Part 10
— Non c'è che un mezzo, allora.
— Cioè?
— Farvi chiedere dal Generale Bonaparte, o dal Berthier, ciò che avrà anche più autorità.
— Chiedere? Al Governo della Serenissima?
— No: a Betto Grimaldi.
— E credete che accetterà? Che dirà di sì?
— E credete voi che Betto Grimaldi negherà o dirà di no a un desiderio del Generale che con lo stringere un pugno può domani stritolar lui e la città?
E poichè Giano Lercari crollava il capo continuò:
— Betto Grimaldi col suo cervello corto ma di buon senso crede sè il più debole dei due, oggi. Non già una banda sconfinante ha davanti, ma trentamila uomini inquadrati, irregolarmente ancora, ma inquadrati e condotti da un falchetto che ha voglia di preda e che l'ha promessa ai suoi sanculotti. La prova che si crede di già debole l'avete davanti agli occhi.
Indicò la porta del Fontanino da cui usciva la cavalcata ufficiale preceduta da un trombettiere e da quattro soldati: seguivano Betto Grimaldi e il capitano Cavalli e infine la lettiga portata dalle due mule: chiudevano la marcia altri due soldati.
— Se Betto Grimaldi si fosse ritenuto il più forte avrebbe invitato il Generale nemico in città e invece si scomoda per recarsi da lui e porta con sè la mia fidanzata.....
Lo aveva Filippo stesso suggerito al Governatore, ma non lo disse.
— .... per omaggio e degnazione. Credete voi, Giano mio, che se a quell'uomo con la paura dipinta in volto si chiedesse qualunque cosa, la rifiuterebbe?
No che in verità Giano Lercari non lo poteva credere.
— E allora decidetevi!
— Sia: fatemi domandare al comandante.
— Alla buon'ora. Qua la mano: correremo la stessa fortuna. Vi prometto il mio grado al primo fatto d'armi.
— Naturalmente conto su di voi, amico Filippo.
— Contateci: ma per adesso acqua in bocca.
Lasciò il compagno, inforcò il cavallo che un soldato gli teneva a poca distanza e corse di carriera verso la cavalcata che s'avvicinava lentamente.
— Il buon mattino a Vostra Eccellenza, comandante Grimaldi, e col vostro permesso, il buon mattino alla Bellezza nostra.
Chiara sporse il capo dalla lettiga, rossa in viso, ma felice porse la mano al fidanzato, che si piegò in arcioni con magnifico e difficile spostamento per baciarla.
XXIII.
Quando la barca peschereccia ebbe sbarcati i suoi passeggeri alla foce di un torrentello schiumoso, colui che la conduceva rimase ad attendere gli ordini. Ma Ibleto gli porse una moneta d'argento che l'altro ricevette con l'avidità di una scimmia alla quale si offra un frutto acerbo. E per verità il danaro in metallo era già raro: da due anni almeno correvano gli assegnati e i buoni di qualunque specie firmati da nomi e da Autorità eteroclite, dal Sergente al Generale, dal Giudice al Governatore.
— Devo aspettare, monsignore? — chiese il marinaio al quale pareva che il dono meritasse almeno un titolo.
I due Spigno ricambiarono uno sguardo.
— Non importa! — rispose Emanuele Embriaco.
Ed aggiunse, rivolto ai compagni:
— Voglio sperare, per la Dama almeno, che non si tornerà per mare.
Fiorina gli sorrise.
— Conte, avete ragione, ragione da vendere! — concluse Ibleto.
E licenziò la barca.
Mentre per un istinto comune la guardavano allontanarsi, il marchese fece schermo della mano destra agli occhi, curvandosi: quindi esclamò:
— Ecco quel che temevo!
Alla sinistra indicò, forse a due miglia al largo, verso la Madonna della Ruota od almeno all'altezza di Sant'Ampelio, la siloetta di una nave.
— L'abbiamo scampata bella!
— Che è, Ibleto? — domandò Fiorina.
— La prima delle cannoniere inglesi che sorvegliano la costa, e probabilmente mancano di notizie poichè invece d'essere laggiù sarebbero qui.
L'Embriaco alzò le spalle.
— A che servono le cannoniere inglesi?
— Ben detto, il moscardino! — esclamò una voce sonora.
Ed uno scoppio di risa coronò l'interruzione.
Dopo il breve greto della foce, una specie di muro a secco si alzava che parea sbarrasse il corso del torrentello. E proprio lassù i tre che s'erano voltati di scatto alla risata videro una strana apparizione.
