Part 11
E poichè s'udì un rullo di tamburo si lanciò donde il suono veniva. Sul sentiero che conduceva al mare un'altra comitiva s'inoltrava. L'imponente cavallo di Murat parea superbo di portare una perfetta figurina di dama. Due gentiluomini seguivano e lo stesso aiutante di campo Murat precedeva tenendo al guinzaglio il cavallone. Un nugolo di scarmigliati sanculotti avvolgeva il gruppo. Il quale appena era apparso allo svolto del sentiero che metteva nel sagrato di San Bartolomeo quando il capitano Cavalli (leggeva sì, Virgilio, ma probabilmente leggeva con un solo occhio come la gatta di Masino dormiva) saltò su urlando e sguainando la spada:
— Ah! L'impudente traditore!
D'un balzo fu davanti alla comitiva che giungeva e portandosi di rimpetto a l'Embriaco lo percosse col piatto sulla spalla gridando:
— Tu sei bandito dalla Serenissima e sei mio prigioniero!
Il colpito non mosse ciglio, ma l'aiutante Murat, con gli occhi fiammeggianti di collera subitanea, frammettendosi, urlò a sua volta stentoreamente:
— Chi è che parla di far dei prigionieri nel campo francese?
— Questo è territorio della Serenissima — ribattè il Cavalli — ed ho diritto d'arrestare i banditi.
— Arrestatemi intanto quest'insolente!
E prima che il buon Capitano avesse potuto nemmeno mettersi sulla difensiva fu disarmato e ridotto alla impotenza da un nugolo di soldati sanculotti.
— Protesto! — urlava il Cavalli.
Ma ebbe uno sforzo disperato quando s'accorse che un soldato s'era impadronito del suo caro Virgilio. Si liberò con una forza erculea, rincorse il rapitore, gli tolse il suo tesoro e si fermò ansante e bollente davanti a Murat.
XXVI.
L'affare non ebbe seguito. S'intromise Betto Grimaldi, il quale riuscì a calmare l'esasperato capitano: fu restituita la spada confiscata e l'aiutante Murat si degnò d'offrire con le sue stesse mani una coppa di vino a colui che aveva fatto arrestare.
Il subbuglio aveva richiamato sulla porta Gilda prima di tutti e poi anche la damigella Chiarina un po' spaventata. Ma lo spavento si mutò in lieta sorpresa quando la fanciulla si vide innanzi a pochi passi una figura di donna che le sorrideva come se l'invitasse.
— Fiorina!
— Chiarina!
I due fiori si piegarono l'un verso l'altro, avrebbe detto l'abate Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, nel casto amplesso delle corolle fresche. E senza occuparsi degli inchini di Ibleto e di Betto, i quali non trovarono di meglio che offrirsi a vicenda la tabacchiera, scrutandosi nel bianco dell'occhio, le due amiche ripresero possesso della stanza eteroclita dell'aiutante Murat, stanza che risvegliò alte meraviglie e adorabili smorfiette nella marchesa.
— Chiara, mia dolce Chiara, da quanto tempo non ti vedo?
— Tre anni almeno, mia Fiorina!
Tre anni! Un secolo nella vita d'una giovane donna e d'una fanciulla! Amiche di collegio, il nobile collegio di Santa Brigida, inseparabili Chiara Grimaldi e Fiorina Adorno! Caratteri opposti: l'una dolce come l'evangelico agnello, tutta fuoco l'altra, indomita, come uno scoiattolo.
— Rammenti?
Fiorina arrossì ma rispose:
— Rammento.
Candidamente Chiarina ricordava la grande novella che Fiorina le avea dato ad un ritorno d'autunno. Grande novella davvero per la buona fanciulla onesta e contegnosa che non avrebbe ardito levare gli occhi in volto ad un uomo, fosse quest'uomo suo padre o l'archivista Orengo, Dio! la grande novella! Fiorina aveva permesso ad un giovane — oh! di gran casa naturalmente — di dirle che la trovava bella, che l'aveva colpito, che l'amava! Dio! Buon Gesù, che immediata confessione aveva suggerito Chiara all'audacissima Fiorina!
— Rammenti?
— Rammento.
Il consiglio di Chiarina fu seguito e che scandalo ne seguì! La reproba Fiorina fu tenuta un mese almeno senza assoluzione, e senza poter quindi la domenica appressarsi alla mensa del Signore. Pianti, disperazioni, digiuni che sortirono strano effetto. Interrogata da Chiara, Fiorina ebbe a confessarle che, a malgrado la sospesa assoluzione e lo scandalo, provava uno struggente piacere ogni qual volta rammentava la dichiarazione d'amore del giovane di gran casa.
