedo scusa, signori. Desidererei domandare qualche breve schiarimento al signor conte Embriaco.
L'avventuriero provò un senso di gelo. Ma cortesemente rispose inchinandosi:
— Dite pure, duca. Sono ai vostri ordini.
— Vi ringrazio e sarò breve.
Parve riflettere, parve riordinare memorie e frasi. Poi con uno sforzo evidente, che si appalesava quasi commosso, incominciò:
— Diceste, se non erro, poco fa che incontraste nella mattina di ieri il marchese di Spigno, quando smarrito e abbandonato dalla scorta erravate lungi dalla buona strada.
— Credo infatti d'essermi espresso così.
— Vi ringrazio. Ma poichè v'avevo accolto nel mio accampamento ed io stesso v'avevo data la scorta vedo in quello che avvenne un po' di colpa mia.....
— Duca! Che dite!
— Lasciatemi dire. Ho mancato, spero crederete inavvertitamente, ai doveri elementari dell'ospitalità: ho mancato e tengo davanti a questi nobili uomini a chiedervene perdono.
— Duca! Ve ne prego!
— Lasciatemi dire....
— Non una parola di più, duca! Me ne offenderei.
— Perdonate! Ma non ho finito. Errai, mi perdonaste e ve ne son grato. Ben altri però hanno errato più di me, e tengo a che vi chiedano scusa.
Nella sala regnava profondo stupore. Nessuno comprendeva: anzi il Lascaris pensò che il duca vaneggiasse. Ma il rude gentiluomo non si distrasse. Dichiarò:
— Permettete che vi chiami il colpevole maggiore. E grazie se lo perdonerete, conte Embriaco.
Si voltò verso la porta, la spalancò di colpo e con voce stentorea gridò:
— Olà, vecchio Seborga, vieni avanti!
XXXIV.
Per quanto si possa per infinite ragioni di vita avventurosa, e per non contar nulla, o meno di nulla, da anni giorno per giorno la vita, rotti ad ogni improvvisa emozione, ed abituati a dominarsi corpo e spirito, nervi ed atti, pur tuttavia dinanzi al soprannaturale sempre l'uomo esita e barcolla e sente smarrirsi, anche per un attimo che può bastare alla sua perdita senza speranza alcuna.
Fu all'appello stentoreo del Nervia, a quella voce potente, a quel gesto teatrale di spalancar la porta, a quel nome che più non credeva d'udir sulla terra, a tutto quell'improvviso apparato per una resurrezione di Lazzaro, che Emanuele Embriaco perdette la partita; e si scavò la fossa ai piedi. Aprì gli occhi smisuratamente, con le braccia annaspò nell'aria, indietreggiò fino al muro e stette immobile sperduto intento al miracolo della risurrezione che doveva avvenire, o che in quell'istante aveva creduto e credeva che dovesse avvenire. Ma nessuno apparve sulla soglia: restò la porta spalancata, niun passo marcò la scalea, nel quadro non s'incorniciò alcuna figura spettrale. Ed il silenzio fu così profondo come in nessun deserto mai d'Arabia o dei ghiacci.
Allora Almerico di Nervia mosse un passo, richiuse la porta e con la voce sorda pronunciò:
— La prova è palese: vi siete accusato d'assassinio. Ed io, duca Almerico di Nervia, vi getto sul viso, conte Emanuele Embriaco, l'onta di fellonia!
— Ben giocato — rispose l'avventuriero tornato in un attimo padrone di sè, ben giocato!
Ansava ancora, leggermente, poichè si dominava, ma sorrise e continuò:
— Potrei dirvi che non sono forte negli enigmi, e che non capisco la vostra accusa. Ma ben invece comprendo che l'accusa di fellonia m'avete gettata per mettervi al mio paro, giacchè suppongo che mi vogliate assassinare.
— V'ingannate, signor conte! Il duca Almerico di Nervia non assassina. Ha diritto d'alta e bassa giustizia e potrebbe condannarvi per volere di Nostro Signore Iddio. Ma ben sa che il vostro nome, quantunque indegnamente portato, è titolo nobiliare pari al suo. Fra eguali di casta non c'è che una soluzione quando si getta come ho gettato in viso ad un nobile di schiatta l'onta di fellonia. Non c'è che il Giudizio di Dio e che una giustiziera: questa! —
E sguainò la spada.
— Alla buon'ora! Ecco una proposta piacevole! Avevo appunto bisogno di sgranchirmi le braccia!
Si volse con un inchino alla marchesa impietrita:
— Non sarà spettacolo il più acconcio, per una dama, quello delle smorfie e degli sgambetti d'un moribondo, poichè non vedo altro esito a quello che il signor duca appella _Giudizio di Dio_ pomposamente, mentre io più semplicemente lo chiamerei un preziosissimo piccolo sgozzamento o sdrucio al corpo. E quindi mi permetto d'offrirvi il braccio, marchesa e contessa, per condurvi alla soglia.
— Vi ringrazio, signor conte, — rispose Isabella — una marchesa di Spigno, contessa Lascaris di Tenda non è una borghesuccia per ispaventarsi di qualche goccia di sangue azzurro! Se questi nobili signori mi permettono, una nobile dama farà da testimone al nuovo Giudizio di Dio!
— Madre!.... — esitò il conte Lascaris.
— Ho detto, Luca!
Tre inchini rispettosi furono la risposta. La marchesa Isabella sedette nel vano della finestra in fondo alla sala, e pallido e tremante le si rannicchiò vicino l'abate, il quale non isperò più di potersi allontanare. S'inginocchiò, il viso al muro, la faccia nelle mani, mormorando con la voce rotta:
— Mio Dio! Mio Dio! Buon signor Gesù!
Dinanzi ai due fu dal Lascaris e dall'Altariva trascinata la grande tavola del centro e disposta in modo da far barriera: poi la sala fu sgombrata dagli scranni e i due nobili signori assumendo senza invito, con necessaria semplicità, l'incarico di testimoni, misurarono l'impiantito e si degnarono d'accendere i doppieri che guarnivano le mura all'intorno.