Sporgevano dal muro a secco tre o quattro visi sporchi, dai capegli arruffati, ma visi ridenti, dentature meravigliose ed occhi neri o azzurri, brillanti. Sulle teste, in piedi sul vertice del muraglione, un giovane iddio pompeggiava, un Bacco giovane con qualche fattezza di pastore omerico. Vestiva una specie di divisa soldatesca a falde rialzate sopra un paio di calzoni a righe, corti e sfrangiati: null'altro: nè camicia, nè berretto, nè tracolle, nè armi, nulla fuorchè una sciabola brandita dalla destra in alto sopra la selva dei capegli biondi arruffati. Le carni bianche apparivano da innumerevoli buchi dei calzoni, legati pur tuttavia un po' sotto il ginocchio da un nastro rosa, che vantava chissà quale provenienza.
— Ben detto, il moscardino! — ripetè quel giovane iddio selvaggio — ben detto, parola di Tibullo, qui presente, soldato della Repubblica, una e indivisibile, armata del Varo!
Le teste apparenti sul muro a secco fecero un coro assordante.
— Per l'Ente Supremo e per le corna di Barras, riprese Tibullo sempre rivolto ai tre attoniti, o l'unico figlio di mia madre, la gloriosa Cornelia delle Halles, si sbaglia come un deputato, o scorgo un viso degno dell'ex Maria, sposa dell'ex Giuseppe e Madre del cittadino Gesù! Non sia mai detto che i soldati della Repubblica dimentichino gli omaggi dovuti al sesso! Io mi rammento d'essere figlio di _Brin-d'amour_, sergente bianco del tiranno Capeto e amico personale di Danton il quale come ognun sa, aveva un forte debole per le donne. Camerati, un evviva per la cittadina che viene dal mare come la ex-Venere!
Il coro assordante ricominciò. Poi tacque ad un tratto sotto l'ordine di Tibullo, il quale saltò dal baluardo, venne innanzi alla marchesa e fece un inchino strisciato degno d'un maestro di ballo, alzò la sciabola lucente e d'un colpo si tagliò, tenendola tesa con la sinistra una ciocca di capelli che sparse ai piedi della dama.
— Non ho berretto da levarmi e debbo scoprirmi ad ogni modo davanti al sesso. Scusa, cittadina, ma ognuno si scopre come può.
— Sei galante, cittadino Tibullo — rispose Ibleto rinvenuto per il primo dalla sorpresa — e grazie all'Ente Supremo che ti ha posto sulla nostra strada! Libertà, eguaglianza....
— .... e fraternità! — compì il soldato.
Le teste sul muro a secco s'agitarono.
— In quanto a voi, camerati, rimettete le vostre ricche assise per presentarvi convenientemente dinanzi alla dama.
Le teste scomparvero.
— E tu, cittadino, — chiese Tibullo volto all'Embriaco, per il quale provava un'istintiva simpatia per gratitudine dello sprezzo verso le cannoniere inglesi — non dici nulla, cittadino? Hai esaurito il tuo repertorio?
— Ti ascolto, cittadino, e imparo!
La celata ironia non isfuggì al soldato che aggrottò le sopraciglia.
— Oh! Oh! Cittadino, la tua risposta puzza d'aristo una lega lontano. Non c'è più Massimiliano, è vero, ma il _piccolo_ ama i _çi-devants_ come il fumo negli occhi, te ne avverto.
— Chi è il _piccolo_, cittadino?
Apparvero di dietro al muraglione abbigliati, chi più chi meno come Tibullo, cinque o sei soldati ridendo a gola spiegata.
— Il _piccolo_? Domanda chi è il _piccolo_?
— È il _piccino_! Il _tira l'anima coi denti_!
— Il nostro generale che ci ha promesso grasse città e belle donne.
— Ed ha ragione!
Una mano si levò per carezzare il viso di Fiorina ma si ritrasse immediatamente sotto una scudisciata.
— Morde la donnetta — urlò il colpito.
— E morderà ancora! — aggiunse Fiorina lasciando ricadere lo scudiscio sopra un viso che s'avvicinava troppo al suo.
Qualche picca e qualche sciabola fu brandita e non mancò un fucile maneggiato — per qualche evidente ragione d'utilità immediata — come un bastone. Ma Ibleto e l'Embriaco fecero scudo alla dama e Tibullo s'interpose.
— Giù le zampe, camerati!