Fiorina Adorno era uscita per la prima dal convento, per andare a nozze. E quando l'amica le aveva chiesto se il promesso sposo fosse colui della dichiarazione, era scoppiata in un pianto disperato. Non era, no, lo sconosciuto giovane di gran casa — sconosciuto da tutti anche da Chiara, chè l'amica s'era cucita la bocca — ma il marchese di Spigno già vecchio e mai veduto. La povera Fiorina veniva sacrificata alle convenienze della famiglia che si dibatteva nelle ristrettezze, come gran parte dei nobili Genovesi i quali avevano abbandonato le mercature e quindi speso senza incassar più. Le nozze con Ibleto erano una fortuna per la famiglia e la povera Fiorina aveva dovuto curvare il capo. Ma l'amore non era cessato.
— Rammenti?
— Rammento, cara. Ma, o tu, Chiarina? Parliamo di te.
Chiarina arrossendo narrò il fidanzamento con Filippo Balbi.
— L'ami?
— È il mio fidanzato!
Candore delle nostre nonne! Come non amare il fidanzato scelto dal padre! dal signor padre, anzi!
Fiorina crollò il capo sogguardando attraverso l'uscio aperto Filippo Balbi in istretto colloquio con l'aiutante Marmont.
— Com'è bello, non è vero, Fiorina?
— Hum! — fece la marchesa di Spigno.
Certo Filippo Balbi non poteva che esser dichiarato bello, ma pure quella fronte buia e quelle labbra sottili non convincevano Fiorina. La quale a suo malgrado lo comparava con Luca Lascaris.
Il maschio volto, l'altero portamento, l'occhio sicuro e pieno di disinteresse non erano tali da subire un confronto, con le fattezze forse più regolari, ma chiuse del Balbi: l'uno era tutto vigoria, l'altro invece si facea notare per una certa aria di sufficenza, quale in allora si mostrava comunissima nella classe dirigente, sia delle corti che dei reggimenti così detti a volontà libera di popolo. Ma Luca Lascaris, aveva a suo vantaggio il lato romanzesco. Fiorina e Luca s'erano incontrati in un settembre ormai quasi lontano, un settembre di cinque anni prima, quando la Serenissima inquieta per la prima volta della grande Rivoluzione aveva chiamato _ad audiendum verbum_ i nobili delle provincie.
Luca Lascaris, ospite in casa Adorno, s'era invaghito della fanciulla in tutto e per tutto differente dalle dame che avea conosciuto e che conducevano una vita da Reggenza.
Casa Adorno, austera, imponeva ai figlioli un rispetto esagerato e se il fratello di Fiorina, Giacomo Adorno si permetteva di giocare al pallone e quindi anche di cospirar contro il Governo (pare che in allora l'una cosa non si separasse mai dall'altra), Fiorina mutava l'educandato con un'altra prigione, la casa paterna, ove si trovava sola in un giardino chiuso ed entro un'alta biblioteca.
Non che il Senatore Tomaso Adorno, l'imponente padre, fosse un dotto, no, e nemmeno un lettore, ma la biblioteca esisteva in casa Adorno e quindi la si doveva accrescere con le opere nuove, in abbonamento o in sottoscrizione.
Se ne occupava l'abate Borlasca, il vecchio precettore di casa, asino candido, che acquistava i libri ad offerta e non leggeva che quel tanto di breviario per cui aveva l'obbligo canonico. Nessuno quindi aveva impedito a Fiorina di leggere un'opera strana intitolata: _La nuova Eloisa o Lettere di due amanti_, e di divorarla. In quel tempo era capitato Luca Lascaris, immagine vivente secondo la fanciulla, di Saint-Preux, donde l'idillio presto, ahimè, troncato dalla volontà ferrea della contessa Isabella, madre di Luca, la quale aveva preparato per il figliolo un matrimonio ricco e di gran parentado. Ma il caso volle che Ibleto di Spigno, fratello di Isabella e zio di Luca, si portasse all'altare con Fiorina: il caso ha spesso di simili circoli brevi, ciò che spesso ha fatto osservare come sia piccino il mondo. Ecco di nuovo adunque Luca e Fiorina di fronte. Una breve sosta del Lascaris al castello di Spigno per interessi di famiglia, li aveva riavvicinati, nè il marchese, diplomatico sottile s'era minimamente insospettito. Anzi, pretestando un viaggetto qualunque, li aveva lasciati soli. Soli nell'ampio castello complice, nel complice amplissimo parco tutto seduzioni primaverili, in una solitudine, in quella solitudine ch'è già mezzo peccato, poichè poche tempre vi potrebbero resistere: e l'Aretino avrebbe ragione di chiamarle inumane in quei suoi _Ragionamenti d'Amore_ che sono oggi l'esempio del primo determinismo di cuore!
