Part 12
Gli astanti sorrisero, Ibleto un po' a denti stretti, il Balbi con deferenza: Fiorina ricevette la botta da leale giostratrice, sorrise a piene labbra e seguì il filo del discorso.
— Lo amate dunque tanto il vostro generale?
— Sì, marchesa, lo amiamo e, quel che più importa, gli crediamo, ciecamente. Prima di muoverci da Nizza ci ha promesso la vittoria e la conquista dell'Italia....
— .... le belle donne e le buone bottiglie — mormorò Murat leccandosi le labbra.
— .... e la gloria — completò Junot — ed è come, scusate la popolaresca espressione, se l'avessimo in tasca.
Intervenne Betto Grimaldi.
— Ci sono settantamila Austro-Piemontesi a difendere la strada di Genova, signor aiutante, e dei generali provati e provetti come il vecchio Beaulieu, per non parlare del generale Colli che anche lui ha il suo merito. Credo che troverete del filo da torcere.
— E lo torceremo, cittadino! — proruppe Murat.
— Le sorti delle battaglie non dipendono dal numero degli uomini che le combattono, — sentenziò Ibleto di Spigno. — Si legge in Plutarco che un milione di Persi furono vinti dai pochi. Ma del resto voi tutti sapete di Serse e sapete di Salamina....
— Mio Dio, ecco Ibleto che ha inforcato il cavallo con le ali — esclamò Fiorina — parliamo d'altro, signori! Vi pare un argomento degno di intavolar con le dame la guerra?
— La guerra è bella — sussurrò il capitano Cavalli — e rende nobili gli uomini.....
— .... se non li rende feroci!
— Piuttosto — intervenne furtivamente Giano Lercari — che cosa è l'amore se non una guerra?
— Oh! — esclamò Chiara battendo le palme per protesta.
— Il cittadino ha ragione — approvò Murat — ci sto per l'eguaglianza della guerra e dell'amore. Quando amo credo sempre di entrare in un quadrato a cavallo con la spada in mano!
— Esagerate, aiutante, esagerate — ribattè Fiorina, che si divertiva a tener testa a tutti quegli uomini. — Spada in mano, quadrato, cavallo! Esagerate, aiutante.
— Murat usa il linguaggio figurato — disse Junot.
— E non ha torto — aggiunse Ibleto — potrei citarvi dei testi delle scritture che lo suffragano.
Il capitano Cavalli si fece nuovamente in mezzo.
— La guerra e l'amore! Ecco l'argomento di tutti i poemi, da quelli d'Omero e di Virgilio, a quelli...
— Del signor di Voltaire — completò Ibleto.
La valletta dal dolce clima cominciava ad oscurarsi: i soldati all'intorno accendevano i fuochi: qualche rullo di tamburo vicino e lontano accennava il mutar della guardia. Sul puro cielo colline e profili di monti parevano appena posati delicatamente da mani femminili che ricamassero.
Una campana rintoccò ed ogni altro rumore, anche quelli del servizio, parvero per un istante assopirsi, finchè il rintocco risuonò grave e melanconico nell'aria immota.
— Quali intenzioni ha il mio signore e padrone, — chiese Fiorina — come e dove si pernotterà?
Betto Grimaldi s'inchinò:
— La città è vicina e la mia casa s'onorerà d'ospitarvi.
— È più vicino il castello dei Lascaris.
— Non credo che il conte vi si trovi.
— Vi sarà certamente Isabella — osservò Ibleto.
Murat e Junot si guardavano stupiti come se davanti a loro si parlasse una lingua sconosciuta. Il secondo finalmente si decise ad aprir bocca.
— Scusate, signora marchesa, ma voi parlate di tornare in città od al castello del conte Lascaris. La camera del mio collega Murat e la mia non bastano a madamigella Grimaldi ed a voi?
— E se vi rispondessi che non bastano?
— Proverei l'immenso dolore di dichiararvi che nessuno può uscire dall'accampamento senza l'ordine del generale.
— Cioè: siamo prigionieri.
— Siamo noi vostri prigionieri, marchesa!
Un silenzio imbarazzante interrotto dall'aiutante Marmont.
— Il generale aspetta il signor marchese Ibleto di Spigno.
L'interpellato si mosse, ma l'aiutante con un cenno lo pregò di attendere.
— Ordine del generale: Junot e Murat cedete le vostre stanze alla marchesa e alla damigella Grimaldi. Le signore sono pregate di ritirarsi. Il Capo di Stato Maggiore Berthier attende il signor comandante Grimaldi, il signor Capitano Cavalli ed il signor Alfiere Lercari.