Con un po' di buona volontà s'ottenne un relativo silenzio, quale almeno occorreva per farsi intendere. E ne profittò immediatamente Ibleto rivolgendosi al soldato:
— Non siamo qui nè per errore e nemmeno naufraghi, come i tuoi camerati vogliono credere, cittadino: siamo qui venuti volontariamente e portiamo con noi un salvacondotto che speriamo ci procurerà un po' di rispetto.
Tibullo non battè ciglio: attendeva. Lo Spigno continuò:
— Una lettera del generale Laharpe.....
Il soldato salutò.
— .... al generale Nissard....
Nuovo saluto.
— ... che comanda, crediamo, la tua divisione.
Tibullo crollò il capo.
— Niente Nissard, cittadino.
— Comanda forse Massena?
— Niente Massena, cittadino.
— È tornato per caso Serrurier? Fa lo stesso.
— Niente Serrurier!
— Augereau allora?
— Niente Augereau!
I due Spigno e l'Embriaco si guardarono.
— Chi comanda allora? — chiese Ibleto.
Un urlo s'elevò dai soldati rimasti qualche passo discosti.
— Il _piccino!_
— Il _piccino!_
— Il _piccino_, il _piccino_, il _piccino!_
Tibullo impose il silenzio. Poi:
— Hai inteso, cittadino? Qui comanda il _piccino_ o se meglio ti piace il generale Bonaparte.
Fiorina spalancò i begli occhi sbalordita e Ibleto si tirò la barbetta caprina. Ma l'Embriaco risoluto prese la parola.
— E sta bene, cittadino! Andiamo dal generale Bonaparte!
XXIV.
Al di là del muro a secco un sentiero s'inerpicava sulla riva sinistra, ma un sentiero da capre, disegnato appena fra i sassi calcarei e i magri ontani bistorti. La stretta valle però si presentava ridente a malgrado il giorno coperto. Un'occhiata ed una smorfia di Fiorina destarono la galanteria di Tibullo.
— Sono dolente, cittadina, di non poterti offrire un cavallo almeno. Sono forse quindici giorni che abbiamo mangiato l'ultimo e sarebbe stato assai meglio che l'avessimo mangiato quindici anni prima. Con un sorriso la marchesa ringraziò il soldato ed aggiunse:
— Grazie, cittadino, ma non temere: so camminare anch'io.
— Sui tappeti, a giudicarne dai tuoi piccoli piedi. Ma non importa: quando sarai stanca ti porteremo.
Il sentiero si allargava sulla ripa e, nell'addentrarsi che fecero entro la valle, i viaggiatori, dopo la temperatura quasi rigida provata nel tragitto marino, ecco una quasi tepida ne trovarono come se entrassero in una serra.
— Qui fa quasi caldo — fece osservare Tibullo che s'accorse del refrigerio provato dai suoi ospiti: — il _piccino_ ci si crogiola a suo bell'agio. E ne aveva bisogno. Tiene l'anima coi denti e per di più, dicono, ha sposato l'amante di Barras, una creola bella e sana da far impazzire, una donna da mettere a terra più uomini che Kleber non isfianchi cavalcature.
— Già, l'ho sentito dire — osservò Ibleto mellifluamente — ed ho sentito dire che il comando dell'armata del Varo fu il cestello di nozze di Barras.... per gratitudine.
Tibullo aggrottò le sopraciglie.
— Spero che non ci sia niente di losco nelle tue parole, cittadino.....
— Lungi da me tal pensiero! — s'affrettò a replicare lo Spigno.
— .... perchè t'avverto, senza complimenti, che per istare in concordia con noi non bisogna dir male del _piccino_, neanche per ombra! Di' quello che vuoi di Massena e degli altri, e di tutti i politicanti di Parigi, ai quali farei portare per qualche settimana i cannoni, invece dei muli che non abbiamo: parla male anche di Hoche, se vuoi, ma lascia stare il _piccino_: il _piccino_ non si tocca!
— Vuoi molto bene al tuo generale a quel che vedo, amico? — susurrò Fiorina per aiutare il marito — Lo conoscevi forse prima che giungesse a Nizza?
— No, cittadina, mai visto prima. E che bisogno ce ne sarebbe stato? Gli uomini si conoscono a colpo d'occhio, come io ho conosciuto il tuo vecchietto....
Ibleto si raddrizzò offeso.
— .... e quell'altro là dietro che non parla, ma che sarebbe un magnifico capo di battaglione. Gli uomini si conoscono all'occhio...