_Quel giorno più non vi leggemmo avante!_
E naturalmente! avrebbe esclamato il sincero Gian Giacomo.
Tornato in cattivo punto lo Spigno, gli amanti incominciarono le loro imprudenze come tutti gli amanti che si rispettano. Ma il vecchio marchese divenne cieco, moralmente s'intende. Cieco fino al giorno in cui Luca alzò risolutamente la bandiera del Re di Piemonte col Nervia e l'Altariva. Soltanto allora parve che il marchese cominciasse a vederci chiaro, a fare il terzo incomodo, a trovarsi dove discretamente non avrebbe dovuto, ad abbandonare la biblioteca per il salotto della moglie, a seguirla nel parco e a segregarla di notte. La posizione diventò insostenibile, tanto che Luca cedendo ad un richiamo della madre tornò a Ventimiglia e Fiorina rimase libera, libera anche di Ibleto che lasciò parco e salotto per la biblioteca, e i conversari alla moda per ricevere ceffi di dubbia pulizia e per leggere lettere di ancor più dubbia letteratura. Una soltanto la ragione: Ibleto non sapeva come orientarsi fra quei quattro punti cardinali che si chiamavano Piemonte, Austria, Francia e Genova, donde la partenza per la frontiera per rendersi conto _de visu_ della situazione, e risolversi, dato che ne fosse il caso.
Le cose erano a questo punto quando la fortuna, o sfortuna che fosse, volle riuniti in pochi metri quadrati quasi tutti i personaggi di questa istoria, nelle strettoie dell'improvvisato campo francese e nella attesa di quel famoso generale ballerino, salito per voler di Barras e per intrighi di donne ad una responsabilità che probabilmente — così almeno doveva essere nel disegno di chi l'aveva spinto — l'avrebbe schiacciato. La disposizione dei personaggi è adunque, per l'intelligibilità del lettore, così riassunta in quattro gruppi; Chiara e Fiorina quasi sull'uscio della stanza di Murat: Marmont, Filippo Balbi ed il bastardo Lercari dall'un lato: Betto Grimaldi e Ibleto di Spigno dall'altro. Come sfondo il gruppo dei soldati sanculotti, il giovane Tibullo, Murat ed il capitano Cavalli, col prezioso Virgilio sotto braccio e il fraterno bicchiere in mano.
E qui è necessario che i lettori ascoltino contemporaneamente il dialogare utile od inutile dei quattro gruppi.
XXVII.
Soglia della stanza di Murat:
_Fiorina_. — È quello dunque il tuo fidanzato?
_Chiara_. — Com'è bello! Non è vero, Fiorina?
_Fiorina_. — Non potrei dire il contrario. E tu l'ami?
_Chiara_. — Oh! Ne dubiti forse? Come lo puoi?
_Fiorina_. — Ma non ne dubito, carissima: ti domando se l'ami?
_Chiara_. — Perchè me lo domandi allora?
_Fiorina_. — Perchè mi sembra una cosa tanto rara di poter amare il proprio fidanzato, e poi di potersi unire per sempre all'uomo che si ama! Sei felice, tu, dunque, Chiarina?
_Chiara_. — Tanto! E tu non lo sei felice, Fiorina, col tuo sposo?
— _Fiorina_. — L'hai ben guardato?
L'umile dolce sguardo della damigella Chiarina si posò sul gruppo formato da Ibleto e da Betto.
* * *
Leggero declivio verso il torrente: Betto Grimaldi e Ibleto di Spigno.
_Betto_. — Non avrei pensato di trovarvi qui, marchese.
_Ibleto_. — Il che prova la potenza della vostra polizia, Grimaldi.
_Betto_. — Forse, ma prova che ci possiamo incontrare nelle idee investigatrici, Spigno.
_Ibleto_. — Avreste forse l'orgoglio di equipararci agli auguri di Catone, Grimaldi?
_Betto_. — Me ne guardi il cielo, Spigno! Vorrei soltanto conoscere le ragioni che vi trassero qui.