— Ma questi sono ordini, mi pare? — esclamò Fiorina impennandosi.
Freddamente rispose Marmont, inchinandosi appena:
— Ordini, signora marchesa, del generale in capo.
XXIX.
La prima cosa che colpì Ibleto di Spigno nell'entrare entro la stanza in cui Marmont lo aveva preceduto, fu la nudità delle pareti e la crudezza del battuto. Non vide che un basso letticciuolo, d'un dubbio candore, ed una rozza, ampia tavola, formata d'assi posate su cavalletti. Sopra la tavola una carta geografica ed un pezzetto di carbone: la carta qua e là conservava traccie evidenti di nero fumo, a tal punto che un osservatore anche non superficiale ben poco ci si sarebbe potuto raccapezzare.
Nell'alzare gli occhi dalle suppellettili alle persone vide Ibleto il generale Bonaparte, il cui viso nella semi oscurità rotta appena da una lucernetta appesa al soffitto parea più infossato e gli occhi più vivi e brucianti: vide poi anche, ma soltanto perchè il Bonaparte gli si rivolse, l'Embriaco.
— Andate, dunque, conte: siamo intesi.
— Perfettamente: ai vostri ordini, generale.
Anche l'aria spavalda e ambigua dell'avventuriero aveva ceduto: appariva quasi umile, strisciante, desideroso d'eclissarsi, come se la presenza del giovine condottiero gli pesasse o lo incomodasse o lo intimidisse.
Rimasto solo con lo Spigno — chè anche Marmont ad un cenno era uscito — il Bonaparte senz'altri preamboli domandò:
— Quanti sono?
Il marchese s'irrigidì quasi avesse provato l'effetto d'una guanciata.
— Quanti sono? Che intendete dire, generale?
Gli occhi brucianti fissarono il visetto vizzo del vecchietto.
— Intendo dire: quanti sono gli Austro-Piemontesi?
— Mi prendete per una spia, generale? Sono il marchese Ibleto di Spigno.
— Lo so.
— E allora?
— E allora vi chiedo: quanti sono? Mi pare che soltanto per questo vi siate mosso, dietro ordine di Barras.....
— Dietro invito, vi prego.
— Non mi piace d'essere interrotto: ricordatelo una volta per sempre. Barras mi ha fissato qui il convegno con voi: qui devo sapere a che cosa vado incontro.
— Non lo sapete?
— Nè m'importa saperlo. La mia missione è d'andare, ma la mia volontà è anche d'infrangere ogni ostacolo. Ricordatelo.
Un istante di silenzio. Poi:
— Sono circa settantamila.
— Molti.
— Forse anche di più.
— Troppi. Ma non importa. Dove sono?
— Sbarrano tutti i valichi dalle langhe al mare.
— Muniti?
— Eccellentemente.
— La via è libera fino....?
— Quasi al Finale.
Il giovane generale si piegò sulla carta e rimase immobile. Il silenzio gravò a lungo. Senza alzare il capo, ad un dato momento chiese:
— Qui c'è uno sbarramento? Un forte?
— Dove?
— Qui, sopra Savona. A sinistra del colle d'Altare.
Ibleto di Spigno si curvò sulla carta.
— Forse: è da codeste parti il castello di Cosseria.
— Ben munito?
— Lo credo anzi sguernito.
— Può sostenere un assedio di due giorni?
— Può. Domina le langhe da ogni parte.
— Penseranno ad occuparlo?
— Beaulieu è volpe vecchia. Colli....
— .... è un asino. Ha l'esperienza d'Arena e di Saorgio e mi lascia via libera.
Ibleto parve riflettere.
— Via libera? Chissà. Forse qui c'è chi vi può trattenere.
— So. I tre nobili, guerriglia da _chouans_. Infatti mi possono far perdere un giorno: ma non di più.
— Chissà!
— Io lo so: e mi basta. D'altra parte Colli non lo sa e mi basta anche questo. Guerriglie da chouans, dilettantismo guerresco! La guerra non è un ideale, è una necessità. Offendere o difendere degli interessi, non delle idee. Neanche le crociate lo hanno fatto.
Ibleto di Spigno alzò il volto su cui errava un leggiero sogghigno e si lisciò la barbetta caprigna.
— Credevo che gli eserciti della Repubblica avessero la missione di svelare ai popoli la libertà, la eguaglianza e la fraternità.