— E le donne, Tibullo? — domandò un soldato ridendo.
— Al tatto.
Le risa raddoppiarono svegliando gli echi della vallata.
— Cosicchè, cittadino — chiese Fiorina divertendosi, — tu hai conosciuto all'occhio il tuo generale?
— E all'orecchio. Sfido io! Come si fa a non seguire un _piccino_ che invece di parlarti di Repubblica una e indivisibile, di onore (quello del Direttorio) e di patria (la pancia di quei signori) e di tante altre cose da farti crescere la barba tanto da camminarvi sopra, arriva senza complimenti, non degna di uno sguardo i colonnelli e i generali, ma si mette in mezzo a noi e ci dice senza tanti preamboli: «Ragazzi miei, vedo che avete fame e freddo: dividiamo quello che c'è e visto che quei signori di Parigi non sono buoni che a chiacchierare e a mantener sgualdrine, venite con me che vi porto in un posto dove troverete da mangiare come papi, da bere come frati e da.... carezzar donne come cardinali». Ti pare, cittadina, che un piccino simile non meriti simpatia?
— Evviva il _piccino_! — urlarono i soldati entusiasti.
E colui che possedeva un simulacro di fucile fece partire un colpo in aria!
— Che succede, olà, camerati? — urlò una voce stentorea dall'alto d'un ciglione: accompagnate forse il carro del bue grasso?
La comitiva sostò, gli occhi di tutti s'orientarono donde veniva la voce: ne furono abbagliati e bisogna dire che ce n'era ad usura la ragione. Figuratevi un giovane di forse venticinque anni ed in tutto lo sfarzo della giovinezza che sboccia senza freni. Snello ed aitante, una copiosa capellatura — a testa nuda come usavano in allora i giovani ufficiali della giovane Repubblica — la faccia colorita, stretto nella uniforme d'aiutante di campo, prestigiosa ed aiutata ancora da una fascia fantasia intorno alle reni e da una sciabola turca munita d'un'elsa solare: stivaloni alla scudiera su calzoni attillati grigio perla: sopra un enorme cavallo velloso nelle gambe e sul muso come una cavalcatura cosacca, arricchito da una gualdrappa di velluto rosso acceso, di provenienza ignota benchè il bordo tutto d'oro la facesse sospettare appannaggio di chiesa: ecco l'apparizione che stupì, anzi che sbalordì i nostri viaggiatori. Byron deve aver tratto od essersi ispirato da un ritratto di Murat giovane per il suo Mazzeppa, senza dubbio. La comitiva sostò per un momento, poi Tibullo con la confidenza che in allora esisteva tra soldati e ufficiali, rispose a voce spiegata, facendosi schermo della mano ad imbuto:
— Cittadino aiutante Murat, ti conduciamo degli aristo che vantano una lettera per il cittadino generale in capo.
— Avanti gli aristo, cittadino!
Fece d'un salto varcare al cavallo il ciglione e compì l'ardua impresa con una tal grazia che tradiva il suo recente passato di guardia costituzionale del Re Luigi e di cacciatore a cavallo, abituato a caracollare dinanzi alle belle ragazze ed a sfidare il pericolo nelle cariche sfrenate. Quando si trovò davanti ai tre viaggiatori e vide per il primo Emanuele Embriaco che celava in certo qual modo Fiorina, mentre Ibleto di Spigno s'era tanto profondamente chinato da celare il viso, non potè trattenere un gesto di sorpresa e di diffidenza.
— Corpo d'una pipa! — esclamò — dei vandeani anche qui!
E certo l'abbigliamento dell'avventuriero potea giustificare ed avvalorare l'esclamazione. Se non che l'Embriaco, il quale mentalmente con sintesi degna di Tacito, avea pensato che le parole — qualunque fossero — sarebbero state oggetto d'una interpretazione sommaria da soldataccio incolto, e che quindi era meglio stare zitti fino a tempo opportuno, fece la mossa più abile che cortigiano consumato potesse immaginare: si tirò da un lato e scoprì Fiorina.
Murat ne restò abbagliato. Mormorò:
— Corpo di.....
Ma non andò oltre. Discese però da cavallo. E s'accorse d'Ibleto piegato in due, tutto intento a lisciarsi la barbetta. Assunse allora un'aria burbera per darsi del contegno:
— Che vuoi tu, cittadino?
— Cittadino aiutante — rispose Ibleto cercando le parole — ho qui una lettera del generale Laharpe per il tuo generale, il cittadino Bonaparte.