_Ibleto_. — Le vostre probabilmente.
_Betto_. — Non ho ragioni, Ibleto: non ho che dei doveri.
_Ibleto_. — Ve ne lodo, tanto più che io stesso obbedisco a delle ragioni che possono dirsi doveri.
_Betto_. — Ve ne do lode a mia volta....
Uno scroscio di risa li fece volgere al lato opposto ove il gruppo dei soldati e del Cavalli s'intratteneva giocondamente per un'interruzione di Tibullo, e per la seguente ragione:
_Il capitano Cavalli_. — È certo, aiutante Murat, che la vostra vita è più lieta della mia.
_Aiutante Murat_. — Non potrei, mio caro capitano, adattarmi alla vita di guarnigione.
_Il capitano Cavalli_. — La sorte del soldato è tutta nell'obbedienza passiva, aiutante Murat.
_Aiutante Murat_. — Nell'obbedienza passiva, come ben dite, mio capitano, quando ci sia un generale.
_Il capitano Cavalli_. — (a mezza voce) _Imperator_.
_Aiutante Murat_ — (sobbalzando). Mi permetto di farvi osservare, mio capitano, che, dopo la rivoluzione sono cessati fra noi i Re e gli Imperatori.
_Il capitano Cavalli_. — Vi prego di scusarmi, aiutante Murat. Ho chiamato _Imperator_ il vostro generale alla maniera dei romani: duce supremo, palladio, insegna della Patria.
Aiutante Murat — (sfolgorando). Ci sto, mio capitano. Voi non potevate definir meglio il pic... il generale Bonaparte. Imperator! È lui, sputato. E con lui che bella vita piena d'avventure! Altro che la vostra di guarnigione!
_Il capitano Cavalli_. — (soprapensieri pronuncia come se succhiasse e centellinasse qualche cosa di sciropposo); Deus nobis...
_Tibullo_. — (interrompendo e continuando)...... _haec otia fecit_.
Stupore del capitano Cavalli che ha trovato un collega là dove non credeva esistesse che crassa ignoranza e risata di Murat per lo stupore del capitano ed eco dei soldati. Ma un solo gruppo non se ne accorse, quello formato da Marmont, da Filippo Balbi e dal bastardo Lercari.
_Marmont_. — Credo che la vostra decisione, signor Lercari, sia quella che vi convenga di più, ed io dunque l'approvo. E dò lode al capitano Balbi che vi ha suggerito la buona via da seguire. Credo che il generale vi chiederà al vostro comandante ma non credo sia opportuno che il capitano Balbi ed io stesso ci facciamo vostri presentatori.
_Giano_. — E chi allora?
_Marmont_. — Voi stesso, mio caro. Che ne dite, capitano Balbi?
_Balbi_. — Credo che abbiate ragione.
_Marmont_. — Il nostro generale è sopratutto un soldato. Intende che non esista barriera fra il suo grado e l'ultimo dei fantaccini. Quando passa tra le file prende per il mento e per l'orecchio il soldato che lo fissa più risoluto. Non c'è generale della Repubblica, meno forse Hoche, che unisca tanto bene la disciplina con la cordialità, anzi con la famigliarità. Ognuno, anche il più umile, ha il diritto di fermarlo, di interrogarlo e di chiedergli a tu a tu quello che desidera. Accorda o nega: e allora guai a insistere. Ma teme le vie tortuose, odia gl'intrighi e la diplomazia. Dicono che fosse amico di Robespierre il giovane, ma io credo che ammirasse il dispotismo di Massimiliano perchè ama le posizioni nette: comandare o obbedire. Ed anche perchè crede che ogni Stato si debba reggere come ogni esercito, sotto il dispotismo di uno solo. Dice sempre che è più utile un mediocre, ma unico, al Governo, che dieci saggi, con dieci pareri diversi, quindi. Crede alla forza ed alla velocità, anche se la forza possa degenerare in prepotenza e la velocità in turbine. Ha in sè l'anima di un Brenno con in più tutta l'esperienza dei secoli sopraggiunti. Travolge: da Parigi a Nizza ci ha stupìti e ci ha spaventati. A Nizza attendevano un bellimbusto, come spesso Barras ama distribuire — per disprezzo scettico di ciò che non sia se stesso — nelle ambascierie, nei comandi e in tutte le rischiose avventure che tenta da quel rotto giocatore che è; attendevano un _blanc-bec_ da mangiarsi in un boccone e si sono trovati dinanzi un giovane, sì, anzi un ragazzo, che se regge l'anima coi denti e tosse e sputa sangue forse, ha tanto fuoco negli occhi e tanta febbre nei polsi da domare ben altro che un esercito di scavezzacolli, ma facili all'entusiasmo, come i nostri soldati.