Il viso del Bonaparte si rischiarò.
— Precisamente: come Roma largiva ovunque la propria cittadinanza.
— Roma.....
— Roma fu la forza ed ogni forza è Roma.
Troncò d'un gesto rapido la discussione. Rispose.
— I vostri tre nobili mi ostacoleranno?
— Forse. Ove il conte Embriaco non li dissuada.
Il generale Bonaparte si tirò il lobo inferiore dell'orecchio sinistro.
— Vedete molte cose, voi!
— Sono vecchio, ho molto osservato, ho riflettuto molto, ed ho cercato non di indovinare gli effetti, ma di cercare le cause. L'avvenire è tutto qui.
Un silenzio.
— Continuate.
— Voi, generale, siete un forte. I pochi che vi conoscono lo sanno e chi vi ha dato in mano i mezzi di rivelarvi non vi conosce. Non vi avrebbe favorito. È così che spesso il destino procede: chi crede di far precipitare offre invece il declivio per la salita rapida.
— Continuate.
— Continuerei volentieri se vi vedessi una qualche utilità.....
— Per voi...?
— Per me? No. Che posso temere? Io non ho da conquistare: non ho che da conservare e per conservare debbo orientarmi verso il più forte. Ora intuisco chi è il più forte e del resto l'avevo già prima sospettato. Purtuttavia posso anche ammettere di vedere una qualche utilità per me: sì, posso essere utile e quindi chiedere che utili mi si sia: posso essere utile perchè ho l'esperienza, perchè conosco gli uomini per quel tanto che è dato conoscerli e perchè li guardo con serenità sopra le passioni umane, sopra gli odii e gli amori, al di là della fortuna, lontano dagl'immediati interessi: posso essere utile e aver dell'utilità, cioè soddisfare il mio spirito osservatore e giocare con le anime come voi, generale, giocate coi corpi.
Il Bonaparte stava curvo sulla tavola, come se studiasse i segni del carboncino senza preoccuparsi di quanto diceva l'uomo vizzo e magro che parlava lisciandosi la barbetta caprina. Pure quando l'ometto si tacque alzò il viso e domandò:
— E verreste voi con me?
— Sì, verrei con voi. Vi credo: credo in voi. E debbo essere il primo a dirvelo.
— Il primo?
— Credo di sì. Non conto coloro che vi amano, chè, non hanno merito a credervi. Conto solamente coloro che con lucido spirito vi hanno osservato. Non credo che siano molti, e voi non sareste al posto che occupate.
— Può darsi che abbiate ragione.
— L'ho. Non ne dubitate nemmeno voi.
Il generale repubblicano piegò di nuovo il capo sulla carta mormorando:
— Riparleremo di tutto questo.
— A piacer vostro.
Un cenno che poteva passare per un commiato. Ibleto di Spigno salutò e si diresse alla porta. Fu richiamato.
— Marchese!
— Generale!
— Vi prego di avvertire la marchesa che le presenterò fra poco i miei omaggi.
— La marchesa ne sarà onorata e ve ne ringrazia a mezzo mio. Dubito però che possa ricevervi come desidererebbe e come meritate.
— Ho disposto perchè Junot le cedesse la propria stanza.
— Ve ne ringrazio.
Un nuovo cenno del capo, breve, come un comando. Ibleto uscì ed il Bonaparte ripiegò il viso sulla carta.
Passò forse un'ora: il giovane dai capegli incolti, fasciato nella sciarpa tricolore e insaccato negli alti stivali rimase immobile. Pareva addormentato.
La lucernetta appesa al soffitto spandeva un lume fioco: il silenzio era profondo. Attraverso le imposte sconnesse lo sguardo avrebbe potuto affondarsi nel cielo buio, così buio che puranco le stelle vi scomparivano. A tratti un passo cadenzato di sentinella frangeva il silenzio: con probabilità camminava sull'erba, rotta per un breve spazio da un po' di lastricato, forse la pietra d'un pozzo.
Tutto dormiva, forse, all'intorno, meno il giovane febbricitante che inseguiva il destino! Parea d'un pezzo solo con la tavola e la carta.
Quando anche la lucernetta diede gli ultimi guizzi, e si spense, il giovane condottiero non si mosse, quasi che le linee tracciate sulla carta gli permanessero nella retina e le vedesse anche al buio. Restò così a lungo a lungo, poi con un gesto secco e risoluto s'alzò e si avvicinò alla finestra. Tuffò la testa bruciante nel fresco della notte, ne provò un refrigerio, macchinalmente s'aggiustò la sciarpa e si ravviò con la destra i capegli. Poi si avviò verso la porta, l'aprì, se la richiuse dietro.