— Qua la lettera!
Il marchese di Spigno esitò:
— Ma....
Intervenne allora Fiorina col più seducente dei sorrisi:
— Porgete dunque la lettera al cittadino aiutante, amico mio!
L'altro obbedì. Porse un plico ben suggellato a Murat, il quale imbarazzato più che mai lo voltò e rivoltò fra le dita incerto.
— Come vedi, cittadino aiutante, — continuò sorridendo la marchesa — è indirizzato al generale in capo, ma poichè tu ne sei l'aiutante, credo che potresti aprirlo.
Il _credo_ fu pronunciato con una tal quale inflessione ironica che sfuggì completamente al burbero Murat.
E colui, che doveva coprirsi di tanta gloria personale, era fin d'allora quell'essere debole che si dimostrò di poi, quando entrò nella storia, offerto cioè all'influenza del primo o della prima che lo sapesse dominare adulandolo o gettandolo nei bivii più crudeli.
— Naturalmente che lo potrei — rispose gonfiandosi come un tacchino — ma non ne vedo la necessità. Il generale è qui a due passi, in un luogo detto San Bartolomeo, e può ben leggere da sè.
All'udir Murat esprimersi in tal guisa si sarebbe supposto che avesse col Bonaparte un'intimità da camerata.
— E possiamo noi, cittadino aiutante, accompagnar la lettera?
— Naturalmente che lo puoi, cittadina... anzi lo potete.....
Fissò la donna, che gli sorrideva, ma non ne sostenne lo sguardo.
— E — continuò Fiorina — poichè sono stanca, non puoi tu, cittadino aiutante, prestarmi il tuo cavallo?
Per tutta risposta, davanti a Tibullo ed ai soldati stupefatti, Murat si chinò, raccolse, come se fosse un bimbo, la marchesa nelle mani e la depose sulla gualdrappa fantastica.
XXV.
_L'altra_ comitiva non aveva passato le avventurose peripezie della _prima_. Discesa dalla strada romana in poco tempo aveva raggiunto San Bartolomeo ove l'attendeva un aiutante di campo del generale Bonaparte, il quale era partito di buon mattino per riconoscere strade e valichi, personalmente, accompagnato da Berthier suo capo di Stato Maggiore, e da un altro aiutante di campo che non si discostava un passo dalla persona del generale in capo. L'aiutante che ricevette il Governatore di Ventimiglia e il seguito, era un giovane ufficiale segaligno, dallo sguardo freddo e tagliente, asciutto di viso, di poche parole: non aveva che ventidue anni e ne dimostrava almeno trenta: labbra sottili, fronte rannuvolata, parca sempre sopra pensieri, preoccupato dell'avvenire e celava sotto l'apparenza impassibile quell'inquietudine che è oggi chiamata, con una barbara parola, _arrivismo_.
— Buon giorno, aiutante Marmont — disse Filippo Balbi, smontando — spero di non essere in ritardo.
— Anche se tu lo fossi, capitano Balbi, poco male!
— Ho capito: il generale Bonaparte è partito per qualche ricognizione. C'è almeno Berthier?
— Accompagna il generale con Junot.
— Ah! il fido Acate!
Udendo nominare un personaggio virgiliano il capitano Cavalli s'avvicinò.
— Chi parla di fido Acate, capitano Balbi?
— È il nomignolo dell'aiutante di campo Junot, che non si distacca mai d'una linea dal generale Bonaparte. Ma non si tratta di questo, ora: permettimi, Marmont, di fare le presentazioni.
Condusse l'aiutante dal Grimaldi che lo ricevette con sussiego e che fu trattato da quantità trascurabile. Probabilmente il chiuso aiutante di campo non lo giudicò persona adatta per servire in qualche modo da gradino. Consentì purtuttavia a sgelarsi davanti a madamigella Chiarina: apparteneva a discreta famiglia Marmont, ed era figlio d'un capitano del reggimento d'Hainaut. Davanti ad una dama (come del resto accadeva a quasi tutti gli ufficiali di cui Napoleone Bonaparte si circondava) assumeva un atteggiamento Reggenza. Fece un inchino passabile ed aiutò la damigella ad uscir dalla lettiga.
— Non abbiamo salotti per le dame, — disse mostrando la casa rustica, la quale serviva d'alloggio per lo Stato Maggiore — nemmeno la stanza del generale s'adatterebbe: c'è però quella di Murat.
E ripetendo l'inchino precedette la comitiva nella stanza di Murat, che merita l'onore d'una breve sosta.