_Balbi_. — Parlate bene, aiutante Marmont.
_Marmont_. — Vi prego, anzi, di scusarmi, se ho fuorviato, ma col capo di Stato Maggiore Berthier, con Murat e Junot, io posso intuire del nostro generale quello che più si avvicina alla verità. E per questo vi ripeto, signor de' Lercari: se volete che il generale Bonaparte vi noti e vi esaudisca, domandategli voi stesso quello che desiderate.
_Lercari_. — Seguirò il vostro consiglio, aiutante Marmont.
* * *
_Chiara_. — Mi sembri poco propensa al mio fidanzato, Fiorina. Perchè?
_Fiorina_. — Non vorrei darti un dispiacere od anche un dolore confessandoti che non mi piace, Chiara.
_Chiara_. — (con i dolci occhi pieni all'improvviso di lagrime). Perchè?
_Fiorina_. — Ho paura che non ami persona più di se stesso, mia adorata. Mala raccomandazione per un futuro compagno della vita, di tutta quanta la vita, Chiarina. Più di te, più del tuo pensiero e dell'amor tuo, nell'occhio suo freddo e fra le sue labbra sottili dubito che predomini la sfrenata ambizione.
_Chiara_. — Tutti gli uomini — ce l'hanno insegnato nella storia — vivono per qualche cosa d'altro che non sia l'amore!
_Fiorina_. — È naturale: per qualche cosa di nobile..... (e stava per aggiungere: non per qualche cosa di basso come è l'ambizione, ma si frenò e disse invece)..... ma che importa se tu lo ami! L'importante è amare: l'essere amati è secondario! E tu l'ami, non è vero, Chiarina?
_Chiarina_. — Se l'amo? L'amo per tutti e due! (e si fece di scarlatto).
* * *
Betto. — Credete voi a questo generale di Barras, marchese?
_Ibleto_. — Credo a quello che vedo, anzi a quello che vedrò, Grimaldi.
* * *
_Il capitano Cavalli_. — Voi dunque conoscete Virgilio, amico?
_Tibullo_. — Ci posso marciar sopra, cittadino capitano: sono baccelliere. E tu?
_L'aiutante Murat_ (pensando, una delle poche volte in cui ha pensato). Che cosa si sarebbe detto qualche anno fa nelle _Guardie Francesi_ udendo un capitano interpellar col _voi_ un caporale, e il caporale rispondere col _tu_ al capitano?
* * *
Un rullare scrosciante di tamburi. Ed una voce stentorea.
— Il Generale!
XXVIII.
Lo spiazzo, a monte, nel viluppo degli alberi selvaggi, si coronava d'un ciglione a picco, scenario invidiabile per l'apparizione di Colui che tutta quella gente, con desideri e sentimenti diversi, confessabili o no, attendeva. E l'Atteso apparve, lassù, dominando la scena sottostante. Apparve un omino che neppure l'uniforme prestante da generale della repubblica riusciva ad aiutare, un omino che parea fasciato nella sciarpa tricolore, sproporzionata, come il nano della favola dal collare del mastino. Tre cose in quell'omino colpivano a prima vista: gli stivaloni alti, la sciarpa altissima e la selva scarmigliata dei capegli incolti, spioventi sulle spalle a zazzera e lungo le guancie, ineguali, sottili e pur ruvidi, stiliformi come capegli di zingari, lisciati dal sudore più che dall'unguento, ignari di barbitonsore come il vello d'un capro del Tibet o d'un muflone sardo.
Poi si scorgeva un naso affilato, grifagno, pesantemente accentuato, dominatore di tutto il viso scarno, emaciato, dalle guancie affossate d'un color livido, rossi gli zigomi sporgenti, esangui le labbra sempre chiuse, come in uno sforzo a nascondere i denti. Splendevano gli occhi però, incavati sotto la fronte invasa dai capegli incolti, occhi di fascino brucianti, isolatori, imperiosi, pregni d'una volontà feroce, implacabile, sovrumana.