XXX.
La marchesa Fiorina di Spigno stava acconciandosi per la toilette notturna aiutata da Gilda, la quale dopo aver messo a letto — se si poteva chiamare letto l'esiguo numero di tappeti e di coperte possedute da Murat — la padrona come aveva potuto meglio, era passata dalla marchesa a ripetere le sue funzioni.
Chiarina dormiva di già sotto la protezione delle _Tre Marie_, ciò che l'aveva più consolata del letto reso abbastanza soffice dai cuscini della lettiga. La Spigno invece aveva penato alquanto per ridurre la cuccia di Junot all'alta carica di letto marchionale, ed ora dimessi gli abiti maschili s'era avvolta in un accappatoio formato alla bell'e meglio dal damasco che copriva la lettiga dei Grimaldi, e seduta sur un cassone abbandonava la bella chioma fluente, così lunga che l'avrebbe potuta ricoprir come una santa Agnese, nelle mani di Gilda, la quale felice di maneggiarla non si sbrigava davvero, protestando che prima di ravvolgerla entro un fazzoletto di seta adattato a cuffia, le era necessario districarla pazientemente. Ed intanto chiacchierava, da stordita qual'era.
— Sono tutti allegri questi soldati! Sembra che vadano a festa più che alla guerra. E il signor Tibullo è il più allegro di tutti, ma si prende troppe libertà con le ragazze onorate....
— L'avrai però messo a posto, imagino, Gilda!
— Ho tentato, signora marchesa: ma non è facile, chè questi soldati forse abituati con le vivandiere sono latini di mano più che di lingua....
— Ha voluto abbracciarti eh! Tibullo?
— Il signor Tibullo s'è preso un bello e buono rovescio di mano sul viso.....
— Gli avrai fatto poco male: hai le mani soffici.
— Non tanto, chè ci ho le nocche anch'io, e lo sa oltre il signor Tibullo anche il signor aiutante Murat....
— Come? Anche l'aiutante? Ma tu fai strage più del cannone, Gilda!
La vispa cameriera un po' confusa apriva tuttavia la bocca per replicare, quando la porta si spalancò e Marmont annunciò vibrato e imperioso:
— Il Generale!
Entrò il Bonaparte a passi brevi e rapidi e licenziò d'un cenno Gilda, la quale spaventata s'ecclissò davanti a Marmont che richiuse la porta uscendo.
— Signore — esclamò la marchesa alzandosi e raccogliendosi intorno alla persona la coperta di damasco — in quale società di villani avete imparato a trattar con le donne? Vi prevengo che nelle mie stanze non entra che chi piace a me, dopo che me ne ha chiesto permesso!
La coperta di damasco era più lunga che larga, di modo che una spalla e le gambe dal ginocchio in giù ne sfuggivano: una spalla non piena ma dal puro contorno, e due gambe affusolate, che la calza carnicina svelava scrupolosamente. I capegli fluenti, lunghi, serici e gli occhi sfolgoranti di dispetto davano alla piccola marchesa, che nel parlare s'era alzata sulla punta dei piedini, l'apparenza dell'angelo armato di fuoco posto a guardia del Paradiso Terrestre. Ma il giovane generale non ebbe un solo sguardo nè per la spalla nuda, nè per le gambe perfette, nè per la vibrante capigliatura: sedette sopra un alto cassone e come se domandasse la cosa più semplice di questo mondo, le chiese:
— Dov'è il vostro amante?
Accade spesso che gettando fuoco su fuoco, invece di ravvivarsi maggiormente, sembri spegnersi lì per lì: così la marchesa rimase interdetta sotto il nuovo insulto.
Mormorò:
— Il mio amante?
— Sì, il conte Lascaris.
Tutto poteva aspettarsi la marchesa dal nuovo ignoto che le stava dinanzi come un giudice ed un padrone, tutto, meno che le svelasse i suoi stessi segreti, quelli che credeva difesi da tutti, lontani da ogni sospetto. Mormorò ancora fissando il giovane generale quasi spaurita:
— Il mio amante?
— Il vostro amante. So che insieme al duca di Nervia ed al signor d'Altariva sta facendo una guerriglia da _chouans_ e che s'illude d'opporsi al mio passaggio. È per questo che vi chiedo se sapete dov'è in questo momento e se vi incarichereste di dirgli da parte mia che è pazzo.