L'uomo pomposo, che doveva diventare Re di Napoli, rivelava fin d'allora le sue attitudini al fasto, e le rivelava naturalmente come poteva. La stamberga al piano terreno ove abitava era uno strano amalgama delle cose più disparate. Due tamburi coperti da vecchie gualdrappe dai colori vivaci, l'una gialla, e verde l'altra, servivano da sedie. L'una delle pareti spariva sotto una bandiera nazionale spiegata e nuova di zecca: Murat se l'era fatta prestare probabilmente dal commissario. Sulla parete di fondo un labaro, chi sa a qual chiesa di Provenza rubato, mostrava le _Tre Marie_ che scendono dal mare sulla Crau; nel fondo un mostro tutto cresta sul dorso raffigurava la famosa _Tarasque_. Sulla terza parete un piviale con un sole fiammante nel centro, affetto da calvizie, ed accanto al piviale, conficcata con chiodi celati da coccarde nazionali una carta.... della Turchia, sormontata da un pezzo di carta pecora dipinto rozzamente e raffigurante un'orgia di fucili e cannoni con una divisa in fondo che portava la leggenda: _Souvien-toi d'Alexandre_. Probabilmente alludeva al Macedone. Una sciabola, nell'angolo a destra, dal fodero infiocchettato come una mula spagnola e il cappello d'ordinanza appeso in alto sopra Alessandro il Macedone e riccamente guarnito d'una penna color canarino piantata là dove i tirolesi portano la propria. L'impiantito di mattoni spariva sotto una tovaglia riccamente macchiata di vino a guisa di tappeto.
Nell'entrare, madamigella Chiarina trattenne appena un grido di sorpresa, ma Gilda battè le mani.
— Madonnina! — esclamò — par d'essere dall'indovina coi tarocchi!
Non presero purtuttavia meno possesso della stanza così stranamente apparata e madamigella Chiarina sedette sopra un tamburo, Betto Grimaldi sull'altro e la Gilda restò in piedi accanto alla padrona. Il capitano Cavalli rimase appoggiato allo stipite della porta e cavò di tasca il vecchio Virgilio immergendosi nella lettura.
— È un prete o un ufficiale il vostro compagno? — domandò l'aiutante Marmont a Filippo Balbi, additandogli il capitano che parea leggesse il breviario.
— È un dotto come il fu signor di Voltaire — gli rispose l'interrogato.
E trasse in disparte il francese.
— Questo giovane alfiere — gli disse a bassa voce, si chiama Giano Lercari ed è di illustre famiglia genovese.....
Marmont alzò gli occhi sul bastardo e salutò.
— .... e chiede per sè quello che Berthier ha ottenuto per me.
L'aiutante fe' cenno d'aver compreso.
— Credete voi la cosa possibile?
Strano: fra due ufficiali a tu per tu correva il _voi_ dell'_ancien régime_, che in pubblico il tu era regolamentare: gli era perchè Marmont ci teneva, come del resto una gran parte degli ufficiali di Bonaparte e di Massena e di Moreau (meno quelli di Hoche) a disinteressarsi della rivoluzione, della Repubblica e del Governo e del popolaccio di Parigi: facevano anzi a gara nel disprezzarlo.
— Credo possibilissima la cosa, mio caro, purchè il vostro amico non domandi di appartenere allo Stato Maggiore.....
Fin d'allora esisteva quella sorda ostilità dei preferiti del giovane generale contro i possibili competitori e la tendenza ad isolare il Bonaparte, tendenza di cui Napoleone si lamentò spesso e che lo spingeva qualche volta, più per malinconia da vincere che per popolarità da coltivare, a mischiarsi con i soldati, famigliarmente.
— Ma — continuò Marmont — se chiederà di prestar servizio ad esempio col generale Serrurier o col generale Laharpe ci avrà tutto da guadagnare. Che grado ha il vostro amico?
— Alfiere.
— Chiedete dunque per lui a Berthier il grado di capitano presso Serrurier che è a Garessio. Capitano d'una Compagnia di ricognizione. È un bel posto e può rendere utili servizi.
— Seguirò il vostro consiglio — annuì Filippo.
— Volete che parli io stesso a Berthier?
— Grazie, non vi scomodate: parlerò io.
Giano Lercari credette suo dovere cercar qualche parola di ringraziamento, ma l'aiutante non gliene diede il tempo, chè gli porse la mano, diventato affabile.
— Eccoci camerati! Buona fortuna!