Il generale Bonaparte si fermò un attimo sul ciglione. Senza muovere il capo avvolse d'uno sguardo circolare li astanti uniti e rispettosamente inchinati, ad eccezione degli ufficiali e dei soldati rigidi e impettiti: poi discese rapido, quasi di corsa, ed entrò in una casetta dietro a quella di Murat, scandendo poche parole che oscillarono dietro di lui come se fossero trapunte sur un gonfalone.
— Berthier e l'aiutante di servizio!
Marmont, lasciando il Balbi ed il Lercari si precipitò dietro il generale, mentre Murat accorreva ad avvertire Berthier che lavorava insensibile e invisibile al piano superiore della casetta, il cui terreno era stato trasformato in tenda addobbata in quella eteroclita maniera che sappiamo.
Soltanto allora gli ufficiali ed i soldati, discesi dal ciglione col Bonaparte, si mischiarono con coloro che già riempivano lo spiazzo, e un giovanotto robusto e paffuto, nell'assisa di aiutante, venne curiosamente ad esaminare le due dame che si mostravano sulla porta della stanza di Murat. Passò una prima volta dignitosamente, con l'aria un po' spavalda che assumono spesso i timidi davanti alle donne, e si dimenticò di salutare: allora, pentito e confuso ripassò di nuovo e fece un saluto in piena regola, ciò che provocò le risa di Fiorina, e quindi raddoppiò l'imbarazzo del giovanotto.
Capitò in buon punto Filippo Balbi, rimasto vedovo di Marmont, e prendendo il giovane ufficiale per un braccio lo portò davanti alla fidanzata.
— Chiarina, permettetemi di presentarvi l'aiutante Junot.
Saluto di grande parata ed inchino profondo da parte della damigella.
— Ed ora, Chiarina, vi prego, presentateci entrambi alla signora marchesa di Spigno.
In quel punto l'aiutante Marmont uscì sulla porta della casetta ov'era sparito il generale Bonaparte e chiamò ad alta voce:
— Signor conte Emanuele Embriaco?
— To', a proposito, dove s'era nascosto l'Embriaco? — pensò ad alta voce Fiorina.
Un'eguale domanda si dovevano aver fatta così Betto Grimaldi che Ibleto di Spigno, poichè si avvicinarono alle dame e così pure il capitano Cavalli che a sua volta ad alta voce pensò:
— Già: dove s'è rintanato il....
— .... bandito. Completate pure il vostro pensiero, capitano: sono bandito, fuggiasco, fuoruscito come lo fu il vostro Enea. Ma forse non lo sapete: le pagine del secondo canto mancano probabilmente al vostro Virgilio.
E l'Embriaco, apparendo all'improvviso, passò davanti al gruppo, salutò da provetto cortigiano le dame, fe' un cenno d'intesa allo Spigno, sorrise beffardamente al Grimaldi, e, seguendo Marmont, entrò nella casetta del Comando Generale.
— Bestemmiatore! — gli mormorò dietro il Cavalli indignato.
— Consolatevi, capitano, — gli disse Fiorina la quale da gran dama poteva permettersi di rivolgere la parola a persona che ancora non le fosse presentata, consolatevi: se il conte Embriaco vi ha toccato sul vivo, che dovremmo dir noi, signore e padrone di vassalli, di quel generale sanculotto, che ci è passato davanti senza nemmeno degnarsi di farci un breve cenno di saluto?
Junot e Murat fecero un salto di traverso all'udir così maltrattare il generale in capo, ma Fiorina allegramente non se ne diede per intesa e proseguì:
— Dicono che ce lo mandi Barras, il quale secondo le buone lingue ha installata una nuova era di reggenza. Ma il suo generale non gli fa onore: è spettinato come uno spazzacamino, e magro come uno studente di Salamanca. È inutile che mi facciate gli occhiacci, aiutante Junot: dite come me e vi permetto di baciarmi la mano.
Gliela tese e poichè il giovine ufficiale la baciò si sarebbe potuto affermare che dividesse le teorie della marchesa. Ma il giovane aiutante, prima d'arruolarsi, era stato studente: non era dunque il volgaretto sanculotto salito dalla giberna come uno spauracchio per fanciulli, buono soltanto a menar le mani e non la lingua.
— Bacio volentieri la mano alla marchesa — disse — ma darei la vita per il mio generale....
— E per me, aiutante, non la dareste? — l'interpellò Fiorina col più civettuolo de' suoi sorrisi.
— Per voi, marchesa, la conserverei per servirvi come ad un uomo si conviene e s'addice.
— Ben risposto, sangue di Giove! — esclamò Murat.