Fiorina a poco a poco riprendeva l'imperio di se stessa. Quel vedersi trattata come un oggetto qualunque, senza l'etichetta alla quale era abituata e la distanza che scavava un abisso fra la gente di corte e la borghesia, alla quale il giovane generale doveva appartenere, borghesia da codino stremenzito e senza parrucca, quel discorso a tu per tu da padrone ad inferiore la fece impennare.
— In quale fattoria di villani avete imparato a star seduto dinanzi ad una dama in piedi?
— Preferite che vi tratti da dama, anzi da donna, poichè la rivoluzione ha abolito gli aristo?
S'alzò, le si avvicinò, le posò una mano sulla spalla nuda brancicandola.
— Villano!
E la marchesa torcendosi tentò di sottrarsi alla mano adunca e imperiosa: ma il cassone che aveva dietro glielo impedì.
— Villano! Lasciatemi o grido.
— Gridate a piacere vostro, piccina! Potete star certa che nessuno aprirà quella porta.
Fiorina sentì gli occhi pieni di lagrime, forse lagrime di rabbia, ma lagrime. Ed implorò quasi:
— Lasciatemi.... mi fate male!
Forse ogni altra parola, anche violenta, anzi meglio violenta, avrebbe allontanato dalla donna il giovane generale, che non s'era mosso che per ragioni d'interesse bellico. Ma l'animo tenebroso del Bonaparte chiudeva istinti quasi sadici e subiva eccitamenti improvvisi che dovevano essere sodisfatti subito per non farlo dolorare come per insostenibile tortura.
L'implorazione femminile lo richiamò all'idea della donna e la donna gli mise nel sangue altri pensieri che non erano i politici. E quindi invece di lasciarla, più fortemente la brancicò: sopra la spalla nuda, la mano adunca si chiuse come un artiglio: con l'altra mano la cinse alla cintura e s'inchinò sopra il volto spaventato avvicinando la bocca alla piccola e fresca bocca che pareva socchiusa dal singhiozzo.
In quel pericoloso momento l'altro spirito indomito che si dibatteva in contrasto al maschile, ridiventò padrone di se stesso: il corpo della donna s'irrigidì, si torse, le mani libere sfiorarono il muro che avevano d'accanto: l'una trovò i fiocchi della sciabola di Junot che era appesa alla parete, per istinto salì all'elsa. Ed era sciabola di buon soldato facile ad uscir dal fodero e ne uscì.
Fu librata nell'aria e ricadde sul capo del Bonaparte.
Fortunatamente per i destini del futuro imperatore la mano era debole e per calare un fendente occorre un braccio nervoso e cinque dita sicure nell'elsa. La sciabola cadde a piattonata ma il colpo bastò a stordire l'uomo che ricadde all'indietro sui tappeti del lettuccio e vi restò senza fiato, immobile.
Un gorgoglio rauco saliva dalla bocca dell'abbattuto fino alla marchesa spaventata e senza fiato, gli occhi sbarrati e nell'anima il vago timore di una catastrofe.
Il quadro avrebbe sedotto più d'un famoso pennello: il giovane generale a metà sdraiato sul lettuccio, i capegli all'indietro e le mani contratte, fasciato della sciarpa tricolore, in iscorcio, duro il mento volontario, divaricate le gambe sottili: dall'altro lato la donna un po' curva, sciolta dalla coperta di damasco e difesa quindi dalla sola camicia corta e sottile, la sciabola pesante con la punta a terra, il volto contratto, la capigliatura intorno al corpo, nel biblico e leggendario costume d'Eva pittoresca, ma anelante, la bocca aperta, gli occhi gonfi di paura: il quadro avrebbe certo meritato, almeno quale documento storico, una matita fedele e geniale.
Rimasero lunghi istanti così, nell'immobilità della stanchezza e dello stordimento, finchè il Bonaparte non si rialzò con uno sforzo, puntando le mani sotto le reni. E la donna pure si raddrizzò, rialzando la coperta damascata e fasciandovisi. Poi coraggiosamente impugnò la sciabola a due mani e gridò:
— Se vi avvicinate vi ferisco!
Ma l'altro, subito, non la guardò nemmeno. Si ravviò i capegli, si riaggiustò gli alti stivali e la sciarpa e lo sparato. Poi s'avviò alla porta, di là si volse. Aveva una faccia grifagna e macchiata di tracce sanguigne, la bocca torcentesi in un _rictus_ sinistro. L'immagine d'un uccello di rapina frustato nella furibonda calata sulla preda. Con uno strappo aprì la porta e se la richiuse dietro con violenza.
XXXI.
L'aria fredda notturna gli fece bene. Avidamente la bevve.
Poi mosse il primo passo.
E allora Marmont si fece innanzi impassibile e mormorò:
— L'altra dama è nella stanza di Murat.
Ed ebbe un cenno di risposta e restò irrigidito finchè l'ombra sottile non si perdette nella notte.
Nei pressi della stanza di Murat due altre ombre s'aggiravano guardinghe, furtive, celandosi all'angolo della casetta ove una specie di tettoia rozza, evidentemente adibita a ricovero di carri offriva un complice rifugio.
— Credete, amico Filippo, che il generale accoglierà la mia domanda?
— Giano mio, lo credo. Aspettate purtuttavia che l'aiutante Junot vi rassicuri sull'umore del generale. Bisogna andare a colpo sicuro: un no sarebbe sgradevole e per sempre. Aspettate il parere di Junot.
— Anche l'aiutante Marmont...
— Non vi fidate dell'aiutante Marmont: è geloso di chiunque e credo che mi ostacoli la promozione a comandante. Ah! Se potessi fra un anno ottenere la brigata che mi era stata promessa!
— Io mi accontenterei del grado di capitano.
— Naturalmente, ma io debbo scontar delle promesse: fino ad oggi le cose sono andate come le avevo presagite e il generale è sempre grato a chi non lo induce in errore.
— Che cosa avevate presagito, Filippo?
Un silenzio. Poi:
— Giano mio, non bisogna essere curiosi!
E quindi, quasi a correttivo della lezione:
— Sono affari di servizio! Scusate se non credo lecito di ripeterveli.
— Avete ragione — rispose il Lercari confuso — scusatemi voi.
E tacquero.
In quella un'altra ombra, sottile, irrequieta ma non guardinga apparve dal lato opposto dirigendosi verso la porta della stanza di Murat.
— Per Iddio — sclamò soffocatamente il Balbi.
— Chi si fa lecito d'avvicinarsi alla stanza della mia fidanzata?
D'un balzo fu quasi a tu per tu con la nuova ombra apparsa.
— Olà! Chi siete e che volete?
Giano che l'aveva seguito alzò d'improvviso la lanterna sul viso dello sconosciuto. Filippo Balbi fece un balzo all'indietro.
— Il generale!
— Il generale! — ripetè Giano.
— All'ordine, signori ufficiali! — Il Bonaparte seccamente replicò. — Che fate voi stessi qui?
Filippo Balbi interdetto rispose:
— Generale, in questa stanza riposa la mia fidanzata.
— La vostra fidanzata!
— La damigella Grimaldi, generale!
— E voi? Chi siete voi?
— Il capitano Filippo Balbi, generale.
— Ed io sono il cugino, l'alfiere Giano Lercari....
Il Bonaparte frenò un gesto d'impazienza.
— Dov'è Murat allora? Dov'è Murat?
Al Balbi non era ignoto che l'ordine d'alloggio per le due dame era stato dato dallo stesso Bonaparte: vide la scusa, s'insospettì, frenò un guizzo torbido e rispose:
— Vuole il generale che m'informi?
— Sì, andate.... ambedue.....
Un rigido saluto e l'ombra li riavvolse. Ma dopo alcuni passi, nell'angolo che possedeva la tettoia, il Balbi spinse lungi da sè Giano.
— Va, va, lasciami!
L'altro esitava.
— Va.... presto.... va! Rispondo io del tuo grado!
Ed il Lercari s'allontanò velocemente.
Rimasto solo Filippo Balbi tese l'orecchio sporgendosi dal ricovero. Udì il rumore secco e distinto del rozzo chiavistello che cedeva e il cigolare gemente della porta che s'apriva. Entro la stanza c'era una lucerna accesa: ne apparve uno sbiadito rettangolo sul terreno e quella fioca luce fu subito invasa da un corpo che però non l'occupava tutta.
— Dio! — mormorò Filippo fra sè.
La porta fu richiusa. L'ombra era entrata o no?
Il Balbi non istette in forse, ma si lanciò fuori dalla tettoia e in due passi fu all'uscio. Era chiuso. Allora accostò l'orecchio alla toppa.